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Emma Marcegaglia, numero 1 di Confindustria - Ansa
Se pensavate che bastasse una donna sulla poltrona di gran capo degli industriali italiani, quella di Confindustria occupata da Emma Marcegaglia, per parlare di parità dei sessi nel mondo dei manager italiani, vi sbagliavate. L’otto marzo nasce da una tragedia di donne lavoratrici ed è l’occasione giusta per riflettere sulle difficoltà che oggi impediscono a una donna di fare carriera come i suoi colleghi uomini. Continua

Altro indizio che l’intesa fra Fiat e Chrysler sia sempre più vicina? L’ad Bob Nardelli fa sapere che il nuovo cda sarà nominato dal governo Usa e dal Lingotto. Il potente sindacato Uaw acquisirà il 20 per cento del colosso di Detroit. E il titolo del gruppo italiano sale in Borsa.
“Il board avrà la responsabilità di nominare un presidente” ha detto l’amministratore delegato di Chrysler, Bob Nardelli “e selezionerà anche un ceo con il consenso di Fiat”. Il che potrebbe voler dire la fine della gestione Nardelli in Chrysler iniziata nel 2007 dopo che Cerberus Capital Management aveva acquisito oltre l’80% del gruppo. Fiat, ha spiegato ancora il top manager, “crede fortemente nei reciproci benefici che l’alleanza creerebbe per entrambe le nostre compagnie, i nostri consumatori, i nostri dipendenti e altre parti”.
“La Fiat” continua Nardelli nella lettera ai dipendenti “crede fortemente nei vantaggi reciproci per le due società, per i clienti, per gli impiegati e per altri componenti, derivanti dall’alleanza”.
L’ad di Chrysler ricorda poi che il via libera all’accordo di tutte le parti in causa è “una condizione per l’alleanza”, aggiungendo in particolare che “le concessioni aggiuntive che stiamo cercando dall’Uaw (il sindacato United Auo Workers) sono essenziali per ricevere un sostegno costante dall’amministrazione, completare l’alleanza con Fiat e raggiungere l’autosufficienza”.
Secondo Automotive News, il sindacato dei lavoratori dell’auto Usa, Uaw, e il Lingotto potrebbero quindi diventare i maggiori azionisti della nuova Chrysler, mentre le quote degli attuali azionisti, Cerberus e Daimler, sarebbero azzerate. Uaw, dicono fonti vicine al negoziato citate dal quotidiano, potrebbe avere inizialmente una quota significativa, forse superiore al 20%. Fiat potrebbe poi aumentare la sua quota a “gradini” del 5% a partire dal 20% iniziale fino al 35%.
Il presidente della Fiat, Luca Cordero di Montezemolo, non si sbilancia sui colloqui in corso per arrivare a un’intesa tra Torino e Detroit. “L’unica cosa che si può dire” ha detto a margine della presentazione del Rapporto Generare classe dirigente, all’Università Luiss a Roma - “è di lasciar lavorare Sergio Marchionne e i suoi collaboratori per vedere se si può arrivare a una soluzione entro la fine del mese.”
Quanto a un possibile interesse per Opel, riportato su alcuni quotdiani, Montezemolo è stato categorico: “No, non c’è”, ha tagliato corto. A chi chiedeva se anche in Italia fosse possibile la soluzioen che si profila negli Stai Uniti per Chrysler di un ingresso dei sindacati nel capitale al 20%, ha replicato: “Sarebbe auspicabile”.
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Finanza malata, quella italiana. Almeno secondo l’Antitrust: troppi incarichi doppi o addirittura multipli in società concorrenti e un azionariato, anche in società quotate, spesso concentrato in pochi soggetti e legato da patti non dichiarati. Sulle poltrone dei Cda di banche, assicurazioni e Sgr, insomma, siedono quasi sempre le stesse persone.
Un’anomalia che differenzia il nostro paese dal resto d’Europa: circa l’80% degli istituti finanziari e assicurativi italiani presentano nei propri organismi di governo componenti che hanno incarichi anche in imprese concorrenti, quasi il doppio di quanto avviene in Germania e Gran Bretagna.
È il quadro che emerge dall’indagine, durata un anno, sui rapporti tra concorrenza e “corporate governance” nel settore bancario e assicurativo condotta dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust). Allarme per le cabine di regia delle società, dove secondo l’Antitrust occorre esaminare i rischi del fenomeno dei legami azionari e di incroci personali, con maggiori controlli da parte di Consob, Banca d’Italia e Isvap (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private e di interesse collettivo). Va pertanto rivista la governance, secondo l’Autorità, per aumentare la trasparenza e recuperare la fiducia attraverso interventi regolatori e autoregolatori.Secondo l’analisi, il fenomeno riguarda società quotate, ma anche quelle non quotate. Numerosi i casi di esponenti che “contano” a fare il doppio gioco: l’intreccio tra imprese concorrenti a volte può arrivare a coinvolgere anche 16 componenti di un Cda, tanto che 325 dei 2.876 incarichi svolti nella “governance” dei gruppi analizzati sono ricoperti da persone che hanno una poltrona di peso in imprese rivali (150 nelle società quotate e 175 in quelle non quotate). Una peculiarità tutta italiana e inesistente per le imprese quotate sulla borsa spagnola e su Euronext - Amsterdam, mentre interessa solo il 26,7% delle società quotate su Euronext - Parigi, il 43,8% di quelle su Deutsche Borse e il 47,1% di quelle su London Stock Exchange.
A preoccupare anche i legami attraverso le partecipazioni: la presenza di competitors nell’azionariato di un’impresa supera il 60% in quelle quotate e il 47% nelle banche.
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di Marco Cobianchi
Non sarà facile. Non sarà per niente facile convincere Antoine Bernheim a liberare la poltrona di presidente esecutivo delle Generali. In molti lo vorrebbero, anzitutto il fondo speculativo Algebris e “gli italiani che ci sono dietro”, come disse Bernheim a caldo. Ma quello del socio Algebris è solo l’ultimo di una serie di attacchi che gli sono venuti e che, sommati, danno l’impressione di un Bernheim arroccato in difesa della propria posizione di capo di una delle società italiane più internazionali. Però l’immagine che si ricava quando lo si incontra nella sede parigina della compagnia, in boulevard Haussmann, è diversa. È quella di un uomo combattivo che, a 83 anni, non si rassegna all’idea di lasciare i panni del manager per indossare quelli di memoria vivente del capitalismo mondiale. «Vivente?» replica divertito: “Sono contento che lo dica lei che, essendo qui di fronte a me, può anche testimoniarlo. Sa, per alcuni sono una leggenda”. E poi parte all’attacco: “Nel 1999 fui costretto a lasciare la presidenza delle Generali. Allora in borsa valeva 43 euro. Quando, nel 2002, mi venne chiesto di tornare, valeva 14. In questi 5 anni, senza modificare l’assetto manageriale, abbiamo trasformato la società. Non vorrei che adesso qualcuno mi volesse mettere alla porta per aver fatto bene il mio lavoro. Ma tutto è possibile”. No, davvero non sarà facile.
Monsieur Bernheim, cominciamo dai conti delle Generali. Alcuni vostri soci, come il fondo Algebris, affermano che quelli dei primi 9 mesi sono buoni ma potevano essere migliori. Come risponde?
I primi 9 mesi sono stati molto soddisfacenti e secondo le nostre previsioni gli ultimi 3 saranno altrettanto buoni. Inoltre stiamo già sviluppando delle azioni che daranno i loro risultati nel medio termine. Aggiungo che la capitalizzazione di borsa della compagnia è pari a 43 miliardi di euro rispetto ai 54 miliardi del gruppo Axa, nonostante che questa sia molto maggiore di noi, presente in alcuni mercati dove noi non operiamo, come gli Stati Uniti, l’Australia e il Regno Unito. Questa crescita è stata raggiunta grazie a un sostanziale aumento dei ricavi che le Generali hanno realizzato dal 2002 a oggi.
La compagnia sta verificando la possibilità di modificare l’assetto manageriale. Qual è la sua posizione?
La corporate governance attuale è quella che è sempre esistita: un presidente esecutivo con forti poteri e due amministratori delegati con competenze definite sulla base delle delibere del consiglio d’amministrazione. Oggi il presidente con potere esecutivo, anche se questo rende alcuni molto tristi, sono io.
Quindi ritiene che l’attuale corporate governance sia adeguata?
Per quanto riguarda la struttura sì, per quanto riguarda le persone ciascuno può avere l’opinione che vuole, ma a mio avviso la gestione è molto soddisfacente e sono i numeri, sia di breve sia di lungo periodo, a dirlo.
Le Generali sono a rischio scalata?
Difficile rispondere a questa domanda, ma in ogni caso la difesa più efficace è migliorare le performance e aumentare le proprie dimensioni. Ed è ciò che intendo fare da oggi fino alla fine del mio mandato, nell’aprile 2010. Entro quella data le Generali devono aumentare la loro capitalizzazione di borsa di almeno un ulteriore 20 per cento.
Come?
Intanto con l’operazione Toro siamo diventati leader in Italia nel settore danni. Con l’acquisizione della Banca del Gottardo abbiamo rafforzato la nostra presenza in Svizzera, dove abbiamo già la Banca della Svizzera Italiana e l’eventuale fusione tra le due creerà la quinta banca d’affari svizzera. Abbiamo inoltre riconquistato la prima posizione nell’Europa centrale; abbiamo una posizione di privilegio in Cina e ora iniziamo a operare anche in India. Siamo in trattative per entrare in Russia, ma ancora non posso dire se il nostro obiettivo riusciremo a raggiungerlo. E siamo anche in corsa per cercare altre occasioni per far crescere il gruppo.
Dove cercherete opportunità di crescita?
In questo senso la genialità consiste nel portare a termine una buona operazione e poi dire che rientrava all’interno di una strategia. Questo per dire che le Generali sono aperte a qualsiasi opportunità arrivasse da ogni parte del mondo, se questa creasse valore per la compagnia e gli azionisti.
Anche dagli Stati Uniti?
Con un livello tale del dollaro si può anche pensare a un’acquisizione in Usa.
Le Generali in Francia hanno vissuto un periodo di grandi cambiamenti. Quali risultati ha dato?
In Francia la ristrutturazione è stata davvero molto importante e grazie a essa oggi siamo il numero due sul mercato francese. Da 20 società oggi ne abbiamo solo due. Visti gli ottimi risultati stiamo varando lo stesso tipo di operazione in Germania e, prima della fine del mio mandato, credo sia necessaria un’ulteriore ristrutturazione delle Generali anche in Italia, dove operiamo con molti marchi: Ina-Assitalia, Alleanza, Fata, Toro, La Venezia. Dal punto di vista amministrativo e informatico abbiamo già avviato grandi sinergie, ma si possono immaginare altre azioni a livello tecnico e commerciale che ci possono far raggiungere nuovi importanti risparmi sui costi.

Come giudica il metodo seguito per individuare i nuovi vertici della Telecom Italia?
Mi pare che solo il rappresentante dell’Unicredito abbia affermato che il metodo non era appropriato. Per quanto mi riguarda, Gabriele Galateri di Genola e Franco Bernabè hanno le capacità per esercitare al meglio la guida dell’azienda. Perciò le Generali sono totalmente d’accordo con le scelte che sono state fatte. Conosco bene Bernabè, lo considero un manager molto competente.
Cosa pensa della presenza dei fondi «attivisti» nell’azionariato di una grande società?
L’azionista migliore per una società e per il suo management è quello stabile, mentre spesso questi investitori hanno obiettivi a breve termine. E, per di più, spesso operano con fondi presi in prestito in una percentuale molto, ma molto superiore rispetto al capitale proprio: questo, in caso di recessione, può essere pericoloso. Abbiamo già visto con i subprime cosa può succedere a livello mondiale quando i danni portati da strutture finanziarie troppo aggressive cominciano ad affliggere l’economia reale.
Lei è francese e da sempre sostiene di voler difendere una compagnia italiana, le Generali, da attacchi che, lei dice, vengono anche dall’Italia. Non le sembra paradossale? È come se un manager italiano a capo di un’azienda francese dicesse che la difende dagli attacchi dei francesi.
Io credo che sia interesse dell’Italia avere aziende grandi, forti, che la possano rappresentare in Europa, e io in questo senso mi sento al servizio delle Generali e al servizio dell’Italia. E non trovo strano che uno straniero lavori a favore di un paese diverso dal proprio. Io sono amministratore delle Generali dal 1973, in rappresentanza della Lazard, e diventai presidente perché c’era una convinzione comune: che bisognasse svegliare una compagnia un po’ addormentata. Nessuno si pose il problema della mia nazionalità. E poi non mi risulta che ci siano manager italiani che sono alla guida di grandi aziende francesi dopo avervi lavorato 34 anni.
Lei ha detto di avere una “piccola idea” sulla figura del suo successore. La può dire?
A questo proposito sono totalmente d’accordo con il presidente della Mediobanca, Cesare Geronzi: il prossimo presidente delle Generali dovrà essere esecutivo, conosciuto e pieno di prestigio in tutti i mercati nei quali la compagnia lavora.


Angelo Maria Petroni contro Rai: uno a zero. Per ora, davanti al Consiglio di Stato, è l’ex consigliere ad aggiudicarsi il primo round. L’organo supremo della giustizia amministrativa ha respinto infatti la richiesta di sospensiva avanzata dall’azienda contro la sentenza del Tar del Lazio che reintegrava il professore bolognese al suo posto nel cda di viale Mazzini.
A questo punto non è chiaro che cosa accadrà. Se Petroni verrà reintegrato al posto di Fabiano Fabiani o se invece ci sarà un totale azzeramento del consiglio di amministrazione.
Senza la sospensiva del Consiglio di Stato, che non ha accolto la richiesta avanzata in questo senso dal Ministero del Tesoro, azionista Rai, rimane valida la decisione del Tar del Lazio che annullava la sostituzione di Angelo Maria Petroni nel Cda Rai con Fabiano Fabiani.
Ora, secondo alcune fonti legali dell’azienda, sarebbe necessario per il re-insediamento di Petroni nel consiglio, adire alle vie amministrative, così come raccomanda il Tar.
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Ovvero Petroni non potrebbe tornare subito a quello che era il suo posto in azienda ma sarebbe necessario che l’azionista Ministero del Tesoro riconvocasse l’assemblea dei soci per una nuova nomina in cda al suo posto di nono consigliere. Diversa fin dall’inizio la lettura dei legali di Petroni che sono per l’insediamento immediato. Lo dice per esempio l’avvocato Filippo Satta: ”Non credo affatto che sia necessaria una nuova assemblea dei soci per reintegrare Petroni. Dal momento che il Tar ha annullato l’atto preliminiare, cioé la decisione del ministro di revocare il consigliere, cadono tutti gli atti consequenziali. Quindi Petroni può rientrare a Viale Mazzini da subito”. Intanto la confusione regna sovrana a Viale Mazzini.
Qui le tappe della vicenda
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Detto e fatto. Il presidente di Alitalia, Maurizio Prato, lo aveva promesso fin dal primo momento che a causa delle forti perdite su Malpensa, ben 150 rotte da e per lo scalo milanese sarebbero state cancellate.
Ieri il consiglio di amministrazione della compagnia di bandiera, in occasione della riunione che ha approvato l’ennesima semestrale lacrime e sangue (il rosso, anche se in calo rispetto allo stesso periodo del 2006, è comunque pari a 211 milioni), non ha fatto marcia indietro sul depotenziamento di Malpensa nonostante il muro dell’opposizione e del governo. Le cancellazioni saranno graduali e solo dal 30 marzo 2008, con il nuovo orario estivo, ci sarà la riduzione vera e propria che corrisponderà a ben oltre il 35% dell’operatività di Alitalia su Malpensa.
Ma il piano Prato parte già in salita. A schierarsi contro il documento che dovrebbe riportare il bilancio Alitalia in rotta in attesa del compratore non è più solo l’opposizione. Anche all’interno del governo stanno crescendo i malumori. Dopo il vicepremier, Francesco Rutelli, che ha parlato apertamente della necessità di rifondare Alitalia per rilanciare i due hub, è stata la volta del ministro per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini. “È essenziale che Malpensa consolidi la sua funzione di hub nazionale, nell’interesse dello sviluppo del sistema Paese e che sia messa nelle condizioni di competere con i principali scali europei.
Pronta la replica del governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, che ha inviato il governo a “bocciare formalmente il piano di riorganizzazione presentato da Prato. Questo è il provvedimento logico, se le parole di Rutelli, Veltroni e di altri ministri hanno un senso”.
La spaccatura all’interno del governo sarà stata, molto probabilmente, al centro del lungo vertice della serata tra il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. Presumibilmente Prato sarò stato invitato a utilizzare una linea più morbida, soprattutto con i sindacati, in vista della cessione del pacchetto di maggioranza ad Air France che, nonostante le smentite ufficiali, sarebbe già a buon punto.
Nel frattempo la Lega non ha mollato la presa. Il vicepresidente dei deputati della Lega, Andrea Gibelli, ha annunciato una mozione del suo partito. “La Camera - ha spiegato - discuterà da lunedì il destino di Malpensa e il progetto industriale di Alitalia. Il Parlamento dovrà esprimersi su un piano industriale che mortifica l’economia di un area strategica del Paese”.

In questo vuoto politico e strategico, potrebbe inserirsi Ryanair, che proprio questa mattina ha annunciato di volersi espandere in Italia e sarebbe pronta a investire un miliardo e 26 milioni di dollari (circa 720 milioni di euro) per Malpensa e Orio al Serio con 80 nuove rotte e diciotto nuovi aerei Boeing 737 entro il 2012. L’accordo che la compagnia irlandese low cost intende proporre a Sea stanzia per lo scalo di Malpensa 840 milioni di dollari per dodici nuovi Boeing 737 entro il 2010. Nello specifico, cinque velivoli dovrebbero arrivare entro il 2008, quattro entro il 2009 e gli ultimi tre entro il 2010. Cinquanta le rotte internazionali che Ryanair vorrebbe istituire, mentre dieci sono i nuovi collegamenti nazionali previsti da Milano verso il sud Italia e le isole. La parte della proposta che riguarda Orio al Serio è già stata sottoscritta e prevede un investimento di 280 milioni di dollari e sei nuovi aerei entro il 2012: tra i quali uno arriva a dicembre 2007 e uno a gennaio 2008.
Sherrard ha spiegato che nell’incontro di Dublino alla Sea verranno chiesti “efficienza e prezzi molto più bassi”. Anche perché Ryanair per ora non ha intenzione di imbarcarsi in voli intercontinentali.
IL DOSSIER ALITALIA
Il VIDEO servizio:

Dopo aver letto un breve comunicato sul piano industriale 2008-2010, approvato in serata dal consiglio di amministrazione, l’amministratore delegato di Alitalia Maurizio Prato ha abbandonato l’incontro con i sindacati. Augurando buona fortuna a tutti. Un comportamento che ha lasciato perplessità e divisioni tra le associazioni di categoria.
“Siamo molto più prudenti rispetto ai giorni scorsi” osserva Fabio Berti dell’Anpac “sono emersi elementi positivi perché le ore di volo dovrebbero rimanere costanti”. E aggiunge: “Prato ha parlato di disponibilità a trovare una soluzione per Alitalia Express e questo è sicuramente un buona novità”. All’opposto la Filt Cgil: “È assolutamente necessario e urgente che Palazzo Chigi ci convochi e ci spieghi cosa sta succedendo” osserva il segretario nazionale Mauro Rossi dopo “lo sbrigativo incontro”.
Molti i dubbi tra i sindacalisti: “Siamo allibiti” osserva Massimo Muccioli dell’Anpav. “Non dovrebbero esserci tagli nelle ore di volo. E, quindi, nemmeno ridimensionamenti nel numero di aerei” ha sottolineato Marco Veneziani della Uil. Secondo Claudio Genovesi della Cisl il mandato di Prato sarebbe prioritariamente quello della vendita e della ricapitalizzazione. È previsto per martedì il prossimo incontro con le associazioni di categoria.
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