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Asta Bot, venduti pochi titoli e con rendimenti alti. Borsa e spread impazziti

La sede del Ministero dell'Economia a Roma (Credits: ANSA)

La sede del Ministero dell'Economia a Roma (Credits: ANSA)

È panico sul mercato. Che non crede più nel nostro Paese. E non sono le parole a dirlo, ma i fatti. Quali? Questa mattina l’asta per la vendita dei titoli di stato (Bot) è andata male. L’Italia voleva incassare 11,7 miliardi ma la richiesta è stata solo per 8, il rendimento medio è salito al 6,5%, ovvero il doppio di un mese fa. Cosa significa? Che gli investitori si fidano meno e quindi comprano meno titoli. E  il Governo italiano è costretto a pagare molto di più come interessi per convincere gli acquirenti. Continua

Bot, bene l’asta di oggi. Ma ora arrivano 300 miliardi di Btp da ripagare. Ecco tutte le scandenze

La sede del Ministero dell'Economia a Roma (Credits: Mauro Scrobogna /  LaPresse)

La sede del Ministero dell'Economia a Roma (Credits: Mauro Scrobogna / LaPresse)

Un risultato migliore delle attese, nonostante i rendimenti siano saliti alle stelle. È stato tutto sommato positivo l’esito dell’asta odierna dei Buoni ordinari del Tesoro (Bot) con scadenza a 1 anno, che si è conclusa questa mattina. Gli interessi sui titoli sono schizzati al  6,087% contro il 3,57% di un mese fa, ma la domanda da parte del mercato è risultata molto consistente, raggiungendo i 10 miliardi di euro circa, contro i 5 miliardi offerti dal governo. Segno evidente che gli investitori credono ancora nelle capacità dell’Italia di onorare i propri debiti e non temono un crack del nostro-paese come quello della Grecia. Continua

Attenzione: in arrivo una pioggia di titoli di stato

obbligazioni pubbliche

La prossima bolla finanziaria? Occhio al mercato obbligazionario. I maggiori pericoli, secondo molti esperti, si corrono con le obbligazioni societarie (corporate bond). Ma anche i titoli di stato non sono immuni da rischi. Perché? Con i tassi ai minimi storici, i prezzi di quelli già emessi sono saliti alle stelle: per esempio i Btp con cedola al 9 per cento e scadenza 2023 quotano circa 140 punti, mentre saranno rimborsati a 100. Questi titoli, in caso di rialzo atteso dell’1 per cento dei rendimenti, perderebbero oltre 10 punti di valore.
Al di là dei rischi che si corrono con i titoli a lungo termine, c’è un’incognita più in generale investendo sul debito pubblico? In Italia non emergono, per adesso, particolari problemi. Il ministero del Tesoro è da sempre un grosso emittente, dato che il debito pubblico italiano è molto alto e rinnovato a getto continuo, con in media oltre 12 nuove aste ogni mese. Finora la domanda è sempre stata superiore all’offerta, tanto che i titoli più redditizi, i Btp, danno poco più del 4 per cento lordo sulla durata decennale e circa il 5 per cento lordo sulla scadenza di 30 anni.
A inizio anno in Germania c’è stata qualche difficoltà di assorbimento per un’emissione con tassi troppo bassi, ora i titoli tedeschi a breve offrono meno dell’1 per cento lordo mentre i Bund a 10 anni danno intorno al 3,5 per cento lordo. Qualche preoccupazione sul mercato c’è per l’imponente debito pubblico del Regno Unito, che però mantiene per ora la tripla A: il voto dato ai debitori più affidabili dalle agenzie di rating. Mentre l’Irlanda ha avuto due tagli di rating nell’ultimo mese ed è stata più colpita di Grecia, Spagna e Portogallo, che hanno perso un solo gradino di affidabilità.
In fin dei conti, dal punto di vista dei risparmiatori, aumenta il rischio perché i governi sono sempre più indebitati, dato che per uscire dalla recessione devono sostenere i salvataggi delle aziende con soldi pubblici. Tanto è vero che nei prossimi mesi ci saranno emissioni a valanga di titoli di stato. Per gli esperti il problema si potrà presentare soprattutto negli Usa per le difficoltà che sta incontrando Barack Obama a uscire dalla crisi. “Oggi chi compra i bond governativi cerca sicurezza e si ritrova a guadagnare meno dell’inflazione” osserva Raimondo Marcialis, direttore generale della Mc gestioni. “Se la crisi dovesse essere scaricata sui titoli di stato, sarebbe un dramma, anche se i rischi sono soprattutto sui corporate bond”.
Dunque cosa conviene fare? “Se il petrolio continuasse ad apprezzarsi, nei prossimi mesi l’inflazione potrebbe tornare a crescere e i tassi dovrebbero aumentare di conseguenza” avverte Angelo Drusiani, esperto obbligazionario della Banca Albertini Syz. “Quindi in questo momento meglio evitare i titoli a lungo termine, conviene aspettare l’autunno per comprarli”.

