
Buste rosse della fortuna offerte al drago danzante (Credits: AP Photo/Chiang Ying-ying)
Alla Repubblica popolare piace stabilire nuovi record. E fra qualche mese (anche) il filantropo più generoso del mondo potrebbe essere cinese. Ad autocandidarsi è stato Chen Guangbiao in persona, presidente della Jiangsu Huangpu Recycling Resources Corporation, che ha convocato i media orientali per pubblicizzare il suo nuovo progetto: andare a Wall Street a distribuire hong bao -le bustine rosse in genere scambiate in occasione del capodanno cinese- pieni di dollari. Continua
Estate 2007: mentre in America squillavano i primi campanelli d’allarme, le prime banche cadevano come pere cotte e il mondo si stava avviando verso la peggiore recessione economica dal 1929, sui maggiori organi d’informazione italiani le migliori menti economiche spandevano ottimismo a piene mani.
“Non ci sarà nessuna crisi come quella del ’29″, “sono solo dei bla-bla”, “non succederà nulla di disastroso”, “in questa crisi c’è da avere paura della paura”: sono solo alcune delle previsioni pubblicate fra il 2007 e il gennaio 2009.
Dunque i maggiori economisti italiani non solo non hanno previsto la crisi, ma l’hanno negata fino a quando è stato possibile e, alla fine, dovendo ammetterne l’esistenza, hanno dato ricette assai discutibili su come uscirne.
In un saggio appena pubblicato, Bluff (Orme editore), chi scrive ha raccolto stralci di dichiarazioni, interviste, editoriali dei maggiori economisti italiani comparsi sui più venduti quotidiani. Ciò che si legge è una sequela di errori di valutazione e previsioni sbagliate. Tanto da far pensare che il grande economista John Kenneth Galbraith avesse ragione, quando diceva che “la sola funzione delle previsioni in campo economico è rendere l’astrologia una disciplina più rispettabile”.
Come si spiega questa incapacità di interpretare i segnali che provenivano dalla realtà? Roberto Perotti, docente alla Bocconi, sostiene che gli economisti “sono stati presi alla sprovvista” e non conoscevano “importanti dettagli tecnici”. Il politologo Giovanni Sartori sostiene la tesi che gli esperti abbiano partecipato alla “pappatoria”. Il ministro dell’Economia parla di “inutilità” della scienza economica quando si tratta di previsioni.
Un’altra spiegazione, sostenuta dall’ex presidente della Consob Luigi Spaventa, è che all’irrazionale esuberanza dei mercati di cui si lamentava l’ex governatore della Federal Reserve Alan Greenspan (ma che lui stesso aveva innescato inondando il mercato di denaro a basso costo) gli economisti italiani abbiano risposto con un irrazionale innamoramento per teorie economiche che, alla prova dei fatti, si sono rivelate inadeguate.
Per semplificare: sono le teorie nate dalla visione tutta monetarista e iperliberista di Milton Friedman e della scuola di Chicago, secondo la quale si può arrivare a una sorta di perfezione dei mercati a patto che tutti gli attori che vi prendono parte si comportino in maniera razionale. Cosa che, evidentemente, non è possibile.
La tesi di Bluff (e nel libro ci sono le prove) è che molti economisti si siano innamorati perdutamente di un mantra dell’economia liberista e monetarista, quello della diversificazione del rischio. Ovvero: i derivati finanziari sono utili e vanno incentivati, non solo perché rappresentano il miglior prodotto dell’innovazione finanziaria (i derivati sono debiti geneticamente modificati), ma perché hanno permesso alle banche di svincolarsi dal rischio che i debitori non pagassero le rate dei prestiti concessi.
Come sia finita lo abbiamo visto: proprio i derivati, insieme con i mutui subprime (prestiti concessi ai debitori meno affidabili), sono stati all’origine della crisi mondiale. Peccato che i maggiori economisti italiani non se ne siano accorti. Perché? Perché questa realtà confliggeva con la teoria; e anziché rinnegare la teoria hanno rinnegato la realtà smentendo per mesi, fino alla primavera del 2008, che il mondo si stesse avviando verso la crisi.
Peggio: hanno dato ricette sbagliate. Che i politici per fortuna non hanno seguito. La stragrande maggioranza degli esperti ha infatti sostenuto la necessità di lasciar fallire tutte le banche insolventi, così come fu deciso per la Lehman Brothers, per restare fedeli al dogma schumpeteriano della forza distruttrice e creatrice del mercato, che funziona a livello di singola azienda ma fallisce quando la crisi è di sistema.
Se George W. Bush prima e Barack Obama poi avessero seguito questi consigli, il sistema bancario mondiale avrebbe da tempo trascinato l’intera economia mondiale in un caos tale che la recessione che stiamo attraversando assomiglierebbe a una passeggiata.