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Lavoro, ecco le tre proposte di riforma da cui partirà Monti

Pietro Ichino, Tito Boeri, Cesare Damiano (Credits: Imagoeconomica)

Pietro Ichino, Tito Boeri, Cesare Damiano (Credits: Imagoeconomica)

Riforma degli ammortizzatori sociali e del mercato del lavoro. È uno dei capitoli che il governo guidato da Mario Monti inserirà nella Fase 2 , cioè il pacchetto di misure che l’esecutivo metterà in cantiere da gennaio per stimolare la crescita economica del paese.

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Le tasse divorano i salari. Le buste paga italiane tra le più basse dei Paesi Ocse

soldi con il rastrello

Dopo le contestazioni a Gianni Rinaldini, segretario della Fiom, da parte dei Cobas avvenute a Torino sabato scorso a conclusione di una manifestazione dei metalmeccanici degli stabilimenti Fiat, è la questione sociale che occupa il centro del dibattito politico. La preoccupazione è che gli effetti della crisi economica e la sofferenza degli strati sociali più deboli possano ricreare le condizioni di un aspro conflitto.
Che la situazione del potere d’acquisto dei salari debba allarmare viene confermato dai dati diffusi sulle retribuzioni dei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Con un salario annuo netto di 21.374 dollari, l’Italia si colloca al posto numero ventitre nella classifica dei trenta paesi appartenenti all’organizzazione che ha sede a Parigi.

Le buste paga sono più pesanti non solo in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia, ma perfino in Grecia e Spagna, afferma il Rapporto Ocse aggiornato al 2008 e appena dato alle stampe.
La classifica riguarda il salario netto annuale di un lavoratore senza carichi di famiglia calcolato in dollari e a parità di potere d’acquisto. Gli italiani guadagnano mediamente il 17% in meno della media Ocse. Secondo questi dati, a pesare negativamente sulle buste paga italiane è il cosiddetto cuneo fiscale, che calcola la differenza tra quanto paga il datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore.
Il peso di tasse e contributi, per un lavoratore dal salario medio e senza carichi di famiglia è del 46,5%. In questa classifica l’Italia risulta al sesto posto, dietro Ungheria, Belgio, Germania, Francia e Austria. Più leggero è il drenaggio di imposte e versamenti contributivi se si esamina il caso di un lavoratore, sempre con un salario medio ma sposato e con due figli a carico. In questo caso, il cuneo fiscale si riduce al 36% e l’Italia figura all’undicesimo posto della classifica Ocse.
La conclusione del Rapporto è che un lavoratore italiano guadagna mediamente in un anno il 44% in meno di un britannico, il 32% in meno di un irlandese, il 28% in meno di un tedesco e il 18% in meno di un francese.

Un’idea per uscire da questa situazione la propone il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, intervistato dalla Repubblica e dal Messaggero: occorre legare le retribuzioni agli utili delle aziende. “Noi pensiamo” afferma il ministro “che la partecipazione al rischio di impresa non possa avere solo un profilo negativo, come è stata finora. Si devono trovare forme di partecipazione che consentano ai lavoratori di riflettere nel proprio salario la parte positiva del rischio dell’impresa. E devono essere parti importanti del retribuzione”.
Per il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini “i dati non sorprendono e serve una riforma fiscale”. Sulla stessa linea d’onda l’associazione dei consumatori Codacons: “Sui salari degli italiani pesa il caro-vita e per questo è necessaria “una detassazione degli stipendi”.
Per il capogruppo Pd della commissione lavoro Cesare Damiano “i dati Ocse testimoniano che le retribuzioni nette dei lavoratori italiani sono ben al disotto della media dei 30 paesi più industrializzati. Questo dimostra quanto sarebbe necessario un intervento del governo, con risorse fresche e aggiuntive per potenziare il potere d’acquisto delle retribuzione e delle pensioni”.
Se Paolo Ferrero del Prc parla di “dati scioccanti”, Daniele Capezzone del Pdl rileva: “Il governo Berlusconi sta facendo i conti con una fase delicata a livello internazionale, e, ciononostante, non ha messo le mani nelle tasche degli italiani”.

