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Il Real Madrid di Cristiano Ronaldo è la squadra di calcio più ricca del pianeta - Epa
Tutto ciò che ruota intorno al Real Madrid di Florentino Perez è sempre esagerato, “galactico”, tanto in campo come fuori. Un club capace di spendere nello scorso mercato quasi 250 milioni (96 per il solo Cristiano Ronaldo), di indebitarsi parecchio con le banche ma anche di vincere la Champions league dei ricavi. Continua
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Eto'o, Zambrotta e Nesta. Lo scorso derby è finito 4-0 per l'Inter - Fabio Ferrari/Lapresse
Domenica parlerà il campo. Milan e Inter si scontrano per dare un verdetto: se vincono i nerazzurri possono già cucirsi lo scudetto sul petto, se vincono i rossoneri è tutta un’altra storia. Come andrà non si sa, ma se si guarda al monte ingaggi di queste due squadre lo scontro di vertice era prevedibile: l’Inter è la squadra che in serie A più spende per la sua rosa, 153 milioni. E il Milan è secondo, con 125. Proprio come in classifica. Continua

Il conto l’hanno fatto subito i giornalisti di Madrid: Cristiano Ronaldo guadagnerà 25 euro al minuto. Che giochi a calcio, o dorma, o si diverta con Paris Hilton.
Circa 1 milione e 80 mila euro al mese. 13 milioni in un anno, netti. Il portoghese sarà dalla prossima stagione il calciatore più pagato del mondo. E di sempre. Potenza dei soldi di Florentino Pérez (e dei corposi crediti concessigli dalle banche amiche).
Ronopoly
Le premesse c’erano tutte: Ronaldo era già l’acquisto più caro di di sempre. Adesso è pure il calciatore che guadagna di più. Ha spodestato lo svedese dell’Inter Zlatan Ibrahimovic, pagato 12 milioni l’anno. Ma attenzione, stiamo parlando “solo” del salario, che rappresenta solo una parte degli introiti dei giocatori: i diritti di immagine in alcuni casi possono rendere il doppio. Lo dimostra la classifica dei “paperoni” elaborata da France Football e aggiornata annualmente che tiene conto degli ingressi di sponsor personali, campagne pubblicitarie, partecipazioni a eventi. Mentre invece per quanto riguarda i salari il riferimento è lo specialistico “futebol finance”, aggiornato alla stagione 2008/09. Come si vedrà, le due classifiche sono molto diverse.Milionari
Prima del terremoto Florentino, come già detto, era la Serie A a farla da padrona: Ibrahimovic (12) e Kakà (9 al Milan, saranno 9,5 al Real) ai primi posti. Poi la stella del Barcellona Lionel Messi (8,5 milioni all’anno) e l’asse portante del Chelsea: gli inglesi John Terry (7,5 milioni, il difensore più pagato) e Frank Lampard (7,5 milioni anche per lui), penalizzati dalla svalutazione della sterlina. Di seguito, gli altri due componenti dell’attacco del Barça tri-campione Samuel Eto’o e Thierry Henry, 7 milioni e mezzo per entrembi. Cristiano Ronaldo, in questa classifica, arrivava solo all’8° posto con i 7 milioni che gli dava il Manchester, poco davanti a Ronaldinho, cui il Milan paga 6,5 milioni. A chiudere la Top-ten, sembra incredibile pensando al suo campionato, Andriy Shevchenko, pagato come il brasiliano. Per quanto riguarda gli italiani, il più ricco era Fabio Cannavaro, che al Real guadagnava 5,8 milioni a stagione (ma adesso alla Juventus prenderà meno).
