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Finanza, come difendersi da Madoff e i suoi fratelli

Bernard Madoff

Di Angelo Pergolini

“Enten” sussurrava il vecchietto con un filo di voce, come se stesse rivelando un indicibile segreto o una parola magica. E l’interlocutore quasi immancabilmente chiedeva perplesso, temendo di non aver capito bene: “Enten che cosa?”. Era a questo punto della conversazione che Kazutsugi Nami, un arzillo settantacinquenne giapponese, titolare della Ladies & Gentlemen, premiata ditta specializzata nella vendita di biancheria e materassi futon, svelava l’arcano. Investire in enten, cioè nella “moneta divina” da lui creata, avrebbe reso la bellezza del 36 per cento annuo. E a chi si mostrava perplesso o titubante assicurava, serissimo, che presto l’enten sarebbe diventata la “moneta unica planetaria”. Di più: che la moneta divina avrebbe salvato il mondo dalla crisi economica.

Ora, direte voi, che razza di notizia è questa? Di vecchietti balzani o un po’ matti è pieno il mondo. Vero, infatti la notizia è un’altra: per quanto la cosa possa apparire inverosimile, ben 37 mila giapponesi, anziché farsi una risata o avvertire la neurodeliri, hanno aperto il portafoglio affidando a Nami e alla sua moneta divina i loro risparmi. Saldo finale della truffa: 126 miliardi di yen, equivalenti a oltre 1 miliardo di euro.

Certo, ancora poca cosa rispetto ai 50 miliardi di dollari fatti sparire da Bernard Madoff, l’ex presidente del Nasdaq (la borsa tecnologica degli Stati Uniti) ribattezzato dal Figaro “l’escroc du siècle”, lo scroccone del secolo. E anche molto meno del buco da 8 o 9 miliardi di dollari che si è lasciato alle spalle il finanziere Robert A. Stanford, che per spostarsi fra gli Usa e l’isola di Antigua, dove aveva base la sua Stanford international bank, si era regalato (con i soldi degli investitori) non uno, ma quattro jet. E tuttavia quella ideata da Nagi resta comunque una truffa di tutto rispetto (si fa per dire), tanto più se si pensa che ad architettarla non è stato un navigato squalo di Wall Street, ma il titolare di una ditta di biancheria.

Perciò proprio Nagi potrebbe essere considerato il capofila di quelli che potremmo chiamare i piccoli Madoff, spesso assai diversi fra loro ma con in comune un talento: quello di saper spennare i risparmiatori. Fino all’ultima piuma.

Una delle tecniche più diffuse, e utilizzate nel cosiddetto schema Ponzi, che poi sarebbe più banalmente la catena di Sant’Antonio, è quella di promettere interessi elevati su base annua o mensile. Di più: investendo a rischio zero. Era il sistema messo in pratica, per esempio, da Richard S. Piccoli, un italoamericano di Williamsville (New York). Vittime preferite: preti cattolici, ordini religiosi e parrocchie. Tramite annunci sui giornaletti destinati ai fedeli, Piccoli pubblicava inserzioni che promettevano, dietro versamento di appena 5 mila dollari, un rendimento pari al 7,1 per cento annuo. Ovviamente assicurato. In questo modo Piccoli ha rastrellato circa 16 milioni di dollari, oltre 500 mila solo a novembre 2008, quando gli agenti dell’Fbi hanno bussato alla sua porta. E hanno scoperto che a organizzare la truffa non era stato un giovane pescecane, ma un altro terribile vecchietto: Piccoli ha 82 anni.

Il fatto è che, sulla scia degli scandali Madoff e Stanford, negli Usa sta venendo alla luce, non senza imbarazzi per la Sec (l’organismo che vigila sui mercati finanziari), che lo schema Ponzi è un giochetto praticato non solo a Wall Street ma un po’ dappertutto, dalle esotiche Hawaii al Texas, dalla Pennsylvania alla Florida.

Il prossimo 2 marzo, per esempio, il tribunale di Honolulu si occuperà di Marvin Cooper, un giovanotto hawaiano di 32 anni decisamente disinvolto, fondatore della Billion coupons investment. Cooper prometteva mirabolanti interessi composti (e come sempre sicuri) pari al 25 per cento. Ma attenzione: non all’anno, al mese. La singolarità del suo caso è tuttavia un’altra, ovvero il target decisamente di nicchia che aveva prescelto per la sua truffa: le associazioni di sordi e sordomuti. Fra il settembre 2007 e il gennaio 2009 Cooper ne ha abbindolate 125 fra il Giappone e gli Usa, succhiando dalle loro casse 4,4 milioni di dollari. E destinandone un terzo a quelle che la Sec definisce “personal expenses”, spese personali. Fra cui una nuova casa circondata da palme.