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Metalmeccanici: quei 17 euro che hanno fatto saltare il banco

Manifestazione dei metalmeccanici per il rinnovo del contratto, scaduto nel giugno del 2007 | Ansa
E adesso tocca al governo mobilitarsi per sbloccare le trattativa sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici, scaduto nel giugno del 2007. Più precisamente al ministro del Lavoro, Cesare Damiano. Che ha già convocato le parti: “Ascolteremo le posizione delle parti (i sindacati dei metalmeccanici e Federmeccanica, ndr). Il governo auspica che la trattativa si concluda nella sede naturale, ma ci rendiamo disponibili ad un tavolo di mediazione”.
Nel frattempo, dopo il fallimento del tavolo, gli operai tornano a mobilitarsi. E lo fanno a macchia di leopardo un po’ in tutta Italia. Alla Fiat di Mirafiori, da sempre uno degli stabilimenti simbolo delle lotte operaie, i lavoratori hanno organizzato scioperi spontanei nei reparti Carrozzerie e Presse (ma sono state annunciate iniziative anche alle Meccaniche). Più sostenuta, invece, la mobilitazione dei metalmeccanici delle aziende portuali di Ancona che da questa mattina stanno bloccando il casello di Ancona sud dell’A14, impedendo il transito di tir e auto.

A tenere lontane le parti sono quei 117 euro d’aumento mensili che Fiom, Fim e Uilm chiedono a gran voce e che Federmeccanica non vuole concedere. In risposta, gli industriali hanno buttato sul tavolo una proposta pressoché ultimativa: centoventi euro al mese per 30 mesi, più una tantum da 250 euro e una perequazione da 230 euro l’anno. Si tratta di una “proposta finale con pochissimi margini di trattativa”, ha spiegato Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica. Ma la risposta dei sindacati non si è fatta attendere: un un “no” secco che ha sancito la rottura. Il segretario Fiom Gianni Rinaldini, preannunciando nuovi scioperi, ha allora sollecitato un intervento del governo. “Ogni accordo è impossibile. L’offerta resta quella di prima” spiega “120 euro al mese spalmati su 30 mesi corrispondono, di fatto, a 100 euro per due anni. E siccome è stata presentata come ultimativa” aggiunge “la proposta degli industriali non è accettabile”.
L’offerta di Federmeccanica è in effetti superiore all’ultima proposta (100 euro + 5) fatta dagli industriali, e a quella dei sindacati (117 euro), che tuttavia avevano chiesto altri 30 euro a favore dei dipendenti privi della contrattazione di secondo livello. La durata della parte economica del contratto dovrebbe però essere, secondo gli imprenditori, di due anni e mezzo contro i due proposti da Cgil-Cisl-Uil. Ma le divergenze non si limitano alla parte salariale: riguardano anche la parte normativa, in particolare la flessibilità (periodo massimo dei contratti a termine e interinali, ferie, due sabati lavorativi obbligatori, due permessi annui retribuiti a disposizione delle aziende).