Facce da spot
La classifca, su base annua, dei più ricchi è invece diversa, anche se i nomi sono più o meno gli stessi. Tranne quello che sta al primo posto: David Beckham. Nessuno è ancora riuscito a scacciare l’inglese da questo trono, potenza più del suo fisico che dei suoi cross. Tra Milan, Los Angeles Galaxy, Armani, Gilette, Adidas e altre centinaia di aziende il numero 32 rossonero incamera 32,4 milioni di euro: che abbia scelto la maglia per ricordarsi quanto è ricco? Dietro di lui i meno telegenici ma più spettacolari Lionel Messi (28,6 milioni di euro), Ronaldinho (19,6 milioni), Cristiano Ronaldo (18,3 milioni, ma stiamo parlando di qualche mese fa), Thierry Henry (17 milioni). Cifre che includono stipendio, sponsor, premi vari.
Panchina d’oro
Per quanto riguarda gli allenatori, sono Roman Abramovich e Massimo Moratti i presidenti più munifici: l’oligarca russo ha sborsato 12 milioni a Felipe Scolari per fare metà stagione e 9 a Guus Hiddink (cifra che include lo stipendio come allenatore della nazionale russa). Risultato? Zero tituli, come direbbe il secondo coach più pagato: José Mourinho, con gli 11 milioni della panchina nerazzurra.
I VIDEO di Youtube delle stelle del calcio che guadagnano di più:
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La più grande soddisfazione per un tifoso è la vittoria della propria squadra del cuore. Se poi si vince allo stadio Olimpico di Roma, al termine della partita più importante della stagione, la finale di Champions league, la soddisfazione per chi ha vinto, il Barcellona, è doppia. Anzi, tripla. Perchè nel momento in cui Carlos Pujol, capitano dei blaugrana, alzava al cielo la “Coppa dalle grandi orecchie”, c’era chi tra i dirigenti spagnoli si faceva due conti in tasca.
40 milioni di euro guadagnati per il Barcellona
Almeno 40 milioni di euro guadagnati, tra diritti televisivi e premi dell’Uefa per essere arrivati fino in fondo. Senza contare che un successo di tal genere di solito rivaluta il parco giocatori di almeno il venti per cento e fa impennare i diritti televisivi internazionali per acquisire future partite. In attesa di esporre la coppa nel museo del club, situato all’ingresso del proprio stadio Camp Nou e che nel 2008 ha avuto oltre un milione e mezzo di visitatori.
Il VIDEO con gli highlights della finale di Champion’s League
Il VIDEO con la premiazione e la consegna della coppa al capitano del Barcellona
Squadre ricche, nuovi sponsor (a Manchester sia su sponda United che su quello del City arriveranno soldi freschi per quasi 150 milioni di euro), ingaggi dei calciatori che anziché ridursi, sembrano subire un rialzo in questa campagna trasferimenti estiva. Ma è tutto oro quello che luccica? Non proprio come conferma un’inchiesta pubblicata da Panorama.
Le società sono fortemente indebitate e all’estero anche i ricchi piangono.
A differenza dell’Italia, hanno stadi di proprietà, centri commerciali e un ricco commercio di gadget, ma la crisi ha colpito valori immobiliari (soprattutto in Spagna) e sponsor. Il crollo delle borse ha dato il colpo di grazia ai capitali dei magnati russi, arabi e americani. In Italia molte società sono in affanno, ma nonostante tutto la nostra serie A si è confermata al secondo posto nella classifica dei ricavi fra i massimi campionati di calcio in Europa.
Calcio italiano secondo per ricchezza in Europa
Secondo le stime di StageUp Sport&Leisure Business, il campionato italiano ha raccolto 1.430 milioni euro, mille milioni in meno della Premier league inglese sempre saldamente in testa alla classifica con i suoi 2.430 milioni euro di ricavi. Al terzo posto si conferma la Bundesliga: il campionato tedesco toccherà i 1.420 milioni, precedendo la Liga spagnola a quota 1.350 e la Ligue 1 francese a 1.040. In attesa della stagione 2010/2011, che potrà portare a un incremento importante dei ricavi, la serie A si trova a contrastare l’assalto della Bundesliga.
