
Al centro, il miliardario brasiliano Eike Batista (Credits: Ricardo Moraes/AP)
Il Brasile sta attraversando una fase di crescita straordinaria oppure rischia di esplodere da un momento all’altro? E’ molto difficile rispondere a questa domanda, anche perché dal gigante dell’America Latina arrivano segnali contrastanti. Continua

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Perché la Cina, che in genere preferisce mantenere un profilo molto basso nelle questioni internazionali che non intaccano i suoi interessi nazionali, è così attiva nel promuovere le iniziative dei Brics, tanto da arrivare a condannare insieme agli altri emergenti le decisioni della coalizione occidentale e i bombardamenti della Nato in Libia? Forse Pechino si aspetta qualcosa dalla cooperazione con quelle che potrebbero diventare le potenze del futuro? Continua

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Pechino inizia ad essere seriamente preoccupata. La siccità che continua a caratterizzare le regioni del nord e l’inaspettata ondata di freddo che ha colpito il sud hanno provocato un significativo aumento dei prezzi delle derrate alimentari e oggi anche la fornitura di grano sembra essere incerta. Continua

Al centro, il miliardario brasiliano Eike Batista (Credits: Ricardo Moraes/AP)
Giorno dopo giorno, la Cina si conferma anche per il Brasile come uno dei principali partner commerciali. Tuttavia, sono in tanti a temere che questa nuova partnership possa offrire opportunità solo ai cinesi e a una ristretta élite di brasiliani.
A Rio de Janeiro, il primo a dare il benvenuto agli imprenditori orientali è stato Eike Batista, l’uomo più ricco del paese, Continua

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I prezzi degli alimenti sono sempre più difficili da tenere sotto controllo. Dopo l’emergenza grano, che non è ancora stata risolta, è ora tempo di preoccuparsi della carne. Il prezzo di manzo, maiale, pollo e agnello è infatti aumentato in media del 16% rispetto a dodici mesi fa. I costi sono lievitati per l’aumento della domanda di Asia e Medio Oriente, ma anche perché la disponibilità di animali da macello è significativamente diminuita. A causa della siccità che ha colpito i grandi produttori di carne da esportazione, Australia, Stati Uniti e America Latina; dell’aumento del prezzo dei concimi, grano incluso, e dalla recessione. Continua