Cazzola: la legge Biagi va difesa e applicata. Vi spiego perché

Un impiegato di un call center
di Giuliano Cazzola*

Dopo alcuni giorni di sofferenza (prima a causa delle sciagurate offese di Francesco Caruso che almeno ha la scusante di essere un ragazzotto scapestrato; poi le considerazioni sconvolgenti di un’anziana signora come Lidia Menapace) la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’intervista di Franco Giordano al Corriere della Sera, dove il segretario del Prc chiedeva l’abolizione (o qualcosa di molto simile) della legge Biagi senza neppure prendersi il disturbo di avanzare una sola critica di merito.
La misura è colma, mi sono detto. Quanto a pregiudizio e a sottocultura, nella storia recente c’è un solo caso che eguaglia le posizioni neocomuniste sulla legge Biagi: i Protocolli dei savi anziani di Sion, un clamoroso falso storico che alimentò la campagna antisemita del nazismo. Chiunque si occupi di lavoro con un po’ di onestà intellettuale sa benissimo che nessun provvedimento è perfetto. La legge n.30/2003 rappresenta insieme la continuazione dell’opera avviata da Tiziano Treu nel 1997 (da ministro del Lavoro del primo Governo Prodi) e l’apertura di una fase nuova che doveva essere completata con un ampliamento delle tutele a favore delle diverse tipologie d’impiego scaturite da un mercato del lavoro che richiede flessibilità (di ciò vi è ampia traccia nell’accordo del 23 luglio scorso).
Come si vede il processo riformatore si snoda coerentemente attraverso Governi e maggioranza differenti. Ma essendo i problemi da risolvere i medesimi anche le risposte finiscono prima o poi per assomigliarsi, quando si mettono da parte le ideologie becere e ci si misura sui fatti. È ora di ragionare e non di inveire. E di fare appello all’Italia matura e civile che è ampiamente rappresentata in ambedue gli schieramenti politici. In particolare, occorre sollecitare un impegno comune alla sinistra riformista certamente convinta che sulla moderna legislazione del lavoro (da Treu a Biagi) si giocherà la sfida decisiva con la sinistra reazionaria. Ecco perché, alla ripresa, il Comitato per la difesa e l’attuazione della legge Biagi e l’associazione Giovane Italia scenderanno in campo non per contrapporre slogan a slogan, frasi fatte a frasi fatte ma per realizzare incontri e dibattiti in preparazione di un evento nazionale (probabilmente un Convegno scientifico) da svolgere il 20 ottobre, onde evitare che, in quella giornata, parlino soltanto i propagandisti di luoghi comuni, i nemici del pacchetto Treu e della legge Biagi. Cederemo volentieri la parola ai fatti.
È noto che i primi anni 2000 hanno conosciuto andamenti economici parecchio depressi. Eppure anche in quegli anni l’occupazione è aumentata in Italia. Le variazioni medie annue dell’occupazione sono state dello 0,4% nel periodo che va dal 1986 al 1990, sono state addirittura negative (- 1,1%) negli anni compresi tra il 1991 e il 1995, mentre dal 1996 al 2000 e dal 2001 al 2006 sono state positive rispettivamente per un 1% e per un 1,4%. Il tasso di occupazione non è mai stato così elevato e quello disoccupazione mai così basso (è praticamente dimezzato in un decennio). Quanto al cosiddetto lavoro saltuario i trend italiani sono al di sotto di quelli medi della UE-15. Ma proprio il monitoraggio 2007 del Ministero del lavoro avverte che “continua a manifestarsi una estensione del lavoro non standard che, come solitamente accade nelle fasi espansive, è il primo a reagire alla crescita della domanda”. Quest’ultima osservazione è molto significativa, in quanto ammette che la scelta da parte delle imprese di siffatti rapporti risponde, in gran parte dei casi, all’esigenza di fornire risposte immediate a picchi di produzione di cui non si è ancora in grado di apprezzare l’effetto di carattere strutturale.
Ciò porta a concludere ragionevolmente che l’avere a disposizione strumenti contrattuali flessibili ha consentito alle imprese di esporsi nella conquista di spazi di mercato in contesti congiunturali assai problematici. Certo, vi sono sacche di lavoro precario, che è difficile svuotare e che costituiscono la principale contraddizione di processi che, al momento del loro affermarsi, hanno colto tutti impreparati. Le risposte a tali situazioni cominciano ad intravedersi nel protocollo del 23 luglio.
Ma se il ministro Damiano ha voluto metter mano nel problema dei call center, ha potuto farlo grazie ad una norma contenuta nella legge Biagi. E non a caso è sull’accordo di luglio (cucito col filo rosso del riformismo possibile) che si svolgerà, in autunno, la sfida tra le due sinistre.

*Presidente del Comitato per la difesa e l’attuazione della Legge Biagi e del Comitato scientifico della Giovane Italia

Scavalcato l’ostacolo pensioni, sugli scalini scivola la Legge Biagi

ministro del Lavoro, Cesare Damiano
Con l’ala sinistra della maggioranza che dichiara battaglia in Parlamento contro l’accordo governo-sindacati sulla riforma delle pensioni messa a punto da Romano Prodi, non sono pochi a pensare che per la contropartita offerta dai riformisti sia lo smantellamento della legge Biagi. Perché Rifondazione comunista e i Comunisti italiani, per contenere la rabbia della base e distogliere l’attenzione dagli scalini e da quella che considera poco più di una riedizione dell’odiata riforma Maroni, si stanno preparando a rimettere in cima all’agenda delle lotte di autunno proprio la riforma del lavoro che prende il nome dal giuslavorista ucciso dalle Br.

