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La beffa dei bond di Bank of Ireland

Una filiale di Bank of Ireland (Ansa)

Una filiale di Bank of Ireland (Ansa)

Dalle 150 alle 200 famiglie italiane, secondo un’inchiesta pubblicata stamane da Il Sole 24 ore, hanno visto andare in fumo i loro risparmi dopo che avevano comprato obbligazioni emesse dalla Bank of Ireland (60% in mano allo Stato irlandese) e che sono state liquidate alla fine di quest’estate con un 1 centesimo ogni mille euro investiti. Continua

Partenza sprint per la Class action all’italiana: nel mirino anche Microsoft

Il Ceo di Microsoft Steve Ballmer durante la presentazione di Windows 7

Il Ceo di Microsoft Steve Ballmer durante la presentazione di Windows 7 - EPA

La gestazione è stata lunghissima: la class action all’italiana ha visto la luce più di due anni dopo il primo annuncio. Continua

Antitrust: Giù le mani dai consumatori. “Le banche siano più trasparenti”

Antonio Catricalà

Giù le mani dai consumatori. Questo il monito che il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, lancia alle banche, perchè facciano passi avanti verso una trasparenza “compromessa” da contratti incomprensibili; al Parlamento, perchè si blocchi “lo stillicidio” di norme che “restaurano l’equilibrio del passato”; alle imprese, perchè “i costi della crisi non siano riversati sui consumatori” anche attraverso un pericoloso ritorno al protezionismo.
Nella sua relazione annuale al Parlamento, Catricalà mette al primo posto l’attenzione e la tutela dei consumatori, esposti oggi a rischi che arrivano da diverse direzioni. E richiama le banche a fare “ulteriori passi in avanti sulla strada della trasparenza, intrapresa solo ora con timidezza”. Perché la reputazione degli istituti di credito “oggi sembra compromessa più che in altri periodi”, anche a causa di “prassi contrattuali spesso troppo articolate e difficilmente comprensibili da parte dei risparmiatori”.

L’Abi invece rivendica passi in avanti sulla trasparenza “non timidi, ma molto coraggiosi”, anche se, ammette il presidente Faissola, “purtroppo la nostra reputazione, soprattutto per motivi mediatici, non è al massimo”.
Un richiamo forte arriva anche al Parlamento: “Va scoraggiato” ha spiegato il Garante “lo stillicidio di iniziative volte a restaurare gli equilibri del passato” e ridurre la spinta delle liberalizzazioni. Catricalà punta il dito contro le norme che riguardano l’abolizione delle parafarmacie (in 3 anni ne sono state aperte circa 3.000 con sconti su alcuni farmaci superiori al 22%), l’abrogazione della facoltà di recesso annuale nei contratti assicurativi e la cancellazione dei tetti antitrust per l’importazione di gas. In questo caso, Catricalà torna a proporre un tetto flessibile, che tenga conto dell’evoluzione futura del mercato italiano, ma l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, ribadisce che “in nessun paese d’Europa ci sono tetti antitrust”.
Attenzione anche al ritorno del protezionismo, i cui venti soffiano forti in Europa e rischiano di pesare sulla ripresa: è per questo, avverte Catricalà, che “occorre vigilare affinchè i costi della crisi non siano riversati sui consumatori”.
Proprio in quest’ottica, l’Antitrust esprime preoccupazione per la scarsa considerazione che trova lo strumento della class action, anche per colpa degli interessi di pochi gruppi. E se il rinvio dell’entrata in vigore era stato visto dallo stesso Catricalà come un modo per “migliorarla, la soluzione che oggi si profila sembra di segno contrario”. L’Antitrust rivendica un ruolo maggiore nell’ambito di questo istituto, così come in quello della legge sul conflitto di interessi che al momento è “macchinosa”, limitando di fatto l’intervento dell’Autorità alla presenza di “un atto di governo”.
Commenti positivi sono arrivati dalle associazioni dei consumatori: se Adusbef e Federconsumatori vogliono più poteri per l’Antitrust, l’Adiconsum chiede che, insieme al pagamento delle sanzioni (pari a 82 milioni di euro dall’inizio del 2008), i colpevoli di infrazioni vengano obbligati al risarcimento dei consumatori penalizzati.