Disinvolto anche un tale Rod Cameron Stringer di Lamesa (Texas), che la Sec ha trascinato in tribunale lo scorso 21 gennaio, con l’accusa di avere applicato lo schema Ponzi a un hedge fund da lui creato. Dimensioni del buco: 8,5 milioni, raccolti con la promessa di utili non inferiori al 20 per cento. Ma l’Fbi ha anche scoperto che 2,4 milioni erano stati impiegati per comprare uno yacht, costruire una piscina a fianco del suo ufficio, gioielli, case e automobili. E persino una scuderia di cavalli da corsa.

Il premio della faccia tosta va forse a Joseph Forte, il quale è riuscito a raccogliere 50 milioni di dollari prospettanto mirabolanti guadagni che, spiegava, sarebbero stati realizzati speculando sui contratti future. Lo scorso settembre, Forte assicurava gli investitori preoccupati della piega che stava prendendo la crisi delle borse: il valore del vostro portafoglio titoli è superiore ai 150 milioni. La verità, ha poi accertato la Sec a babbo morto, è che in cassa erano rimasti asset per la miseria di 146.814 dollari.

Ancora più in grande del disinvolto Forte aveva deciso di fare le cose Arthur Nadel, che di fondi ne aveva varati ben sei, battezzandoli con nomi tipo Viking o Valhalla. Al 30 novembre scorso i fondi di Nadel dichiaravano asset pari a 342 milioni. In realtà il vero attivo era inferiore a 1 milione. “Le indagini continuano” assicura la Sec. Di Nadel non ci sono più tracce dallo scorso 14 gennaio.

Quanto al palio del cinismo, se l’hawaiano Cooper specializzato nel truffare i sordi appare ben piazzato, anche Brian V. Prendergast del Colorado non scherza. Ha convinto un numero ancora imprecisato di anziani pensionati (fra cui un ottantanovenne) ad affidargli i loro soldi promettendo interessi del 20 per cento al mese, cioè un inverosimile 240 per cento annuo. Bottino: almeno 2,5 milioni. Ma Prendergast faceva di più: arrivava a spingere i vecchietti a ipotecare casa e pensione per sottoscrivere quella che lui definiva “a once in lifetime opportunity”, l’opportunità che capita una sola volta nella vita.

Piccoli Madoff crescono, si potrebbe concludere. E in Italia? Beh, nel nostro Paese il rischio di imbattersi in truffe finanziarie di questo tipo è decisamente più basso. Perché se gli Stati Uniti vengono da una lunga stagione di “deregulation” finanziaria, in Italia è vero l’opposto: mercati e intermediari da anni vengono sempre più regolati. E dunque lo spazio per i furbetti diminuisce. Anche se qualcuno ci prova sempre.

Come il signor P.O., un pescarese di 51 anni residente a Montottone, una manciata di case vicino a Fermo nelle Marche. Prima di essere beccato dalla Guardia di finanza è riuscito ad abbindolare un centinaio di persone promettendo interessi anche del 20 per cento trimestrale. Ottenuti come? Speculando sulla borsa di Zurigo, si vantava. E a garanzia dei capitali che gli sciagurati (ma anche avidi) risparmiatori gli affidavano metteva loro in mano degli assegni. Tratti dal conto corrente di sua moglie. Ma soprattutto non coperti.

E sempre in provincia, a Bassano del Grappa per la precisione, si dava da fare Stefano Tessarolo, professione ufficiale promotore finanziario. Mago della finanza per chi si fidava di lui. La sua scrivania era in piazza Cadorna, in pieno centro, ma il suo vero ufficio era al Golf club di Bassano. Dove adescava professionisti e imprenditori, conquistando la loro fiducia e quel che più conta i loro soldi. Alla fine gli spennati sono stati 44. I soldi persi 11 milioni.