In realtà, il ministro del Lavoro, il diessino Cesare Damiano, ha detto chiaramente nel giorno della presentazione della riforma Prodi della previdenza: “Lunedì 23 luglio, quando verrà formalizzato l’accordo sulla previdenza con le parti sociali, si affronterà anche la questione del mercato del lavoro. Si parlerà della legge 30 e cercheremo di orientarci in base al programma dell’Unione, anche sui contratti a termine”. Insomma, l’intenzione del ministro è non andare oltre piccoli ritocchi circoscritti: non abdicare alla richieste di flessibilità delle aziende e costruire una rete di garanzie per i precari (che l’Inps, in una recente fotografia quantifica in un milione e 800mila persone: un variegato mondo di ex co.co.co, nuovi collaboratori a progetto, collaboratori occasionali, lavoratori autonomi occasionali, i dottori di ricerca universitaria, venditori porta a porta e così via).
Per raggiungere l’obiettivo, nel piano del ministro dovrebbero sparire almeno due tipi di contratti previsti, ai quali le imprese hanno fatto un ricorso quasi nullo, e che alcuni ritengono particolarmente precarizzanti: il job on call, il contratto che si basa sulla chiamata (eventuale) da parte del datore di lavoro, e lo staff leasing, cioè l’affitto di manodopera anche a tempo indeterminato. Per i contratti a termine il governo si propone un giro di vite, per stoppare le reiterazioni senza fine di questi contratti da parte delle imprese. Sono due i meccanismi ipotizzati per rendere più stabili i tanti lavoratori a tempo determinato: da un lato il limite massimo dei 36 mesi (oltre questo limite le imprese, se vogliono stipularne ancora con la stessa persona invece di assumerla in pianta stabile, dovranno spiegare il perché, attivando una procedura presso l’ufficio del lavoro), dall’altro il diritto di precedenza al rinnovo per il titolare del contratto precedente.
Inoltre il piano Damiano prevede il “contratto di inserimento”, con sgravi fiscali e contributivi per le imprese che lo utilizzeranno. Anche il part-time pare destinato a cambiare volto, diventando più lungo, tramite l’aumento del numero di ore lavorate, in modo da portare chi lavora con questo contratto (soprattutto donne) a ottenere maggior reddito e diritti previdenziali, e con la valorizzazione della contrattazione collettiva in materia di straordinari e flessibilità oraria. Nel piano di Damiano c’è anche l’entrata in vigore del lavoro accessorio, cioè dei lavoretti occasionali per i quali sarà possibile acquistare voucher di circa 7,50 euro, comprensivi di versamenti a Inps e Inail.
Sono misure in grado di soddisfare la sinistra radicale? Certo è che, ora che gli scalini previdenziali sono nero su bianco nell’intesa con il sindacato, le rivendicazioni di Pdci e Prc su questo argomento avranno più peso. Tanto da far dire a Maurizio Sacconi di Forza Italia (già sottosegretario al Welfare e uno degli autori della riforma che ha tradotto in norme le indicazioni del Libro bianco) che sulla legge Biagi e i contratti a termine, il governo prepara una “restaurazione”.

Un allarme simile a quello lanciato dal senatore Lamberto Dini (Ulivo): “La Biagi ha dato un’apertura al nostro mercato del lavoro e ha creato occupazione”, quindi essa va “assolutamente” mantenuta. Per l’ex presidente del consiglio, infatti, “mettere ulteriori lacci al mercato del lavoro è un passo indietro, non avanti”.
La boccata d’aria che Prodi ha tirato sulle pensioni, da qui all’autunno potrebbe esaurirsi: dopo le ferie il governo potrebbe trovarsi ancora col fiato corto.

Il VIDEO servizio:

