
Tre ore sotto torchio di fronte al procuratore generale di New York, Andrew Cuomo. Un interrogatorio pressante quello di ieri pomeriggio per John Thain, ex amministratore delegato della banca d’affari Merrill Lynch, che avrebbe fatto nomi e cognomi dei 700 top manager a cui sarebbero stati destinati circa 3,6 miliardi di dollari di bonus, prima della vendita dell’istituto finanziario a Bank of America lo scorso settembre, nello stesso giorno in cui si è verificato il crack di Lehman Brothers. Le polemiche che ne erano seguite avevano portato Thain a lasciare anche la sua poltrona nel consiglio d’amministrazione di Bank of America. Un grave colpo d’arresto per la carriera dell’ex numero uno di Nyse Euronext, con un passato in Goldman Sachs e scelto nel novembre del 2007 da Merrill Lynch come successore di Stanley O’Neal per superare la crisi subprime e lasciarsi alle spalle una delle fasi più dure della storia quasi centenaria della casa d’affari.
La cura Thain, tuttavia, non ha funzionato: invece di stringere la cinghia ai super stipendi dei suoi dirigenti, l’anno scorso Merrill Lynch, questa la tesi dell’accusa, accelerò “segretamente e prematuramente” il pagamento di bonus “speciali” da oltre un milione di dollari a circa 700 dipendenti, nonostante la banca stesse accumulando perdite colossali. In tutto, sostiene Andrew Cuomo nella sua inchiesta, Merrill Lynch avrebbe elargito premi per circa 3,6 miliardi di dollari. “È disgustoso, odioso e sbagliato” ha poi commentato il magistrato di New York. Cuomo ha iniziato ad indagare sui bonus speciali concessi dagli istituti ai propri top manager dopo il prestito di 125 miliardi di dollari concesso dal governo Usa lo scorso ottobre a nove banche americane, in seguito all’esplosione della crisi finanziaria.
Intanto Merrill Lynch annuncia perdite di 15,84 miliardi di dollari nel quarto trimestre dello scorso anno a causa, scrive la banca nel suo rapporto annuale alla Sec (l’analogo della Consob in America), dalla debolezza dei suoi controlli finanziari alla fine del 2008. Nel corso dello scorso anno la banca d’affari americana ha dichiarato una perdita di 27,61 miliardi di dollari a seguito della tempesta sui mercati finanziari originata dai titoli spazzatura costruiti sui mutui subprime (ad alto rischio di insolvenza).

di Daniele Martini
“Poggi e buche fa pari” dice un vecchio motto popolare toscano. Significa che gli opposti si annullano, come nella somma algebrica due valori uguali, ma di segno opposto, danno risultato zero. Anche nei conti pubblici siamo in una situazione di poggi e buche perché nei 19 mesi di governo di centrosinistra le entrate dello Stato sono aumentate a rotta di collo, tanto che i giornali non facevano in tempo a registrare l’emersione di un tesoretto propiziato dal viceministro delle Finanze, Vincenzo Visco, che quasi per incanto ne spuntava un altro. Dal 2005 al 2007, la pressione fiscale è aumentata addirittura di 3 punti, dal 40 al 43 per cento del pil (prodotto interno lordo). Nel frattempo, però, anche la spesa corrente è cresciuta parecchio, del 3,4 per cento tra il 2006 e il 2007, seguendo quasi in parallelo le impennate del gettito. E continuerà a crescere di molto anche nel 2008, sia per effetto di nuovi impegni di spesa difficilmente differibili, ma non ancora contabilizzati, come quelli per i trasporti ferroviari regionali o i rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici, sia per la dinamica inerziale delle uscite poco o punto rallentata dall’azione di governo, così come risulta dal budget di spesa del 2008 preparato dalla Ragioneria generale dello Stato che Panorama ha potuto consultare.
Di modo che ora non è affatto chiaro se nelle casse pubbliche sia rimasto qualcosa di quei vecchi extragettiti, al punto che neanche il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ne è sicuro e per prudenza, prima di pronunciarsi, consiglia di aspettare la trimestrale di cassa del mese prossimo. Le uscite per il personale, per esempio, rimangono altissime, sebbene all’inizio della legislatura il governo e in particolare il ministro per le Riforme, Luigi Nicolais, avessero promesso razionalizzazioni negli uffici e tagli radicali. Anche nell’anno in corso la spesa preventivata per i dipendenti pubblici è di oltre 76 miliardi di euro, pari all’87,5 per cento dei costi delle amministrazioni centrali, mentre parecchi ministeri hanno continuato a gonfiare stipendi, contratti e consulenze.
Agli Esteri diretti da Massimo D’Alema l’incremento di spesa 2008 per il personale è di quasi il 25 per cento per effetto del rinnovo del contratto di settembre, degli aumenti di qualifica per i dipendenti distaccati nelle sedi estere e dell’assunzione di nuovi dirigenti a tempo determinato con contratti individuali negli uffici periferici.
Per quanto riguarda le consulenze, il ministro dell’Agricoltura Paolo De Castro ha previsto di spendere quasi il 30 per cento in più rispetto al 2007 (più 83 per cento solo per la pubblicità), mentre il ministro della Solidarietà, Paolo Ferrero, ha messo in budget un aumento delle spese di promozione pari addirittura al 586 per cento.