Scandali finanziari: i nomi della banda di Bernie Madoff

 Bernard Madoff

di Marco De Martino

A Palm Beach, ground zero della truffa del secolo, dopo avere pronunciato il nome che una volta faceva sognare guadagni favolosi ora la gente sputa. A rendere rivoltante Bernard Madoff, che una volta da queste parti era noto come “il buono del tesoro ebraico”, è la spregiudicatezza con cui ha mandato in rovina alcune delle associazioni filantropiche più famose d’America, dalla Foundation for humanity del premio Nobel Elie Wiesel alla Wunderkinder foundation di Steven Spielberg. Ma secondo le ipotesi degli inquirenti c’era una ragione precisa per cui il finanziere newyorkese amava avere fondazioni benefiche tra i suoi clienti: la maggior parte di queste associazioni per statuto non utilizza più del 5 per cento del proprio patrimonio ogni anno. A differenza dei privati, le charity non avevano l’esigenza di ritirare i fondi amministrati dalla Madoff Investment Securities Llc, che così poteva usare quel denaro per far figurare fittizi guadagni da esibire ai nuovi clienti.
Con stratagemmi come questi il “vecchio Bernie” aveva trovato il modo di estendere nel tempo lo schema ideato da Charles Ponzi: all’inizio del Novecento l’italoamericano era riuscito a truffare i suoi investitori solo per otto mesi, Madoff almeno per 10 anni. Un periodo che gli investigatori federali stanno ripercorrendo documento per documento negli uffici della Madoff nel Lipstick building, sulla Lexington avenue a Manhattan.
Speciale attenzione è riservata ai rendiconti che ricevevano i clienti, stranamente prodotti con una antiquata stampante a impatto. Molte transazioni risultano gonfiate: titoli Citigroup comprati a 12 dollari quando quel giorno valevano tra i 9 e i 10 dollari, Google a 337 mentre nella realtà il prezzo oscillava tra i 310 e i 320 dollari. E poi quasi nessun segno negativo: Madoff preferiva assorbire le perdite piuttosto che rovinare i risultati di investimenti divenuti famosi perché mostravano guadagni costanti fra il 10 e il 18 per cento.
Più della logica che portava il finanziere a ingigantire le sue contrattazioni ora gli inquirenti cercano di capire chi facesse parte della banda Madoff, che secondo l’ultimo conteggio ha portato a 42 miliardi di perdite, la metà delle quali fuori dagli Stati Uniti. “Che agisse da solo, come ha dichiarato, è praticamente impossibile” spiega a Panorama l’ex investigatore federale Robert Mintz.
Alla ricerca di chi possa aver automatizzato la produzione di documenti falsificati gli inquirenti stanno esaminando con particolare attenzione la posizione di Peter Madoff, fratello di Bernard e suo numero due. Abile informatico, Peter dirigeva le operazioni di brokeraggio dal 19esimo piano del Lipstick building, due piani sopra agli uffici senza targa sulla porta del fratello Bernard.
In realtà la separazione dei poteri era simbolica: a fianco di Peter lavorava per esempio Alvin Sonny Delaire jr, uno dei tanti mediatori che si occupavano di procacciare fondi per Bernard. Dopo avere lavorato presso Madoff, Delaire si è spostato di pochi uffici sullo stesso piano alla Cohmad, società di cui Bernard Madoff detiene il 20 per cento. Formalmente un’agenzia di brokeraggio, la Cohmad aveva un ruolo centrale nel reclutamento di nuovi clienti. Tra i suoi dipendenti c’era Robert Jaffe, che agli amici si descrive come un filantropo, uno dei mediatori che giravano in Aston Martin per le ville di Palm Beach a trovare clienti.