Bankitalia: debito pubblico record. Rendimenti dei Bot ai minimi storici

Mario Draghi

È nuovo record per il debito pubblico italiano: a ottobre - secondo quanto risulta dal supplemento al Bollettino Statistico di Bankitalia - si è attestato a 1.670,6 miliardi. A settembre si era registrata invece una contrazione (1.648,6 miliardi) dopo il record raggiunto in agosto (a 1.666,6 miliardi).
Crescono però anche le entrate tributarie: nei primi 11 mesi del 2008 si sono attestate infatti a 344 miliardi, cioè il 2,8% in più rispetto ai 334,1 del gennaio-novembre 2007. È quanto emerge dal Supplemento al bollettino statistico della Banca d’Italia. Nel solo mese di novembre le entrate tributarie sono state pari a 32,7 miliardi (in linea rispetto ai 32,9 miliardi nel novembre 2007)
Le imprese scommettono sulla frenata dell’inflazione. A dicembre, le aspettative su quale sarà il tasso d’inflazione al consumo in Italia nel dicembre del 2009 sono ora più basse di circa un punto percentuale rispetto all`aspettativa rilevata a settembre 2009. Il dato emerge dall’indagine campionaria trimestrale fatta da Bankitalia e Il Sole 24 Ore sulle aspettative di inflazione e crescita.
L’aumento atteso dei prezzi al consumo si collocherebbe in media al 2,8%, un livello che si conferma più elevato delle indicazioni dei previsori professionali, “plausibilmente” si legge nell’indagine “riflettendo la tendenza delle imprese a farsi influenzare nelle proprie valutazioni dall’ultimo dato ufficiale di inflazione disponibile al momento delle interviste”. E nel mese di dicembre 2008 il tasso di inflazione al consumo è stato del 2,3%, 0,3 punti percentuali al di sotto delle attese espresse dalle imprese nel dicembre 2007. Le imprese inoltre prevedono sistematicamente che i propri prezzi aumenteranno meno dell’indice generale nel corso dei 12 mesi successivi. Con riferimento al passato, le imprese segnalano di solito incrementi dei propri prezzi inferiori rispetto all’indice generale.scendono su nuovi minimi storici i rendimenti dei bot del tesoro.
Nell’asta di oggi, caratterizzata da una forte domanda, i buoni a 3 mesi scadenza 15/04/2009 hanno registrato un calo di 0,805 punti attestandosi all’1,659% lordo, ritornando sotto il 2% per la prima volta dall’ottobre del 2003. In forte calo anche i bot annuali: la flessione di 0,793 punti vale per i bot scadenza 15/01/2010 il nuovo minimo storico dell’1,840% (il precedente minimo era all’1,860% del giugno 2003).

