Leggi tutte le notizie su:


Cesare-Geronzi

Andiamo Cesare, non stare sulle Generali

Cesare Geronzi, banchiere romano
Il problema aleggia sinistro e la soluzione a molti fa storcere il naso solo a pensarla.
Così, ancor prima che si realizzi, sono subito scattate le contromosse. Dallo scorso luglio Gabriele Galateri non è più presidente della Mediobanca. Gli hanno chiesto, un po’ per le spicce, di farsi da parte per lasciar posto a Cesare Geronzi. Come numero uno di piazzetta Cuccia, però, il manager torinese era anche presente nei consigli d’amministrazione delle due controllate più importanti: la Rcs Mediagroup e le Assicurazioni Generali, i gioielli della corona.
Della prima nessuno si occupa, forse perché al momento gli equilibri del Corriere (se mai si può usare simil termine a proposito di una compagine azionaria che più cangiante e variegata non si può) non sono in discussione.
Per le Generali, invece, apriti cielo: gli azionisti francesi della Mediobanca hanno infatti chiesto a gran voce che sia Geronzi a occupare il posto che Galateri si appresta a liberare. Il che fa nascere due problemi: uno di governance, l’altro più politico. Nell’unico sistema duale che sembra funzionare davvero, quello della Mediobanca, il banchiere capitolino presiede il consiglio di sorveglianza, che rappresenta gli azionisti. La gestione è affidata agli operativi Renato Pagliaro e Alberto Nagel. Domanda: può un presidente del consiglio di sorveglianza entrare nel board operativo di una sua partecipata?
La Banca d’Italia, alla sola idea che Geronzi potesse partecipare alle riunioni del comitato di gestione del suo istituto, insomma che potesse mettere becco nell’attività quotidiana, aveva già alzato disco rosso. Qualcuno dunque spera che il governatore Mario Draghi, di fronte all’ipotesi Generali, faccia risentire la sua moral suasion.
Ma sono anche alcuni azionisti del più importante gruppo finanziario del Paese che non sembrano gradire l’eventualità. La scorsa settimana, in ordine sparso, sono andati da Alessandro Profumo, l’indiscusso capo della nuova banca nata dalle nozze tra Unicredito e Capitalia, perché si adoperasse a scongiurarla. Il banchiere, ex McKinsey, non si è sbilanciato ma conoscendolo, e visti anche gli ottimi rapporti sin qui avuti con Geronzi, di sicuro non resterà alla finestra.
Di buoni argomenti ne ha molti, a partire dalla necessità, a fusione appena consumata, di non titillare ancora la suscettibilità di quanti hanno visto come fumo negli occhi l’insediarsi di Cesare nella poltrona che fu di Enrico Cuccia.

Parmalat e Antonveneta: potenti alla sbarra

L'ex governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio e Gianpiero Fiorani in un'immagine d'archivio del 2002
Una vera caduta degli dei. In un solo giorno tra Milano e Parma è stato chiesto il rinvio a giudizio per i nomi più importanti della finanza italiana degli ultimi 10 anni. Cesare Geronzi (neo presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca e numero uno di Capitalia), Matteo Arpe, Calisto Tanzi e altre 66 persone per il crack Parmalat. Antonio Fazio (ex Governatore di Bankitalia), Giampiero Fiorani (ex numero uno della Banca popolare italiana), Giovanni Consorte (ex numero uno di Unipol), il senatore di Forza Italia Luigi Grillo, il finanziere Emilio Gnutti (e altre 68 persone) per la tentata scalata ad Antonveneta. Con loro un altro centinaio di persone, considerati i due processi.
Un intero gruppo di potere che, nello stesso giorno, finisce sul banco degli imputati per processi e vicende che hanno già lasciato il segno nella storia dell’Italia, non solo per quanto riguarda il mondo economico-finanziario.
I nomi sono gli stessi che negli ultimi anni hanno frequentato i palazzi del potere e i salotti buoni dell’economia nostrana. Così l’estate 2007 potrebbe essere una riedizione di quella del 2005: molto torrida e movimentata dal punto di vista giudiziario.
Mentre l’Italia segue con apprensione i roghi del Mezzogiorno, altri incendi, più difficili da spegnere o arginare, minacciano le fondamenta del Palazzo: anche perché stavolta pare ci sia “soddisfazione” anche per i risparmiatori: il gup di Parma Domenico Truppa ha infatti riconosciuto alle parti civili del processo Parmalat un risarcimento come danno morale pari al 10 per cento del capitale investito (400 mila euro). In pratica, secondo l’avvocato Carlo Federico Grosso, difensore del Gruppo SanPaolo-Imi, la cifra dovrebbe aggirarsi intorno ai 40milioni di euro.