Genero di Carl Shapiro, uno dei primi mentori di Madoff (che lo ha ripagato sottraendogli 545 milioni di dollari), ora Jaffe ha deciso di collaborare con la giustizia. Grazie a lui gli inquirenti sperano di capire quanto sapessero delle reali attività di Madoff le grandi istituzioni finanziarie e i personaggi che ruotavano attorno a una quindicina di “feeder fund”, fondi che gli fornivano finanziamenti. La classifica delle vittime del finanziere newyorkese è capeggiata da fondi come Fairfield Sentry del finanziere Walter Noel (7,5 miliardi persi), Tremont (3,3) o Ascot di Ezra Merkin, che era anche presidente della sinagoga sulla Quinta strada. Ci hanno rimesso soldi pure il colosso spagnolo Santander, 2,9 miliardi, e l’italiano Unicredit, 1 miliardo.
È pur vero che per almeno vent’anni i gestori di questi fondi hanno percepito commissioni milionarie da Madoff, il quale invece di pretendere una quota del 2 per cento sul capitale e del 20 per cento sugli utili, come altri hedge fund, si accontentava di guadagnare sulle transazioni di borsa attraverso la sua agenzia di brokeraggio. Accordo per lui svantaggioso e fuori dell’ordinario a Wall Street. “La verità è che tutti sapevano da anni che si trattava di una truffa, e chi lavorava con Bernard è perlomeno colpevole di avere ignorato le voci di corridoio” dice il gestore di un hedge fund che chiede di rimanere anonimo.
Nel 2001 apparve sulla stimata rivista finanziaria Barron’s un articolo che metteva in dubbio la buona fede di Madoff. E nel 2005 la Sec, ovvero la Consob americana, riceveva dal gestore di fondi Harry Markopolos un’informativa di 17 pagine intitolata: “L’hedge fund più grande del mondo è una frode”.
Ci sono stati nel corso degli anni otto controlli, di cui quattro indagini ufficiali, adesso la Sec cerca di capire cosa non ha funzionato.
Certo contava che Arthur Levitt, chairman della Sec per otto anni, si fidasse di Madoff al punto da farne uno dei suoi principali consulenti. Il finanziere si vantava in pubblico dei suoi legami nell’agenzia. La nipote Shana, che dirigeva l’ufficio “compliance” della Madoff, è stata sposata con uno degli ispettori della Sec. Gli inquirenti stanno indagando su questo legame e su come sia possibile che l’hedge fund più grande del mondo abbia operato per anni senza controlli.
Quando un fondo sovrano arabo chiese di mandare quattro contabili per le verifiche prima di un investimento, si sentirono dire che gli unici abilitati all’auditing della Madoff erano tre impiegati dell’agenzia Friehlin and Horowitz, società che prende il nome da Jerome Horowitz e da sua figlia Robin, entrambi ex dipendenti della Madoff. Negli ultimi dieci anni ha anche versato circa 900 mila dollari a senatori di Washington dove impiegava una società di lobbisti.
Tuttavia, anche la rete delle complicità non basta a spiegare come decine di miliardari, da Mort Zuckerman a Marc Rich, siano stati ammaliati da Madoff. Gli ebrei di New York mettono quelli come Madoff nella categoria dei “mensch”, parola yiddish che identifica gli animi buoni. Sono quelli di cui ti fidi ciecamente, come fece Norma Hill, 68 anni, quando vent’anni fa morì suo marito. “Ero disperata e andai da Bernie” racconta la Hill. “Lui mi mise la mano sulla spalla e mi disse: ‘Non preoccuparti, dei tuoi soldi mi prendo cura io’”. Inutile dire che ora di quei 2 milioni di dollari s’è persa ogni traccia.

