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Forbes: è thailandese la testa coronata più ricca del mondo

 Elisabetta d'Inghilterra

Trentacinque miliardi di dollari. A tanto ammonta la fortuna personale del re della Thailandia Bhumibol Adulyadej, eletto da Forbes come la testa coronata più ricca del mondo. Nella classifica della “top ten” dei sovrani più ricchi del mondo stilata dalla rivista statunitense figurano al secondo posto con un certo distacco i “newcomers” arabi come lo sceicco degli Emirati Arabi Khalifa bin Zayed Al Nahyan con una fortuna di 21 miliardi di dollari e il saudita Abdullah bin Abdul Aziz (21 miliardi di dollari).
Il quarto posto nella classifica dei re paperoni torna nelle mani di un asiatico: il sultano del Brunei Haji Hassanal Bolkiah con un patrimonio di 20 miliardi di dollari. In quinta posizione si trova invece lo sceicco di Dubai Mohammed bin Rashid (18 miliardi di dollari e un imponente patrimonio immobiliare, all’interno del quale figura il prestigioso albergo newyorkese Essex House e parte dei grandi magazzini Barney). In sesta posizione si piazza invece il primo europeo della classifica, il principe del Liechtenstein Hans-Adam II(5 miliardi di dollari). La settima posizione torna ai ricchi petroliferi del Golfo con lo sceicco del Qatar Hamad bin Khalifa Al Thani (2 miliardi di dollari).
Il re del Marocco Mohammed VI si colloca invece in ottava posizione con una fortuna di 1,5 miliardi di dollari. Alla nona posizione troviamo invece il principe di Monaco Alberto (1,4 miliardi di dollari). L’ultima posizione nella classifica è infine occupata dal sultano dell’Oman Qaboos bin Said (1,1 miliardi di dollari), che nei giorni scorsi ha soggiornato in Sicilia.
Forbes spiega che nessuno dei re, regine e sceicchi viene inserito nella classifica annuale dei miliardari perché le loro fortune sono ereditate e spesso condivise con altri membri della famiglia. Gli sceicchi e i principi sauditi in classifica - sottolinea la rivista - devono parte delle proprie fortune alle partecipazioni nei fondi sovrani dei loro paesi. I fondi sovrani sono saliti alla ribalta delle cronache negli ultimi anni e soprattutto negli ultimi 12 mesi in seguito al forte contributo fornito alle istituzioni finanziarie occidentali, alle prese con svalutazioni e perdite dovute alla crisi dei mutui subprime. Il fondo sovrano di Abu Dhabi è il principale azionista di Citigroup, mentre quello di Singapore Temasek si è detto pronto a rafforzare la propria quota in Merrill Lynch, scommettendo su una ripresa del titolo.
Nella top-15 di Forbes figurano due sole donne: la regina Beatrice d’Olanda al 14mo posto con 300 milioni di dollari e la regina Elisabetta II d’Inghilterra con 650 milioni. Con un miliardo il principe Karim Aga Khan è l’unico inserito nella classifica di Forbes a regnare non su un territorio ma sui fedeli: è infatti il capo spirituale di 15 milioni di musulmani islamici. Chiude la top-15 il sovrano più giovane, il quarantenne re dello Swaziland Mswati III con 200 milioni.

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Redditi, valdostani paperoni. I più poveri in Calabria

