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Il Senato ha dato il via libera questa mattina all’articolo 14 del disegno di legge sullo sviluppo e l’energia che apre la strada alla “riconversione” dell’Italia al nucleare.
Il testo delega il governo ad adottare, entro 6 mesi dall’entrata in vigore della legge, decreti con la disciplina della localizzazione delle centrali e i sistemi di stoccaggio dei rifiuti radioattivi, oltre alle misure compensative per le popolazioni. I sì sono stati 142, 105 i no e 4 le astensioni. Contro l’articolo si è espresso il Pd.
La realizzazione di impianti, ha sottolineato in Aula il senatore del partito democratico Gian Carlo Sangalli, rappresenta “un paradosso economico visto che le centrali a gas della Pianura Padana sono utilizzate solo per il 50 per cento”. La notizia arriva dal Forum Pa, dove il ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola è intervenuto ad un tavola rotonda sul futuro delle ‘energia in Italia.
“È un passo avanti importante per il ritorno ad un tipo di energia in cui crediamo molto”, dice Scajola. “La strategia energetica del governo Berlusconi punta ad innalzare dal 16 al 25 per cento l’apporto delle rinnovabili alla produzione di energia elettrica nazionale. Un ulteriore 25 per cento sarà assicurato dal rilancio del nucleare, settore nel quale pure non mancheranno occasioni di collaborazione tra l’industria italiana e quella degli Stati Uniti che con i suoi 104 impanti è il primo paese al mondo per dotazione di centali nucleari attive”. E sulle presunte mappe (pubblicate da Repubblica) di siti individuati dal Governo per costriure le nuove centrali arriva la smentita di Adolfo Urso, vice ministro allo Sviluppo economico. “La mappa dei siti nucleari non esiste e si tratta solo di articoli di natura elettorale. Non c’è alcuna mappa dei siti ancora aggiornata”, precisa Urso. “Non è un caso che le città e i luoghi di cui si parla sono centri dove si voterà nei prossimi giorni. Tutto ciò verrà fatto con le indicazioni della legge che stiamo per approvare che è molto rispettosa delle decisioni degli enti locali e terrà conto delle normative sulla sicurezza previste dall’Ue”.
A dirsi fortemente contraria all’idea di un ritorno al nucleare è invece Greenpeace: “Se dovesse tornare il nucleare in Italia, sarebbero pochissimi i territori che potrebbero ospitare una centrale, considerando zone le sismiche, quelle a rischio alluvioni, quelle a rischio siccità, le coste in erosione e le città densamente popolate”, si legge in una nota dell’associazione ambientalista che, grazie all’analisi di tre importanti carte tematiche, “svela perché lo stivale è assolutamente inadatto alle centrali nucleari”. Per le scorie nucleari - prosegue Greenpeace - esiste un’altra mappa di prima valutazione, elaborata nel 1999-2000 dal gruppo di lavoro ad hoc costituito all’epoca dalla Conferenza Stato Regioni (e supportato tecnicamente da Enea). In questo caso il rischio sismico è ritenuto meno rilevante (alcune aree sono persino in Abruzzo): le aree sono presenti in numerose regioni ma si concentrano particolarmente tra l’Alto Lazio e buona parte della Toscana, le Murge pugliesi e la Basilicata.
Di diverso tenore Alessandro Ortis, presidente dell’Autorità per l’energia che, sempre al Forum Pa, dice che “gli investimenti energetici possono considerarsi anche approdo sicuro e ottima opportunità per iniziative industriali e finanziarie che assicurino un’equa e garantita remunerazione agli investitori, assieme all’energia necessaria per la ripresa, ovviamente a prezzi e qualità sempre più convenienti per i consumatori”. Per Ortis, “il quadro regolatorio e tariffario nazionale è stato disegnato per facilitare gli investimenti necessari allo sviluppo delle infrastrutture energetiche e quindi costituisce anche un concreto contributo a sostegno di iniziative e cantieri anticrisi. Se il nucleare può essere un contributo allo sviluppo energetico, possiamo anche valutare questa ipotesi. Ma servirà ancora parlarne in maniera più diffusa e facendo i controlli massimi per la sicurezza”.