Pensioni: accordo sulle minime, oggi tocca allo scalone

Un pensionato con il certificato Inps
Il governo ha raggiunto nella notte l’accordo con i sindacati per l’aumento delle pensioni più basse, per il quale stanzierà 900 milioni di euro quest’anno e 1,3 milliardi nel 2008 derivanti dall’extragettito (guarda il servizio video).
Il provvedimento riguarderà 3,4 milioni di pensionati con un reddito mensile inferiore ai 654 euro, per la maggior parte pensioni di lavoro ma anche 300.000 pensioni sociali. A ottobre verrà distribuita una “una tantum” di 324 euro in media, mentre a partire dal primo gennaio 2008 l’intesa prevede un aumento di 33 euro per tredici mensilità.
Resta aperto il capitolo “scalone”.
Il ministro del Lavoro Cesare Damiano incontrerà oggi il presidente del Consiglio Romano Prodi per discutere della proposta del governo sulla modifica dello scalone.
”Penso che l’accordo sulle pensioni basse sia importante, di svolta e che possa preludere ad accordi su altri temi altrettanto importanti” ha detto il ministro. Sullo scalone e sulla revisione dei coefficienti Damiano ha ricordato che ”Prodi si è impegnato a formulare una proposta” e si è augurato che un’intesa si possa trovare ”prima delle ferie estive”.
Ottimista anche il ministro dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani: “penso assolutamente che ci siano le condizioni per una soluzione razionale che faccia parlare di manutenzione della riforma e non assolutamente di controriforma”. Il ministro poi ritiene che si possono destinare risorse provenienti dall’extragettito ad altri bisogni sociali più urgenti. “Dare un segnale significativo e concreto alle pensioni più basse mi sembra una cosa molto giusta. Avremo altri bisogni acuti. Credo che - continua Bersani - man mano che la finanza pubblica ci mette in condizioni di avere qualche spazio in più, dobbiamo occuparci di portare quello che recuperiamo dall’evasione fiscale nelle tasche dei contribuenti onesti e di cercare di alleviare i bisogni sociali più urgenti”.

Arrivano però le prime critiche da Confcommercio: “sono stati usati due pesi e due misure” tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, secondo il presidente Carlo Sangalli. “Non si comprende per quale motivo risorse derivanti dal famoso tesoretto, pagate quindi dall’intera collettività - ha detto - debbano essere destinate in misura diversa ad una categoria piuttosto che all’altra”.

A tenere banco stamane, però, è la lunga lettera del sindaco di Roma e candidato alla segreteria del Pd, Walter Veltroni, pubblicata oggi da La Repubblica, contenente un appello alle confederazioni sindacali perché dal dibattito sulle pensioni si esca con un nuovo patto tra le generazioni per il futuro del Paese.

Il servizio VIDEO

Pensioni, scalone e scalini: i nodi tra governo e sindacati

ministro del Lavoro, Cesare Damiano
A poche ore dal nuovo incontro tra Governo e parti sociali arrivano le prime stime su quanto costa abolire lo scalone, numeri dai quali partirà al trattativa di oggi. La cancellazione della Maroni, secondo i calcoli della Ragioneria dello Stato, costerebbe in 10 anni 65 miliardi di euro. Che diventano 10 se passano i cosiddetti ’scalini’.
E il confronto dovrebbe verificare le ipotesi che l’esecutivo intende mettere in campo con l’introduzione di incentivi (fino al 3% in più di pensione per ogni anno di posticipo) per chi rinvia l’uscita e un aumento dei requisiti con scatti biennali a partire da 59 anni nel 2008-2009.
In sostanza per il governo si dovrebbe rinunciare al gradino di partenza, cioè all’uscita a 58 anni più 35 di contributi, partendo direttamente da 59 anni d’età e 35 di contributi. Una scelta che comporterebbe un onere più contenuto rispetto ai “tre scalini” diluiti nel tempo e che registrerebbe una spessa di 2,7 miliardi nei prossimi sei anni, con una discesa a 2,5 milardi nel decennio. L’abolizione dello scalone senza misure alternative, invece, come chiede la sinistra radicale, comporterebbe una spesa eccessiva con una perdita di 65,6 miliardi fino al 2016.
Immediata la reazione dei sindacati. “Abbiamo visto dei costi per superare lo scalone che sono davvero inverosimili. E’ come se il Tesoro, prima della trattativa, volesse dire che ci sono poche risorse e pochi spazi. Se è così la trattativa comincia malissimo, perché noi lo scalone lo vogliamo davvero superare”, attacca il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani.
Anche il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, è polemico nei confronti del tesoro e cerca di placare gli animi: “E’ noto che abolire lo scalone costa. Troveremo misure compensative. È inutile fare allarmismo alla vigilia di un incontro”.
Il ministro ha anche ribadito tutti i punti con cui il governo si presenterà oggi al tavolo della concertazione con le parti sociali: attenuazione dello scalone, aumento delle pensioni minime, misure a sostegno dei giovani. Sulle risorse necessarie per lo scalone, Damiano ha preferito non esprimersi, ma ha ribadito la possibilità di reperire fondi necessari dalla razionalizzazione degli enti previdenziali.
Il ministro si è detto fiducioso di riuscire a concludere la trattativa entro il 28 giugno: data fatidica per il governo, impegnato nella presentazione del Dpef.

Il VIDEO servizio:


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Giampiero Cantoni
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