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Capitalia

”Faremo ovviamente ricorso perché le modalità con le quali è venuta fuori la sentenza ci lascia estremamente perplessi sui contenuti e sulla modalità visto che non c’è stata istruttoria. Quindi sicuramente andremo in appello con grandissima fiducia”. Il deputy ceo di Unicredit Group Paolo Fiorentino ha commentato così la sentenza della terza sezione del Tribunale civile di Roma che, ieri, ha condannato, in solido, Sergio Cragnotti e Capitalia a risarcire al gruppo Cirio poco più di 300 milioni di euro per i danni subiti in seguito alla cessione di Eurolat a Parmalat.
Un lungo contenzioso durato oltre tre anni. La Centrale del latte di Roma venne acquisita dal gruppo di Sergio Cragnotti nel 1998 per poi essere successivamente accorpata in Eurolat e ceduta alla Dalmata spa del gruppo Parmalat nel 1999. Alla base della causa intentata dai commissari è l’ipotesi che l’operazione sarebbe stata attuata dalle banche e da Sergio Cragnotti allo scopo di rientrare dei propri crediti vantati nei confronti della controllante di Cirio Spa, Bombril e Cmi. Nell’atto di citazione in particolare si chiedeva la restituzione di 168,8 milioni di euro alla Banca di Roma (poi Capitalia e quindi confluita nel gruppo Unicredit), 28,7 mln a Comit (confluita in Banca Intesa) e 25,8 mln alla Banca popolare di Lodi (ora Bpi). Inoltre erano richiesti 250 mln di euro agli istituti di credito e all’ex patron Cragnotti come risarcimento per l’impoverimento subito dalla Cirio a causa la vendita di Eurolat, considerata dai commissari un asset strategico per il gruppo agroalimentare.
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Il problema aleggia sinistro e la soluzione a molti fa storcere il naso solo a pensarla.
Così, ancor prima che si realizzi, sono subito scattate le contromosse. Dallo scorso luglio Gabriele Galateri non è più presidente della Mediobanca. Gli hanno chiesto, un po’ per le spicce, di farsi da parte per lasciar posto a Cesare Geronzi. Come numero uno di piazzetta Cuccia, però, il manager torinese era anche presente nei consigli d’amministrazione delle due controllate più importanti: la Rcs Mediagroup e le Assicurazioni Generali, i gioielli della corona.
Della prima nessuno si occupa, forse perché al momento gli equilibri del Corriere (se mai si può usare simil termine a proposito di una compagine azionaria che più cangiante e variegata non si può) non sono in discussione.
Per le Generali, invece, apriti cielo: gli azionisti francesi della Mediobanca hanno infatti chiesto a gran voce che sia Geronzi a occupare il posto che Galateri si appresta a liberare. Il che fa nascere due problemi: uno di governance, l’altro più politico. Nell’unico sistema duale che sembra funzionare davvero, quello della Mediobanca, il banchiere capitolino presiede il consiglio di sorveglianza, che rappresenta gli azionisti. La gestione è affidata agli operativi Renato Pagliaro e Alberto Nagel. Domanda: può un presidente del consiglio di sorveglianza entrare nel board operativo di una sua partecipata?
La Banca d’Italia, alla sola idea che Geronzi potesse partecipare alle riunioni del comitato di gestione del suo istituto, insomma che potesse mettere becco nell’attività quotidiana, aveva già alzato disco rosso. Qualcuno dunque spera che il governatore Mario Draghi, di fronte all’ipotesi Generali, faccia risentire la sua moral suasion.
Ma sono anche alcuni azionisti del più importante gruppo finanziario del Paese che non sembrano gradire l’eventualità. La scorsa settimana, in ordine sparso, sono andati da Alessandro Profumo, l’indiscusso capo della nuova banca nata dalle nozze tra Unicredito e Capitalia, perché si adoperasse a scongiurarla. Il banchiere, ex McKinsey, non si è sbilanciato ma conoscendolo, e visti anche gli ottimi rapporti sin qui avuti con Geronzi, di sicuro non resterà alla finestra.
