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Bocciati dal Senato Usa gli aiuti all’auto. Borse in forte ribasso

Stati Uniti
“Un sacco di americani in questo momento si stanno chiedendo dove sia il loro piano di salvataggio, e perché dovrebbero rimediare agli sbagli di altri”. Quando il senatore repubblicano Mitch Mc Connell ha detto queste parole in un’intervista televisiva, gli impiegati delle “big three”, le tre grandi compagnie automobilistiche americane, hanno sentito un brivido lungo la schiena. Il piano di salvataggio messo a punto dai leader del Congresso e dalla Casa Bianca non è stato approvato al Senato. Servivano 60 voti, ne sono arrivati 52. Solo 10 senatori repubblicani si sono aggiunti ai democratici. Si tratta dell’ultimo smacco per George W. Bush, ormai apertamente sconfessato dal proprio partito. Ma anche a Barack Obama la decisione del Senato crea più di un grattacapo. Ora per Chrysler e General Motors lo spettro del fallimento assume contorni sempre più reali. Ma anche la terza sorella, la Ford che si era autoesclusa dall’assegnazione di fondi di emergenza (15 miliardi di dollari), non si tratta di un buon segnale. Il piano, approvato dalla Casa Bianca, prevedeva l’ingresso dello Stato nel capitale azionario e la nomina di uno “Zar” dell’auto che avrebbe dovuto sovrintendere all’utilizzo del denaro pubblico e ai piani di ristrutturazione delle industrie. Un’impostazione troppo “statalista” per i repubblicani, che non hanno ascoltato gli appelli di vecchio e nuovo presidente. “Il piano semplicemente non avrebbe funzionato, anche se è fatto in buona fede” ha detto Mc Connell. La speaker della Camera Nancy Pelosi ha scaricato sui rivali politici la colpa del fallimento degli accordi: “Sono degli irresponsabili” ha detto, invitando il Tesoro a “trovare i fondi all’interno di quelli stanziati per il settore finanziario (oltre 700 miliardi) e non ancora utilizzati”. Ma per il ministro in scadenza Henry Paulson non sarà un compito facile. Le borse asiatiche, intanto, hanno reagito negativamente alle notizie dagli Usa: Tokyo chiude con un -5,6%. Ma il vero sconquasso si attende a Wall Street: “Ho paura di guardare le quotazioni oggi” ha detto il leader democratico al Senato Harry Reid.

Il VIDEO servizio:

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Il petrolio iracheno nelle mani delle “sette sorelle” di Big Oil

Petrolio

Via libera alle trivelle. L’Iraq aprirà i propri pozzi e riserve alle multinazionali occidentali del petrolio, quelle che una volta si chiamavano le “sette sorelle” e ora vengono accomunate sotto il nome di “Big Oil“. Il 30 giugno, rivela il New York Times, la compagnia statale irachena, non in grado di sfruttare le proprie risorse, aprirà le concessioni a Exxon Mobil, Shell, Total, Bp, Chevron. Tornano così a Baghdad, dove le prime quattro formavano l’originale “Iraq petroleum company“. Dal paese erano state cacciate 37 anni fa con la dittatura di Saddam Hussein, che aveva nazionalizzato il petrolio iracheno. La decisione è stata presa dal ministero del Petrolio, dove una buona parte dei consiglieri è di nazionalità americana. I contratti sono stati assegnati su chiamata nominativa, senza asta. Scartate le richieste di tutte le grandi compagnie statali russe e cinesi. Si tratta del primo accordo commerciale sul petrolio dall’inizio dell’ occupazione americana. Le compagnie di Big Oil avranno contratti di esclusiva sui servizi per uno o due anni, con accordi di spartizione inusuali per l’industria. Alla fine di questo periodo avranno la precedenza sulle altre quando i pozzi andranno all’asta.
La Casa Bianca cerca l’oro nero: il prezzo del greggio va verso i 150 dollari al barile, Bush chiede a gran voce di poter trivellare nell’Artico e in Alaska, gran parte dei giacimenti mondiali si trova in Stati che hanno nazionalizzato o quasi il settore (Arabia Saudita, Venezuela, Russia, Iran). Le più importanti compagnie petrolifere del mondo sono giganti statali o comunque controllati dai governi. E in Iraq le riserve ufficiali sono di 115 miliardi di barili, terzo patrimonio al mondo dopo Arabia e Iran. Senza contare i giacimenti ancora da trovare e sfruttare nel deserto iracheno. Se qualcuno credeva ancora che l’operazione militare americana in Iraq, ancora in corso, avesse come unico scopo la lotta al terrorismo e la caduta di un dittatore come Saddam, forse si ricrederà.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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