Leggi tutte le notizie su:


banda-larga

La linea di Bernabè: Telecom va avanti da sola


La linea di Bernabè: "Telecom va avanti da sola"

di Franco Bernabè

Il direttore di questo giornale mi ha chiesto un intervento sui temi della banda larga, che faccio volentieri, anche per provare a mettere alcuni punti fermi nella discussione pubblica, molto accesa sul tema. Vorrei innanzitutto precisare alcuni concetti di base sui quali c’è stata un po’ di confusione. Per banda larga si intende una rete che consente la navigazione veloce su internet, con la fruizione relativa di tutti i servizi connessi, per cittadini e imprese; la banda larga offre una velocità di navigazione compresa fra i 2 e i 20 megabit al secondo. Continua

Soffiata su Internet: il rapporto Caio sui ritardi del web veloce è online

Computer portatile

Lo sviluppo dell’Italia è legato alla diffusione di internet tra la popolazione. Ma la situazione (fatta di bluff, gap, lentezze) è meno rosea del previsto.
Eppure i ritardi non hanno impedito che il rapporto Caio (quello cioè redatto da Francesco Caio, uno dei massimi esperti italiani di telecomunicazioni che il governo ha voluto come consulente), di cui Panorama aveva anticipato i contenuti, sia finito proprio in rete, prima ancora di essere reso pubblico.
Il documento (105 pagine fitte di numeri e tabelle) che mette in luce le aree più deboli nelle infrastrutture di telecomunicazione fissa nella penisola, era fino a pochi giorni fa riservato, letto solo da pochi addetti ai lavori vicini alle stanze del potere. Ora è diventato disponibile a tutti gli utenti, e pubblicato su Wikileaks, un archivio che raccoglie documenti riservati filtrati da ogni nazione. Tanto che la Germania lo ha appena chiuso. E altri Paesi, dall’Australia alla Danimarca, minacciano ritorsioni.

Sebbene sia rivolto prevalentemente agli addetti ai lavori, il rapporto Caio analizza come potrebbe trasformarsi il volto di internet nei prossimi anni. Alcuni cambiamenti sembrano paradossali. Se oggi il cellulare è il re dell’elettronica di consumo, domani potrebbero ritornare la televisione e la console dei videogiochi, ma aperte a nuove opportunità attraverso la connessione a internet. In questi mesi, poi, social network come Facebook hanno conosciuto una crescita spettacolare: eppure, già tra pochi anni saranno soppiantati da altre applicazioni come le attività di visual networking (immaginate un Facebook dove è possibile parlare in diretta video con gli amici) e di streaming in alta definizione (per esempio, uno Youtube che permette di vedere filmati con una qualità paragonabile al dvd).
Come Panorama aveva già sottolineato, sarebbero 12,5 milioni le famiglie italiane che non hanno accesso a internet veloce. Gli altri Paesi sviluppati, invece, hanno accelerato gli investimenti: nell’ultimo anno la fibra ottica (una tecnologia che, sostituendo i doppini di rame, permette il passaggio di maggiori quantità di dati) è arrivata nel 30 per cento delle case in più in Italia, ma in Francia la crescita è stata del 130 per cento. Inoltre, soltanto il 15 per cento della rete in rame può assicurare le velocità promesse dagli annunci pubblicitari di 20 Megabit al secondo.

QUI il rapporto Caio in .pdf

Internet bluff: la verità di Caio sulla banda larga

Rete telefonica

“Portare l’Italia verso la leadership europea nella banda larga”; in breve, rapporto Caio. Ecco il documento che ha fatto tremare il vertice della Telecom e che svela alcune verità taciute sul reale stato della rete internet in Italia. Il documento è stato redatto da Francesco Caio (dal quale prende il nome), che è uno dei massimi esperti italiani di telecomunicazioni: ex amministratore delegato della Omnitel, poi imprenditore in proprio con la Netscalibur, infine capo della britannica Cable & Wireless.