Che cos’è la class action e come funziona

La class action in Italia è stata introdotta dalla finanziaria 2008, ed è stata resa famosa in tutto il mondo dopo il caso Usa di Erin Bronckovich. Si tratta in pratica di un’azione legale condotta da uno o più soggetti che chiedono che la soluzione di una questione comune di fatto o di diritto avvenga con effetti “ultra partes” per tutti i componenti presenti e futuri della classe, del gruppo. Essa viene considerata il modo migliore con cui i semplici cittadini possono essere tutelati e risarciti dai torti delle grandi aziende o delle multinazionali, in quanto la relativa sentenza favorevole avrà poi effetto o potrà essere fatta valere da tutti i soggetti che si trovino nell’identica situazione.
La class action potrà essere azionata dalle associazioni dei consumatori presenti nel Consiglio nazionale consumatori e utenti ma anche da parte di associazioni di “consumatori, investitori e altri soggetti portatori di interessi collettivi legittimati”. Su questo punto è previsto un passaggio parlamentare nelle commissioni parlamentari competenti. La platea dei soggetti legittimati a ricorrere sarà più ampia, per consentire, ad esempio, cause collettive anche per eventuali danneggiamenti ambientali.
L’avvio della causa collettiva ha effetti immediati: interrompe le prescrizioni delle altre cause avviate dai consumatori, magari singolarmente. Sono quindi previsti vari passaggi. Il primo è la decisione del giudice, che dovrà solo stabilire se l’impresa va condannata. Fisserà però anche le modalità per stabilire gli importi dovuti e la procedura per attribuire il rimborso ad ogni singolo cittadino. Dalla causa collettiva si passa quindi a stabilire rimborsi individuali: questo passaggio sarà gestito da una Camera di Conciliazione che dovrà essere costituita presso il tribunale che si occupa della causa. In questa fase parteciperanno in modo paritario i difensori di coloro che hanno proposto l’azione di gruppo e la società chiamata a rispondere del proprio comportamento. Durante questa procedura i cittadini possono anche ricorrere singolarmente e, nel caso si ritengano non soddisfatti dall’accordo raggiunto, possono anche decidere di proseguire l’azione giudiziaria. Sono infine previste modalità per pubblicizzare la sentenza di condanna e l’accordo raggiunto nella successiva transazione.
Un’ultima misura serve ad evitare che i costi ricadano sui consumatori. La parcella degli avvocati dei ricorrenti sarà pagata dalla società condannata, anche se solo parzialmente.
L’importo dovuto non dovrà però superare il 10% del valore.
L’Italia ha anticipato la proposta di Bruxelles sulla “class action” che arriverà all’inizio del prossimo anno,secondo il responsabile dell’Antitrust Ue, Neelie Kroes, che presentera’ un Libro Bianco con “specifiche raccomandazioni per rendere piu’ semplici i ricorsi dei privati, in primis i consumatori, contro i danni subiti dalla violazione delle regole sulla concorrenza”.

La class action slitta ancora, partirà dal prossimo luglio

Caso Parmalat
La class action partirà da luglio 2009 e non a gennaio del prossimo anno. Lo prevede il decreto legge Milleproroghe all’esame del Consiglio dei ministri di oggi. La class action all’italiana, introdotta in Finanziaria 2008 del dicembre scorso, sarebbe dovuta partire inizialmente a giugno 2008 ma il governo ha previsto un primo slittamento a gennaio 2009 per avere il tempo di modificarne l’impianto normativo, fortemente contestato da Confindustria. Ora il secondo rinvio, che prelude alla presentazione di un emendamento del governo a un disegno di legge in corso d’esame in Parlamento, probabilmente il ddl Sviluppo.
La proposta di emendamento a cui lavora il governo prevede che la class action possa essere attivata per illeciti compiuti a partire dal luglio 2008, quindi con un parziale effetto retroattivo di un anno. Resterebbero comunque esclusi i processi per i crac Cirio e Parmalat.
“Vergogna! Siamo indignati”: così in una nota i presidenti di Federconsumatori e Adusbef, Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, dopo la decisione del governo di posticipare di 6 mesi l’entrata in vigore della class action. “Questa legge, approvata durante la precedente legislatura, è stata prima rimandata dal governo, con l’obiettivo di migliorarla; oggi, dopo aver peggiorato la legge eliminando la retroattività, viene ulteriormente rinviata di altri 6 mesi - spiegano Trefiletti e Lanutti - evidente che gli obiettivi sono altri. Il Governo e la Confindustria vogliono rendere impossibile l’azione di risarcimento per i danni subiti dai cittadini nelle truffe Cirio, Parmalat, ecc. e vogliono rimandare il più possibile l’attuazione della legge stessa”. Ad essere danneggiati dall’atteggiamento del Governo, secondo le associazion dei consumatori, sono i cittadini, direttamente danneggiati dalle truffe e tutti le imprese che, nel mercato, operano nel pieno rispetto delle regole. La Class Action, infatti, per le Associazioni dei Consumatori rappresenta non l’occasione per regolamenti di conti ed attacchi indiscriminati alle imprese, ma doveva e dovrà essere un forte deterrente contro truffe e raggiri da parte delle imprese e un forte incentivo per un funzionamento del mercato trasparente ed efficace. Per questi motivi - concludono - le imprese sane, che operano correttamente nei confronti dei cittadini e che sono, in Italia, la stragrande maggioranza, dovrebbero essere favorevoli e non resistere all’attuazione immediata della legge”.
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Crac mutui: in Italia tremano oltre 40mila risparmiatori