di Roberto Seghetti
L’obiettivo del governo è di ridurre i costi e i prezzi dell’energia elettrica per le famiglie e le imprese, portandoli ai migliori valori europei. Nella produzione di energia elettrica dobbiamo arrivare a un mix composto dal 25 per cento di energia rinnovabile, 25 per cento di nucleare e 50 per cento di combustibili fossili tra gas, carbone pulito e petrolio». La meta che secondo il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, bisogna raggiungere entro 20-30 anni è chiara. Come arrivarci e con quali tappe intermedie, il ministro lo spiega a Panorama.
Oggi il 42 per cento del fabbisogno energetico italiano è coperto dal petrolio, il 36 dal gas, il 9 da combustibili solidi, il 5,2 da importazioni di elettricità, il 7,3 da fonti rinnovabili. Come deve cambiare questa ripartizione?
Il mix italiano nella produzione di energia elettrica è troppo sbilanciato sulle fonti fossili, in particolare sul gas naturale, che ha un problema di dipendenza dalle importazioni. È la conseguenza delle scelte passate, con le quali è stato escluso l’uso dell’energia nucleare e privilegiato il ricorso al gas anche per la generazione di elettricità. Per questo nel Piano triennale per lo sviluppo, approvato dal governo lo scorso 18 giugno, abbiamo inserito le prime norme per la definizione, entro il giugno 2009, della Strategia energetica nazionale, la quale prevede tra i suoi obiettivi: il ritorno al nucleare, la promozione delle fonti rinnovabili, l’accelerazione delle infrastrutture energetiche (rigassificatori, sistemi di stoccaggio per il gas naturale, collegamenti internazionali) e la diversificazione delle fonti e delle rotte di approvvigionamento.
Quanto tempo ci vorrà?
Alcuni progetti relativi al gas troveranno realizzazione entro quest’anno, come l’aumento delle importazioni dall’Algeria, per 6,5 miliardi di metri cubi all’anno, e dalla Russia, per ulteriori 3,2 miliardi di metri cubi. Nei primi mesi del 2009 sarà operativo il nuovo terminale di rigassificazione di Gnl al largo della costa di Rovigo, che si aggiunge all’attuale rigassificatore di Panigaglia (avrà una capacità di 8 miliardi di metri cubi). Sempre quest’anno autorizzeremo la costruzione di nuovi impianti di rigassificazione e stoccaggio di gas. Altri progetti che vogliamo completare entro la legislatura sono il gasdotto Galsi, che collegherà l’Italia all’Algeria passando attraverso la Sardegna, e il gasdotto Itgi, che porterà il gas dalle regioni del Caspio, passando per Turchia e Grecia.
E per il nucleare?
Il Consiglio dei ministri ha previsto una delega al governo per la definizione dei criteri di localizzazione degli impianti, per le misure compensative da riconoscere alle popolazioni e per la costituzione delle autorità di controllo della sicurezza. L’obiettivo è di arrivare entro la legislatura ad avviare la costruzione di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione, secondo le tecnologie più avanzate.
Chi pagherà la costruzione?
Gli impianti nucleari assicurano energia su larga scala senza emissioni di gas serra. Il fattore sicurezza è dimostrato dall’esperienza decennale accumulata. Si tratta di energia che può essere prodotta a costi competitivi, e lo dimostra il fatto che l’Italia importa una quota significativa di elettricità da paesi dove il nucleare è molto presente, come Francia e Svizzera. I rincari di petrolio e gas rendono ancora più conveniente l’investimento. Quindi, non ci sono ragioni perché l’energia nucleare non debba essere economicamente sostenibile anche in Italia, e perché gli impianti non possano essere costruiti dalle imprese energetiche con propri capitali nell’ambito delle regole del sistema elettrico.
