
Le grandi compagnie petrolifere stanno partecipando allo sforzo globale per alleviare l’effetto serra intensificando la ricerca sulle fonti di energia a emissioni zero. Fino a pochi anni fa, per esempio, la multinazionale Bp era la British Petroleum, cioè “Petrolio britannico”. Dal 2000 ha cambiato il nome in Beyond Petroleum, “Oltre il petrolio”, e in seguito ha creato un logo verde e giallo, sottolineando così il nuovo impegno ambientalista. Dall’immagine agli impegni concreti: nel 2005 è stata creata la divisione “energie alternative” che conduce ricerche sulle fonti alternative agli idrocarburi, come solare, eolico, idrogeno e i biocarburanti, un settore sviluppato insieme alla Dupont, attiva nella chimica e nelle biotecnologie. In Spagna e in America Latina Gasnatural finanzia la ricerca di nuove fonti di energia. Il gruppo, nato nel 1992 dalla fusione di diverse società iberiche, è impegnato nella ricerca di biogas in Colombia, e produce energia elettrica dal vento (insieme a Dersa), dalle biomasse e dal solare termico.
Le piccole e medie imprese italiane non sono rimaste a guardare. La Ies italiana è una società nata nel 1994 e recentemente acquisita dal gruppo ungherese Mol. “Ies è stata la prima compagnia in Italia – dice l’amministratore delegato, Adolfo Vanucci – ad utilizzare miscele di idrocarburi e prodotti provenienti da sorgenti rinnovabili (biodiesel) per la preparazione di gasolio destinato all’autotrazione”. E aggiunge: “Stiamo studiando la possibilità di integrare nel ciclo produttivo di raffineria una sezione di trattamento ‘olio vegetale grezzo’ per produrre biodiesel di seconda generazione con qualità superiore a quella attuale”. Un settore su cui scommette anche l’Unione europea: lo scorso marzo il Consiglio europeo ha posto come obiettivo il raggiungimento del 10% di biocarburanti nel totale dei consumi di benzina e diesel, raggiungibili grazie ai carburanti biologici di seconda generazione.
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Gas o carbone? Fino a oggi in Italia la risposta era obbligata: gas, soprattutto gas, sempre più gas. Ora il quadro cambia: dopo anni di ostracismo, il carbone sta tornando con prepotenza di moda grazie a una nuova tecnologia chiamata cattura della CO2 (anidride carbonica). Un sistema che sta funzionando bene, adottato in mezzo mondo con sempre maggiore convinzione non solo perché riduce le emissioni in modo drastico, e quindi non produce, o quasi, effetto serra, ma anche perché di mese in mese sta diventando economicamente vantaggioso.
Cinque anni fa il trattamento di una tonnellata di CO2 costava 50 euro, ora è sceso a 30, quasi al livello dei certificati verdi comprati e venduti dalle aziende che non possono fare a meno di ricorrere a processi produttivi inquinanti. E secondo gli esperti il costo diminuirà ancora in misura sostanziosa e in fretta per effetto degli investimenti massicci indirizzati al miglioramento della tecnologia.
Con entusiasmo Roberto Bencini, uno dei massimi esperti italiani e internazionali della cattura dell’anidride carbonica, sintetizza: “È come l’invenzione della macchina a vapore, una nuova rivoluzione industriale”.
La novità è così dirompente che soprattutto in Italia sta scatenando una guerra politica e di lobby. I fratelli-coltelli Enel ed Eni, cioè i giganti nazionali dell’energia, anche questa volta sono di fatto sospinti dagli interessi verso sponde opposte. All’interno del governo, invece, i Verdi del ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, si dichiarano contrari quasi in via pregiudiziale all’uso del carbone in ogni forma, anche nella versione moderna e ripulita, mentre al contrario gli industrialisti al seguito del responsabile dello Sviluppo, Pierluigi Bersani, si battono per l’introduzione della nuova tecnologia anche in Italia.