Lehman Brothers in bancarotta, Borse a picco

Sono circa 40mila i risparmiatori italiani che hanno nei portafogli bond, prodotti strutturati e polizze index linked legati alla Lehman Brothers e che rischiano di veder bruciati “oltre un miliardo di euro investiti”. A sostenerlo il Codacons, in una nota, che ha deciso di “presentare una denuncia penale e preparare una class action contro banche e società di rating”.
Il Codacons annuncia una denuncia penale e una class action contro le banche e le società di rating. “A preoccupare non è solo l’esposizione diretta di banche e assicurazioni italiane che hanno acquistato azioni e obbligazioni del colosso americano - spiega il Codacons - ma è soprattutto il numero dei clienti che hanno nei portafogli bond, prodotti strutturati e polizze index linked legati alla banca americana. Quarantamila cittadini che rischiano di veder bruciati oltre un miliardo di euro investiti”. Il Codacons ha deciso di presentare una denuncia penale e preparare una class action contro banche e società di rating, in favore dei risparmiatori coinvolti nel crac Lehman.
“La banca americana infatti” prosegue l’associazione “era da tempo considerata a rischio, nonostante il rating. Vogliamo capire allora se ci sono responsabilità da parte degli istituti di credito italiani, degli intermediari finanziari e delle stesse società di rating, che hanno piazzato titoli pericolosi per gli investitori privati”. Intanto, aggiunge il Codacons nella nota, “autori ed editori Siae stanno valutando iniziative legali contro i componenti del cda dell’ente che nel 2003 decisero di investire 40 milioni di euro nella Lehman Brothers, con il voto favorevole di un consigliere che aveva un cugino che lavorava come dirigente presso l’istituto di credito. Vicenda sulla quale attualmente indaga la Procura della Repubblica di Roma”.

Riii… poso! Quando il fannullone lo scovi con la divisa

Un militare in caserma

di Antonio Rossitto

“Ma se San Remo nemmeno gli piace!” sbottò la moglie del colonnello davanti al giudice, che processava il consorte per truffa. Massimo M. doveva essere in servizio a La Spezia. Invece i carabinieri scoprirono che era nella città dei fiori. A vedere il Festival della canzone italiana in compagnia della sua signora. Negò fino a sfinirsi il colonnello. Ma lo tradì il pernottamento al circolo ufficiali di San Remo. A maggio lo hanno condannato a quattro mesi. Un episodio fra tanti. La procura militare di La Spezia, negli ultimi anni, ha indagato su decine di casi di assenteismo. Scoprendo di tutto: comandanti che dormicchiano a casa mentre risultano in caserma, baldi sottufficiali che si dedicano a sport estremi invece di lavorare, marescialli che segnano la presenza e poi vanno in giro a bighellonare.

Fannulloni in divisa: così li apostroferebbe il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, Torquemada degli scansafatiche negli enti statali. Anche tra i militari i casi non mancano. Gli episodi denunciati sono moltissimi. E spesso farseschi. Pasquale B., maresciallo capo della Finanza, viene pizzicato una notte di novembre. È di turno al comando provinciale di Rimini. Quel giorno è il responsabile del servizio 117, il numero di pronto intervento. Serata grama. Il finanziere, dopo un po’, abbandona tutti in cerca di svago. I carabinieri lo trovano alle 4.30 di mattina, mentre ciondola fra i night della Riviera.