E il governo?
Compito del governo è di rimuovere gli ostacoli: dare un quadro di regole certe, rendere disponibili i servizi tecnici e le infrastrutture di supporto di cui ha bisogno la filiera nucleare.
È sicuro che sia possibile individuare i siti delle centrali? Non si fa prima a costruirle in Albania?
Nel Piano triennale per lo sviluppo è previsto che il governo avvii una procedura per l’individuazione dei siti con il coinvolgimento attivo delle regioni. Per la localizzazione dei siti contiamo di avvalerci anche della normativa e delle raccomandazioni elaborate dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, della normativa Euratom, degli studi dell’Agenzia per l’energia nucleare dell’Ocse. Dal punto di vista dell’accettabilità sociale, penso sia importante un percorso partecipato e trasparente, che fornisca informazioni complete e risponda alle comprensibili preoccupazioni dei cittadini. Forniremo ogni assicurazione sugli standard di sicurezza e garantiremo adeguate compensazioni economiche ai territori coinvolti. Quanto a possibili impianti in Albania, si tratta di un’ipotesi da verificare. Ma penso che un grande paese come l’Italia debba perseguire una maggiore autonomia energetica, facendosi carico direttamente delle infrastrutture necessarie.
Il confronto fra le fonti energetiche di Italia ed Europa: non avendo nucleare, ricorriamo molto di più a petrolio e gas. E ogni Kwh ci costa il doppio che ai francesi
E i siti per le scorie?
Un sito per le scorie nucleari è necessario anche a prescindere da nuovi impianti. Il precedente governo, pur contrario allo sviluppo del nucleare, aveva costituito un gruppo di lavoro per elaborare proposte volte all’individuazione del sito. I risultati dovrebbero giungere entro l’anno.
Quanto si investirà in ricerca?
Dobbiamo investire di più, concentrando gli sforzi sulle filiere tecnologiche più promettenti. Nel Piano triennale per lo sviluppo abbiamo previsto risorse per la partecipazione dell’Italia ai programmi internazionali di ricerca sui reattori nucleari di nuova generazione, che potranno entrare in funzione non prima di 30 anni da oggi, e a progetti per la cattura e il confinamento dell’anidride carbonica prodotta da impianti termoelettrici alimentati con combustibili fossili.
In altri paesi eolico e solare sono molto utilizzati. Quali interventi farà il governo?
La potenza elettrica installata basata su fonti rinnovabili è cresciuta a fine 2006 a oltre 21 mila megawatt. Ma la produzione elettrica rinnovabile è rimasta grosso modo costante e l’apporto di queste fonti alla produzione totale è addirittura calato. Gli incrementi di produzione forniti da alcune fonti rinnovabili (come geotermia, energia eolica e solare e biomasse) non hanno infatti compensato la contrazione dell’apporto della fonte idrica. Aumenteremo dunque lo sforzo per ottenere dalle fonti rinnovabili un contributo del 25 per cento alla produzione totale, dall’attuale 16-17 per cento, intervenendo sulla semplificazione delle procedure per la realizzazione degli impianti e sull’efficacia degli incentivi. Tuttavia, non bisogna fare l’errore di mettere in contrapposizione le rinnovabili con l’energia nucleare. Un paese come l’Italia non può permettersi di rinunciare a nulla.
Anche il risparmio energetico è decisivo. Quali sono i programmi?
L’obiettivo è di ridurre i consumi dell’1 per cento l’anno fino al 2016. Puntiamo su strumenti strutturali, piuttosto che su interventi occasionali, come la certificazione energetica degli edifici, per i quali a breve emaneremo le linee guida: a ogni abitazione verrà attribuita una classe energetica tanto migliore quanto meglio isolato è l’edificio e quanto più efficienti sono gli impianti. Le linee guida conterranno anche indicazioni sui possibili interventi per ridurre i consumi.