Di buoni argomenti ne ha molti, a partire dalla necessità, a fusione appena consumata, di non titillare ancora la suscettibilità di quanti hanno visto come fumo negli occhi l’insediarsi di Cesare nella poltrona che fu di Enrico Cuccia.

Atmosfera emozionante, un filino malinconica, facce tristi al consiglio d’amministrazione di Capitalia di martedì.
L’ultimo, a meno di sorprese, dell’era Geronzi, visto che a settembre si procederà alla fusione con Unicredito. Di Capitalia, in tutti questi anni, Geronzi ha fatto da inventore e da padre nobile, attraversando tutte le tappe che dalla originaria fusione tra Cassa di Roma, Banco di Roma e Banco di Santo Spirito, passando per Bi Pop e Banco di Sicilia, ha dato origine a uno dei più potenti e ramificati gruppi bancari del paese.
A Cesare Geronzi che usciva di scena, era dunque d’obbligo dare un riconoscimento, anche per il fatto che il banchiere di Marino, nella sua quarantennale carriera, non aveva mai goduto di stock options, a differenza di molti suoi colleghi (da Matteo Arpe a Gabriele Galateri, tanto per citare gli ultimi). Di qui, la decisione del cda di staccargli un assegno da 20 milioni di euro.
Con qualche consigliere che, di fronte a una cifra che gli doveva sembrare esigua, insisteva perché la banca fosse più generosa. Alla fine si è optato per i 20 milioni, che sono comunque un bel prendere, anche pensando al fatto che Geronzi non esce di scena ma si trasferisce alla guida di Mediobanca, in quella Milano che lo aspetta al varco per saggiarne le intenzioni.
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“Sono nato a Roma l’11 ottobre 1962. Diplomato odontotecnico al George Eastman di Roma, ho poi conseguito una laurea breve in economia presso la Clayton University di San Marino, insieme a Gioacchino Paolo Ligresti, mio compagno di corso. Ho cominciato a fare l’immobiliarista a 19 anni, e nel 1989 ho fondato la Magiste, holding che raggruppa le mie attività immobiliari. Opero da 25 anni nel settore immobiliare e finanziario. Sono stato azionista di Bnl, Alitalia, Capitalia, Hopa, Popolare di Lodi, Antonveneta e Rcs Mediagroup. Coniugato dal 9 luglio 2005 con l’attrice Anna Falchi, ho un figlio di 14 anni, Edoardo, che amo molto. Mi piace giocare a tennis, a golf, e sciare d’inverno. Attualmente abito a Roma ma ho casa anche a Milano nella centralissima via Borgonuovo”. (Stefano Ricucci su se stesso).
Che sta facendo dottor Ricucci? Lei che per un’estate ha fatto tremare tutti i salotti buoni di questo Paese ha voltato pagina?
Perché parla al passato? Ho 44 anni, non sono morto e continuo a fare quello che facevo prima, l’immobiliarista. Lei invece perché continua a parlare male di me?
L’ho fatto quando strombazzava in giro che stava per lanciare l’opa sulla Rcs. Le opa si fanno, non si dicono.
Ma di che opa parla? Non avevo i soldi per lanciare l’opa. Ho comprato titoli Rcs perché i suoi 15 soci sono il gotha del capitalismo. Volevo avere il 20 per cento per convocare un’assemblea ordinaria e illustrare il mio piano industriale.
Ma lei aveva un piano industriale, davvero voleva fare l’editore?
Perché, Benetton, Toti e Della Valle sono editori? Volevo essere il sedicesimo socio, rimanere con il 4-5 per cento e il resto ricollocarlo. Insomma, contribuire a tirar fuori il valore reale della casa editrice. Quel titolo era sottovalutato e lo è ancora. Non lo dico io, ma Mediobanca, Morgan Stanley e altre banche di rango.
Allora come spiega che il gotha al suo apparire se la sia fatta sotto?
Non so come mai mi abbiano temuto. Sono il massimo del capitalismo italiano, io ero entrato proprio perché attratto dalla loro presenza.
Cosa ha fatto allora che non rifarebbe adesso?
Non comprerei più una sola azione di banche o giornali. Ma continuerei a fare solo il mio mestiere, l’immobiliarista.