Il VIDEO servizio:

A Geronzi 20 milioni di euro. Come premio alla carriera

Atmosfera emozionante, un filino malinconica, facce tristi al consiglio d’amministrazione di Capitalia di martedì.
L’ultimo, a meno di sorprese, dell’era Geronzi, visto che a settembre si procederà alla fusione con Unicredito. Di Capitalia, in tutti questi anni, Geronzi ha fatto da inventore e da padre nobile, attraversando tutte le tappe che dalla originaria fusione tra Cassa di Roma, Banco di Roma e Banco di Santo Spirito, passando per Bi Pop e Banco di Sicilia, ha dato origine a uno dei più potenti e ramificati gruppi bancari del paese.
A Cesare Geronzi che usciva di scena, era dunque d’obbligo dare un riconoscimento, anche per il fatto che il banchiere di Marino, nella sua quarantennale carriera, non aveva mai goduto di stock options, a differenza di molti suoi colleghi (da Matteo Arpe a Gabriele Galateri, tanto per citare gli ultimi). Di qui, la decisione del cda di staccargli un assegno da 20 milioni di euro.
Con qualche consigliere che, di fronte a una cifra che gli doveva sembrare esigua, insisteva perché la banca fosse più generosa. Alla fine si è optato per i 20 milioni, che sono comunque un bel prendere, anche pensando al fatto che Geronzi non esce di scena ma si trasferisce alla guida di Mediobanca, in quella Milano che lo aspetta al varco per saggiarne le intenzioni.
LEGGI ANCHE: Unicredit, gli esuberi da fusione fanno saltare gli uomini Capitalia

Unicredit-Capitalia, alla direzione generale di Roma via gli uomini di Geronzi

La sede di Capitalia a Roma
Trattativa in corso per gli esuberi Capitalia dopo la fusione con il colosso bancario Unicredit.
La partita dei tagli al personale ha interessato ieri sera la direzione generale di Roma. Dei 1.200 dipendenti dell’ex gruppo di Cesare Geronzi circa 800 vengono giudicati di troppo dai vertici e verranno quindi invogliati ad andarsene (con premi in denaro), magari aderendo volontariamente al Fondo esuberi di categoria (una sorta di cassintegrazione del sistema bancario). Al Fondo di solidarietà possono accedere solo i
dipendenti ai quali mancano fino a cinque anni per maturare i requisiti di pensione.  Per gli altri 400 addetti alla Dg romana (personale di presidenza, sicurezza, call center,
ecc) si prospetta, invece, il trasferimento ad altro incarico e, forse, in altre città dove la carenza di personale è maggiore. Così facendo alla Direzione generale della nuova banca post fusione ci saranno solo gli uomini di Unicredit.
In totale il matrimonio Unicredit Capitalia partorirà circa 7mila esuberi tra il 2008 e il 2010 anche se la banca al momento ne dichiara solo 3mila effettivi. I vertici di
Unicredit - come hanno ribadito ieri i due responsabili delle risorse umane di Unicredit e Capitalia, Marco Vernieri e Matteo Basile -vogliono comunque evitare, in ogni modo, di
ricorrere obbligatoriamente al Fondo esuberi. Cosa che Unicredit nella sua storia non ha mai fatto.