Il petrolio resterà una fonte importante per molto tempo. Come si può frenare il rincaro dei prodotti derivati in Italia?
Bisogna superare la logica dell’emergenza. Intendiamo rilanciare la ricerca e la produzione di idrocarburi in Italia, diversificare le aree di approvvigionamento sostenendo le iniziative di internazionalizzazione delle nostre imprese, ammodernare la raffinazione e la logistica, liberalizzare la rete di distribuzione dei carburanti. Tra i provvedimenti già varati c’è appunto una norma per liberalizzare la distribuzione dei carburanti.
Fonte per fonte: costi, utilità e svantaggi dei vari tipi di energia
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di Roberto Seghetti
La ripresa del programma nucleare è l’ultima sfida lanciata dal governo Berlusconi per testimoniare la volontà di rompere con il passato delle indecisioni e dei tentennamenti. Come per il pacchetto sicurezza, il decreto sui rifiuti a Napoli o il taglio dell’Ici, l’annuncio sul nucleare del ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola ha infatti avuto come obiettivo anche quello di far vedere agli italiani che il nuovo esecutivo è capace di decidere e di trasformare le scelte in iniziative concrete. Non importa se il tema è spinoso, come nel caso dell’energia atomica.
Dopo il referendum del 1987, per 21 anni il nucleare è stato un tabù. Ancora lo scorso anno, per esempio, la maggioranza dei cittadini risultava contraria. Adesso, però, qualcosa è cambiato (riquadro in basso a destra). L’impennata dei prezzi del petrolio, i progressi della tecnologia, l’avallo della Confindustria e la spinta delle imprese energetiche italiane hanno riaperto il dibattito.
Certo, le resistenze ci sono ancora. Il ministro ombra del Pd, Pierluigi Bersani, dubita che sia giusto partire con la tecnologia attuale, dato che se ne stanno preparando di più sicure. Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, ha addirittura minacciato un referendum, se la scelta si farà senza aspettare i nuovi tipi di impianto. Ma è chiaro che ormai il problema non è più il se. Piuttosto sono in gioco il come e il quando. Ed è proprio su questi punti che il governo ha deciso di lanciare la sfida.
Le norme. Il referendum del 1987 non impedisce che si riprenda un programma nucleare. Ma dopo tanto tempo servono nuove regole. Il governo (vedere l’intervista a Scajola a pagina 50) formerà una commissione di esperti e pensa di varare una legge delega su tutti i punti che vanno chiariti: dalla scelta della tecnologia all’individuazione dei siti, fino ai poteri di controllo, oggi in capo all’agenzia per l’ambiente.
La tecnologia. Il consenso nei confronti delle centrali di terza generazione (vedere il riquadro qui sopra) è molto ampio. La scelta è appoggiata dalla maggioranza di governo e dall’Udc. Al di fuori del Parlamento, sono a favore anche le aziende energetiche italiane e la Confindustria. “Dobbiamo scegliere la terza generazione” conferma a Panorama il vicepresidente dell’organizzazione, Antonio Costato, che giovedì 29 ha presentato il manifesto per l’energia degli imprenditori.
Dal punto di vista operativo ciò significa la scelta o del modello Epr (European pressurized reactor), lo stesso tipo di centrali di terza generazione che si stanno costruendo a Flamalville, in Francia (entrerà in funzione nel 2012), con l’intervento operativo dell’Enel a fianco del colosso francese Edf, e a Olkiluoto, in Finlandia; oppure la scelta del sistema Ap 1.000, l’impianto realizzato dalla Westinghouse con il contributo della Ansaldo nucleare.
Importante, secondo gli esperti, è che si scelga una tecnologia per l’insieme del programma e che tutto il processo, dalle turbine ai bulloni, sia garantito.
Dice a Panorama a titolo di esempio Giuseppe Zampini, amministratore delegato dell’Ansaldo energia: “Una centrale ha qualche migliaio di valvole. Anche queste devono essere prodotti di alta qualità, controllati, sicuri”.