A Caio già il governo britannico commissionò, nel 2008, uno studio per conoscere lo stato della rete e le strategie da adottare per fare compiere al Regno Unito il necessario salto verso l’innovazione tecnologica, a partire dalle telecomunicazioni. Lo stesso incarico gli è stato affidato a fine 2008 dal governo italiano. Ma i risultati del rapporto (105 pagine fitte di numeri e tabelle) non sono mai stati resi pubblici, tranne alcune indicazioni generali. Panorama si è procurato una copia del rapporto: ecco che cosa contiene.
Lo studio si concentra sulle due tecnologie principali: internet ad alta velocità con la tecnologia adsl (che utilizza i cavi in rame) e quella con la fibra ottica (assai più innovativa e veloce). Partiamo dall’adsl. La prima brutta sorpresa si trova a pagina 37: i dati riguardanti la copertura della rete in banda larga in tecnologia adsl sono decisamente sovrastimati. “Se calcolata sulla base della popolazione telefonica allacciata a centrali abilitate alla banda larga” scrive Caio “la copertura del servizio risulta superiore al 95 per cento” che dovrebbe salire al 97 alla fine del 2010. Il problema è che in molte zone d’Italia la “banda larga” viaggia ad appena 1 megabyte, velocità troppo bassa per garantire l’internet veloce. Quindi Caio rifà i conti e afferma: “Eliminando le zone dove la copertura non è disponibile per problematiche tecniche o dove il servizio è solo marginale (banda minima inferiore a 1 Mb), la popolazione in digital divide (che non ha accesso a internet veloce, ndr) sale al 12 per cento, pari a 7,5 milioni di cittadini”.
Come reagire a questa situazione? Come è già filtrato tempo fa, Caio suggerisce, in varie forme, lo scorporo della rete infrastrutturale della Telecom Italia guidata da Franco Bernabè.
Riguardo agli investimenti Caio scrive che “i piani in essere non sembrano chiudere il gap tra la situazione attuale e un obiettivo di copertura universale in tempi ragionevolmente brevi”. Quindi, “in questo contesto un intervento di finanza pubblica sembra indispensabile per estendere la rete in aree in cui la bassa densità non giustifica l’investimento dei gestori”.
Nel dossier è stato calcolato che, volendo assicurare una velocità minima di 2 Mb per il 99 per cento della popolazione entro il 2011, l’investimento necessario sarebbe di 1,2-1,3 miliardi di euro (700 milioni per sviluppare la rete fissa, 600 per quella mobile) se i lavori iniziassero entro giugno di quest’anno.
A questo punto nasce il problema su chi dovrebbe realizzare un’opera così importante. Caio suggerisce di sceglierlo attraverso una gara. Ma una gara un po’ particolare, ovvero attraverso la suddivisione del territorio in aree per ognuna delle quali mettere a gara la copertura stabilendo un tetto massimo di finanziamento pubblico. “Vince la gara l’operatore o il consorzio che richiede l’ammontare minore di finanziamento pubblico”.
Non manca una felpata critica all’autorità di regolamentazione. Caio infatti suggerisce all’organismo guidato da Corrado Calabrò di “pubblicare trimestralmente la qualità del servizio erogato dai vari gestori e provider (banda, tempi di risposta, ecc..) anche per aiutare clienti e gestori a focalizzarsi non solo sul prezzo più basso ma anche sul rapporto prezzi/prestazioni”.