Il campionato tedesco, capace di attirare la maggior quantità di risorse economiche dallo sponsor principale (oltre 6,9 milioni di euro di media per club) e il maggior numero di spettatori negli stadi fra i campionati di tutta Europa (quasi 40 mila in media nella stagione 2007/2008), avrà la possibilità di sorpassare la serie A.
Grandi sponsor nonostante la crisi
Un altro segnale di (relativa) stabilità per il calcio italiano è dato dal fatto che i ricavi da partnership di maglia del massimo campionato di calcio italiano, nell’attuale stagione, non hanno subito effetti negativi dovuti alla crisi economica. Secondo Stage Up, infatti, le 20 società della serie A hanno raccolto da sponsor di maglia e tecnici, poco più di 141 milioni di euro, l’1,6 per cento in più rispetto al 2007/2008.
Fra le ragioni più rilevanti si distingue la prolungata durata degli accordi: le sponsorizzazioni principali hanno una vita media oltre i due anni con picchi a tre, se non quattro anni, per i contratti più ricchi. Le sponsorizzazioni tecniche hanno una durata media di cinque anni con rapporti anche ultradecennali. La stagione 2008/2009, nonostante la crisi economica globale, ha portato diverse novità fra gli sponsor principali. Crescono in particolare gli investimenti di aziende estere provenienti dai settori “giochi e scommesse” ed “Automotive”. Del primo comparto fa parte Betshop, nuovo sponsor di maglia del Palermo. La società londinese di scommesse ha affiancato altre aziende del settore già presenti come Bwin, partner del Milan, ed Eurobet, partner del Genoa. Nonostante il calo generalizzato degli investimenti in comunicazione del settore auto, la serie A mantiene il proprio appeal con due nuovi ingressi per questo comparto: quelli della francese Renault Trucks per il Torino e della rumena Dacia per l’Udinese che hanno sostituito due aziende italiane, rispettivamente la compagnia di assicurazioni torinese Reale Mutua, attuale co-sponsor granata, ed il marchio di abbigliamento modenese Gaudì.
Domani stadi di terza generazione
“I diritti media e le sponsorizzazioni per loro natura hanno un comportamento anticiclico. Si tratta di scelte strategiche e di lungo periodo”, sostiene Giovanni Palazzi, ad di Stage Up. “Le fonti di ricavo più aggredibili sono quelle da stadio. Se la crisi finanziaria dovesse protrarsi nel lungo periodo, fra 3 e 5 anni, gli incassi da botteghino potrebbero soffrirne. Investimenti su stadi di terza generazione potrebbero essere utili al fine di aumentare la competitività verso altre forme di spettacolo e diversificare i ricavi”.
Nuovi stadi, ma anche la rimodulazione dei diritti televisivi che dal 2010 saranno venduti collettivamente e dai quali i club sperano di incassare almeno un miliardo di euro a stagione.
Una partita da sei miliardi di euro, come spiega Panorama Economy in una sua inchiesta. Il più grande accordo in termini di ammontare complessivo per un singolo contratto mai siglato nella storia del calcio italiano. Una boccata di ossigeno per i bilanci.
E per tornare a investire (e magari vincere) in Europa.

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Era un modello invidiato in tutto il mondo il Manchester United, con il suo inossidabile coach Alex Ferguson (23 anni ininterrotti sulla stessa panchina), i suoi campioni, il suo celebre stadio, l’Old Trafford, “Theatre of Dreams”.
E soprattutto i suoi soldi: Malcom Glazer, miliardario americano, proprietario; la Aig, prima compagnia assicuratrice del mondo, sponsor. Dopo il crollo delle borse che ha portato alla nazionalizzazione dell’Aig, il Man-U è soprattutto la squadra più indebitata d’Europa e quindi del mondo. Il marchio continua a vendersi da solo, il merchandising regge, ma a Glazer non bastano le prodezze di Wayne Rooney e Cristiano Ronaldo per farsi passare il mal di testa e la necessità di trovare nuovi capitali. In arrivo, pare, dal Giappone e dall’Arabia. Allo United fa compagnia il Chelsea dell’oligarca russo Roman Abramovich. Tra i due club la rivalità non è solo calcistica, è un testa a testa a chi ha più debiti, con le cifre continuamente in crescita. In questa classifica seguono, in Premier league, l’Arsenal, che aveva puntato tutto sul nuovo stadio, e il Liverpool.
