
Operai e dirigenti occupano lo stabilimento Alcoa di Portovesme (Cagliari)
La bolletta energetica in Italia schiaccia le imprese, già gravate dalla crisi, con il conseguente taglio di posti di lavoro. Un effetto domino per molte imprese “energivore”, ossia quelle che, per produrre, consumano ogni anno ingenti quantità di corrente elettrica o gas. E il rischio non riguarda solo le Pmi, ma anche le (poche) grandi multinazionali che ancora operano in Italia.
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Due anni dopo, mentre in tutta Europa rimbalza l’allarme prezzi agganciato alle quotazioni da record del petrolio, il vento di una possibile guerra del gas spira da Est.
Mentre in Bulgaria si firma l’accordo con la Russia per il gasdotto Sout Stream, Yulia Timoshenko, appena insediata sulla poltrona di premier dell’Ucraina, ha fatto capire di non essere contenta dei vecchi accordi conclusi in campo energetico dal suo avversario Viktor Yanukovich, affermando che “bisogna rivederli”. Una settimana prima della sua visita ufficiale a Mosca, dal premier russo Viktor Zubkov, è iniziata già la battaglia.
Il primo vice-premier ucraino Alexander Turchinov ha dichiarato che il presidente di Naftogaz Ukrain , Oleg Dubina dovrebbe discutere con Gazprom riguardo ai prezzi di transito del gas. Il quotidiano economico russo Kommersant ha scritto che le negoziazioni potrebbero iniziare già oggi: si parla di un aumento del costo dei transiti del 550%, dagli attuali 1.7 dollari per 1000 metri cubi di gas ogni 100 km, a 9.32 dollari. Inoltre l’ Ucraina vorrebbe eliminare Rosukrenergo, società che trasporta gas russo e di altri repubbliche asiatiche in Ucraina, per trattare direttamente con Gazprom.
Il Presidente di Gazprom Dimitry Medvedev aveva ammesso nello scorso ottobre: “Probabilmente cambieremo il modello dei nostri rapporti con l’ Ucraina abolendo le strutture intermediarie” (Rosukrenergo, ndr). Dunque, almeno su questo le due parti sono d’accordo, ma il prezzo di transito è considerato da Mosca troppo alto.
Passando al contrattacco, Gazprom ha sostenuto invece che sta portando in Ucraina il più costoso gas russo (l’Asia Centrale ha ridotto le forniture per l’Ucraina di 40 milioni di metri cubi al giorno) pretendendendo dunque che Kiev paghi un debito di 830 milioni di dollari.
Si ha l’impressione di assistere a una discussione non meramente economica. Il direttore dell’Institute of Global Strategies di Kyev, Vadim Karasev, pensa che Timoshenko “consapevolmente dichiari guerra per il gas alla Russia. Perché ha bisogno di creare lo spauracchio di un nemico politico per combatterlo”.
E poco l’importa che i consumatori europei si trovino alla canna del gas.
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Il prezzo del petrolio petrolio continua a volare e sfata la mitica soglia dei 100 dollari al barile. Al Nymex di New York il Light crude avanza di 4,02 dollari e inaugura il 2008 toccando i 100 dollari. Già nel corso del 2007 le quotazioni del greggio sul mercato di New York avevano superato i 99 dollari e segnato un rialzo di oltre il 50%.
Dietro il rincaro odierno ci sono le tensioni geopolitiche in Nigeria e Algeria, mentre i timori di un rallentamento dell’economia Usa, confermati oggi dai dati dell’indice Ism manifatturiero, che a dicembre è sceso sotto la soglia dei 50 punti, ai minimi dall’aprile 2003, non hanno frenato l’ascesa dei prezzi. L’impennata del greggio è infatti trainata dalla forte domanda mondiale, guidata soprattutto dalle economie emergenti, come la Cina e dai timori per i rifornimenti globali.
Nel 2007 l’oro nero aveva già superato i 99 dollari, arrivando a 99,29 dollari, mentre nel 2006 il greggio era rincarato in media di 67-70 dollari al barile, molto meno che nel 1980, all’epoca della guerra tra Iran e Iraq, quando il petrolio salì in media di 87,65 dollari al barile (aggiornati al 2005 secondo l’inflazione).
L’anno precedente la rivoluzione degli ayatollah in Iran aveva portato il greggio a un altro deciso rincaro: 85,39 dollari in media ai prezzi attuali. La crisi del 1979-80 è passata alla storia come il secondo shock petrolifero. Il primo avvenne nel 1974, quando i paesi produttori del Medio Oriente tagliarono le forniture di greggio ai paesi occidentali, che avevano sostenuto Israele nel corso della guerra arabo-israeliana del 1973. In quell’occasione il petrolio toccò in media i 46,07 dollari al barile di oggi.
Anche negli anni successivi ad innescare i più forti rialzi del petrolio sono state soprattutto le tensioni internazionali.
Nel 1990, ad esempio, l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein portò il greggio a 35,62 dollari al barile. Il prezzo del petrolio è tornato sopra quota 50 dollari nel 2004.
Il VIDEO servizio:

Due notizie accendono la giornata finanziaria di questo ultimo venerdì d’ottobre: il petrolio continua a correre e sul mercato elettronico after hours di New York supera quota 92 dollari raggiungendo il nuovo record a 92,22 dollari.
L’Europa e e i suoi Governi però sembrano non darsi troppa pena anche se per anni ci siamo sentiti indicare la soglia (fino a pochi mesi fa lontanissima) degli 80 dollari al barile come il limite massimo sopportabile per le nostre economie e per le bollette energetiche dei paesi non produttori.
Oggi, grazie al cambio altrettanto straordinario euro-dollaro (stamattina la valuta europea ha aperto a 1,4360 su quella americana dopo avere toccato un picco di 1,4377 che ha infranto il precedente massimo raggiunto lunedì scorso di 1,4348) sembra che nessuno si preoccupi. La moneta unica vola sulla scommessa di un prossimo, nuovo taglio dei tassi d’interesse Usa. Speriamoo che i conti non siano costretti ad atterrare bruscamente se si dovesse invertire questa tendenza.