Aliquota unica sulle rendite finanziarie: il Governo ci prova, ma non tocca i Bot

Il presidente del Consiglio Romano Prodi con il ministro dell'economia Tommaso Padoa Schioppa sull'aereo di Stato
Le tasse sui Bot e gli altri titoli pubblici non aumenteranno e resteranno al 12,5 per cento. Contrariamente alle voci circolate in queste ultime ore, a Panorama.it risulta che il governo mantiene ferma l’intenzione di armonizzare la tassazione sulle rendite finanziarie al 20 per cento escludendo, però, dalla manovra i titoli di Stato.
L’adeguamento riguarderà gli altri prodotti finanziari a partire dalle azioni per arrivare ai fondi di investimento e interesserà anche i depositi bancari che in Italia rappresentano circa il 70 per cento dello stock di risparmio. In quest’ultimo caso, però, si tratterà non di un incremento di imposta, ma di una riduzione in quanto la cedolare secca del 27 per cento che ora grava sui conti correnti dovrebbe essere ridotta al 20 e allineata con il resto.
La manovra di revisione delle aliquote sulle rendite finanziarie dovrebbe essere attuata entro marzo ed è frutto di due spinte convergenti. La prima è di natura europea. In più di un’occasione l’Unione ha premuto sui governi italiani perché armonizzassero le tasse sulle rendite portandole il più possibile in linea con il livello degli altri paesi. La seconda spinta è legata alla politica interna: l’armonizzazione delle rendite finanziarie è uno dei capitoli del programma di governo dell’Ulivo, ma in particolare sta a cuore all’ala sinistra della maggioranza, Rifondazione comunista in prima linea. Non a caso l’operazione è seguita con particolare attenzione da Alfiero Grandi, ex sindacalista Cgil, Ds, sottosegretario alle Finanze molto vicino all’area della Sinistra democratica di cui anche Rifondazione fa parte.
Nelle intenzioni del governo l’uniformazione della tassazione sulle rendite dovrebbe costituire uno dei volani finanziari per la riduzione dell’aliquota Irpef dal 23 al 20 per cento.
In un secondo momento anche la tassazione sugli affitti dovrebbe essere portata al 20 per cento. Oggi i proventi dell’affitto sono considerati reddito e quindi tassati con l’Irpef, ovviamente quando vengono dichiarati perché, come è noto, il settore è caratterizzato da un’evasione diffusa. L’idea di istituire una tassa secca al 20 per cento dovrebbe favorire proprio l’emersione del nero consentendo ai proprietari di sottrarre gli incassi degli affitti dalla tagliola della progressività del reddito.

Ecco come la Bankitalia di Draghi gestisce i suoi miliardi

Mario Draghi, governatore di Bankitalia
Molti Bot e Btp, un po’ di azioni italiane, qualche puntata sugli Etf e una novità: le obbligazioni di paesi europei. Non sono i consigli di un promotore finanziario, bensì il portafoglio degli investimenti della Banca d’Italia.
È stato di 90 miliardi il valore delle risorse amministrate nel 2006 dal Servizio gestione fondi patrimoniali della banca centrale, come riferisce un rapporto riservato della banca governata da Mario Draghi. Il servizio gestisce gli investimenti diversi dalle riserve ufficiali e dalle attività di politica monetaria di Bankitalia. Nei 90 miliardi sono incluse le risorse del fondo pensione dei dipendenti assunti dopo il 28 aprile 1993.

Ma come si compone il portafoglio di Palazzo Koch? Le obbligazioni rappresentano il 90 per cento dei fondi gestiti, per un ammontare di 81 miliardi. Spiccano quelle statali, e tra queste poco meno di due terzi sono italiane. È invece del 10 per cento la componente azionaria: il 7 è rappresentato da azioni italiane. L’attività di investimento, spiega il rapporto interno di via Nazionale, si è ampliata rispetto agli anni precedenti. Per il settore azionario l’attenzione è stata rivolta “a prodotti idonei a replicare indici di mercato ampi e diversificati” è scritto nella relazione. In particolare “sono state effettuate operazioni su Etf quotati nelle borse internazionali e su fondi index-linked offerti dai principali gruppi finanziari esteri”.