Doppia crisi per le squadre inglesi
Le società inglesi sono vittime della doppia crisi di quanto in passato aveva fatto la loro forza: il crollo del mercato immobiliare ha dimezzato il valore degli stadi e dei complessi commerciali annessi; i bagni in borsa e il deprezzamento delle materie prime hanno ridimensionato i capitali, pur sempre cospicui, di magnati russi e americani, arabi e orientali. Per non parlare degli sponsor: come l’Aig, anche la Northern Rock (Newcastle) è stata nazionalizzata. E adesso il club è in vendita. Il risultato di questo anno orribile è un debito complessivo stimato inizialmente in 2 miliardi di euro ma salito a 3,5. A occuparsene è Westminster, il parlamento britannico: l’All party football group, composto da 150 rappresentanti bipartisan dei Comuni e dei Lord, ha deciso di mettere sotto stretto controllo la gestiodopne del pallone. Dove, tuttavia, i debiti sono quantomeno serviti a dotarsi di stadi e infrastrutture, un patrimonio solido, che dovrebbe rivalutarsi.
Lacrime in Liga: primo per debiti il Real
Stesse lacrime nella Liga spagnola, secondo campionato del mondo per blasone e calciatori famosi. José Maria Gay, docente di economia all’Università di Barcellona, ha condotto uno studio sui bilanci dei 20 club della serie maggiore: risultato, debiti per 3 miliardi, che salgono a 3,5 con la seconda divisione. Non solo, Liga e serie B devono al fisco 627 milioni di euro di arretrati.
Francisco Izco, presidente dell’Osasuna, squadra di bassa classifica della Liga, è tra i pochi ad ammettere che la colpa non è solo della crisi finanziaria: “Viaggiamo da anni sopra le nostre possibilità, non abbiamo reagito al calo degli incassi, dei diritti tv e delle sponsorizzazioni”. La classifica dei debiti è guidata dal Real Madrid, segue il Valencia.
Ma i “galacticos”, forti dell’azionariato popolare nonché delle protezioni dell’establishment, sono tra quelli che dovrebbero superare la burrasca, assieme al Barcellona, all’Athletic Bilbao e allo stesso Osasuna. Molto più a rischio il Valencia, che ha praticato una gestione allegra in fatto di ingaggi (compresi quelli dei calciatori italiani) e oggi deve ai dipendenti, giocatori in testa, 16 milioni di euro in stipendi.
Bundesliga tedesca esempio di virtù
In questo panorama la Bundesliga tedesca appare un esempio di virtù. I debiti sono di “appena” 660 milioni e, soprattutto, i club hanno rinunciato agli ingaggi miliardari.
E l’economia della Germania, benché oggi in crisi profonda, è meno affidata alla finanza e al mercato immobiliare di quelle inglese e spagnola. Ma ciò che ha sempre costituito un elemento di ordine nei bilanci del calcio tedesco è il numero ridotto di squadre professionistiche: la Bundesliga 1 e 2 (di fatto le nostre serie A e B) hanno 36 squadre; la Zweite Liga altre 18. Totale, 54 club professionistici. In Italia sono 20 in A, 22 in B, 36 nei due gironi di Lega Pro Prima divisione (la ex C1), 54 nei tre della seconda divisione (ex C2). In tutto, 132 squadre. Che, in base alla legge firmata nel 1996 da Walter Veltroni (allora ministro dei Beni culturali con delega allo sport), devono avere “fine di lucro” e possono quotarsi in borsa. In pratica, presentare bilanci in utile. Tutto giusto, sulla carta. Solo che il patrimonio è costituito non dalla proprietà degli stadi o dai diritti di merchandising, ma dal cartellino dei giocatori.