La catena di San Madoff e un crac da 50 miliardi

Bernard Madoff
Forse è solo la punta visibile. La colossale truffa che ha fatto sparire 50 miliardi di dollari versati nei fondi hedge (o meglio, presunti tali) di Bernard Madoff potrebbe nascondere sott’acqua altre sorprese. Alla base di tutto c’è ovviamente la mancanza di controlli. In cima alla piramide c’è l’avidità degli investitori. In mezzo c’è molto altro. Le inchieste in corso proveranno a chiarire, ma non sarà facile.
Il meccanismo della truffa è quello che Panorama ricostruisce nello schema a fondo pagina, dal finanziere americano, ex presidente del Nasdaq (il mercato azionario delle società hi-tech), al risparmiatore finale, spesso inconsapevole, in qualche caso avido. In mezzo molti gestori di fondi di fondi hedge: investivano ingolositi dai risultati dichiarati da Madoff, sempre enormemente positivi.

Il problema è che era tutto falso. I fondi gestiti da Madoff e dai suoi collaboratori, in tutto circa 15, con Feirfield e Kingate che risultavano i due maggiori, erano in realtà fondi per modo di dire. Infatti non avevano di fatto una banca depositaria: si appoggiavano a uffici di contabilità, in pratica non sottoposti ad alcun controllo (di queste pseudobanche ce ne sono sulle isole Bermuda, Cayman, Bahamas, Barbados e in tutti i paradisi fiscali), e comunque il denaro finiva direttamente nelle società del gruppo. Che ben si guardava dall’investire davvero nelle borse.
Il rovello che ora turba il sonno di molti operatori sul mercato è il seguente: quanto sono diffusi i prodotti (dalle obbligazioni strutturate alle polizze vita indicizzate a fondi di fondi hedge) che contengono quei fondi di Madoff? Secondo gli esperti interpellati da Panorama, di polizze del genere ce ne sono parecchie in Italia, ma chi ammetterà di essere vittima della truffa? I primi gruppi italiani costretti a fare i conti sul danno subito sono il Banco Popolare (anche tramite la controllata Aletti Gestielle, per un totale di oltre 60 milioni di euro) e l’Unicredit, per cifre maggiori: la controllata Pioneer aveva investito 280 milioni di dollari nei fondi di Madoff, la Bank Medici (partecipata del gruppo Unicredit) ha un’esposizione per oltre 2 miliardi di dollari. Altri gruppi, plausibilmente, dovranno ammettere la botta.
Ma come è possibile che la truffa sia potuta andare avanti per anni senza che nessuno se ne accorgesse? Racconta a Panorama un gestore di fondi: “Io Madoff l’ho incontrato nel 1997 a New York, quando ero responsabile delle gestioni di un’importante banca italiana. Ero andato a trovarlo su indicazione di alcuni clienti, in particolare della comunità ebraica, che mi consigliavano di puntare su di lui”. E che tipo era? “Una persona squisita che però, quando gli ho chiesto come investiva, mi ha detto che il suo era un processo proprietario molto sofisticato e riservato, quindi non lo poteva rivelare. Sono tornato in Italia e ho detto ai miei clienti: vi consiglio di lasciar perdere”.

Altri, presi dall’avidità, si sono però fidati: “Conosco un investitore italiano che ci ha rimesso 15 milioni di dollari, e il suo family office ancora di più” racconta a Panorama un banchiere. “Il mio amico italiano ha sposato la figlia del presidente di una casa d’investimenti americana e Madoff glielo aveva presentato il suocero”.
Secondo John Rekenthaler, padre della metodologia della società di analisi Morningstar e ideatore del rating (voto) sugli hedge fund, il caso Madoff “è la prova che il settore fa affidamento più sulle strette di mano e i rapporti di amicizia che sulle analisi dei fondi e la competenza professionale. Questa superficialità permette ai gestori più scaltri, che non sono sempre i più capaci, di attrarre investitori”.
Già: i fondi di Madoff guadagnavano sempre, il finanziere s’inventava un risultato positivo anche quando il mercato scendeva del 35 per cento, come a novembre 2008. E il bello è che sui prospetti informativi del fondo Kingate è esplicitamente indicata la possibilità di frode o appropriazione indebita: “Il fondo non ha un custode del patrimonio, ma resta in affidamento all’advisor”, cioè a Madoff e ai suoi affiliati; e “c’è l’eventualità che questi soggetti possano fallire o essere truffati”. Peccato che nessuno legga i prospetti dei fondi.

Come funzionava il trucco: la vecchia catena “di Sant’Antonio”
I fondi di Madoff erano fittizi. Grazie ai risultati dichiarati, sempre molto positivi, ogni mese affluivano più soldi (dalle sottoscrizioni di nuovi clienti) di quelli necessari per far fronte alle richieste di riscatto. La classica catena di Sant’Antonio.

Gli investimenti dei fondi sono fatti normalmente tramite una banca depositaria. Invece con Madoff si utilizzavano conti delle società di gestione del gruppo, senza alcun controllo.

Anche la società di revisione dei fondi di Madoff era fittizia: di fatto era controllata dallo stesso finanziere. E nessuno sembra aver letto i prospetti sul rischio di truffa e appropriazione indebita. Clienti ingolositi dai guadagni Madoff, oltre a dichiarare risultati stratosferici, anticipava ricche cedole agli investitori. In questo modo anche molti fondi di fondi hedge hanno comprato le quote, ingolositi dai guadagni dichiarati.

Un’obbligazione indicizzata ai fondi di Madoff, oppure una polizza vita che investe in questi prodotti: sono i derivati finanziari della grande truffa, ancora sparsi per il mondo.

La signora Maria ha comprato una polizza o un’obbligazione: era inconsapevole che i prodotti fossero legati ai fondi di Madoff. Rischia di non avere alcun guadagno, oppure di perdere tutto.