Novità anche nel comparto obbligazionario: “Nel 2006 è stata perseguita la diversificazione geografica del portafoglio dei titoli di Stato” attraverso l’avvio dell’investimento in paesi dell’area dell’euro. Il risultato economico della gestione del portafoglio è stato positivo: la somma di interessi, dividendi e utili da negoziazione è stata di 3,1 miliardi di euro.

Tasse: spuntano 4 miliardi. Ora il problema diventa politico

Vincenzo Visco, diessino, viceminsitro dell'Economia
Sorpresa, spunta un nuovo tesoretto: si tratta di 4 miliardi di euro derivanti da un aumento di 7,8 miliardi dell’autotassazione (in percentuale, più 21%). Il dato è stato diffuso dal ministero dell’Ecconomia, dal viceministro Vincenzo Visco, ed è relativo ai primi otto mesi 2007. Considerando che agosto non è ancora terminato, c’è stata un po’ di fretta nella divulgazione. Comprensibile: con quei 4 miliardi in più il governo potrebbe far quadrare i conti della Finanziaria, anche e soprattutto a livello politico.

Si tratta infatti della stessa cifra stimata dall’aumento dell’imposta sulle rendite - Bot, titoli di Stato, obbligazioni, ecc. - chiesta a gran voce da Rifondazione comunista. Quattro miliardi erano stati infatti calcolati come risultato di un innalzamento dal 12,5 al 20% della tassa sulle rendite, compresa la riduzione dal 27 al 20% di quella sui conti correnti.

In caso di aumento solo per le nuove emissioni di Bot e titoli vari, l’introito si sarebbe ridotto a 1,5 miliardi. Se fosse stato applicato per intero, compresi i titoli già sottoscritti, alle aziende, e per il futuro ai cittadini, si sarebbe arrivati a poco più di tre miliardi. Soldi destinati, nelle intenzioni, a ridurre l’Ici sulla prima casa e ad uno sgravio fiscale a favore dei cosiddetti incapienti, i contribuenti a reddito minimo che non possono godere di detrazioni. Insomma, da un punto di vista contabile questi 4 miliardi sono benedetti.

Ma da quello politico basteranno a chiudere la polemica che si è aperta tra Romano Prodi, Rifondazione, il sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi e in generale tra ala riformista e ala massimalista? Grandi e Rifondazione vogliono la tassazione delle rendite, affermano che sta scritta nel programma dell’Unione.

Non hanno torto: anzi, circa un anno fa, nel documento collegato alla Finanziaria 2007, la maggioranza ha approvato una mozione che impegnava il governo a portare al 20% la tassa sulle rendite. Lo stesso Visco, allora, era favorevole.

Solo che il provvedimento, assieme alla Finanziaria “lacrime e sangue” ed a tutti gli inasprimenti fiscali conseguenti, sarebbe stato indigeribile. Contrario era allora, e a maggior ragione ora, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi: la tempesta di borsa potrebbe provocare una crisi internazionale di liquidità, e l’Italia con il suo debito monstre ne pagherebbe lo scotto più di altri. Nel Dpef varato a giugno la misura è però nuovamente presente. In teoria dunque la sinistra massimalista può vantare delle ragioni, compreso ciò che avviene all’estero. Il problema è che quando si guarda oltrefrontiera non si tiene conto di tutto il resto: il prelievo fiscale complessivo in Italia ha raggiunto livelli record, aggiungerne altre tasse sarebbe un suicidio per la maggioranza e per il Paese.

Non è solo l’opposizione all’attacco, c’è il presidente della Confindustria Luca di Montezemolo che definisce demenziale l’idea di aumentare la tassa su Bot e dintorni: “Non pagheremo un euro in più”. Prodi ammette di non voler commettere lo stesso errore fatto con l’indulto: “Non è il momento di toccare i Bot”.

Insomma, c’è aria di Finanziaria prelettorale: e quei 4 miliardi “trovati” oggi potrebbero risultare preziosi. Ma ora la battaglia si sposta sul terreno politico: la sinistra saprà accontentarsi o giocherà egualmente la sua battaglia, guardando al dopo Prodi?

Il VIDEO servizio:


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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