Mentre entrate e uscite vengono date da incassi, diritti tv, sponsorizzazioni e ingaggi. È per questo che da noi si parla di risultato di gestione e non di debiti. Effetti: stato patrimoniale incerto, valutazioni gonfiate delle squadre e navigazione a vista da un campionato all’altro. E una torta di diritti che entro il 2010 si ridurrà alla sola serie A.
I NUMERI IN ROSSO DEL PALLONE
3,5miliardi di euro è l’indebitamento nella Premier league (la massima
serie inglese) così come nella Liga, la serie A spagnola.
660milioni di euro, i debiti nella Bundesliga.
300milioni di euro, le perdite nella Serie A.
Era questione di tempo: anche lo sport soffre della crisi economica e le previsioni per il 2009 sono tutt’altro che rosee. Dal calcio alla formula uno, passando per il mercato delle sponsorizzazioni fino al dorato, e fino adesso quasi intoccabile, “sport system” degli Stati Uniti. Per ora si percepisce appena, ma nel 2010 potrebbe arrivare davvero l’ondata di piena per il nostro campionato di calcio. Secondo StageUp – Sport & Leisure Business, la società di ricerca e consulenza nel business dello sport, gli effetti diretti sulle maggiori fonti di ricavo dei club, diritti media e sponsorizzazioni, saranno limitate nel breve periodo grazie alla anticiclicità degli introiti derivanti da diritti media e sponsor. Tali introiti valgono il 76 per cento dei ricavi complessivi della serie A. Sul fronte sponsor, le entrate sono principalmente garantite da contratti di lunga durata: le 18 sponsorizzazioni principali della stagione in corso hanno una durata media di 4,3 anni. Un periodo che si estende fino a 10,3 anni se si considera la durata media degli sponsor tecnici. “Se la crisi finanziaria dovesse protrarsi nel lungo periodo, fra 3 e 5 anni, gli incassi da botteghino potrebbero soffrirne”, sostiene Giovanni Palazzi, presidente e ad di StageUp. “Investimenti su stadi di terza generazione potrebbero essere utili al fine di aumentare la competitività per diversificare i ricavi”.
Che succederà dopo il 2009? La Infront, advisor della Lega, ha garantito 900 milioni di euro all’anno dai nuovi contratti collettivi televisivi, sia in chiaro che in criptato, e per 6 anni. Totale: 5 miliardi e 400 milioni. Per la verità, i presidenti speravano di portare in cassa un miliardo a stagione, ma dovranno accontentarsi del minimo garantito. Ma mancano gli sponsor: tolti quelli dei grossi club, Lazio e Palermo, per fare un esempio, già adesso sono prive di quello principale sulla maglia di gioco. E dopo cinque anni consecutivi di crescita, il mercato delle sponsorizzazioni in Italia nel 2009 segnerà il passo tornando ai livelli del 2004. Secondo le stime contenute nella settima edizione dell’indagine predittiva “Il futuro della sponsorizzazione” di StageUp - Sport & Leisure Business e Ipsos, gli investimenti raggiungeranno i 1.640 milioni di euro arretrando dell’8,6 per cento rispetto al 2008. Si tratta del peggior calo registrato dal mercato negli anni 2000. Nell’anno in corso sono stati investiti complessivamente in sponsorizzazioni sportive, in cultura e spettacolo e nel sociale 1.795 milioni di euro con un incremento dell’1,5 per cento rispetto al 2007. La fetta più grande spetta allo sport: 1.133 milioni di euro (+0,4 per cento rispetto all’anno precedente). Si tratta del valore più alto mai registrato dal comparto dello sponsoring.