Gli investimenti sulla banda larga

I problemi crescono se si parla di copertura dell’Italia in fibra ottica: “La velocità di investimento osservata non appare sufficiente per assicurare al Paese una posizione di leadership internazionale”; “non sembrano esserci motivi perché i gestori accelerino i piani annunciati, e anzi la crisi economica rischia di rallentare domanda e investimenti”; “esiste il rischio di fare troppo affidamento sulla rete in rame i cui limiti strutturali verranno sicuramente testati nei prossimi anni”.
Il risultato è che, per quanto riguarda la qualità dell’infrastruttura, “l’Italia è tra i paesi alla rincorsa, tra gli ultimi posti in Europa” ed “è difficile vedere come Telecom possa decidere di accelerare i suoi piani razionalmente ispirati alla logica economico-finanziaria della prudente gestione”.
Anche perché da una parte i clienti non sembrano essere disposti a pagare di più per essere collegati con la fibra ottica, dall’altra la Telecom insegue “obiettivi di riduzione dell’indebitamento” ed è interessata “ad allungare la vita utile della rete in rame in presenza di una limitata concorrenza infrastrutturale tra gestori (recente accordo Fastweb-Telecom Italia per condividere l’infrastruttura di rete)” e, infine, “nessun altro gestore ha annunciato piani di investimento in fibra”. Tanto è vero che, fa notare il dossier, “nel 2008 Telecom Italia ha annunciato piani di investimento per lo sviluppo di una rete in fibra anche se i piani sono stati rivisti in riduzione per gli anni 2009 e 2010″. E non di poco. Come si vede nella tabella pubblicata nella pagina precedente, nel 2010 si spenderanno 700 milioni meno di quelli previsti nel piano dell’anno scorso.
Conclusione: se non si vara un imponente piano di investimenti, “la competitività del sistema paese si eroderà giorno per giorno e senza strappi percepibili”, come è scritto nello studio Nemertes (novembre 2007) che Caio cita. Anche nel caso della fibra ottica occorre un poderoso piano di investimenti pubblici che “non sarebbe una contribuzione a fondo perduto ma l’investimento in una infrastruttura essenziale la cui vita è utile per decenni”.
La somma necessaria complessivamente ammonterebbe, secondo uno studio della Alcatel-Lucent citato nel rapporto, a 10,4 miliardi: 2,2 per dotare di fibra i 5,5 milioni di cittadini che vivono nelle aree urbane e ancora non la hanno, 7,2 per i 14,3 che vivono in aree suburbane e 1 miliardo per chi vive in aree rurali. I vantaggi? Molti: occupazione, competitività, ritorno degli investimenti pubblici, leadership europea nella fibra ottica.
Caio abbassa leggermente questa previsione: si tratta di spendere 10 miliardi in 5 anni per collegare 10 milioni di famiglie. Oppure, se si scegliesse l’opzione meno ambiziosa, 5,4 miliardi per servire 4,3 milioni di famiglie. Ma che debbano essere soldi pubblici Francesco Caio non ha il minimo dubbio.
Il piano di copertura in fibra della telecom

Annuncio di Telecom: taglieremo altri 4.000 posti di lavoro

Bernabè e Galateri alla guida di Telecom

Taglio degli organici in Italia di 4 mila unità oltre le 5 mila già previste entro il 2010: è quanto prevede il piano industriale della Telecom 2009-2011, che questa mattina a Londra presenterà alla comunità finanziaria l’aggiornamento del piano, varato ieri dal Cda.
Tra gli altri obiettivi precisato nel nuovo piano c’è la centralità del mercato domestico e in Brasile, consolidamento in Argentina, progressiva dismissione delle attività no core per un valore atteso fino a 3 miliardi di euro, significativa riduzione del debito e grande impegno sul controllo dei costi.
L’obiettivo del piano, ha commentato l’amministratore delegato Franco Bernabé: “è di proseguire nel miglioramento della dinamica di ricavi e margini avviata nel corso del 2008 e riprendere un percorso selettivo di crescita caratterizzato da una severa disciplina finanziaria del gruppo”.
Le condizioni dei mercati e dell’economia reale “hanno mostrato come sia necessario essere ancora più incisivi nell’affrontare in modo prioritario la riduzione dell’indebitamento”. “Alla luce dei risultati, che nel frattempo hanno mostrato la frenata dell’erosione dei margini” ha proseguito Bernabé “siamo oggi in condizione di proseguire con un piano triennale che conferma la direzione di questi ultimi mesi”.
Nell’arco del triennio vi sarà un “grande” impegno sul controllo dei costi e degli investimenti in particolare nel business domestico, con una loro riduzione complessiva per 2 miliardi di euro nel 2011.
Sul piano geografico lo sviluppo si concentrerà su Italia e Brasile, mentre sul piano industriale si focalizzerà sui nuovi servizi e funzionalità abilitate dalla banda larga fissa e mobile. Sul mercato domestico il gruppo si concentrerà su una nuova impostazione “customer centric”, modificando coerentemente la macro organizzazione a partire da gennaio 2009.
Telecom, infine, procederà, nell’arco del piano, a una progressiva dismissione dei propri asset no core per un valore atteso fino a 3 miliardi di euro. “Le attività non coerenti con le priorità geografiche ed industriali” ha spiegato Bernabé “saranno gestite in un’ottica di valorizzazione finalizzata alla dismissione, quando le condizioni di mercato lo consentiranno”.