“Adesso dobbiamo capire meglio” spiega Mauro Morelli, coordinatore nazionale Fabi in Capitalia “i risvolti e le ricadute di questo progetto. Noi intendiamo ricollocare in area romana tutti gli esuberi dichiarati dall’azienda. Certo le problematiche ci sono ma speriamo di risolverle con l’azienda”. Il problema principale, infatti, è che gli
800 dipendenti in esubero della direzione generale di Roma sono troppo giovani per andare in pensione o per accedere al Fondo esuberi. Quindi l’azienda dovrà trovare
all’interno di tutto il gruppo dipendenti disposti a andare in pensione (se con i requisiti per la finestra pensionistica) o disposti ad accedere volontariamente al Fondo. Sul piatto i manager del colosso del credito - anticipa Morelli, esponente del più rappresentativo
sindacato interno a Capitalia - hanno messo da 6 a 14 mensilità di bonus, a seconda del mesi che mancano al dipendente per il compimento dei 65 anni. Ma anche, per
quelli che resteranno, l’omogeneizzazione dei contratti. I dipendenti Unicredit, mediamente, guadagnano più di quelli Capitalia. E soprattutto hanno maggiori vantaggi nel contratto integrativo.

Tarak Ben Ammar: Il Corriere? sembra un club di golf


Tarak Ben Ammar, 57 anni, è nato in Tunisia. Suo padre è stato ambasciatore e ministro della repubblica e suo zio, Habib Burghiba, il liberatore della Tunisia, che conquistò l’indipendenza dalla Francia. Laureato in relazioni internazionali alla Georgetown University di Washington, è uomo d’affari e produttore cinematografico. Sue le produzioni della Traviata di Franco Zeffirelli, I predatori dell’arca perduta di Steven Spielberg, recentemente Hannibal. Socio della Lux di Ettore Bernabei, da sempre ha ottimi rapporti con Rupert Murdoch. Nel 1983 ha creato con Silvio Berlusconi la Quinta Communications, società cinematografica e di distribuzione. Dal 1995 al 2003 è stato consigliere d’amministrazione della Mediaset. Dal 2003 siede nel cda della Mediobanca, in rappresentanza del gruppo degli azionisti francesi.

A Milano non sta tirando una bella aria per voi francesi. Alessandro Profumo ha detto che non molla la Mediobanca altrimenti le Generali ve le mangiate voi o l’Intesa Sanpaolo.
No. Profumo non si riferiva a noi ma ad Axa, che per Generali potrebbe essere un pericolo, visto che in borsa vale di più. Del resto tutti sanno bene che nel 2003 noi francesi abbiamo posto fine alla guerra italo-italiana su Mediobanca stabilizzandone l’azionariato.
Però il matrimonio tra Unicredito e Capitalia vi ha spiazzato. Infatti avete detto: giù le mani da Mediobanca.
Sì, ma l’avevamo detto a anche a Giovanni Bazoli quando voleva comprare la Capitalia. Mediobanca appartiene a se stessa, deve rimanere indipendente. È per questo che Unicredito venderà la sua quota e in piazzetta Cuccia Profumo ha subito lasciato ogni carica.
Scusi, cosa pensa di questa «volatilità» del presidente delle Generali, Antoine Bernheim: un giorno sta con Bazoli, l’altro si rimangia tutto dopo una telefonata di Cesare Geronzi…
La telefonata a Bernheim l’ho fatta io, non Geronzi. Lui non ha dato ragione a Intesa, ma ha detto che tutto dipende da dove andranno le azioni di Unicredito. Lei capisce bene che dove finirà quel pacchetto non è ininfluente per l’indipendenza di Mediobanca e di Generali.
Però l’uscita di Bernheim è stata interpretata come un avallo alle preoccupazioni di Bazoli.
Proprio perché qualcuno ha insinuato che quelle parole le avesse dettate Bazoli sono intervenuto, facendo presente a Bernheim il rischio di un’interpretazione pro Intesa del suo intervento. Poi, sa, era in assemblea e lui l’italiano non lo parla molto bene.
Unicredito e Intesa adesso sono più rivali che mai. Come fa Bernheim a fare il vicepresidente della seconda e contemporaneamente il presidente della più importante, via Mediobanca, partecipazione della prima?
Proprio Bernheim in Intesa è la garanzia che Bazoli non avrà sorprese, e Generali non sarà mai il pupazzo di Mediobanca. Almeno finché in piazzetta Cuccia ci siamo noi francesi.
Se le Assicurazioni Generali non sono di nessuno, il «Corriere della sera» a chi appartiene?
A troppa gente. Sarebbe meglio che ci fosse un solo editore, tipo Murdoch o simili. Il Corriere invece è più affollato di un club di tennis o di golf.
Perché voi francesi non volete più Gabriele Galateri in Mediobanca?
Non solo noi. Gabriele è stato bravo ma con il sistema duale separiamo chi lavora da chi fa l’azionista. Arrivando Geronzi, non c’è posto per due presidenti.
Non crede che il romano Geronzi padrone della finanza milanese verrà accolto con qualche mugugno?
E io cosa dovrei dire? Se hanno sopportato la presenza di un tunisino e dei francesi nel salotto buono…
Ma c’era già Afef che aveva tracciato il solco. Convivranno Geronzi e Profumo?
Non ho dubbi in proposito. La presenza di Cesare proteggerà Mediobanca dai giochi di potere, come abbiamo fatto noi da quando siamo entrati quattro anni fa. Allora il titolo quotava 7 euro, ora è arrivato a 17.
Sicuro che tra i due prima o poi non saranno scintille?
Certo, di solito sono gli opposti che convivono al meglio.