Debolezze. Che scolorano però di fronte alla meticolosità con cui Pasquale E., maresciallo della Marina di La Spezia, avrebbe abbandonato il posto di lavoro. L’ex pm militare Davide Ercolani, ora alla procura di Rimini, gli contesta ben 116 giorni di assenza solo nel 2006. Il sottufficiale è un abitudinario. Arriva in reparto di buon mattino. Firma a chiare lettere lo statino delle presenze. Poi, chiariscono le indagini, se ne va a zonzo. Ercolani, nella richiesta di rinvio a giudizio, tira le somme: “438 ore circa senza idonea controprestazione lavorativa” e “ingiusto profitto pari a 7.446 euro”. Un altro maresciallo di La Spezia escogita un sistema differente. Banale, ma efficace. Lascia a un marinaio il suo tesserino elettronico: il sottoposto ha il compito di strisciarlo ogni volta che il superiore deve sbrigare qualcosa. Per un po’ gli va bene. Poi il maresciallo capo Claudio R. viene scoperto: condannato a quattro mesi, patteggia la pena, come il malcapitato marinaio.

Molte di queste indagini partono da denunce di colleghi. L’assenteista fa saltare le ferie o costringe al superlavoro? Loro denunciano il furbo di turno. È andata così, per esempio, in una stazione dei carabinieri nel Pisano. Solo che in questo caso l’ignavo sarebbe stato Gioacchino S., il comandante. È un brigadiere a fare la segnalazione. Il comandante, secondo i registri, sembra un dipendente indefesso: “Contatto ambientale e attività informativa” il 15 aprile del 2007, “vigilanza istituti scolastici” il 19 maggio, “disbrigo pratiche d’ufficio” due giorni dopo. In realtà i colleghi di Pisa lo trovano a casa. Alla prima udienza, l’uomo si giustifica. Per andare a lavorare, spiega, usciva dalla porta secondaria, seminando, ma inconsapevolmente, i brigadieri che lo sorvegliano.

Tra i casi scoperti dalla procura militare di La Spezia ci sono pure i finti malati. Gente dagli interessi variegati. Che spesso coltiva con successo una seconda attività. Come l’appuntato Calogero B., in servizio nel Bolognese. A settembre del 2007 patteggia sei mesi per simulazione di infermità, diserzione aggravata e truffa. Le indagini partono nell’autunno 2006. Il carabiniere viene segnalato alla procura. Per due mesi manca dalla caserma. Continua a inviare certificati: “Distorsione cervicale e traumi contusivi”. Roba seria: un movimento brusco può essere fatale. Ma i finanzieri verificano che, nel mentre, il collega arrotonda. Come imbianchino. Lo fotografano che si arrampica con agilità su impalcature alte 5 metri.

Poca cosa in confronto alle imprese del collega Vincenzo B., anche lui appuntato nella zona. “Sindrome ansiosa”, “cefalea”, “disforia”, “lombosciatalgia”: i referti medici attestano un quadro clinico disastroso. Ma nei mesi di lontananza dal lavoro per malattia trova tempo e modo di svagarsi. E di rimettersi in forma: nove lanci con il paracadute gli ridanno linfa. Risultato: un anno fa è stato condannato a 5 mesi e 10 giorni, poi patteggiati.

Vittima di passione politica è invece Alessandro S., giovane finanziere. Ma pure vicesindaco di un paesino pugliese. Il 26 marzo 2007 si sveglia con la gola arrossata e un po’ di febbre. Manda un certificato medico in caserma: “Sindrome influenzale”, due giorni di prognosi. Il dottore che lo firma è un collega di giunta e partito: l’assessore all’Ecologia. Ma la sera stessa il vicesindaco tiene un comizio. Parla per una ventina di minuti con voce stentorea. Sulla piazza del paesino pugliese battono pioggia e vento. Lui non sembra accorgersene: “Avevo preso due aspirine. Stavo meglio” dice a Manfredi Dini Ciacci, il pm militare di Bari che ha condotto l’inchiesta. Gli hanno creduto: il giudice Aristodemo Ingusci lo ha assolto.

È andata peggio lo scorso 23 giugno. Il maresciallo era sotto processo per un altro caso di falsi certificati. Stavolta lo hanno condannato a 3 mesi e 10 giorni. Si era concesso un viaggetto di una settimana a Milano. Coperto da apposito certificato. (antonio.rossitto@mondadori.it)


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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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