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Capitalia

Carlo Salvatori, amministratore delegato della Unipol, ha fatto tante cose, dunque ha un curriculum troppo lungo che a malincuore bisogna sintetizzare. Nato a Sora (Frosinone) il 7 luglio 1941, coniugato, con tre figli, laurea in economia e commercio presso l’Università di Bologna e in scienze bancarie presso l’Università di Siena, ha lavorato alla Banca nazionale del lavoro, dove è stato direttore centrale. Poi è passato in Ambroveneto diventandone presto ad, quindi in Cariplo come direttore generale. Dal gennaio 1998 al novembre 2000 è ad della neonata Banca Intesa. Dal maggio 2002 fino al settembre 2006 è vicepresidente della Mediobanca. Dal maggio 2002 al gennaio 2006 ha assunto la carica di presidente del gruppo Unicredito Italiano prima di approdare in Unipol.
Visto che ha lavorato con tutti e tre i dioscuri del credito, ci dice chi è il migliore?
Conosco bene Giovanni Bazoli e Alessandro Profumo. Invece il rapporto con Cesare Geronzi e la Banca di Roma è stato molto limitato, meno di sei mesi (infatti nel curriculum ufficiale non ve ne è traccia, ndr). Bazoli è un grande presidente perché sa dare molto spazio agli operativi. Profumo invece era lui l’operativo e possiede una straordinaria capacità di gestire la struttura.
Si aspettava un matrimonio così veloce tra Unicredito e Capitalia?
Dal punto di vista industriale ci sta tutto. Hanno realizzato un grande gruppo, così come avevano fatto prima Intesa e Sanpaolo Imi. Unicredito ha in più la dimensione internazionale. Prevedo grandi sinergie nei costi e nei ricavi.
È vero che quando era in Unicredito già avevate pensato di mangiarvi la Capitalia?
Mi consenta di non esprimermi. È una cosa che lascio dire a lei.
Va bene, la dico io. Ma una banca grande è sempre sinonimo di grande banca?
Se gestite bene, le banche grandi sono sinonimo di grande banca. Sia in Intesa sia in Unicredito ci sono persone che lo sanno fare bene.
Dicono che Bazoli sia molto arrabbiato. Ha rilasciato al Sole 24 Ore un’intervista parlando a nuora perché suocera intenda.
Non mi pare. C’era invece una condivisione dell’operazione. Del resto avendone realizzata una lui di analoga non poteva certo eccepire. Mi sembrava sincero quando ha detto che ora ci sono due gruppi a supportare l’economia di questo Paese.
Dicono invece che sia molto arrabbiato con lei, perché ha fatto saltare le nozze Mittel-Hopa.
La nostra resistenza non era certo nei confronti di Mittel e del progetto di Bazoli. Era sulla valutazione di quell’operazione così come ci era stata prospettata, perché non tutti gli azionisti venivano trattati allo stesso modo.
L’Unipol si sposerà o resterà zitella con la sua bella e ambita dote di 2 miliardi e passa?
Abbiamo definito un piano industriale di solida crescita interna. Se poi ci si presenterà qualche opportunità sul mercato, la valuteremo.
Il collateralismo dell’Unipol con i Ds è finito perché alla sua guida non c’è più Giovanni Consorte o perché non ci sono più i Ds?
Ma quale collateralismo! L’azienda fa il suo lavoro, la politica ne fa un altro. Cosa vuole che c’entri la politica nella gestione di un grande gruppo bancario e assicurativo? Sempre a fare queste inutili dietrologie…
Scusi, mi sembrava che qualche telefonata con i Ds fosse intercorsa ai tempi in cui l’Unipol stava per prendersi la Bnl…
Sono cose che ho letto sui giornali, ma di cui non voglio discutere. Si tratta di questioni che appartengono alla sfera privata delle persone.
Con Mario Draghi alla guida della Banca d’Italia si sono fatti due grandi matrimoni in meno di un anno. Allora vuol dire che il tappo del sistema era veramente Antonio Fazio.
Forse certe operazioni di oggi non andavano bene allora. C’è un tempo e un tempo. Con Fazio era la fase dell’uscita dalla foresta pietrificata del credito. Con Bankitalia gestione Draghi il momento di dare spazio alle attese di crescita e aggregazione del sistema bancario.