Banconote da 50 euro

I due estremi dell’Italia oggi sono molto distanti. E non solo geograficamente. Ayas, in provincia d’Aosta, e Platì, a Reggio Calabria, sono rispettivamente il Comune più ricco e quello più povero dello stivale. Nel primo - merito anche della residenza presa dal fondatore di Fastweb Silvio Scaglia - si vive in media con oltre 66.000 euro a testa, nel secondo si superano di poco i 4.000. Opposti assoluti che rispecchiano l’abisso che separa Nord e Sud del Paese.
Secondo l’analisi condotta dal Centro Studi Sintesi per il Sole 24 ore sulle dichiarazioni dei redditi degli italiani, i confini sono assolutamente netti tra le regioni del Nord, che fino all’anno scorso hanno continuato a correre e ad accumulare redditi, e il Mezzogiorno che arranca ed anzi in molti casi sprofonda nell’impoverimento.
La Valle d’Aosta e la Lombardia primeggiano per incremento del reddito tra il ‘99 e il 2007 e per valore assoluto: nella piccola regione autonoma - a parte il picco di Ayas - il reddito medio dichiarato è di 18.487 euro, con una crescita dell’11% in otto anni; in Lombardia si sale a 20.172 euro, il 7,5% in più del 1999. Non va male neanche in Emilia Romagna, regione in cui la ricchezza è più diffusa e “continua” guardando alla mappa comunale: 18.303 euro (+5,9%). Tutte le regioni del Nord viaggiano sopra i 17.000, al Centro si oscilla invece dagli oltre 18.000 del Lazio (dove Roma gioca un ruolo essenziale con oltre 20.000 euro) ai 16.958 della Toscana, fino ai 15.337 euro dell’Umbria. Il vero stacco è però con il Sud: nessuna regione, tranne l’Abruzzo va oltre i 13.000 euro. La Calabria e la Basilicata sono addirittura sotto gli 11.000, con la prima ad un minimo di 10.201 euro a testa ed un crollo dei redditi negli 8 anni considerati di ben il 14%. Una mappa confermata dai dettagli comunali. Guardando alle classifiche, tutti i comuni più ricchi sono concentrati al Nord.
Dopo Ayas, si piazzano Basiglio (Mi) con oltre 45.000 euro, Cusago (Mi) a circa 37.000 euro, Pino Torinese (To) a 33.000 euro a testa, Campione d’Italia (Co) a 32.700, Pecetto Torinese (To), Torre d’Isola (Pv), Segrate (Mi), Besate (Mi), Arese (Mi). Ma anche scendendo sotto la top ten i nomi continuano ad essere solo di città del Nord. All’opposto, tra le più povere solo città del Sud: Platì (Rc), Mazzarone (ct), Verbicaro (Cs), Cursolo-Orasso (Vb), Torre di Ruggiero (Cz) e così via, tutte sotto i 5.000 euro. Unica eccezione, Val Rezzo, in provincia di Como, dove con un calo del 31% in otto anni, il reddito per contribuente arriva ad appena 4.326 euro. Ecco una tabella con i Comuni più ricchi e quelli più poveri e la variazione nominale tra il 1999 e il 2007.

I comuni più ricchi:
Ayas (Ao) 66.408 +485%
Basiglio (Mi) 45.732 +29%
Cusago (Mi) 36.914 +43%
Pino Torinese (To) 33.164 +33%
Campione d’Italia (Co) 32.776 +138%

I comuni più poveri:
Platì (Rc) 4.152 -26%
Val Rezzo (Co) 4.326 -31%
Mazzarone (Ct) 4.381 +0,4%
Verbicaro (Cs) 4.385 -22%

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Berlusconi fa Mr Prezzi: “Troppi aumenti negli alimentari”