Il Pd, l’Idv e la sinistra e i verdi, così come il Nobel Carlo Rubbia, preferirebbero attendere che vedesse la luce il reattore di quarta generazione. In questo caso bisognerebbe aspettare i prossimi decenni, anche se Luciano Cinotti, uno dei più noti ingegneri nucleari italiani, afferma che i tempi potrebbero essere più brevi, come mostra l’accordo tra la società milanese Del Fungo Giera Energia, per la quale lavora Cinotti e che detiene alcuni nuovi brevetti, e l’agenzia russa per l’energia atomica.
Quante centrali e dove? La scelta più difficile riguarda l’individuazione dei siti. L’obiettivo del governo è di coprire con il nucleare italiano almeno il 25 per cento del fabbrisogno di energia. Ciò significa quattro o cinque centrali da 1.600 megawatt (costo: 3 miliardi di euro l’una). Di conseguenza, anche i siti da individuare sono quattro o cinque. Quali?
Quattro possibili aree ospitano le centrali esistenti e in via di smantellamento, a Trino Vercellese, Caorso, Latina, Garigliano. Prima del referendum erano stati individuati altri siti (vedere la cartina nella pagina a sinistra). Ma sono passati più di due decenni. Come dire: bisognerà rivedere tutto e nulla sarà facile. Molti governatori regionali, come Nichi Vendola della Puglia, hanno già messo le mani avanti. L’unico che ha preannunciato un sì, nel caso in cui si trovasse un sito adatto in Veneto, è stato Giancarlo Galan.
Per lo stoccaggio temporaneo delle scorie vale lo stesso discorso. La Sogin, società che ha il compito di smantellare le centrali esistenti, ha già avviato il lavoro, affrontando ostacoli e mille polemiche. Ma ancora non c’è una decisione definitiva.
Chi ci metterà i soldi. Le imprese energetiche italiane (e non solo) considerano un’occasione d’oro la possibilità di investire, costruire e gestire le centrali. Se è vero infatti che il nucleare è stato fermo in Italia, è altrettanto vero che l’Enel ha costruito e gestisce centrali in Slovacchia e in Spagna, mentre in Francia partecipa con il 12,5 per cento al progetto della Edf. La stessa Edf è azionista della Edison. L’Ansaldo energia (che presto dovrebbe essere quotata) ha costruito centrali in Romania, collabora con la Westinghouse e partecipa alla costruzione delle nuove centrali Ap 1.000. La A2A, grande utility milanese e bresciana, ha dato mandato alle università di studiare un piano. La Sogin smaltisce le scorie e smantella le vecchie centrali. L’Enea studia la fusione nucleare in un progetto europeo. Techint e Ansaldo Camozzi producono parti di centrali. La Del Fungo Giera Energia progetta.
Senza contare che potrebbero essere interessate le imprese energivore. Dice a Panorama l’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti: “Penso che potremmo unire le forze di produttori, impiantisti e consumatori, come già sperimentato in Finlandia, con un modello consortile. Potremo anche fare da soli, sul modello dell’Epr in Francia. Unendo le forze anche in Italia possiamo sostenere un grande progetto”.
L’Italia è pronta, nelle intenzioni del Governo, a ripartire sul fronte nucleare: dopo 21 anni da quel referendum che l’8 ed il 9 novembre del 1987 vide gli italiani dire ‘no grazie’ all’atomo, il ministro per lo sviluppo Economico, Claudio Scajola, annuncia infatti che entro il 2013 sarà posta la prima pietra di un gruppo di centrali nucleari in Italia.