Al mancato contenimento della spesa corrente nei prossimi mesi probabilmente si aggiungeranno altre uscite non del tutto impreviste, ma ancora non ufficialmente inserite nei capitoli delle uscite. Secondo Il Sole 24 ore, si tratterebbe di circa 7 miliardi di euro: da 2 a 6 miliardi per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, 600 milioni per l’emergenza rifiuti in Campania, altri 600 milioni circa per l’approntamento di tutta la macchina elettorale e infine 2 miliardi per il miglioramento dei trasporti ferroviari regionali.
Il ministro Padoa-Schioppa non ha negato la necessità di trovare la copertura per queste uscite, anche se ha cercato di inviare un messaggio rassicurante sostenendo che la situazione è sotto controllo. In realtà la nuova stagione dei conti pubblici che sta emergendo dopo la caduta del governo non resterà senza conseguenze. La prima è che, proprio per effetto della spesa corrente non imbrigliata e delle nuove spese non rinviabili, il deficit annuale potrebbe salire dal 2,2 per cento al 2,6. A quel punto sarebbero necessari interventi correttivi, forse addirittura una manovra già in primavera per non perdere il ritmo nel percorso verso il pareggio di bilancio nel 2011 concordato con l’Unione Europea.
La seconda conseguenza riguarderà la diminuzione delle tasse per i ceti medi e bassi che il centrosinistra aveva messo in cantiere proprio negli ultimi giorni prima della crisi e che ora resta in cima ai desideri di uno schieramento ampio che va dai sindacati all’ex capo del governo, Romano Prodi, fino al candidato premier del Pd, Walter Veltroni. Finché sembrava che in cassa arrivassero soldi a profusione e i tesoretti fossero replicabili a piacimento, l’idea di ridurre l’aliquota irpef dal 23 al 20 per cento risultava plausibile; ora, invece, la realizzazione di quel progetto si complica.
In sostanza, mentre in questi mesi dalle tasche dei contribuenti sono continuati a piovere extragettiti nelle casse dello Stato, il governo o se li mangiava con la spesa corrente o programmava nuovi esborsi. È svaporata perfino quella manna inattesa di circa 15 miliardi capitata nelle casse pubbliche con la vicenda della restituzione dell’Iva sulle auto aziendali richiesta dai contribuenti che ne avrebbero avuto diritto in una misura 10 volte inferiore a quella preventivata dal governo. Nei prossimi mesi è assai improbabile che possano spuntare altri extragettiti e possa essere replicato lo schema più tasse più spesa. Appare sempre più chiaro che la costituzione dei gruzzoletti fiscali era frutto di una contingenza favorevole, un periodo di espansione economica straordinaria purtroppo finito già da qualche mese.
Come avevano adombrato tempo fa i tecnici della Banca d’Italia e così come oggi sostiene lo studioso Luca Ricolfi , l’apporto della lotta all’evasione alla moltiplicazione dei pani e dei pesci fiscali è stato tutto sommato modesto, non superiore a 2,8 miliardi di euro nel 2007.
Anche Salvatore Tutino, coordinatore del centro di studi economici Cer presieduto da Giorgio Ruffolo, in un articolo recente lamenta, del resto, la scarsissima trasparenza del governo a proposito dei dati sulla lotta all’evasione.


Alla fine il buco nei conti pubblici italiani c’è oppure no? Il Sole 24 ore dice di sì, il ministro uscente dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa nega. Ma la vera novità è che potrebbero avere ragione entrambi. Questione di angolatura, si potrebbe commentare.
“Le spese da affrontare ci sono come sostiene il Sole - spiega Alberto Quadrio Curzio, preside della facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano - ma allo stesso tempo potrebbe esserci anche la copertura come asserisce Padoa-Schioppa. La verità si potrà sapere solo nel momento in cui lo Stato dovrà saldare i conti. Di certo la crescita italiana sta rallentando e oggi è ben al di sotto delle aspettative. E poi si deve fare a meno del Tesoretto”. Sicuramente, spiega Quadrio Curzio, il governo Prodi non ha avuto il tempo di fare spese “elettoralistiche”, tuttavia “la politica di compressione della spesa nel 2007 non è stata adeguata alle esigenze del Paese a causa, molto probabilmente, della necessità di tenere coesa una maggioranza spesso in disaccordo”.
Più cauto sul tema recessione, Quadrio Curzio, mette in guardia il prossimo esecutivo: “Se non si fanno accordi sulle riforme strutturali e se la congiuntura economica internazionale dovesse peggiorare, il rischio è molto concreto”.
Poco ottimismo anche nelle parole di Pietro Garibaldi, professore di Economia politica all’università di Torino, che sulle colonne del quotidiano La Stampa puntualizza: “Anche se non si parla ancora di recessione, il rallentamento della nostra economia inizia a preoccupare”. Di certo, aggiunge Garibaldi, “il peggioramento del quadro economico avrà conseguenze sullo stato dei nostri conti pubblici. In un Paese responsabile dovrebbe però avere conseguenze anche sulla campagna elettorale”. Il bilancio, aggiunge, è “chiaramente migliorato” ma anche “dal lato della spesa c’è poco da stare tranquilli”. E alla fine Berlusconi, Veltroni e gli altri aspiranti premier devono stare attenti: “In Italia - conclude Garibaldi - con un rallentamento economico e con un debito pubblico superiore al prodotto interno lordo, non si può e non si deve promettere la luna quando il cielo è nuvoloso”.
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