Mediobanca: inizia l’era di Cesare Geronzi

Cesare Geronzi
Sedendosi sulla poltrona che fu di Enrico Cuccia, comincia l’era di Cesare Geronzi in Mediobanca, la più blasonata banca d’affari del paese. Doppia poltrona in realtà per Geronzi: quella di presidente del consiglio di sorveglianza e di guida del patto di sindacato, l’organismo che riunisce i grandi soci di Piazzetta Cuccia, al posto di Piergaetano Marchetti.
Lo ha deciso all’unanimità il patto stesso con una scelta che, per la prima volta, affida a un’unica persona le due cariche. Le novità, comprese le modifiche allo statuto, verranno sottoposte all’assemblea dei soci il 27 giugno. Un voto che fa di Geronzi il grande regista dell’alta finanza italiana, autentico arbitro di partite delicate come quelle che verosimilmente si giocheranno in un futuro non lontano in Telecom Italia, Rcs MediaGroup e Generali.
Marchetti, autore della nuova governance introdotta in Mediobanca (il consiglio di sorveglianza, nominato dai soci, e quello di gestione, composto solo da manager) “ha chiesto di non essere rinnovato”, si legge nel comunicato ufficiale, volendosi dedicare solo all’impegno di presidente della Rcs (società editrice del Corriere della Sera). E proprio in coerenza con la nuova impostazione, il presidente “dei soci” è stato individuato nello stesso Geronzi. Anche in vista di un nuovo ruolo, nei fatti, del patto, destinato a trasformarsi sempre più in un accordo di voto, lasciando al consiglio di sorveglianza strategie e indirizzi.
L’accordo prevede che Geronzi resti presidente di Capitalia fino a settembre, quando in seguito alla fusione con Unicredit lascerà la banca romana per dedicarsi solo a Mediobanca.
Un’operazione che per quanto abbia un’indubbia valenza industriale tutti hanno salutato come un capolavoro “politico”: per il ruolo di “controllore” di quel tempio della finanza “laica” che fu per anni guidato da Enrico Cuccia, è stato preferito un banchiere ormai alla fine di una lunga carriera, come Geronzi - ma ancora con tanta voglia di giocare il ruolo di “grande vecchio” della finanza italiana - ad un giovane brillante e che in Mediobanca aveva costruito l’inizio della sua carriera come Matteo Arpe.