Se la passa male anche la formula Uno. La Honda, storica scuderia presente nelle corse dal 1959 e ricordata per il connubio con la Mc Laren dell’indimenticato Ayrton Senna, chiude i battenti e offre al miglior offerente il proprio marchio. Acquirente che, al momento, ancora non è arrivato. Le scuderie hanno anche accettato un piano di drastica riduzione dei costi (almeno il 30 per cento), ma non il motore unico. Fota (l’associazione costruttori) e Fia (la federazione automobilistica hanno deciso di porre un limite ai test privati e hanno posto un tetto pari a otto motori per ogni pilota e un taglio al costo della ricerca per l’aerodinamica. Dal 2010 tutte le squadre dovranno ottenere i motori per meno di 5 milioni di euro per stagione, sia che provengano dalla casa costruttrice sia che provengano da un fornitore indipendente e verranno vietati rifornimenti in gara e termocoperte per pneumatici.
Non se la passano bene dall’altra parte dell’oceano, dove football americano, hockey sul ghiaccio e baseball continuano a lanciare segnali preoccupanti. Era l’inizio di settembre quando la prestigiosa rivista finanziaria Forbes definiva la Nfl, “la Lega più ricca e più forte dello sport mondiale”, grazie a ricavi annui pari a 6,5 miliardi di dollari (di cui circa 4,5 in ingaggi dei giocatori). Per questo l’annunciato taglio del 14 per cento del personale della Lega (che impiega circa 1100 addetti in totale) ha avuto un impatto soprattutto sotto il profilo simbolico. I tagli rientrano in un piano più ampio di riduzione dei costi, stimato in circa 50 milioni di dollari. Troppo alto costo del lavoro, cioè gli ingaggi dei giocatori, pari al 60 per cento degli introiti (non ha caso il contratto collettivo di lavoro verrà ridiscusso a fine 2010, e non dopo il 2012 come previsto). Poi la crisi dell’auto e di altri settori commerciali che sono tra i principali sponsor dei team fanno il resto e c’è anche il rischio di una significativa diminuzione di incassi al botteghino. Per questo, già lo scorso mese è stata annunciata la riduzione del costo dei biglietti per i playoff di circa il 10 per cento rispetto al 2007-08. Tagli annunciati anche nell’hockey e nel baseball, dove preoccupa la staticità dei giocatori cosiddetti “free agent”, cioè liberi da contratto, che trovano contratti al massimo di 2 anni (a 20 milioni di dollari) rispetto alla media di 6-8 degli anni passati, a cifre anche 10 volte maggiori.
E se in questo terremoto economico rischia di farne le spese una delle realtà più antiche e tradizionali, il torneo del 6 Nazioni di rugby, in quanto la Royal Bank of Scotland, main sponsor del torneo, è una delle banche più colpite dalla crisi di queste ultime settimane ed è a rischio la sponsorizzazione a partire dall’edizione 2010, la crisi non avrà effetti sul ciclismo che è “troppo un buon affare per gli sponsor”, come sostiene Pat McQuaid, il presidente dell’Unione ciclistica internazionale (Uci). “Forse gli organizzatori di corse avranno qualche difficoltà in più rispetto ai team, ma tutto andrà bene”, dice il numero uno del ciclismo mondiale. “La prossima stagione vedrà 18 squadre alla partenza del Pro Tour, lo stesso numero del 2008″.
“Il calcio italiano sta attraversando un momento difficile, ma nell’immediato stiamo assistendo ad un allarmismo eccessivo perché i contratti di sponsorizzazione stipulati sono quasi tutti pluriennali e non si può rescindere da un giorno all’altro, a meno che le società non dichiarino fallimento”. Lo sottolinea a Panorama.it, Giovanni Palazzi, presidente di Stage Up sport & leisure business, la prima società italiana di consulenza in business dello sport. Che aggiunge: “Chiaro che un rallentamento si avrà se gli effetti della crisi saranno a lunga scadenza, ma sono certo che il sistema di banche in Italia sia garantito, anche per il mondo dello sport”.
Che succederà dunque alle squadre italiane? Ieri la Roma ha dovuto affrontare una giornata molto pesante in borsa a seguito dei “rumors”, poi smentiti in un comunicato congiunto della società e di Italpetroli, secondo cui Unicredit avrebbe negato alla stessa società della famiglia Sensi che controlla il club giallorosso e che è esposta per 365 milioni con l’istituto bancario, una deroga al pagamento entro il 31 dicembre della prima tranche del debito, da 130 milioni di euro, prevista dal piano di rientro concordato la scorsa estate.
Secondo La Gazzetta dello Sport, il finanziere egiziano, di origine libica, Roger Tamraz, è l’uomo che intende comprare la Italpetroli. Interpellata da Panorama.it, la società giallorosa dice che la situazione è “sotto controllo e che non sono in corso trattative per la cessione della società”. Lo dice, di fatto, anche il comunicato stampa ufficiale. Ma sussurri raccontano una verità univoca: la trattativa va avanti spedita. Il magnate del petrolio, fondatore della Tamoil, ha già avuto due incontri per la Italpetroli, l’ultimo a metà della scorsa settimana con tutte le sorelle Sensi. In attesa di offerte ufficiali, l’unica cosa certa è che per arrivare a quota 130 milioni nei prossimi tre mesi potrebbe non essere sufficiente liberarsi di tutte le attività di Italpetroli. Sono già in vendita i terreni di Torrevecchia il cui valore si attesta intorno ai 100 milioni. Ma l’edificabilità di quegli spazi, condizionata alla costruzione della cittadella dello sport, potrebbe arrivare solo a fine anno. Fino ad allora i potenziali acquirenti temporeggeranno. Anzi, l’advisor Banca Finnat teme che in questa situazione i candidati all’acquisto, come il gruppo Caltagirone (creditore nei confronti della Roma in qualità di socio Mps che detiene la Antonveneta con cui la Roma è esposta per 50 milioni), rallentino i tempi per abbassare il prezzo.
Lo stato di salute della banca guidata da Alessandro Profumo viene però seguito con attenzione anche dal lato biancazzurro della Capitale. Colpa di 13,6 milioni di fidejussioni rilasciate per conto della Lazio Events di Claudio Lotito da Unicredit in favore della Figc per l’iscrizione al campionato della Lazio. In Borsa, il titolo della Lazio negli ultimi tre mesi è rimasto stabile intorno a 0,35 euro per azione, ma dal 29 settembre, quando era arrivata a 0,50, ha subito una forte caduta, ritornando a 0,37 euro.
Stessa sorte per il titolo della Juventus in forte calo da gennaio, quando era a 1,4 euro, mentre oggi ogni azione vale 0,7695 (in rialzo dopo una settimana di forti ribassi). La crisi potrebbe colpire anche la Fiorentina: le quotazioni della Tod’s, l’azienda di famiglia dei Della Valle, hanno perso quasi la metà del valore, scivolando dai 64 euro di inizio anno ai 32,09 di oggi pomeriggio. “La Borsa sconta in anticipo la previsione di minori utili, ma il patrimonio dei Della valle e solido e non credo avranno particolari ripercussioni”, spiega Palazzi. Tifosi tranquilli che Mutu e compagni resteranno in maglia viola? L’esperto non si sbilancia. Altro esempio, la Erg di Garrone, patron della Sampdoria. Anche in questo caso, malgrado i prezzi del petrolio restino alti, il titolo è sceso da 16,9 euro a 10,03 euro in un anno. I conti del primo semestre però vanno bene: 56 milioni di utile al 30 giugno, contro i 40 dei primi sei mesi dello scorso anno.
Il presidente del Torino, Urbano Cairo, qualche grattacapo in più ce l’ha. Il titolo della sua Cairo Communication ha perso il 50 per cento nell’ultimo anno, ma in questo caso si sono ristretti anche gli utili, scesi a 4,6 milioni dai 7,2 dello scorso anno.
E la serie B non sta meglio. Ieri l’assemblea di Lega calcio ha deliberato che i club di seconda serie riceveranno una “mutualità” di 65 milioni di euro dalla serie A, molto meno rispetto ai 90 milioni richiesti. “Questo costringerà molte società a rivedere i propri costi e per qualcuna di essa forse ci sarà difficoltà ad arrivare a Natale per pagare stipendi e spese di gestione”, dicono a Panorama.it fonti vicine ad alcuni presidenti di serie B. L’imprenditore marchigiano Roberto Benigni, ad esempio, ha dovuto fare i conti con un “credit crunch” (cioè calo significativo - o inasprimento improvviso delle condizioni - dell’offerta di credito). La finanziaria alla quale si era rivolto per avere un prestito e pagare gli stipendi dell’Ascoli Calcio, di cui è presidente, ha avuto problemi di liquidità con i crac bancari americani e così niente prestito e niente stipendi ai calciatori.
Ma la crisi finanziaria rischia di abbattersi anche sull’organizzazione delle olimpiadi londinesi, rallentando i lavori per la costruzione di stadi ed infrastrutture. Il Daily Telegraph teme che possano verificarsi gravi ritardi sulla scadenza di consegna (luglio 2012), oltre che un aumento incontrollato dei costi.
Finora l’organo pubblico responsabile per la costruzione degli impianti, è riuscito a limitare i contraccolpi economici, riorganizzando l’agenda dei lavori. Ma restano grossi interrogativi circa il finanziamento complessivo dei Giochi, un investimento da oltre 13 miliardi di euro che dovrà essere coperto dalla vendita dei diritti tv, sponsorizzazioni private e contributi statali. E anche la ricca Premier League inglese, sponsorizzata dalla Barclays, comincia a fare i conti con i problemi economici. Il presidente della Football Association, Lord Triesman, lancia un attacco frontale nei confronti dei magnati stranieri che hanno invaso la Premier negli ultimi anni accusandoli di contribuire alla crescita dei costi e delle esposizioni debitorie. “L’indebitamento della Premier League è sicuramente forte, ma ancora non drammatico. Le squadre investono e hanno in piedi molti contratti di sponsorizzazione, gestiscono gli impianti direttamente e la composizione dei ricavi è molto variegata” sostiene Palazzi. “In Italia la situazione potrebbe essere più difficile perché i ricavi sono meno diversificati, il business è meno ricco e le tv pagano meno”.
E in casa spagnola, come sono messe le talentuose squadre della Liga? Racing di Santander, Almeria, Betis, Deportivo La Coruna, Malaga e Maiorca (quest’ultima anche a rischio di amministrazione controllata) hanno le magliette senza sponsor, mentre il Valencia un mese fa ha denunciato pubblicamente il suo patrocinatore “Valencia Expirience”, perché non gli aveva pagato i 6 milioni di euro previsti nel contratto sottoscritto a maggio. Real Madrid, Siviglia e Espanyol hanno optato per firmare contratti con agenzie di scommesse, che non saranno certo gli sponsor più ortodossi per una squadra di calcio, ma almeno sono i più solventi. Al di là delle sponsorizzazioni, è stata la crisi immobiliare - che in Spagna ha anticipato di alcuni mesi la tempesta sui mercati finanziari internazionali - a produrre pesanti ripercussioni, visto che fino a poco tempo fa gli immobiliaristi erano i padroni di molte squadre della Liga.
Ora la domanda che più si sente fare negli stadi della Spagna è: quando arriveranno gli stranieri a prendersi i club? Ai vertici della Liga assicurano però che il “modello inglese” non è importabile. La ragione? “La vicinanza e l’identificazione con il club, che sono valori pretesi dalla gran parte dei presidenti delle società”. Non si immagina un presidente del Bilbao che non parli basco o uno del Barça che non sappia difendere la catalanità della frase: “mes que un club” (più di un club).