Crac Madoff: anche Unicredit e Bpop fra le banche truffate

La sede genovese di UniCredit

“Con riferimento alle notizie dell’arresto e incriminazione per frode di Bernard L. Madoff, UniCredit comunica di avere un’esposizione propria di circa 75 milioni di euro”. Con un secco cumunicato, Unicredit ridimensiona l’allarme di pesanti conseguenze della colossale truffa organizzata atteraverso hedge funds dall’ex numero uno del Nasdaq di New York. Ben diverse le ricadute per altre banche europee, come Bnp Parisbas e Santander. Quest’ultima rischia di perdere 2 miliardi di euro. Secondo il Financial Times anche il colosso bancario Hbsc ha un’esposizione di un miliardo di dollari.
“Relativamente alla sua divisione di asset management Pioneer Investments” si legge nel comunicato di Unicredit “UniCredit conferma inoltre che alcuni fondi della sua unità dedicata agli investimenti alternativi sono risultati esposti a Madoff indirettamente tramite feeder funds.
Questi ultimi non sono tuttavia presenti in alcun portafoglio dei fondi di fondi hedge di diritto italiano. L’esposizione dei clienti italiani è pertanto pari a zero”.
Autorevoli indiscrezioni di stampa non smentite indicavano in oltre 800 mln di dollari l’importo investito dai fondi feeder (fondi che investono in altri fondi) di Pioneer nella società dell’ex presidente del Nasdaq.
Inoltre, relativamente alla divisione di asset management Pioneer Investment Unicredit “conferma che alcuni fondi della sua unità dedicata agli investimenti alternativi sono risultati esposti a Madoff indirettamente tramite feeder funds. Questi ultimi però” precisa una nota “non sono tuttavia presenti in alcun portafoglio dei fondi di hedge di diritto italiano”. L’esposizione dei clienti italiani, insomma, “è pari a zero”.
Banco Popolare, invece ha “un’esposizione indiretta” sul fondo americano Madoff attraverso la sua controllata Aletti Gestielle Alternative. Il fallimento della Madoff comporterà per il Banco, si legge in una nota, una perdita massima sul patrimonio di 8 milioni di euro mentre quella sui fondi distribuiti alla clientela istituzionale e private “ammonta a circa 60 milioni di euro”.

La “Catena di Sant’Antonio” di Madoff, guru di Wall Street. Che ora rischia il carcere

Lehman Brothers in bancarotta, Borse a picco

Lo “schema Ponzi”. La “Catena di Sant’Antonio”. La “Piramide finanziaria”. Tanti nomi per definire quello che sembra l’affare perfetto: dammi i tuoi soldi e porta nuovi membri nell’affare, e li troverai moltiplicati. In realtà, una truffa. Che ingrassa solo i primi soci, i vertici della piramide. E fa perdere gli ultimi malcapitati in fondo alla catena: dai tempi di Pinocchio, i soldi non si moltiplicano.

Solo che questa volta, secondo l’Fbi e la procura di New York, al posto del Gatto e la Volpe a proporre l’”affare” agli investitori c’era un uomo considerato una delle colonne di Wall Street. Bernard Madoff, ex presidente del Nasdaq, è stato arrestato ieri a New York. L’accusa è quella di aver perpetrato una delle più colossali truffe della storia, con un volume complessivo di 50 miliardi di dollari. Madoff è noto per aver fondato una società finanziaria, la Bernard L. Madoff Investment Securities LLC, dal 1960 un punto di riferimento dei mercati. Ma secondo le accuse, avrebbe creato anche un hedge fund parallelo, una società di consulenza in grado di attirare investitori incauti in una specie di “piramide” promettendo guadagni astronomici in tempi brevi. Promesse mantenute per molti dei partecipanti, con rendite a doppia cifra dal 2005 ai giorni turbolenti della crisi finanziaria.
Come tutte le piramidi finanziarie, però, il gioco può andare avanti reggendosi sulle perdite dei nuovi investitori, finchè il loro numero non diventa troppo grosso. Secondo gli investigatori, Madoff avrebbe ammesso in un documento di aver montato una enorme catena, e che alcuni dei sottoscrittori avrebbero richiesto indietro il loro denaro per un totale di 7 miliardi di dollari.

Ma avrebbe aggiunto che si sarebbe reso alle autorità solo dopo aver utilizzato i 200/300 milioni di dollari che gli restavano per saldare i debiti verso alcuni dipendenti, la famiglia e amici. Se le accuse verranno confermate, il 70enne Madoff rischia fino a vent’anni di carcere e 5 milioni di dollari di multa. “Questo è un colpo durissimo alla confidenza degli investitori negli hedge fund” ha commentato alla Reuters Doug Kass, presidente dell’ hedge fund Seabreeze partners management.


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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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