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Sette giorni per sciogliere i nodi più importanti (il prezzo, le poltrone, le alleanze, gli effetti dominanti sul controllo di Mediobanca e Generali), firmare e spedire gli inviti alle nozze dell’anno. La fusione tra Unicredito e Capitalia ha un termine-obiettivo, sabato 27 maggio: in pochi giorni i rispettivi leader Alessandro Profumo e Cesare Geronzi proveranno a chiudere la manovra bancaria destinata a rivoluzionare il panorama finanziario italiano e a scompaginare il quadro politico. Prima che la controffensiva, più o meno palese, mandi tutto all’aria: il consenso attorno all’operazione è talmente elevato, bipartisan e istituzionale da risultare sospetto.
L’agenda ipotizzata nei colloqui fra i due gruppi permetterebbe al governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, di presentarsi all’assemblea annuale del 31 maggio sbandierando l’unione che più d’ogni altra sembra rispondere alla sua esortazione a superare campanilismi e personalismi, per consolidare un sistema che è assai debole rispetto all’avanzata straniera, ma che invece si dimostra straordinariamente influente sulla politica economica di casa nostra.
Di qui il primo banco di prova: la nuova superbanca di che colore sarà? La chiave di interpretazione corrente la descrive come la risposta di Massimo D’Alema allo strapotere dell’Intesa Sanpaolo, il gruppo creato da Giovanni Bazoli e attraverso il quale il premier Romano Prodi ha finora monopolizzato le più importanti partite economiche. Del vicepremier e presidente dei Ds sono note amicizie e frequentazioni con Profumo e Geronzi. Quest’ultimo ha lavorato non poco per smontare (senza romperlo) l’abbraccio mediatico di Silvio Berlusconi, che due anni fa lo battezzò come l’unico banchiere non di sinistra e che ancora oggi è presente con la Fininvest nel patto di sindacato della banca romana.
Lo smarrimento diessino negli affari, accentuato con l’unione ulivista tra Intesa e Sanpaolo, celebrata a scapito dell’ultima roccaforte rossa rappresentata dal Monte dei Paschi, è fonte di depressione per i notabili del partito, estromessi dai giochi sul riassetto delle infrastrutture primarie del Paese: autostrade, telecomunicazioni, reti d’energia, aerei e aeroporti. Guai a perdere del tutto la presa sui centri nevralgici del potere: Mediobanca, Generali, Rcs MediaGroup (che controlla il Corriere della sera).
Così D’Alema negli ultimi mesi ha esplorato convergenze, facendo visita allo stesso Bazoli e intensificato i rapporti con gli uomini di punta del gruppo di francesi alleati di Geronzi nei santuari della finanza: Tarak Ben Ammar e Vincent Bolloré, amico del nuovo presidente Nicolas Sarkozy. Contatti che gli verranno buoni se Profumo troverà la via per riprendere il dossier Société Générale accantonato di fronte alle pretese transalpine di avere sede e presidenza esecutiva.
Tuttavia, la teoria del nuovo cappello dalemiano sul risiko, otto anni dopo il famoso incontro con Enrico Cuccia (in casa dell’imprenditore Alfio Marchini, anch’egli socio stabile della Capitalia), non convince Bruno Tabacci, deputato dell’Udc, profondo conoscitore degli intrecci con la finanza. “Macché contromossa, non ci credo. Profumo non è uno che fa politica, è un signore che fa operazioni di mercato: avrà fatto bene i suoi conti”.
Frase sibillina se si pensa al timore di investitori e analisti che sulle logiche industriali prevalgano quelle politiche per sistemare la Capitalia in mani amiche e ridisegnare gli equilibri di potere sulla Mediobanca e, a cascata, sulle Generali, che a loro volta sono azioniste e alleate del concorrente Intesa Sanpaolo. “No, le aziende non fanno più operazioni in funzione della politica” insiste Tabacci “semmai è la politica che si adegua per fare da mosca cocchiera. Certo, c’è il problema Mediobanca, ma non credo che verranno meno alla linea di autonomia dell’istituto, penso che faranno un passo indietro”.