Una cassa d'uva nera

Un giro al mercato nei panni di “Mister prezzi”. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, a sorpresa, decide di fare una passeggiata tra le bancarelle del mercato di Campo dei Fiori, nel centro di Roma, per “riaggiornarsi” sui prezzi dei generi alimentari. Poi interroga i commercianti su quanto costino i pomodori o quanto sia rincarata la carne. Uova a un euro, tra i pochi prodotti che non hanno subito aumenti. I pomodori, da 1,5 a 2,00 euro al chilo, “un po’ cari, ma forse sono io che non ho più orecchio sui prezzi”, scherza il Cavaliere.
Tra una bancarella e l’altra, numerosi turisti e molti acquirenti del mercato lo fermano, lo fotografano con il telefonino, gli fanno le richieste più disparate (dal “presidente trovame lavoro” al “mi può raccomandare al Grande Fratello?”). Lui ne approfitta per fare a tutti la lezione di educazione civica che aveva riservato già ieri ai cittadini di Napoli. “Bisogna convincere tutti gli italiani” ha detto il presidente alla piccola folla che si è creata attorno a lui “che le strade e le piazze sono come il giardino di casa, e vanno tenute con lo stesso decoro”.
Poi torna a parlare del carovita: “Dopo questa infornata sui prezzi attuali” spiega alla fine del suo giro “ho verificato che ci sono stati aumenti fino al 30%, che sono l’effetto a cascata dell’aumento del prezzo del greggio, della benzina e dei trasporti”. Per combattere l’inflazione il premier ha sottolineato che il governo “sta studiando quali siano le migliori misure da mettere in campo, a partire da accordi con la grande distribuzione”. Prima di lasciare Campo dei Fiori, il Cavaliere si ferma ad acquistare gli immancabili ciondoli di vetro di murano, che “regalo” ha spiegato “a tutti i bambini delle scuole elementari e delle medie che vengono a trovarmi”.
In precedenza, durante un’intervista rilasciata a Gr Rai Radio city, il Cavaliere ha ricordato: “Noi abbiamo deciso, visto che dobbiamo raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2011, di andare nella direzione dei tagli delle spese inutili, degli enti inutili, dei privilegi, degli sprechi”. “È chiaro” ha sostenuto “che questo comporta sacrifici, ma non, come si è detto, lacrime e sangue, soltanto lacrime”. Il presidente del Consiglio ha annunciato che la “finanziaria porterà in parlamento solamente le tabelle dei numeri. Non ci saranno aperture a emendamenti, quindi entrerà in parlamento e vi uscirà così come è stata voluta e ragionata dal governo”.
Quanto a eventuali malumori tra i ministri del suo governo per i tagli alle spese, Berlusconi ha detto: “Disdico assolutamente questa leggenda e approfitto per dire che sui giornali da diverso tempo a questa parte leggo sempre notizie in contrasto con la realtà”. “È chiaro - ha sostenuto il presidente del Consiglio - che un ministro che deve gestire il suo dicastero preferisce poter spendere piuttosto che preoccuparsi di fare tagli, di imporre sacrifici. Ma è anche chiaro che se non avessimo fatto così, avremmo continuato la politica della ricerca del consenso attraverso l’aumento della spesa, che ci ha portato al 106% del debito pubblico rispetto al Pil e che ha portato i precedenti governi a moltiplicare per otto il debito pubblico dal 1980 in avanti”.

Prezzi: la città più cara? Mosca. Ma Milano è peggio di New York

Partono i saldi

Rublo schiaccia dollaro. Ma stavolta ridono gli yankee. Secondo la classifica annuale dell’istituto di ricerca Mercer la città dove il costo della vita è più caro nel mondo è Mosca. Mentre New York, da sempre ai vertici, scende fino al 22esimo posto a causa del le posizioni perde dal biglietto verde contro le altre monete. Nella classifica dietro alla capitale russa si piazzano Tokyo e Londra. Per le italiane Milano arriva al decimo posto (e non è una buona notizia), mentre Roma si attesta al sedicesimo.