L’opposizione dell’Eni e di Pecoraro Scanio al carbone pulito non è della stessa natura. Il ministro dell’Ambiente ritiene il carbone una specie di male in sé, un mostro ecologico impossibile da domare. Ne è talmente convinto che attraverso il suo inviato a Bruxelles, Fabrizio Fabbri, cerca di instillare nell’Unione Europea l’idea che l’Italia non solo non sia entusiasta dell’attività di preparazione del quadro legislativo necessario per favorire l’introduzione su larga scala della cattura della CO2, ma abbia poca o punto voglia di impegnarsi nell’ormai imminente fase di passaggio dalla sperimentazione all’attuazione dei programmi industriali.
L’Eni, invece, è attestata su posizioni più flessibili e sfumate. Il suo amministratore delegato, Paolo Scaroni, non fa certo salti di gioia rispetto al futuro utilizzo su larga scala del carbone pulito al posto di gas e petrolio per la produzione elettrica: queste due fonti di energia sono i pilastri su cui poggia il business della società che dirige. Il metano, in particolare, ha assunto negli ultimi anni un rilievo particolare nell’ambito degli interessi Eni. Il gruppo di Scaroni è allo stesso tempo il maggior produttore nazionale, quello che detiene, in pratica, il quasi monopolio degli stoccaggi attraverso la società Stogit, e infine è il maggior importatore da quattro aree: la Russia con contratti ultradecennali con la Gazprom, l’Algeria con l’agenzia Sonatrach, la Libia di Muammar Gheddafi attraverso il Greenstream e il Mare del Nord con il Transitgas.
Nello stesso tempo Scaroni sa che non sarebbe molto popolare battersi allo spasimo per la conservazione di un mix energetico favorevole al suo gruppo (quasi il 70 per cento di elettricità prodotta da gas e petrolio), ma sfavorevole per il sistema paese essendo costosissimo e causa principale del peso esorbitante della bolletta energetica sulle famiglie e le imprese rispetto al resto d’Europa. In uno slancio di onestà intellettuale lo stesso Scaroni di recente è arrivato ad affermare che produrre elettricità bruciando gas nelle centrali è come “sfamare i maiali con il caviale”.

L’Eni, oltretutto, non può osteggiare del tutto la tecnologia della cattura della CO2 perché essa non serve solo per il carbone pulito, può avere applicazioni economicamente vantaggiose anche per petrolio e gas consentendo un migliore e completo utilizzo dei giacimenti considerati finiti o in via di esaurimento. Tanto che nel mondo intero sono state proprio le grandi compagnie petrolifere sorelle dell’Eni, tipo Bp, Total o Chevron, a credere per prime nella tecnologia del sequestro dell’anidride carbonica in cui intravedono vantaggi giganteschi.
Per motivi quasi opposti a quelli dell’Eni l’Enel di Fulvio Conti è favorevole alla cattura della CO2 e con lui sta, ovviamente, l’Assocarboni di Andrea Clavarino. Non potendo puntare sul nucleare e considerando le energie rinnovabili per quel che sono, cioè ancora una bella speranza, da tempo il colosso elettrico ha ingaggiato la scommessa strategica del carbone come combustibile a buon mercato e soprattutto di facile reperibilità in tutto il mondo, con riserve stimate per almeno due secoli. Spiega Gennaro De Michele, responsabile della ricerca dell’azienda elettrica: “Vogliamo passare nel giro di tre anni dal 14 al 30 per cento di carbone bruciato nelle centrali”. Proprio in vista di questo traguardo l’Enel ha imboccato con convinzione la strada della riconversione al carbone di diversi impianti, a cominciare da quello gigantesco di Torre Valdaliga a Civitavecchia e da quello di Porto Tolle.
In questo programma l’azienda elettrica si è sempre scontrata con l’ostilità delle popolazioni locali, contrarie al carbone ritenuto, fino a oggi non a torto, molto inquinante. L’introduzione su scala industriale della nuova tecnologia toglierebbe argomenti decisivi agli oppositori e spianerebbe la strada ai progetti Enel. Il gruppo elettrico sta autonomamente introducendo il nuovo sistema in due impianti, entrambi a Brindisi.