Si consoli, alla fine ne è venuto fuori senza perdere tutto. Di solito a chi sfida il gotha va molto peggio.
È vero. Peccato che nessuno lo scriva, ma lo scorso 24 maggio la Cassazione ha confermato il dissequestro dei mezzi propri, circa 100 milioni di euro, messi a garanzia del finanziamento per l’acquisto di titoli Antonveneta. Adesso aspetto la revoca del fallimento di Magiste International, che in 18 mesi ha restituito al sistema bancario nazionale e internazionale 1,6 miliardi di euro.
Posso ringraziarla a nome di tutti i giornalisti per averci regalato due impagabili metafore?
Se allude ai “furbetti del quartierino”, l’espressione mi scagiona. Si riferiva alla vicenda Antonveneta, dove sono parte lesa. La furbetta era la Popolare di Lodi che aveva lanciato un’opa con un prospetto informativo falso e finanziato gli amici a tassi agevolati. Se la Bpi non si fosse messa di mezzo, io avrei consegnato i miei titoli Antonveneta all’Abn Amro, come poi ho fatto. E l’altra espressione?
“Fare i froci col culo degli altri”. L’ha detto perché, scusi la volgarità, qualcuno ha cercato di farlo col suo?
Quell’espressione non è mia. Comunque non penso che qualcuno abbia approfittato di me. Certo, non sono stato trattato secondo il principio che la legge è uguale per tutti. Ho dovuto aspettare 18 mesi per avere un dissequestro che a tutti quanti, Popolare di Lodi compresa, è stato concesso subito.
Forse perché chi tocca il Corriere della sera muore?
Scusi, sta scritto nel Codice penale che chi tocca il Corriere muore? Se così fosse, mi sarei ben guardato dal comprarne le azioni. Ma fino a prova contraria la Rcs è un’azienda quotata sul mercato.
Il Corriere non lo ha comprato, ma almeno lo legge?
Certo che lo leggo, così come Il Sole e La Stampa. Ma la lettura della mazzetta la comincio sempre con La Repubblica.
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L’operazione Autostrade-Abertis rimane sotto scacco del ministro delle Infrastrutture (qui il video), Antonio Di Pietro, ma i Benetton sono già in manovra per un altro colpo da “novanta”. Conquistare il controllo di Aeroporti di Roma (Adr), cui fa capo lo scalo di Fiumicino che, a detta degli esperti di settore, andrà incontro nei prossimi anni a una crescita impressionante.
Un piede nella società romana ce l’hanno già attraverso la partecipazione in Infrastrutture e Sviluppo, la cassaforte che controlla Gemina che a sua volta, attraverso Leonardo, sia avvia ad avere quasi il 100% di Adr una volta chiusa la partita con l’australiana Macquarie.
L’operazione non è semplice. Tanto per cominciare si tratta di accorciare la catena di controllo ma quello che è più difficile è necessario fare fuori del tutto soci del calibro dei Romiti che di Gemina hanno fatto la storia e di Claudio Sposito.
I Romiti hanno tempo ancora qualche mese per esercitare il diritto di vendita ed è probabile che, dopo essere stati estromessi dalla gestione di Gemina, possano acconsentire a vendere. Più difficile sarà convincere Sposito, presente in Infrastrutture e Sviluppo attraverso il fondo di investimento Clessidra, che da tempo ha capito le potenzialità di sviluppo del business aeroportuale.
Ma c’è chi è pronto a scommettere che se Sposito riuscirà a incassare una lauta plusvalenza non avrebbe a sua volta alcun problema a vendere. I Benetton i soldi, nel frattempo, se li sono già procurati.
In questa direzione va l’accordo appena siglato per l’ingresso di Mediobanca e Goldman Sachs in Sintonia, il fondo dei Benetton nelle infrastrutture. La nuova potenza di fuoco è quasi 10 miliardi da investire per acquisire partecipazioni in strade e aeroporti in Europa e negli Stati Uniti, ma c’è da scommettere che il primo colpo sarà quello di Adr.