È il modificato rapporto di forze tra euro e dollaro a regalare una situazione impensabile sino a pochi anni fa. New York figura solo al 22esimo posto ed è l’unica città americana nell’elenco delle cinquanta città più care al mondo. Rispetto all’anno scorso non sono molte le novità in testa alla classifica. Mosca si conferma al primo posto mentre Tokyo passa dalla quarta alla seconda posizione, scalzando Londra.
Clamorosa l’avanzata di Oslo che sale dal decimo al quarto posto. In lieve aumento il costo della vita anche per le italiane, con Milano che sale dall’undicesimo al decimo posto, e Roma dal diciottesimo al sedicesimo. Stanno poi, lentamente, scalando l’elenco delle città più care anche altre località dell’Europa Orientale (Riga, in Lettonia, al 46° posto rispetto al 72° di un anno fa), di Brasile e India. Tutte le città indiane sono infatti salite nella classifica con Nuova Delhi che è passata dal 68° al 55° posto.
Al contrario alcune città, come Stoccolma (31° posto dal 23° del 2007) e soprattutto New York (22° posto, è scesa di ben sette posizioni in un anno), sono a sorpresa più ‘abbordabili’ rispetto ad alcuni centri del Vecchio Continente, come Milano che è salita di una posizione al decimo posto e Roma (16°) in aumento di due posizioni.

Lo studio realizzato copre 143 città in tutti continenti e mette a confronto il costo di oltre 200 articoli di consumo comune in ogni località, compresi alloggi, trasporti, cibo, abbigliamento e prodotti per il tempo libero ed è usato da società e governi per determinare le indennità dei loro dipendenti all’estero. E così il Vecchio Continente, complice il rafforzamento dell’euro nei confronti degli altri valute straniere, a dominare la classifica insieme alle città orientali.

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Stipendi di domani: ecco quanto conta dove ci si laurea oggi

Studenti universitari
di Antonella Bersani

Laurearsi a Torino paga più che alla Luiss. A Verona e Alessandria più che alla Cattolica di Milano. E, scandalo dei test di ammissione a parte, studiare a Bari garantisce uno stipendio migliore rispetto a una tesi discussa a Genova o alla Sapienza di Roma.
La classifica stupisce, ma è scientifica. Redatta da due professori universitari che, volendo dare un voto alla qualità dell’insegnamento, si sono messi a calcolare lo stipendio dei laureati nei diversi atenei. “A differenza di altri paesi, da noi non esiste alcuna definizione di qualità, né una suddivisione comunemente accettata tra università d’élite e non” spiega Lorenzo Cappellari, docente di economia politica alla Cattolica di Milano. “Con questa indagine ci siamo concentrati sugli effetti dell’istruzione sul salario dei neolaureati, rivelatori di come il mercato interpreta la qualità della loro preparazione”.
Lo studio considera soltanto gli atenei con più facoltà, escludendo politecnici e università come Iulm e Bocconi, ma le sorprese non sono poche. Al top della graduatoria si colloca Torino, che rispetto al valore minimo (quello dell’Università di Campobasso) esprime una differenza di salario del 130 per cento. Al secondo posto c’è Verona (126 per cento) e al terzo l’Università del Piemonte Orientale (125). Cattolica e Statale di Milano si devono accontentare di quarto e quinto posto. E prima di arrivare alla Luiss di Roma bisogna passare per Trieste e Bergamo.