Il VIDEO servizio:

Salvatori: quei tre superbanchieri visti da molto vicino

Amministratore delegato di Unipol, il banchiere ha lavorato con Bazoli, Profumo e Geronzi
Carlo Salvatori, amministratore delegato della Unipol, ha fatto tante cose, dunque ha un curriculum troppo lungo che a malincuore bisogna sintetizzare. Nato a Sora (Frosinone) il 7 luglio 1941, coniugato, con tre figli, laurea in economia e commercio presso l’Università di Bologna e in scienze bancarie presso l’Università di Siena, ha lavorato alla Banca nazionale del lavoro, dove è stato direttore centrale. Poi è passato in Ambroveneto diventandone presto ad, quindi in Cariplo come direttore generale. Dal gennaio 1998 al novembre 2000 è ad della neonata Banca Intesa. Dal maggio 2002 fino al settembre 2006 è vicepresidente della Mediobanca. Dal maggio 2002 al gennaio 2006 ha assunto la carica di presidente del gruppo Unicredito Italiano prima di approdare in Unipol.

Visto che ha lavorato con tutti e tre i dioscuri del credito, ci dice chi è il migliore?
Conosco bene Giovanni Bazoli e Alessandro Profumo. Invece il rapporto con Cesare Geronzi e la Banca di Roma è stato molto limitato, meno di sei mesi (infatti nel curriculum ufficiale non ve ne è traccia, ndr). Bazoli è un grande presidente perché sa dare molto spazio agli operativi. Profumo invece era lui l’operativo e possiede una straordinaria capacità di gestire la struttura.
Si aspettava un matrimonio così veloce tra Unicredito e Capitalia?
Dal punto di vista industriale ci sta tutto. Hanno realizzato un grande gruppo, così come avevano fatto prima Intesa e Sanpaolo Imi. Unicredito ha in più la dimensione internazionale. Prevedo grandi sinergie nei costi e nei ricavi.
È vero che quando era in Unicredito già avevate pensato di mangiarvi la Capitalia?
Mi consenta di non esprimermi. È una cosa che lascio dire a lei.
Va bene, la dico io. Ma una banca grande è sempre sinonimo di grande banca?
Se gestite bene, le banche grandi sono sinonimo di grande banca. Sia in Intesa sia in Unicredito ci sono persone che lo sanno fare bene.
Dicono che Bazoli sia molto arrabbiato. Ha rilasciato al Sole 24 Ore un’intervista parlando a nuora perché suocera intenda.
Non mi pare. C’era invece una condivisione dell’operazione. Del resto avendone realizzata una lui di analoga non poteva certo eccepire. Mi sembrava sincero quando ha detto che ora ci sono due gruppi a supportare l’economia di questo Paese.
Dicono invece che sia molto arrabbiato con lei, perché ha fatto saltare le nozze Mittel-Hopa.
La nostra resistenza non era certo nei confronti di Mittel e del progetto di Bazoli. Era sulla valutazione di quell’operazione così come ci era stata prospettata, perché non tutti gli azionisti venivano trattati allo stesso modo.
L’Unipol si sposerà o resterà zitella con la sua bella e ambita dote di 2 miliardi e passa?
Abbiamo definito un piano industriale di solida crescita interna. Se poi ci si presenterà qualche opportunità sul mercato, la valuteremo.
Il collateralismo dell’Unipol con i Ds è finito perché alla sua guida non c’è più Giovanni Consorte o perché non ci sono più i Ds?
Ma quale collateralismo! L’azienda fa il suo lavoro, la politica ne fa un altro. Cosa vuole che c’entri la politica nella gestione di un grande gruppo bancario e assicurativo? Sempre a fare queste inutili dietrologie…
Scusi, mi sembrava che qualche telefonata con i Ds fosse intercorsa ai tempi in cui l’Unipol stava per prendersi la Bnl…
Sono cose che ho letto sui giornali, ma di cui non voglio discutere. Si tratta di questioni che appartengono alla sfera privata delle persone.
Con Mario Draghi alla guida della Banca d’Italia si sono fatti due grandi matrimoni in meno di un anno. Allora vuol dire che il tappo del sistema era veramente Antonio Fazio.
Forse certe operazioni di oggi non andavano bene allora. C’è un tempo e un tempo. Con Fazio era la fase dell’uscita dalla foresta pietrificata del credito. Con Bankitalia gestione Draghi il momento di dare spazio alle attese di crescita e aggregazione del sistema bancario.


richard-branson
richard-branson



rossi-spalla Viviana Da Busti
segui panorama su twitter

 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Abbonati subito a Panorama!
    Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • R101