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Per tante aziende che passano in mano agli stranieri, ce n’è almeno una che torna al 100% sotto il controllo italiano. Gemina ha acquisito per 1,2 miliardi dall’australiana Macquarie la quota del 45% di Aeroporti di Roma, società di cui già possiede il 51% attraverso Leonardo.
Un’operazione che ha scongiurato, almeno per il momento, il rischio che su Fiumicino e Ciampino sventolasse la bandiera australiana proprio ora che le società di gestione degli scali aeroportuali iniziano a macinare utili a ritmi sempre più veloci.
L’operazione è stata finanziata con un prestito ponte dalle stesse banche azioniste della holding milanese, e cioè Capitalia e Madiobanca, ma a quanto pare l’intenzione dei due istituti di credito è quella di sganciarsi il prima possibile da Aeroporti di Roma chiamando in causa i titolari di Gemina.
Il consiglio di amministrazione della cassaforte milanese ha infatti dato mandato al presidente di convocare il prima possibile l’assemblea straordinaria per un aumento di capitale di 1,250 miliardi di euro. E in questa occasione potrebbero venire a galla i nuovi problemi di Adr. Se i Benetton e il fondo Clessidra si sono dette da subito disponibili a investire per il rilancio di Fiumicino, lo stesso non può dirsi per Salvatore Ligresti e soprattutto per i Romiti.
Anzi per quest’ultimi l’operazione potrebbe rappresentare la nuova uscita eccellente, dopo Rcs e Impregilo. Messi all’angolo dai nuovi azionisti di Gemina, è difficile che la famiglia Romiti decida di ricapitalizzare la società senza avere voce in capitolo.
All’appello potrebbero quindi mancare i soldi dei soci industriali di Gemina. Insomma scongiurato il rischio degli stranieri, resta la minaccia che siano ancora le banche a controllare le infrastrutture nevralgiche per il Paese.
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Sedendosi sulla poltrona che fu di Enrico Cuccia, comincia l’era di Cesare Geronzi in Mediobanca, la più blasonata banca d’affari del paese. Doppia poltrona in realtà per Geronzi: quella di presidente del consiglio di sorveglianza e di guida del patto di sindacato, l’organismo che riunisce i grandi soci di Piazzetta Cuccia, al posto di Piergaetano Marchetti.
Lo ha deciso all’unanimità il patto stesso con una scelta che, per la prima volta, affida a un’unica persona le due cariche. Le novità, comprese le modifiche allo statuto, verranno sottoposte all’assemblea dei soci il 27 giugno. Un voto che fa di Geronzi il grande regista dell’alta finanza italiana, autentico arbitro di partite delicate come quelle che verosimilmente si giocheranno in un futuro non lontano in Telecom Italia, Rcs MediaGroup e Generali.
Marchetti, autore della nuova governance introdotta in Mediobanca (il consiglio di sorveglianza, nominato dai soci, e quello di gestione, composto solo da manager) “ha chiesto di non essere rinnovato”, si legge nel comunicato ufficiale, volendosi dedicare solo all’impegno di presidente della Rcs (società editrice del Corriere della Sera). E proprio in coerenza con la nuova impostazione, il presidente “dei soci” è stato individuato nello stesso Geronzi. Anche in vista di un nuovo ruolo, nei fatti, del patto, destinato a trasformarsi sempre più in un accordo di voto, lasciando al consiglio di sorveglianza strategie e indirizzi.
L’accordo prevede che Geronzi resti presidente di Capitalia fino a settembre, quando in seguito alla fusione con Unicredit lascerà la banca romana per dedicarsi solo a Mediobanca.
Un’operazione che per quanto abbia un’indubbia valenza industriale tutti hanno salutato come un capolavoro “politico”: per il ruolo di “controllore” di quel tempio della finanza “laica” che fu per anni guidato da Enrico Cuccia, è stato preferito un banchiere ormai alla fine di una lunga carriera, come Geronzi - ma ancora con tanta voglia di giocare il ruolo di “grande vecchio” della finanza italiana - ad un giovane brillante e che in Mediobanca aveva costruito l’inizio della sua carriera come Matteo Arpe.
Il VIDEO servizio: