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La crisi e i piaceri della tavola: si spendono 300 euro in più l’anno

Confederazione Italiana Agricoltori

Gli italiani soffrono la crisi economico produttiva, ma non per questo rinunciano ai piaceri della tavola. La conferma viene dai dati pubblicati dalla Confederazione italiana agricoltori (Cia) sui consumi alimentari negli ultimi quattro anni che sembrano dar ragione a un vecchio detto popolare anglosassone: “Gli italiani campano per mangiare”.
E come dar torto ai sudditi di Sua Maestà, visto che ogni famiglia italiana dal 2005 in poi ha speso per il cibo circa 300 euro in più l’anno. Il più devoto alla tavola, secondo le stime degli agricoltori, sarebbe il Sud Italia, nonostante l’alto livello di disoccupazione e i salari in media più bassi rispetto a quelli del Nord e del Centro.

Insomma, si rinuncia a tutto, ma non a “mangiare a bene”. Nel 2008, infatti, la spesa per imbandire le tavole degli italiani è aumentata, in termini monetari, del 3,8 per cento rispetto al 2007: si sono spesi, infatti, 5,3 miliardi in più, mentre i consumi hanno continuato a registrare una situazione stagnante. Rispetto a quattro anni fa la spesa alimentare è cresciuta di 13 miliardi di euro, passando da 133 miliardi di euro del 2005 ai 146 miliardi dello scorso anno, con un incremento del 9,8 per cento. Una corsa al rialzo alla quale non ha contribuito però l’agricoltura, che ha visto i prezzi diminuire di oltre il 7 per cento, mentre i redditi dei produttori, nonostante l’incremento dell’anno scorso (+2,1 per cento), sono calati nell’ultimo quadriennio di circa dieci punti percentuali. “In pratica, in quattro anni la spesa alimentare di una famiglia italiana è lievitata, in media, di 300 euro l’anno, con punte superiori ai 370 euro delle regioni del Mezzogiorno”, scrive la Cia. Ma gli agricoltori non sembrano aver beneficiato di questo aumento.

Per questi motivi, la Cia commenta in maniera positiva il rapporto sulle differenze tra prezzi alla produzione e al consumo nella catena alimentare approvato a dicembre dalla Commissione Agricoltura del Parlamento europeo e nel quale si sottolinea proprio l’esigenza di correggere le insufficienze del mercato. “Il rapporto sottolinea che, dopo l’impennata dei prezzi alimentari del 2007/2008, lo scarto tra prezzi alla produzione e quelli pagati dai consumatori è infatti tale che le istituzioni europee hanno il dovere di reagire”, concludono gli agricoltori.

Dettaglio, vendite in calo dello 0,7%. Per il cenone di Natale, spesa al discount

Spesa alla Coop
Calano le vendite al dettaglio nella piccola e media distribuzione. Tiene invece la grande distribuzione con i discount che in un anno fanno registrare un aumento della spesa dell’1,9%.
Questi dati riportati dalle rilevazioni dell’Istat sulle vendite al dettaglio a ottobre. I grandi magazzini registrano invece una flessione delle vendite tendenziale dello 0,3%. Mentre negli ipermercati la contrazione è dello 0,1%. A crescere quindi è soprattutto il discount.
Ma il calo si registra anche nel confronto tra i primi dieci mesi del 2008 e l’analogo periodo del 2007, con un calo delle vendite dello 0,3%.
La variazione tendenziale registrata per il totale delle vendite, spiega l’Istituto di statistica, deriva da un aumento dello 0,7% riguardante le vendite di prodotti alimentari e da una diminuzione dell’ 1,6% dei prodotti non alimentari. In termini congiunturali, la flessione è stata rispettivamente dello 0,2% e dello 0,3%. Mentre nei primi dieci mesi del 2008 si è registrato un +1,1% per gli alimentari e un -1,1% per i non alimentari. I dati, avverte l’Istat, si riferiscono “al valore corrente delle vendite” e incorpora quindi “la dinamica sia delle quantità sia dei prezzi”.
A soffrire maggiormente, segnala l’Istat, sono stati i piccoli negozi (-1,7%) mentre tiene la grande distribuzione (+0,7%). In particolare, tra le forme di vendita della grande distribuzione, l’incremento tendenziale più significativo ha riguardato gli hard discount con un +1,9%, mentre per gli ipermercati si registra una flessione dello 0,1%. Risultato positivo anche dai supermercati e dagli altri specializzati (rispettivamente +0,9 e più 0,2%). A ottobre la dinamica tendenziale è risultata più favorevole per la grande distribuzione rispetto alle imprese operanti su piccole superfici, sia per i prodotti alimentari (+1,2 rispetto a -1,3%), sia per i prodotti non alimentari (-1,3 rispetto a -1,8%). Nel confronto tra i primi dieci mesi del 2008 le vendite della grande distribuzione sono cresciute dell’1,4% e quelle delle imprese operanti su piccole superfici hanno registrato una variazione negativa di pari entità.
Passando alle diverse tipologie di prodotti l’Istat segnala ad ottobre 2008 una flessione del valore delle vendite per tutti i gruppi non alimentari, con l’eccezione del gruppo dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (che hanno segnato un +1,7%). Le diminuzioni più marcate hanno riguardato i gruppi abbigliamento e pellicceria e calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-2,6% per entrambi). Male anche elettrodomestici, radio, tv e registratori (-2,4%).
Nei primi dieci mesi del 2008 tutti i gruppi di prodotti non alimentari hanno registrato variazioni tendenziali negative. Le flessioni più contenute hanno riguardato i gruppi “altri prodotti” (gioiellerie, orologerie) e prodotti farmaceutici (rispettivamente meno 0,7 e meno 0,8%). Le riduzioni più marcate gruppo elettrodomestici, radio, tv e registratori (meno 2,0%) e per i gruppi abbigliamento e pellicceria, calzature, articoli in cuoio e da viaggio e foto-ottica e pellicole (meno 1,5% in tutti e tre i casi).

Crolla il prezzo del greggio, ma il cibo resta caro

Petrolio, un impianto per l’estrazione del greggio vicino Los Angeles

Quello del petrolio è stato il più imponente boom di una materia prima iniziato dal secolo scorso: una bolla nera che ora si è sgonfiata con la crisi dei mercati immobiliari e finanziari, scatenata dai mutui americani. Eppure, dal 2003 al 2008, il costo di un barile è salito del 320 per cento in dollari: e, allo stesso tempo, i beni alimentari scambiati sui mercati internazionali hanno raggiunto incrementi del 138 per cento. Secondo la Banca mondiale la diminuzione dei prezzi di energia e cibo potrebbe, però, rallentare, attestandosi comunque su livelli più elevati del decennio precedente. Costi che avranno comunque conseguenze economiche e sociali.

Se è vero che il prezzo del petrolio è diminuito rapidamente, è altrettanto vero che resta su livelli più alti che negli anni Novanta: un barile costerà l’anno prossimo circa 75 dollari e gli alimenti resteranno il 24 per cento più cari che in passato. Un salasso che in due anni ha spinto nella povertà da 130 a 150 milioni di persone. Sono cifre crude: raccontano un dramma vissuto nelle bidonville e nelle periferie delle grandi città dei paesi in via di sviluppo. Sul valore della produzione globale, poi, arriverà una gelata: diminuirà dal 2,5 per cento nel 2008 fino allo 0,9 per cento del 2009. In particolare, per i paesi in via di sviluppo la crescita diminuirà dal 7,9 per cento nel 2007 al 4,5 per cento nel 2009. Per la Banca modiale, però, politiche adeguate nel settore energetico e agricolo potrebbero bilanciare il caro vita nei settori energetici e alimetari.

Ristoranti e pizzerie, prezzi sempre più alle stelle

Un piatto di mozzarelle di bufala

Pizza e birra fuori casa? Conti alle stelle e per le tasche di pochi.
Cenare al ristorante o mangiare in pizzeria costa sempre di più: in un anno, i prezzi hanno registrato rincari in media di quasi il 17%, con punte del 20%. Risultato? Le presenze di italiani e turisti ai tavoli dei locali pubblici risultano decisamente in calo, con una percentuale che sfiora il 13%. A dirlo è una indagine dell’Adoc. Ma, nonostante, i prezzi sempre più salati, la pizza sembra non temere alcunché: così, mentre tutti i ristoranti - da quelli di media e alta qualità ai locali specializzati in pesce o agli etnici - perdono colpi, con picchi anche del 25% in meno sulle presenze, le pizzerie sono le uniche a registrare un aumento dei consumi, nell’ordine del 2%.

“Mangiare in un ristorante di media qualità costa il 14,2% in più rispetto al 2007, in uno di alta qualità il 13,1%”, commenta Carlo Pileri, presidente dell’Adoc. Il che significa una spesa di circa 5 euro in più a persona, mentre in una pizzeria si arriva a pagare 18 euro a testa, spendendo circa 3 euro in più a persona (+20%), come in un locale etnico (+12%). “I rincari dei prezzi dei beni alimentari dell’ultimo anno” prosegue Pileri “hanno necessariamente portato ad un rialzo del costo di una cena al ristorante, causando anche un vistoso calo delle presenze, in media del 12,6%. Gli avventori di un ristorante medio sono diminuiti del 25%”. Una diminuzione, sottolinea, che interessa sia i ristoranti rimasti aperti nelle città d’arte come Roma, Firenze e Venezia, che quelli situati nelle località balneari.

In rialzo, invece, le pizzerie e le pizze a taglio, “che vedono incrementate del 2% le presenze, grazie ai prezzi più vantaggiosi rispetto alle alternative”. Ed è una scelta che conquista sempre di più anche i turisti stranieri, “per cui registriamo un aumento delle presenze del 12% rispetto al 2007.
D’altronde, con l’aumento del costo della vita, è sempre più difficile permettersi una cena fuori. O si rimane a casa o, al massimo, si va in pizzeria”, aggiunge Pileri, secondo cui “il settore della ristorazione, vitale per la nostra economia, va rilanciato. Non con fragili iniziative unilaterali” dice “ma mediante accordi con le associazioni dei consumatori, al fine di ribassare i menu”. Per l’Adoc è inoltre necessario agire sul fronte dei buoni pasto, che l’associazione “giudica inadeguati al costo della vita”: “In Italia il valore è fermo da 15 anni a 5,35 euro” continua Pileri “mentre negli altri Paesi europei l’adeguamento é già stato realizzato: in Spagna il valore defiscalizzato è di 9 euro, il 68% in più dell’Italia, in Francia 7 euro (+30%), in Portogallo 6,70 euro (+25%)”.

Fare la spesa costa di più al Nord. A Milano e Bolzano è caro-cibo

Il reddito medio dei nuclei italiani è di 2.311 euro al mese, ma la maggioranza ha una disponibilità inferiore | Ansa
Fare la spesa costa di più al nord. E per gli alimentari le due città più care in Italia sono Bolzano e Milano, che fanno registrare livelli dei prezzi più elevati di oltre il 10% rispetto alla media nazionale (rispettivamente +13,3% e +11,2%). A dirlo sono i primi risultati sulle differenze nel livello dei prezzi tra i capoluoghi di regione italiane per alcune tipologie di beni e in particolare per tre capitoli di spesa (alimentari, abbigliamento e calzature e arredamento) per un peso complessivo pari a circa il 35% della spesa per consumi delle famiglie. I dati, relativi al 2006, sono stati presentati da Istat, Unioncamere e Istituto Guglielmo Tagliacarne (qui il .pdf).
Dal lavoro, il primo nel genere, risulta, come sottolinea l’Istat, l’esistenza di differenze territoriali, spesso ampie, tra i diversi capoluoghi di regione. Complessivamente i livelli di prezzi registrati nelle città settentrionali risultano superiori a quelli dei capoluoghi del centro e soprattutto del Mezzogiorno del paese. Ciò vale, soprattutto per i prodotti alimentari e di arredamento.

Se Bolzano e Milano rappresentano le città in testa per il caro-cibo, le due meno care, sempre per quanto riguarda il capitolo alimentari, sono Napoli e Bari, con livelli di prezzi inferiori di circa il 10% rispetto alla media. Per i prodotti dell’abbigliamento e delle calzature, i due capoluoghi italiani con i livelli di prezzi elevati sono Reggio Calabria e Venezia (rispettivamente +6,5% e +5,4% sopra la media,) mentre per l’arredamento e articoli per la casa le due città più costose sono Milano e Roma (+25,8% e +12,8% sopra la media). In generale, un gruppo di città (Milano, Trieste, Genova e Bologna) registra livelli dei prezzi più elevati rispetto alla media nazionale in tutti e tre i capitoli considerati.
Sul fronte opposto, un secondo gruppo (Napoli, L’Aquila, Campobasso e Palermo) evidenzia i livelli dei prezzi inferiori alla media italiana sia nel capitolo alimentari che in quello dell’abbigliamento e calzature e dell’arredamento.

Dallo studio emerge inoltre che per quanto riguarda i prodotti alimentari si rilevano differenziali di prezzo “relativamente contenuti’ per i prodotti lavorati e “nettamente più ampi” per i prodotti non lavorati, per i quali “forme tradizionali di commercializzazione del prodotto, aspetti di localizzazione e caratterizzazione della merce commercializzata sembrano rappresentare fattori che comportano spinte verso una maggiore variabilità di prezzi”.

Il VIDEO servizio:


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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