Se le intenzioni riusciranno a tradursi in realtà, per la penisola di tratterebbe di un “ritorno”: per venti anni il paese ha avuto centrali nucleari e prodotto energia dall’atomo: Ecco le principali tappe della vicenda dall’inizio dell’uso del nucleare, all’addio del 1987 fino alla riapertura arrivata oggi:
Per circa vent’anni l’Italia, dal 1960 al 1980, ha prodotto e utilizzato energia nucleare grazie a quattro centrali elettronucleari ex Enel (Caorso, Trino Vercellese, Garigliano e Latina) e di altri impianti nucleari ex Enea del ciclo del combustibile.
Anche sull’onda emotiva dell’incidente di Chernobyl, avvenuto nell’aprile del 1986, l’Italia decise di affidare la scelta sul nucleare ad una consultazione popolare. Il referendum abrogativo si tenne l’8 e il 9 novembre 1987 e vinse il sì all’addio all’atomo con oltre il 71%.
In seguito al referendum iniziò un programma di dismissione delle centrali nucleari. Ma per lungo tempo fu sostanzialmente eluso il problema delle scorie. Nel1999 fu disposto un piano strategico e definito un accordo di programma con le Regioni. Parallelamente, fu affidato a Enel il compito di costituire la Sogin, “Società per lo smaltimento delle centrali elettronucleari dimesse, la chiusura del ciclo del combustibile e le attività connesse e conseguenti”.
Nel novembre 2003 il governo approva il cosiddetto decreto “Scanzano”, in base al quale tutti i rifiuti e i materiali nucleari esistenti in Italia vengono sistemati in un deposito nazionale geologico (e non di superficie) da realizzare nel comune di Scanzano Jonico, in Basilicata. La decisione provocò dure reazioni politiche e da parte delle comunità locali e degli ambientalisti, fino al fallimento dell’operazione.
La scorsa legislatura ha deciso di trasferire all’estero il combustibile irraggiato, anziché stoccarlo temporaneo nei siti con un accordo tra Sogin e Areva che, al termine di una gara internazionale, prevede che 235 tonnellate di rifiuti vengano inviate in Francia.
L’allora ministro dell’industria Alberto Clò dice che l’Italia è pronta a riaprire al nucleare: “Abbiamo intenzione - annunciò nel 1995 - di riprendere il discorso, mai chiuso completamente, “su basi nuove, con nuove capacità di ricerca e nuove tecnologie”.
Due anni fa il gruppo elettrico italiano decide di tornare nel nucleare, ma all’estero, per riaquisire competenze. La società acquisisce una Sloveske Electrarne, società Slovena. Oggi il 12% dell’elettricità prodotta nel mondo dal gruppo è nucleare.
“Entro questa legislatura porremo la prima pietra per la costruzione nel nostro Paese di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione”. Lo ha annunciato il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, intervenendo all’assemblea di Confindustria. “Non è più eludibile un piano di azione per il ritorno al nucleare” ha aggiunto. “È un solenne impegno assunto da Berlusconi, con la fiducia, che onoreremo con convinzione”.
“Solo gli impianti nucleari” ha detto il ministro “consentono di produrre energia su larga scala, in modo sicuro, a costi competitivi e nel rispetto dell’ambiente. Onoreremo questo impegno con convinzione e determinazione”. Il ministro ha anche messo in luce la necessità di definire “una strategia energetica nazionale contenente priorità, indirizzi e strumenti di attuazione per il breve e il lungo periodo” e che sarà sottoposta a pubblica consultazione attraverso una Conferenza nazionale per l’energia e l’ambiente”.
Scajola ha ribadito la necessità di “ricostruire competenze e istituzioni di presidio, formando la necessaria filiera imprenditoriale e tecnica e prevedendo soluzioni credibili per i rifiuti radioattivi”.Parlando più in generale di energia, Scajola ha ricordato che “l’obiettivo della crescita non può essere conseguito senza affrontare con estrema risolutezza e senso di responsabilità” la questione, anche alla luce della “particolare vulnerabilità dell’Italia”.