Il VIDEO servizio:

Grandi opere contro grandi crisi

Il ponte sullo Stretto

“In una situazione in cui tutti piangono, siamo riusciti a mettere a punto un programma composto da finanziamenti immediati per le opere da completare, interventi per nuovi cantieri da aprire entro il 2009 e piani operativi da avviare con il project financing”. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, è soddisfatto. Pur facendo i conti con le ristrettezze imposte dal debito pubblico, con i limiti previsti nelle leggi di bilancio e perfino con una contrazione delle somme previste nel Fas, il Fondo per le aree sottoutilizzate, è riuscito a mettere insieme un pacchetto di risorse da utilizzare per le opere pubbliche. Un obiettivo che Matteoli ha condiviso con il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola, al quale fa capo la gestione dello stesso Fas e che a sua volta è riuscito a mobilitare finanziamenti per altri tipi di progetto, come il sostegno alla ricerca, lo sviluppo della cosiddetta banda larga, la garanzia pubblica per i crediti alle piccole e medie imprese.
Insieme ad altre misure per le imprese e le famiglie, questi interventi saranno una parte rilevante del programma annunciato dal governo per sostenere l’economia. Decisioni che saranno efficaci soprattutto se riusciranno a produrre risultati in tempi brevi. Tutti gli esperti, a cominciare dal premio Nobel Paul Krugman, sostengono infatti che la velocità è diventata il fattore fondamentale per evitare che la caduta dei mercati finanziari abbia ripercussioni drammatiche sull’attività industriale, sull’occupazione, sui redditi.
Quanto ci vorrà, dunque, per vedere se le scelte del governo sui finanziamenti alle opere pubbliche e su ricerca e innovazione si tramuteranno davvero in cantieri e in lavoro? Racconta Matteoli a Panorama: “Avevamo di fronte due strade. Una prevedeva di non fare nulla, perché non c’erano soldi. Quindi tutto restava come prima, con l’elenco delle opere e i tempi biblici per realizzarle. L’altra, che abbiamo imboccato, era quella di lavorare con flessibilità e fantasia per mobilitare subito, per quanto possibile, tutte le forze, comprese quelle dei privati”. È nata così la decisione di concentrare su un primo, limitato e ben determinato elenco di opere pubbliche tutti i fondi disponibili, di provenienza italiana ed europea, pubblica e privata, a cominciare da quelli previsti nel Fas. Un elenco che Matteoli ha preparato d’accordo con Scajola e con il ministro dell’economia, Giulio Tremonti.
Per una parte di questi interventi Matteoli prevede tempi stretti. Tre, in particolare, sono le opere per le quali potranno essere spese a partire dal 2008 le somme previste dal governo, perché i cantieri sono già aperti. La prima è il Mose, il sistema di paratie mobili che secondo i progettisti sarà in grado di evitare le conseguenze dell’alta marea nella laguna di Venezia. L’opera, per la quale viene previsto uno stanziamento ulteriore di oltre 800 milioni di euro, è in corso di realizzazione dal 2003.
Il secondo progetto da completare riguarda l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, dove i cantieri sono aperti da tempo immemorabile. In questo caso lo sforzo sarà più ampio: oltre 2 miliardi di euro per realizzare gli ultimi 60 chilometri. Infine, il ministero delle Infrastrutture ha deciso di finanziare un ulteriore lotto di lavori sulla strada statale 106 Jonica, che collega Taranto a Reggio Calabria.