Su questo aspetto si concentra la contraerea: Unicredito e Capitalia fondendosi arriveranno ad avere il 18 per cento di Mediobanca e quasi il 20 per cento di Generali e il 17 per cento del mercato bancario domestico. Dalla lettera del patto della banca d’affari è però esclusa la sommatoria delle due partecipazioni, fior di giuristi sono pronti a riaffermarlo: l’Unicredito-Capitalia peserà per il 9 per cento, l’altro 9 dovrà essere ceduto.
Già, ma a chi? La quota fa gola soprattutto all’Intesa Sanpaolo e la misura dell’interesse sta nella fretta e nella frequenza delle smentite. Gridare alla minaccia del monoblocco Uni-Capitalia che governerà incontrastato Mediobanca e Generali rafforza la possibilità che alla fine si proceda alla spartizione delle azioni in eccesso e amplifica la forza contrattuale di chi verrà chiamato in “soccorso” per ribilanciare le leve del potere.
Il punto è ben chiaro a Geronzi, che il Financial Times definì “power broker”: il mandato di advisor per la fusione affidato a Claudio Costamagna è la classica carambola al tavolo da biliardo. Con l’ex manager della Goldman Sachs Geronzi rassicura Prodi (di cui è uno dei più ascoltati collaboratori) e al tempo stesso rimarca le distanze da Bazoli (scottato dai tentennamenti del consulente sull’affare Mittel).
Non solo, Costamagna parla la lingua dei mercati, che piace tanto a Profumo, e ha la visione americana di Draghi, con cui ha diviso anni di esperienza nella potente banca d’affari a stelle e strisce. Rimane il versante francese, che (forse l’elemento più comico e drammatico insieme) difende a spada tratta l’”italianité” e ha immediatamente messo le mani avanti sull’indipendenza di Capitalia e Mediobanca. Un modo per alzare la contropartita: se l’alleato Santander conquisterà i possedimenti italiani dell’Abn Amro, Vincent Bolloré, azionista forte della Mediobanca, potrà far leva sul controllo dell’Antonveneta e sul 9 per cento di Capitalia.
Il più esperto tra i banchieri italiani conosce tattiche e strategie dei francesi. Saprà gestirla ancora? La palla è sui piedi dell’acquirente: Profumo i conti li ha fatti, se vuole crescere in Italia non resta che una strada, un’offerta pubblica d’acquisto sulla Capitalia. La prima volta ci provò il 20 marzo 1999, voleva la Comit (oggi inglobata in Intesa Sanpaolo), fu stoppato da Antonio Fazio che non era stato preavvertito. In Banca d’Italia adesso c’è Draghi, che non pretende nemmeno una telefonata: è già pronto col disco verde.
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di Marco Cobianchi
Da quando, nel 1997, Romano Prodi lo licenziò dalla presidenza della Stet, Biagio Agnes, manager di stato di lungo corso (”ma mi chiami pure boiardo, ché tanto non m’offendo”), non si dà pace. Oggi è direttore della scuola di giornalismo dell’Università di Salerno (è stato redattore della Rai prima di diventare direttore generale dell’azienda nel 1982) e da lì guarda, per nulla divertito, anzi, piuttosto innervosito, le vicende della Telecom. E non vedeva l’ora di potersi sfogare e dire che “tutto nasce dalla disastrosa privatizzazione del gruppo fatta nel 1997″.
Con Prodi presidente del Consiglio…
E Ciampi ministro del Tesoro…
Dottor Agnes, lei è stato presidente della Stet dal 1990 al 1997, conosce bene la struttura industriale del mercato delle telecomunicazioni. Cosa ne pensa dell’intenzione del governo di dare all’authority il potere di scindere la rete di telefonia fissa dalla società?
Vedremo come procederà il governo. Per ora posso dire che bisogna evitare in tutti i modi gli spezzatini e porre grande attenzione alla rete perché non vorrei che l’Italia fosse l’unico paese europeo a non essere proprietario della propria infrastruttura di telecomunicazioni.
Quale dovrebbe essere la prima preoccupazione del governo nella vicenda Telecom?
Dovrebbe verificare le vere intenzioni del compratore. Se c’è.
In che senso?
Deve accertarsi che il compratore faccia tre semplici cose: investire, investire, investire.
L’anno scorso la Telecom ha speso nella rete fissa 3 miliardi di euro. Non bastano?
Ma vuole scherzare? No che non bastano. E per questo il punto non è chi compra la Telecom, ma quanto investe chi la compra.
E questa dovrebbe davvero essere l’unica preoccupazione del governo?
Se mi sta chiedendo cosa ne penso di una Telecom straniera, dico che non ne faccio una questione di nazionalismi, non è questo il punto. Il punto è che chi compra faccia vedere i soldi, e non solo quelli necessari per pagare l’acquisizione. Poi, naturalmente, non posso credere che in Italia non ci sia un tessuto industriale che non voglia impegnarsi in questa società, e da questo punto di vista mi pare che il governo sia molto serio nell’auspicare una soluzione nazionale al problema.
Lo dice proprio lei che da Prodi fu licenziato…
Sì, venni licenziato nel 1997 insieme a Ernesto Pascale (allora amministratore delegato, ndr) senza prendere una lira di liquidazione. Oggi tutti i manager della Telecom che se ne vanno escono con le carriole piene di soldi. Andarsene dalla Telecom è un affare.
Comunque anche nel 1997, all’epoca della privatizzazione, non si trovarono industriali italiani disposti a investire.
Quella privatizzazione fu un disastro, fu fatta in fretta e senza un disegno industriale. Me ne rammarico molto ancora oggi.
Lei fu il manager che trattò un accordo industriale con l’At&t. In che cosa consisteva?
Non si trattava di acquisizioni o fusioni, ma di una seria intesa commerciale e industriale: noi avremmo potuto espanderci negli Usa e loro entrare in Italia. Ma fummo bloccati.
Come mai?
Faccia una cosa, lo chieda a Prodi, poi mi dica che cosa le ha risposto.
Lei ha vissuto da spettatore le ultime due proprietà della Telecom Italia, quella di Roberto Colaninno e quella di Marco Tronchetti Provera. Quale giudica migliore?
Glielo posso dire? Era migliore quella di Agnes e Pascale.
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Spiega il più politico dei banchieri, romano, occhialuto e bianco di capelli, che, siccome adesso ci sono i congressi dei Ds e della Margherita, tutto si ferma per almeno un paio di settimane, vicenda Telecom compresa.
Un simpatico modo per dire che, nonostante il gran daffare di banche, industriali, intermediari, gruppi più o meno blasonati, faccendieri e avventurieri, nei destini del colosso telefonico i politici sono entrati a piedi uniti, tanto che adesso, giocoforza, qualunque esito avrà bisogno della loro benedizione.
Con questo non è detto che lo stop venga per nuocere perché, dopo mesi di trattative, la carne al fuoco è talmente tanta che occorre mettere un po’ di ordine fra le proposte che cadono di continuo sui vari tavoli, e poi ripartire. Il punto è però: da dove?
Di certo c’è che Marco Tronchetti Provera, nonostante la calma olimpica ostentata negli ultimi giorni (”Pirelli non ha alcuna fretta di vendere e soprattutto non lo farà mai a prezzi che la penalizzano” va dicendo in giro), di fretta invece ne ha tanta. Gli azionisti della società mugugnano, il patto di sindacato è spaccato dopo che le Generali e la Mediobanca non hanno gradito il benservito dato alla meteorica presidenza targata Guido Rossi, e di certo avrebbero preteso la testa di Tronchetti se non fosse che, dice un banchiere che è della partita, “ci sono pezzi importanti di sistema, da Giovanni Bazoli a Luca di Montezemolo, che inspiegabilmente stanno ancora con lui”.
Il problema, come sempre, sta nei soldi. Ovvero nel fatto che il presidente della Pirelli non intende vendere a meno di 2,8 euro, il prezzo che gli aveva fatto balenare l’accoppiata american-messicana, ora monca dopo che l’At&t ha salutato chiamandosi fuori. A quel prezzo per azione, rilevare la quota Telecom di Olimpia costa poco più di 4 miliardi di euro. E una cordata italiana, come vorrebbero Massimo D’Alema e Romano Prodi (che divergono però sui nomi di chi debba farne parte), non ce la fa a materializzarsi.
Per cui, nonostante il successo bipartisan, la soluzione “inciucista” con dentro Roberto Colaninno e la Fininvest resta ancora una suggestiva ipotesi d’accademia. Non fosse altro perché, nonostante impegno e progetti (il capo della Piaggio, ignorando la massima nietzschiana per cui non si torna mai dove si è stati felici, dovrebbe fare il presidente della nuova società che rileverebbe il controllo della Telecom), la coperta è corta.
Mettiano, ma non è detto, che la holding del Biscione ci metta 500 milioni, altri 300 li scucirebbe Colaninno. Poi ci sono le banche, 500 potrebbero arrivare girando la quota nella Pirelli Pneumatici che possiedono, qualche altra milionata di euro la porterebbero industriali (si parla di Leonardo Del Vecchio, Diego Della Valle, forse i Pesenti) che avrebbero dato una generica disponibilità.
Già, si ha un bel dire che in giro di soldi ce ne sono una caterva, ma da qui a mettere insieme 4 miliardi ce ne passa. E soprattutto molti continuano a non capire perché si debba strapagare una quota, quella della Olimpia, che per la sua esiguità è ben lungi dal garantire la ferrea presa sulla Telecom. A quei valori, meglio andare direttamente in borsa e fare provvista di azioni senza passare per le forche caudine di patti e contropatti tra soci che stanno a monte.
E poi c’è la politica, che non molla la presa, e che di fronte a certi matrimoni, seppur d’interesse, si mostra maldisposta. Mettere assieme Silvio Berlusconi e Colaninno, ipotesi che al Cavaliere piace meno di quanto piaccia a qualcuno dei suoi collaboratori, non è facile da far digerire ai falchi degli opposti schieramenti. La stessa Unità, che pure aveva dato senza acrimonia la notizia dell’eretico avvicinamento (riunione nella casa romana del Cavaliere tra Fedele Confalonieri e il ragioniere mantovano, con l’infaticabile Ruggero Magnoni della Lehman Brothers a fare da mediatore), il giorno dopo ha sparato ad alzo zero.
Ergo, si devono battere altre strade, ma quel che più occorre battere è la diffidenza tra i vari protagonisti della vicenda, che si accentua ogni giorno che passa. Mediobanca e Intesa Sanpaolo, per esempio, continuano a guardarsi in cagnesco e a lavorare su scenari diversi. La banca di Bazoli era pronta a fare tutto da sola pagando le Telecom di Tronchetti 2,7 euro. Poi si era detta pronta, per bocca di un convinto Corrado Passera, ad appoggiare la cordata tex-mex, mezzo evaporata, che peraltro a Palazzo Chigi andava di traverso. Ora pare voler riconsiderare lo scenario che prevede la scissione della Pirelli (il filone su cui dall’inizio si era messa a lavorare piazzetta Cuccia) purché il mercato non storca troppo la bocca.
Ma l’ipotesi di fare due Pirelli fotocopia, con una che controlla solamente la Olimpia, e poi consentire agli azionisti dell’una di concambiare le azioni ricevendo carta e contanti dell’altra, non piace anzitutto a Tronchetti, che vorrebbe uscire di scena con un bell’assegno da 3 miliardi (tanto vale l’80 per cento che Pirelli detiene in Olimpia).
Se si pretende la soluzione tutta italiana (e certo gli afflati regolatori sulla rete fissa che il governo si è improvvisamente scoperto rendono difficile guardare oltralpe), la scissione resta la meno costosa, perché si porta a casa con 1 miliardo e mezzo di spesa e il mal di pancia degli azionisti che hanno comprato in borsa.
Il fatto è che la scissione, e qui la babele è completa, non entusiasma nemmeno alcuni grandi soci della Mediobanca.
Si sa che, sebbene abbia ripetuto ai quattro venti di volerne restar fuori, l’Unicredito di Alessandro Profumo fa da consulente alla Deutsche Telekom su un piano che prevede una fusione con la Telecom via conferimento della Tim. Peccato che nella neonata società i tedeschi si terrebbero stretta la maggioranza assoluta.
Il banchiere Cesare Geronzi, invece, fa da tramite con i palazzi della politica e sembra giocare più in proprio che in nome della Capitalia, la quale ha detto e ridetto di non aver partecipato al furibondo rastrellamento di titoli Telecom che ha preceduto l’assemblea di lunedì 16 aprile. Geronzi sente spesso D’Alema, un po’ meno Prodi, e ha sempre orecchie per Berlusconi. Risultato? Ha tentato di convincere Tronchetti a mollare il protettorato della Intesa Sanpaolo e la nefanda, a suo dire, influenza dell’advisor Gerardo Braggiotti, finendo col litigarci.
Adesso anche lui guarda il cielo in attesa di eventi, sapendo bene che qualche nube può arrivare da Trieste, visto che obtorto collo l’assemblea delle Generali si appresta a rinnovare il triennale mandato di Antoine Bernheim alla guida della compagnia. Solo che l’ultraottuagenario napoleonico banchiere continua imperterrito a dire: “Le Generali sono io” in barba alle sane e buone regole di corporate governance che vorrebbero da lui un atteggiamento meno oltranzista.
Insomma, dopo mesi che si intessono e disfano trame, dopo che in borsa la speculazione ha scorrazzato libera come le vacche nelle praterie, dopo che l’assemblea Telecom è servita da cassa di risonanza allo show (gustoso, ma anche angoscioso) di un comico, dopo che la magistratura ha allungato la sua ombra su spiati e spiandi, siamo di nuovo tornati al punto di partenza. Si ricomincia dalla decisione di Tronchetti che non vede l’ora di guardare la vicenda Telecom al passato, e ricomincia la girandola di riunioni nel tentativo di indurlo a più miti propositi. Nel pomeriggio di martedì 17 aprile, all’indomani della estenuante assemblea di Rozzano cui non ha partecipato, prima ha visto Ruggero Magnoni poi è andato di nuovo in Mediobanca, un po’ il suo calvario, a prendere altre reprimende da chi non capisce perché faccia di testa sua, senza consultarsi almeno per telefono con i suoi soci.
Ma Tronchetti è ormai preda della sindrome Ferruzzi, pensa che la Mediobanca voglia togliergli tutto così come fece con l’impero di Raul Gardini. Inutile evocargli lo spettro di soluzioni che per Tronchetti suonerebbero più beffarde di quelle che teme.
Nell’ultima settimana, si sono infittite le voci di una possibile opa sulla Pirelli, che taglierebbe la testa a tutto e anche a lui. Operazione relativamente poco costosa, visto che in borsa capitalizza 4,5 miliardi, e che dallo spezzatino delle sue partecipazioni si potrebbe ricavare più di quello che si spende per comprarla.
Oppure, ma sul versante basso della catena, il lancio di un’offerta pubblica sulla Telecom (nonostante il grande agitarsi di tutti, gli spagnoli della Telefónica restano i maggiori indiziati) cui difficilmente il governo potrebbe fare argine sventolando i vessilli dell’italianità.
O, ancora e molto meno costoso, l’acquisto di una quota inferiore al 29 per cento del capitale, in modo da prendere due piccioni con una fava: il controllo del gruppo e la neutralizzazione della partecipazione detenuta dalla Olimpia. A quel punto Tronchetti rischierebbe di portarsi addosso una insostenibile zavorra da 3 miliardi destinata a impiombare la Pirelli e tutte le sue possibili mosse.
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Il conto alla rovescia finirà martedì 15 maggio. Quel giorno si saprà se la Telecom Italia sarà di proprietà straniera oppure se il sistema paese avrà trovato un modo per trattenerla in Italia. Il 15 maggio Marco Tronchetti Provera o avrà venduto la maggioranza dell’Olimpia, finanziaria che controlla la società telefonica, agli americani dell’At&t e ai messicani dell’America Movil, oppure avrà ceduto a un’altra scatola: una finanziaria che rilevi gli stessi titoli allo stesso prezzo, 2,82 euro. Perché proprio il 15 maggio? Perché a fine mese scade l’accordo tra Tronchetti Provera, presidente della Pirelli, Daniel Hajj Aboumrad, amministratore delegato dell’America Movil, ed Edward E. Whitacre Jr, presidente dell’At&t, per trattare in esclusiva la vendita della Telecom.
Nei 15 giorni successivi Mediobanca e Generali, azioniste della Telecom Italia, possono rilanciare, bloccando la vendita agli stranieri e mantenendo il gruppo in mani italiane. Traguardo al quale punta la maggior parte del governo. Il punto è: come fare?
La risposta non l’ha nessuno: non la Mediobanca. Non il premier Romano Prodi, che dopo l’iniziale dichiarazione di non interventismo ora si trova spiazzato dalle prese di posizione di mezzo governo contrario agli stranieri. E non la pletora di banche d’affari che non hanno mai accantonato il dossier Telecom Italia. Ma chi ha partecipato ai numerosi vertici bancari afferma che “tutti lavorano con un unico scopo: costruire un veicolo finanziario al quale fare partecipare industriali, banche, fondi di estrazione italiana che rilevi dalla Pirelli almeno il 51 per cento dell’Olimpia”.
Per niente facile, poiché ben pochi sono disposti a riconoscere a Tronchetti Provera quei 2,82 euro (2,92 considerando il dividendo) che At&t e America Movil si dicono pronti a pagare versando in un solo colpo circa 4,6 miliardi di euro. Nessun gruppo industriale o bancario è mai stato finora disposto a versare altrettanto. La Intesa Sanpaolo era arrivata a 2,7, ma non un centesimo di più. Quindi uno dei problemi da risolvere è individuare un meccanismo (lancio di prestiti obbligazionari, pagamenti differiti, conferimenti di asset) che permetta di valorizzare i titoli della Telecom 2,82 euro, senza versarli tutti cash. Un’invenzione di ingegneria finanziaria che convinca industriali e banche italiane almeno a tentare di costruire una cordata.
E poi quale cordata? Non può essere solo finanziaria, nella quale cioè le banche sopportino il peso maggiore per poi ritrovarsi a gestire un’impresa della complessità della Telecom. La maggioranza deve essere formata da partner tecnologici senza problemi di liquidità e che siano disposti, in meno di 45 giorni, a lanciarsi in un’avventura ad alto rischio come quella delle telecomunicazioni.
Insomma, un rebus. E siccome il baluardo dell’italianità è difeso anzitutto dalla Mediobanca, è da essa che ci si attende la soluzione. Anche perché è l’unica fra le banche italiane ad avere propri uomini nei gangli vitali della catena di comando che da Pirelli porta a Telecom: il presidente Gabriele Galateri di Genola è consigliere d’amministrazione della Pirelli, mentre Renato Pagliaro, condirettore generale, lo è in Telecom Italia.

Gli animi decantano, gli spiriti bollenti si placano dopo una serata dove la tensione era a mille. Come noto, la decisione presa da Marco Tronchetti Provera di escludere Guido Rossi dalla lista dei consiglieri di amministrazione stilata dall’azionista di maggioranza relativa Olimpia, aveva scatenato le ire di Mediobanca, Generali, Capitalia e tutta la galassia (da Ras a Ligresti) che ruota nell’orbita di piazzetta Cuccia. L’ira però non è arrivata alle estreme conseguenze, ovvero la presentazione di una lista alternativa a quella di Tronchetti guidata proprio dal grande escluso Rossi. Mediobanca e Generali, insomma, hanno solo estratto il cartellino giallo per ammonire Tronchetti. Reo, secondo loro, di non averle avvisate di voler eludere il superavvocato, dopo che invece in una precedente riunione del patto di consultazione di Olimpia (Mediobanca, Generali e Pirelli) era stato deciso di confermarlo.
“Tronchetti non può fare e disfare a piacimento”, era il commento più benevolo che veniva dagli uomini di piazzetta Cuccia. Di qui, la richiesta di convocare il patto Pirelli (dove, in virtù del capitalismo degli incroci, Mediobanca e Generali sono presenti) per chiedere spiegazioni. Ma già stamattina la situazione sembrava meno conflittuale. La possibile apertura di Tronchetti alla convocazione del patto, quando invece ieri sera il suo rifiuto era stato intransigente, rafforza nuovamente l’ipotesi di una soluzione condivisa. E soprattutto incruenta. “Quello che interessa a Tronchetti” ha spiegato un banchiere a Panorama.it “è di uscire dall’avventura Telecom guadagnandoci il più possibile“. E se l’offerta congiunta di At&t e American Movil ha messo sul piatto una valutazione di 2,9 euro per azione, fino a ieri giudicata dalle banche implausibile, e soprattutto poco in linea con i corsi di borsa, la speculazione di questi giorni ha fatto salire a quasi 2,5 euro il prezzo di Telecom in borsa. Una corsa che non sembra essersi esaurita. A questo punto le banche possono prendere in considerazione un intervento a prezzi che sarebbero in linea con quelli del mercato, senza dunque la paura che i loro azionisti possano eccepire sull’operazione.
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Fatti, personaggi e interpreti. Martedì 27 marzo il patto di sindacato di Gemina, finanziaria che racchiude gli interessi della famiglia Romiti, mette in minoranza il patriarca Cesare e sfiducia l’amministratore delegato, suo figlio Piergiorgio. Oggetto del contendere, la partecipazione negli Aeroporti di Roma, con tutti gli altri soci della finanziaria (Benetton, Generali, Ligresti, il fondo Clessidra) compatti decisi a ricomprare la quota che proprio i Romiti qualche anno fa vendettero al fondo australiano Macquarie. Liti furibonde, incomprensioni, ripicche, e la voglia di chiudere una partita che si sta trascinando da troppo tempo. Risultato: il “gladiatore” Cesare Romiti, l’uomo che per oltre venticinque anni è stato il più potente e temuto manager italiano (prima a capo di Fiat, poi di Rcs), rischia la definitiva uscita di scena.
Che succede Romiti, vi stanno cacciando anche dalla Gemina?
Ma no, c’è qualcuno che gioca sporco. Il Consiglio aveva dato incarico a Mediobanca e Capitalia di proporre l’acquisto del 44 per cento degli Areoporti di Roma in mano agli australiani di Macquarie. Ho visto sconcerto, perché si tratta di una cifra elevata. E Gemina dovrebbe pagare una barca di soldi per mantenere la maggioranza.
Beh, forse pensavano di cavarsela con meno.
Sarebbe stato meglio se avessero pensato di andarci d’accordo. Quando c’è un socio al 44 per cento non hai alternative. Invece è stato fatto di tutto per irritarlo. Compreso un piano fantomatico, intoccabile, che ha fatto imbufalire gli australiani perché dice delle totali schiocchezze.
Potrebbe essere accusato di partigianeria, visto che gli australiani li ha portati lei.
Abbiamo comprato Adr, con Mediobanca che ci diceva: “Lasciate perdere, non ce la farete mai”. Poi ne abbiamo rivenduto una quota a Macquarie, con una plusvalenza favolosa. Che cacchio, voglio rispetto da questi romani dell’ultim’ora, che si credono chissà chi.
Non me ne voglia, ma anche lei è romano.
Sì, ma io non ho nulla a che spartire con questi bulli che arrivano e dicono:” Fatevi da parte, che facciamo e disfiamo noi, voi state zitti”. Hanno voluto mettere un amministratore delegato assolutamente inadeguato (Maurizio Basile, ndr) che si è inimicato gli australiani.
Ma contro voi Romiti c’è la creme de la creme. Da Mediobanca, a Generali, a Ligresti, ai Benetton
Ci sono tutti quanti, ma non me ne importa nulla. C’è un modo, uno stile nel fare le cose.
Come andrà a finire, suo figlio Piergiorgio si dimette da amministratore delegato di Gemina?
Non è detto, siamo tecnicamente in quello che si chiama stallo. Ci sono varie questioni legali impiantate, e mio figlio martedì 27 ha presentato al cda una bellissima lettera dove dice come stanno le cose. Il problema di fondo è un altro. Gli altri soci dicono di voler comprare la quota degli australiani.
Che, da quel che si capisce, sarebbero pronti a vendere.
Che hanno risposto come farebbero tutte le persone normali: fateci un’offerta. Quelli di rimando: 800 milioni, cifra del tutto inadeguata. Allora Macquarie si è spazientita e ha risposto: vogliamo un’offerta per iscritto o si va all’asta.
Metta che gli australiani accettino l’offerta, voi Romiti cosa fate?
Bene, se Macquarie accetta l’offerta la Gemina incasserebbe molta liquisdità. Ma noi Romiti ce ne andremmo comunque. Siamo abituati a gestire in maniera diversa le cose, non come sta facendo questa gente.
Chi è che più di tutti la fa arrabbiare?
Tutto è portato avanti da Claudio Sposito del fondo Clessidra e da Gianni Mion, che rappresenta la famiglia Benetton.
E poi si fa il nome di Fabrizio Palenzona come futuro presidente di Adr?
Si, Palenzona è quello che manovra nell’ombra. Si figuri, uno come Palenzona. Per carità , non so se quello che in questi mesi hanno scritto su di lui i giornali sia vero. Ma si rende conto, Palenzona….