La classifica dice inaspettatamente che studiare a Ferrara (quindicesima a 99 per cento) favorisce il reddito più che una laurea a Bologna o Venezia (sedicesime a 87, insieme con Siena). E che l’università di Napoli Orientale (78 per cento) vince sulle romane. I laureati all’Università di Roma III hanno infatti stipendi pari al 72, la Sapienza al 60 per cento e l’Università di Tor Vergata soltanto al 55,5 per cento. Queste ultime sono superate dall’ateneo di Cassino (67,5 per cento), quello della laurea honoris causa a Valentino Rossi prima dei guai con il fisco.
Va da sé che il reddito delle tante star laureate ad honorem non entra nel conteggio. Perché uno dei meriti della ricerca è proprio quello di essere riuscita, applicando l’econometria ai dati Istat 2001 sull’inserimento professionale dei laureati, a filtrare le tante variabili che turbano le statistiche.
“Il risultato finale è da considerarsi al netto di fattori come il voto delle scuole di provenienza degli studenti, del background familiare, dell’impatto della facoltà scelta e soprattutto degli effetti del mercato del lavoro locale” sottolinea Cappellari.
Calcolatrice alla mano, si scopre che l’Università di Bari fa guadagnare il 10 per cento in più rispetto a Genova o alla Sapienza di Roma. Che Cattolica e Statale di Milano sono separate soltanto da un punto di percentuale, ma che quest’ultima vale il 25 per cento in più rispetto ad altri atenei lombardi come quello di Brescia. In Sardegna, invece, studiare a Sassari genera un reddito superiore di 61 punti rispetto a Cagliari.
La ricerca, accreditata anche dalla firma di Giorgio Brunello, docente di economia a Padova, sarà al centro del convegno sul mercato delle lauree che Altroconsumo ha organizzato per il 30 ottobre a Milano. E mette in evidenza anche il deficit di informazioni sul settore.
“Abbiamo dimostrato numericamente che più le aule sono affollate, meno guadagneranno gli studenti (a ogni incremento del 10 per cento corrisponde una riduzione di salario del 2,4 per cento). E se analizziamo le singole facoltà, vediamo che gli atenei privati rendono circa il 18 per cento in più di quelli pubblici, in particolare per gli studi di economia (19 per cento) e giurisprudenza (54 per cento). Nonostante questo, però, non esiste molta mobilità verso gli istituti migliori. Neppure tra quegli studenti con famiglie più agiate alle spalle”.
In Italia persiste in alcuni la convinzione che le lauree si equivalgano un po’ ovunque e a parte i dossier annuali di Almalaurea (limitati però agli atenei aderenti al consorzio) ogni momento di informazione è affidato al passaparola o alle giornate di orientamento. “Serve di più. Per esempio, un motore di ricerca nazionale che aiuti a capire come le università si collocano rispetto ad altri indicatori: la possibilità di essere studente lavoratore, il rapporto docenti e studenti, il valore salariale e la proporzione tra ragazzi e ragazze” interviene Paolo Trivellato, docente di sociologia alla Bicocca.
Anche Ezio Pelizzetti, rettore dell’università regina in classifica, sottolinea l’importanza di una scelta consapevole: “Torino registra da tre anni un aumento delle immatricolazioni. E credo sia anche effetto della forte azione di orientamento e di sostegno contro gli abbandoni”.