Per un altro blocco di opere individuate da Matteoli si prevede la mobilitazione di molti finanziamenti privati, in particolare delle società che gestiscono le autostrade. L’obiettivo, dice lo stesso ministro a Panorama, è di aprire i cantieri prima possibile, alcuni già nel 2008, gli altri nel 2009. L’elenco è lungo: dall’autostrada Cecina-Civitavecchia (per la quale il governo prevede l’avvio immediato dei lavori) all’asse Parma-La Spezia-Nogarole-Rocca, dalla Brescia-Padova alla cosiddetta Brebemi, cioè l’autostrada tra Brescia, Bergamo e Milano (altro obiettivo a brevissima scadenza secondo il governo), fino alla Pedemontana lombarda e alla cosiddetta variante di valico sulla A1, tra Firenze e Bologna.
Nel contesto dei fondi privati da attivare per queste opere rientra ovviamente il problema delle tariffe, che molte società di gestione delle autostrade hanno chiesto di rivedere. “Ne abbiamo parlato con Tremonti” taglia corto Matteoli. E spiega: “Chi investe può parlarne. Chi non investe, no”.
Dello stesso blocco di interventi fanno parte un finanziamento di 600 milioni di euro pubblici per la rete stradale siciliana, oltre 2 miliardi per la tratta ferroviaria Brescia-Treviglio, che è il primo lotto della Milano-Verona, la linea C della Metropolitana di Roma (che il governo considera “cantierabile” già dal 2008) e quella regionale campana, oltre al potenziamento degli schemi idrici nel Mezzogiorno, per i quali si prevede di mobilitare all’incirca un miliardo. Senza considerare la ripresa del progetto Ponte sullo Stretto di Messina.
Infine, ci sono piani già pronti e da finanziare con il project finance. Secondo Matteoli, i cantieri delle opere individuate dovrebbero prendere l’avvio al massimo nel 2010. Rientrano in questo capitolo la tangenziale per il porto di Ancona, la trasformazione in autostrada della statale Telesina (collega Caianello, sulla A1, a Benevento), oltre alle autostrade Termoli-San Vittore e Catania-Ragusa.
Ma basterà? Questa, dice Matteoli, è solo la lista sulla quale concentrare le risorse da mobilitare subito. Secondo il ministro, il complesso dei fondi privati e pubblici da impegnare nei prossimi anni sfiorerà i 44 miliardi di euro.
Quasi tutte le somme che Scajola ha deciso di attivare in questa fase dovrebbero avere effetto in tempi brevi. “Dobbiamo agire con rapidità e determinazione, usando al meglio le risorse già disponibili, che non sono poche” dice il ministro a Panorama. E spiega: “Stiamo rafforzando i sostegni per le banche e per le imprese, soprattutto piccole e medie. Va in questa direzione il rifinanziamento con 600 milioni di euro del Fondo centrale di garanzia, che sarà esteso alle imprese artigiane, oggi escluse. Rafforzeremo i Confidi di garanzia, che servono a facilitare i crediti alle piccole e medie imprese”.
Per quanto riguarda gli investimenti più strutturali, il ministro ha individuato alcuni interventi da finanziare con le risorse del Fas. A cominciare da oltre 2 miliardi di euro da destinare alla bonifica e alla reindustrializzazione di siti industriali inquinati. Saranno impiegati inoltre 800 milioni per implementare la banda larga destinata a estendere l’uso di internet e 700 per lo sviluppo delle energie rinnovabili.
Altre risorse, circa 6,3 miliardi di euro, verranno infine mobilitate ricorrendo al Fondo per la ricerca e la competitività. Promette Scajola: “Daremo impulso all’innovazione e alla creazione di imprese nel Sud con 1,1 miliardi in più per i progetti che rientrano nel programma ‘Industria 2015′ e, tra l’altro, con 1,8 miliardi per i contratti di sviluppo nel Mezzogiorno”.