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Non bastavano i problemi del bilancio pubblico, gli strascichi della crisi finanziaria, i grattacapi prodotti dal difficile rapporto con la Cina e i danni provocati dalle intense nevicate. Ora a mettere i bastoni fra le ruote alla timida ripresa dell’economia statunitense ci si mette anche il Brasile: come Panorama.it aveva anticipato da tempo, è ormai scoppiata una vera e propria guerra tariffaria tra Washington e Brasilia. Continua
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Era un modello invidiato in tutto il mondo il Manchester United, con il suo inossidabile coach Alex Ferguson (23 anni ininterrotti sulla stessa panchina), i suoi campioni, il suo celebre stadio, l’Old Trafford, “Theatre of Dreams”.
E soprattutto i suoi soldi: Malcom Glazer, miliardario americano, proprietario; la Aig, prima compagnia assicuratrice del mondo, sponsor. Dopo il crollo delle borse che ha portato alla nazionalizzazione dell’Aig, il Man-U è soprattutto la squadra più indebitata d’Europa e quindi del mondo. Il marchio continua a vendersi da solo, il merchandising regge, ma a Glazer non bastano le prodezze di Wayne Rooney e Cristiano Ronaldo per farsi passare il mal di testa e la necessità di trovare nuovi capitali. In arrivo, pare, dal Giappone e dall’Arabia. Allo United fa compagnia il Chelsea dell’oligarca russo Roman Abramovich. Tra i due club la rivalità non è solo calcistica, è un testa a testa a chi ha più debiti, con le cifre continuamente in crescita. In questa classifica seguono, in Premier league, l’Arsenal, che aveva puntato tutto sul nuovo stadio, e il Liverpool.
Doppia crisi per le squadre inglesi
Le società inglesi sono vittime della doppia crisi di quanto in passato aveva fatto la loro forza: il crollo del mercato immobiliare ha dimezzato il valore degli stadi e dei complessi commerciali annessi; i bagni in borsa e il deprezzamento delle materie prime hanno ridimensionato i capitali, pur sempre cospicui, di magnati russi e americani, arabi e orientali. Per non parlare degli sponsor: come l’Aig, anche la Northern Rock (Newcastle) è stata nazionalizzata. E adesso il club è in vendita. Il risultato di questo anno orribile è un debito complessivo stimato inizialmente in 2 miliardi di euro ma salito a 3,5. A occuparsene è Westminster, il parlamento britannico: l’All party football group, composto da 150 rappresentanti bipartisan dei Comuni e dei Lord, ha deciso di mettere sotto stretto controllo la gestiodopne del pallone. Dove, tuttavia, i debiti sono quantomeno serviti a dotarsi di stadi e infrastrutture, un patrimonio solido, che dovrebbe rivalutarsi.
Lacrime in Liga: primo per debiti il Real
Stesse lacrime nella Liga spagnola, secondo campionato del mondo per blasone e calciatori famosi. José Maria Gay, docente di economia all’Università di Barcellona, ha condotto uno studio sui bilanci dei 20 club della serie maggiore: risultato, debiti per 3 miliardi, che salgono a 3,5 con la seconda divisione. Non solo, Liga e serie B devono al fisco 627 milioni di euro di arretrati.
Francisco Izco, presidente dell’Osasuna, squadra di bassa classifica della Liga, è tra i pochi ad ammettere che la colpa non è solo della crisi finanziaria: “Viaggiamo da anni sopra le nostre possibilità, non abbiamo reagito al calo degli incassi, dei diritti tv e delle sponsorizzazioni”. La classifica dei debiti è guidata dal Real Madrid, segue il Valencia.
Ma i “galacticos”, forti dell’azionariato popolare nonché delle protezioni dell’establishment, sono tra quelli che dovrebbero superare la burrasca, assieme al Barcellona, all’Athletic Bilbao e allo stesso Osasuna. Molto più a rischio il Valencia, che ha praticato una gestione allegra in fatto di ingaggi (compresi quelli dei calciatori italiani) e oggi deve ai dipendenti, giocatori in testa, 16 milioni di euro in stipendi.
Bundesliga tedesca esempio di virtù
In questo panorama la Bundesliga tedesca appare un esempio di virtù. I debiti sono di “appena” 660 milioni e, soprattutto, i club hanno rinunciato agli ingaggi miliardari.
E l’economia della Germania, benché oggi in crisi profonda, è meno affidata alla finanza e al mercato immobiliare di quelle inglese e spagnola. Ma ciò che ha sempre costituito un elemento di ordine nei bilanci del calcio tedesco è il numero ridotto di squadre professionistiche: la Bundesliga 1 e 2 (di fatto le nostre serie A e B) hanno 36 squadre; la Zweite Liga altre 18. Totale, 54 club professionistici. In Italia sono 20 in A, 22 in B, 36 nei due gironi di Lega Pro Prima divisione (la ex C1), 54 nei tre della seconda divisione (ex C2). In tutto, 132 squadre. Che, in base alla legge firmata nel 1996 da Walter Veltroni (allora ministro dei Beni culturali con delega allo sport), devono avere “fine di lucro” e possono quotarsi in borsa. In pratica, presentare bilanci in utile. Tutto giusto, sulla carta. Solo che il patrimonio è costituito non dalla proprietà degli stadi o dai diritti di merchandising, ma dal cartellino dei giocatori.
Mentre entrate e uscite vengono date da incassi, diritti tv, sponsorizzazioni e ingaggi. È per questo che da noi si parla di risultato di gestione e non di debiti. Effetti: stato patrimoniale incerto, valutazioni gonfiate delle squadre e navigazione a vista da un campionato all’altro. E una torta di diritti che entro il 2010 si ridurrà alla sola serie A.
I NUMERI IN ROSSO DEL PALLONE
3,5miliardi di euro è l’indebitamento nella Premier league (la massima
serie inglese) così come nella Liga, la serie A spagnola.
660milioni di euro, i debiti nella Bundesliga.
300milioni di euro, le perdite nella Serie A.