Il primo prevede il trattamento di 10 mila metri cubi di fumi l’ora con un investimento di 15 milioni di euro. Alla gara avviata di recente hanno aderito a sorpresa ben 10 ditte europee e italiane. Nel secondo impianto i fumi sono catturati e trattati in collaborazione con la società Itea del gruppo Ansaldo.
Per gli stessi motivi dell’Enel, il ministro Bersani è favorevole alla cattura della CO2. E per evitare che i due giganti dell’energia entrino in rotta di collisione sta cercando di convincerli a collaborare a progetti comuni; al momento pare che sia Scaroni sia Conti non gli abbiano detto di no. Ma in questa fase a Bersani interessa anzitutto tamponare l’azione di interdizione a livello europeo intrapresa dal suo collega di governo Pecoraro Scanio.
Alcuni giorni fa il ministro dello Sviluppo ha inviato una lettera di tre pagine al commissario europeo all’energia Andris Piebalgs per esporgli un concetto semplice e chiaro: il governo italiano è consapevole che la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica sono una soluzione promettente per garantire la sostenibilità ambientale della produzione di energia elettrica.

La crisi diplomatica tra la Russia e Inghilterra è costata, la settimana scorsa, l’espulsione di 4 diplomatici (due per parte), in seguito al rifiuto di Mosca di concedere l’estradizione di Andrei Lugovoi, sospettato da Londra dell’avvelenamento di Alexander Litvinenko. Nemmeno le rassicurazioni del presidente Vladimir Putin, fiducioso che la Russia e la Gran Bretagna “supereranno la mini-crisi diplomatica”, ha calmato i timori che tali eventi possano avere ripercussioni sulla sfera economica, cominciando dal capitolo energetico.
Il Daily Express ha parlato nei giorni scorsi di un possibile contratto tra la Gazprom e la britannica National Health Service (il servizio sanitario nazionale inglese) per la fornitura di gas negli ospedali del Regno Unito. Un affare che monterebbe a circa 200 milioni di dollari l’anno e che, come sottolinea il giornale, “pur garantendo un risparmio di milioni alle strutture pubbliche inglesi, sarebbe tuttavia un’operazione a effetto per l’immagine di Gazprom, nel momento in cui sta tentando di accaparrarsi una grossa fetta del mercato dell’energia britannica”.
Ovviamente, tutto ciò ha scatenato le polemiche: molto forte quella sollevata dal deputato conservatore Mike Penning che ha chiesto di fermare ogni negoziazione con Gazprom.
Un bel rebus, insomma. Basti pensare che da giorni stanno montando i rumors a riguardo di un possibile acquisto di Centrica (che con i suoi 16 milioni di clienti è la maggiore utility britannica nel settore dell’energia domestica) da parte del monopolista russo. Voci alimentate anche da una dichiarazione di Alexander Medvedev: “Stiamo per concludere un deal che aumenterà l’attività di Gazprom in Gran Bretagna”, ha detto, pur senza fare nomi, il vice presidente di Gazprom.
E come se non bastasse, ci sono poi le mosse della British Petroleum che è pronta a offrire i suoi asset in tutto il mondo alla compagnia russa, in cambio delle riserve che detiene. In realtà la strategia di BP è dettata più dalla preoccupazione che da un disegno a lungo termine. E la preoccupazione, che attanaglia in realtà tutte le compagnie occidentali, riguarda la scarsità delle riserve petrolifere. Tanto che la chiacchierata possibile fusione tra BP e Shell, definita “the mother of all mergers” solo tre anni fa, adesso si potrebbe fare “per necessità”, cioè per mancanza di giacimenti da esplorare, come sottolinea l’Independent.
E chi, se non Gazprom, è in grado di offrire le possibilità di nuove aeree da esplorare? “Certo, si possono trovare riserve anche in Nigeria. Ma chiunque abbia lavorato sul Delta del Niger sa che le condizioni di vita e di lavoro, in Russia, sono migliori. Se non altro perché a Mosca non si rapiscono le persone”, ha detto provocatoriamente Konstantin Simonov, presidente del Centro di Congiuntura politica di Mosca.