L’Economist: Roma e Milano sono città a misura di manager

[i](Credits: Photodisc)[/i]
I manager di tutta Europa sono avvisati: se per lavoro devono farsi qualche giorno di trasferta a Francoforte, dovranno prepararsi a spendere quasi mille euro al giorno. Se la destinazione della missione dovesse invece essere Sofia, la spesa sarà ben più abbordabile: 184,80 euro. In mezzo, tra queste due città, altre trenta mete europee di viaggi d’affari che sono state prese in considerazione dall’Economist Intelligence Unit, il centro di ricerca del settimanale economico britannico. Che per un anno ha analizzato i diversi indicatori che incidono sulle spese di un businessman in missione all’estero. Sono così finiti sotto la lente d’ingrandimento dei ricercatori i prezzi degli alberghi, quelli dei trasporti in taxi, dei pranzi, delle cene, degli aperitivi e il costo di un quotidiano straniero. La classifica (qui il documento in .doc) che ne vien fuori, parla chiaro: Francoforte è saldamente in testa, seguita a ruota da Barcellona (547,3 euro al dì), Ginevra (523,49 euro) e Londra (509,77). Buone notizie per i manager stranieri che devono passare per l’Italia. Roma e Milano, le due città considerate dall’Economist, sono nelle parti meno alte della graduatoria: e se la Capitale si piazza al settimo posto con una spesa media di 466,2 euro, nel capoluogo lombardo (14a posizione) una giornata completa pesa sulle tasche 415,75 euro. In coda alla classifica generale ci sono invece le capitali dei Paesi dell’Europa centro-orientale: Varsavia (270,08 euro), Budapest (259,17 euro) e appunto Sofia.
Il settimanale britannico però non si è limitato a stilare un elenco ma ha anche fatto la lista dei singoli costi nelle 32 differenti città. Si scopre così che per quanto riguarda l’albergo è proprio Francoforte in cima all’Europa dei manager con 295 euro per un pernottamento e prima colazione, mentre dietro ci sono Londra (270,65 euro) e Ginevra (249,64). Milano e Roma conquistano rispettivamente la dodicesima e la sesta posizione con 184 e 216 euro. Meno, ad esempio, di quanto costa una cena per due persone a Barcellona: 257,50 euro, vino incluso. A Bratislava (ultima in classifica) con quella somma potrebbero mangiare in un ristorante di lusso una decina di persone, se è vero che il costo registrato dall’Economist parla di 51,17 euro tutto compreso. E sempre per quanto riguarda il pasto serale, le due città italiane prese in esame dal rapporto si fermano al nono (Milano, con 155 euro) e all’ottavo posto (Roma, 160 euro) in Europa. Penultima posizione milanese, invece, per i pranzi: con 20 euro un trasfertista nel capoluogo lombardo riesce a riempirsi lo stomaco.
Nota positiva per l’Italia, invece, il capitolo taxi: un viaggio di 5 chilometri all’andata e altrettanti al ritorno costa a Roma 34,20 euro, mentre a Milano arriva a toccare i 40,5. Nulla, insomma, in confronto alle altre metropoli europee: a Ginevra lo stesso viaggio costa 72 euro, mentre a Zurigo 63.

E nel centro di Milano nascono appartamenti esclusivi per businessman. Il VIDEO:

Draghi il più povero, Scaroni il più ricco: i redditi dei boiardi di Stato

Mario Draghi, governatore di Bankitalia dal 2006
Il primo anno alla guida della Banca d’Italia ha fruttato poco al governatore Mario Draghi: nel 2006 ha dichiarato solo 3.145 euro piazzandosi all’ultimo posto nella classifica dei redditi dei boiardi di Stato: è insomma il più povero dei manager pubblici italiani.

In pole position Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, con 10 milioni di euro, seguito da Luca Cordero di Montezemolo, in qualità di presidente Bologna Fiere, che ha dichiarato redditi complessivi per 7,5 milioni e da Vittorio Mincato, presidente di Poste Italiane, con 4,8 milioni.
Vola alto anche Giancarlo Cimoli, ex numero uno di Alitalia, quarto, con 2,9 milioni di euro, seguito, a stretta distanza, da Roberto Poli, presidente dell’Eni, con 2,8 milioni di euro.
Tra i primi dieci si piazzano anche l’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti, con redditi per 2,20 milioni e l’ex presidente delle Fs, Elio Catania, con 2 milioni di euro.
Sotto la soglia dei 2 milioni invece il numero uno di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini (1,9 milioni) e Andrea Monorchio, presidente della Consap (1,8 milioni).
I dati relativi alle dichiarazioni dei redditi del 2006 dei manager pubblici sono stati messi a disposizione dalla Presidenza del Consiglio. Negli elenchi, figurano anche i presidenti di alcune Authority, di istituti di vigilanza e di enti pubblici. Ad esempio, il presidente della Consob Lamberto Cardia, ha dichiarato 645.493 euro euro, seguito da quello dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis, con 503.805 euro, e dal numero uno dell’Agcom, Corrado Calabrò, con 471.949 euro.
Il presidente dell’Istat Luigi Biggeri, invece, ha dichiarato 232.878 mila euro mentre il titolare dell’Isvap, Giancarlo Giannini, 438.917 euro. Il presidente dell’Inail Vincenzo Mungari ha dichiarato 321.081 euro, quello dell’Inpdap, Marco Staderini, 292.489 euro, e quello dell’Inps Gian Paolo Sassi, 132.660 euro.


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