Il Paese ha bisogno di energia “a costi competitivi, in quantità adeguate e in condizioni certe: la bolletta energetica pesa per 60 miliardi di euro e rende negativa la nostra bilancia commerciale”.Il ministro ha spiegato che “bisogna agire con forza lungo tre direttrici: diversificazione, infrastrutture e internazionalizzazione”. Per raggiungere gli obiettivi e “rilanciare gli investimenti semplificheremo gli iter autorizzativi, promuoveremo il dialogo con il territorio, premiando con incentivi e iniziative di sviluppo le popolazioni interessate ai nuovi insediamenti”.
E in questa azione, sarà consentita anche la possibilità di “estendere l’uso dei termovalorizzatori per la produzione di energia, ottimizzando il ciclo dei rifiuti“. “Ereditiamo inefficienze e ritardi, accumulati negli ultimi 20 anni dall’ultimo piano energetico nazionale: è ora di voltare pagina”, ha proseguito annunciando una “strategia energetica nazionale” che “sarà sottoposta a pubblica consultazione e dibattito attraverso una Conferenza nazionale per l’energia e l’ambiente”.
L’annuncio del ministro ha suscitato subito reazioni contrastanti. Tra gli entusiasti, l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti, che ha dato subito la disponibilità della sua azienda a fare la sua parte. “Siamo pronti ed effettivamente la durata della legislatura, pari a cinque anni, può essere un percorso realizzabile”, ha spiegato. Di segno opposto il commento di Ermete Realacci, ministro ombra dell’Ambiente. “Non si può tornare al nucleare - ha sostenuto - perché è una scelta costosa e ideologica. È come l’articolo 18, e sappiamo com’è finita quella battaglia”.
“Il nucleare è una scelta sbagliata perché è antieconomica, vecchia e pericolosa”, ha dichiarato Angelo Bonelli, esponente dei Verdi che ha aggiunto: “L’energia atomica da fissione non ha risolto i gravissimi problemi delle scorie radioattive e dei costi enormi. Questi problemi hanno già portato importanti paesi europei come Svezia, Germania e Olanda ad uscire dal nucleare e a puntare con forza su energie pulite, rinnovabili e sicure”.
Pone dubbi su tempi e risorse, invece, Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente: “Prima di sbandierare atomi a destra e a manca l’esecutivo dovrebbe chiarire alcuni piccoli particolari. Prima di tutto: dove pensa di recuperare i soldi per realizzare gli impianti?”. Inoltre ci sono, continua Dezza: “Altri aspetti non secondari da chiarire: quelli che riguardano la ‘generazione’ dei reattori. Dire nuova generazione lascia intendere che si sta parlando della quarta generazione, che è però ancora in una fase embrionale: se tutto va bene impianti di questo tipo saranno disponibili tra 20-25 anni. Se davvero Scajola vuole una prima pietra entro i prossimi cinque anni allora sta parlando della terza generazione, quella che non ha fatto passi avanti in termini di sicurezza e che oggi l’Europa sta generalmente smantellando”.
E a proposito dell’Europa, va segnalato che il 35% dell’energia elettrica consumata è di fonte nucleare: nel vecchio continente sono accese quasi 200 centrali nucleari, 59 delle quali nella sola Francia (paese a noi confinante), per una potenza di quasi 170 mila mw. E, a breve, entreranno in funzione altri 13 impianti, per ulteriori 11.800 mw. Un parco centrali, quello europeo fotografato dagli ultimi dati disponibili - relativi all’aprile scorso - dell’European Nuclear Society che vede i nostri cugini e vicini Francesi al top della produzione nucleare: oltralpe quasi l’80% del fabbisogno eletrico del paese (il 78,5% per l’esattezza) arriva dall’atomo. Parigi batte anche la Federazione Russa che ha 31 impianti per 21.700 mw installati e sta realizzando altre 7 unità per altri 4.700 mw.
Forte è poi la presenza del nucleare anche in Germania dove sono attivi 17 impianti per una potenza di oltre 20 mila mw così come nel nel Regno Unito dove se ne contano 19 (10.200 mw).
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