Agli italiani piace il computer. Ma sulla banda larga siamo ancora indietro

http://www.flickr.com/photos/robbyt/
Nonostante la fiducia dei consumatori sia ai minimi storici, gli italiani hanno ancora voglia di tecnologia, in particolare di pc e connessione internet. Nel 2007, infatti, la quota di famiglie in possesso di un personal computer è passata dal 45,3% al 49,6% e quella relativa al collegamento internet dal 38,7% al 43,1% (di cui oltre i tre quarti del totale con connessioni broadband).

Lo rileva un’indagine dell’Istituto di studi e analisi economica (Isae) che aggiunge come il possesso del dvd sale ad oltre il 52%, quello delle televisioni ad alto contenuto tecnologico dall’8,8 al 18,3% e quello del collegamento satellitare o digitale terrestre dal 17,8 al 29,9%. Nessuna di queste tecnologie, sottolinea l’Isae, batte quella che fu la rapidissima diffusione dei cellulari alla fine dello scorso decennio, quando si sancì il passaggio del cellulare da status symbol a gadget di massa. Confrontando i dati Isae con quelli internazionali raccolti dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), il trend di diffusione registrato in Italia per questi beni è simile a quello di altri paesi come la Francia, il Regno Unito ed i paesi del nord Europa.

Il divario digitale rimane significativo guardando al grado di istruzione dei rispondenti. In particolare, la diffusione del pc e di internet si concentra soprattutto nelle fasce della popolazione più istruita (rispettivamente 87% e 82%) per restringersi progressivamente in relazione al titolo di studio conseguito (12% e 8% per chi ha frequentato solo fino alle elementari). Tuttavia, a partire dal 2007 si registra qualche primo segnale di convergenza: sembra restringersi la distanza tra diplomati alla scuola media superiore ed inferiore, specie per l’accesso ad internet attraverso la banda larga. L’impatto più rilevante, tuttavia, è quello del reddito e del grado di istruzione: la fascia più ricca della popolazione ha una probabilità di possedere un pc e di avere accesso ad internet del 40% superiore alle classi più povere (il 20% in più per l’adsl); analogamente, i laureati hanno una probabilità quasi il 40% superiore a quanti hanno solo una licenza elementare di avere in casa un computer e del 30% di avere un accesso internet. Un impatto minore, ma statisticamente significativo, si registra anche in base all’età e al genere: con i maggiori di 50 anni (soprattutto se senza figli) e le donne che mostrano una dotazione tecnologica nettamente inferiore rispetto ai più giovani e agli uomini.

Ma se crescono le connessioni ad internet, in Italia la banda larga non viaggia veloce come in Europa. Lo testimonia l’ultimo rapporto Ecta, l’associazione europea che riunisce importanti operatori tlc, tra cui Fastweb, Tiscali e Wind, secondo cui in Italia la diffusione della banda larga è al 16,5% (pari a 7,38 milioni di linee) contro una media Ue del 19,8%. Un dato che ci pone in coda alla classifica dell’Europa a 15: dopo di noi solo Portogallo e Grecia. In quest’ultimo paese, però, la crescita registrata tra settembre 2006 e settembre 2007 si è attestata al 45%, nel nostro paese si è fermata al 3% contro il 9% della Francia e l’8% di Spagna e Gran Bretagna.

Per l’Ecta, “l’Italia paga lo scotto sia delle pratiche anticoncorrenziali dell’operatore storico, sia di una regolamentazione che, pur essendo tra le migliori d’Europa, non riesce a scalfire lo strapotere dell’operatore dominante nè l’impatto negativo sulla concorrenza delle sue pratiche commerciali”.

Banda larga: al Sud la strada è ancora lunga, stretta e costosa

[i](Credits: Corbis)[/i]
Nel Mezzogiorno la strada da fare per la navigazione ad alta velocità è ancora lunga: secondo la Corte dei Conti nel primo anno di attività Infratel, una società creata dall’agenzia pubblica Sviluppo Italia con l’obiettivo di diffondere la banda larga al Sud, ha potenziato la rete fissa meno di quanto previsto e a costi superiori, lievitati a causa delle consulenze esterne, delle spese per il personale e degli oneri accessori. In particolare, i magistrati contabili si sono dichiarati “poco soddisfatti” del traguardo raggiunto da Infratel per la fibra ottica: meno del venti per cento dei chilometri preventivati.

Per ridurre la differenza nell’accesso a internet una delle tecnologie più promettenti è il wimax: da pochi giorni è stata ufficialmente riconosciuta come uno standard di terza generazione per le comunicazioni mobili dall’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu). È nella stessa categoria del cdma, alla base dell’umts. Secondo le previsioni il mercato per la vendita delle licenze wimax in Italia potrebbe aggirarsi tra i cento e i duecento milioni di euro. Una cifra limitata se paragonata al tesoro incassato dallo Stato per l’asta umts. E l’autorevole rivista Wimaxday sottolinea la scarsa trasparenza sui limiti del servizio per gli utenti finali: c’è il rischio che questa tecnologia sia sfruttata soltanto per colmare la copertura della rete fissa, ma non sono chiari i limiti normativi per l’utilizzo in mobilità.

Se in Europa il 18 per cento delle persone accedono alla banda larga fissa di elevata qualità a 144mila bit al secondo, in Italia questa percentuale si riduce di due punti: lo sottolinea una rilevazione dell’Unione europea (in pdf). Il record mondiale è della Corea del Sud dove si connettono ad alta velocità 2,5 individui su dieci.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
segui panorama su twitter

 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
  • Aspettando Sanremo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Meteo
  • Le uscite al cinema
  • Viaggio nell'antico Egitto
    Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • R101
  • Promozione

  • Abbonati subito a Panorama!