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Furti nei negozi. Ma quanto (e cosa) rubano gli italiani

Un litro d'olio, 1 chilo di parmigiano, 3 etti di carne macinata, una bottiglia di vino. Per finire in bellezza una scatola di cioccolatini. Ma anche batterie, lamette da barba, deodoranti, rossetti, bagnoschiuma: tutto nelle tasche interne del giaccone, tutto senza pagare. Tutto rubato. Con un danno per le imprese commerciali ammonta a oltre 3 miliardi di euro l'anno

di Fabrizio Paladini

Un litro d’olio, 1 chilo di parmigiano, 3 etti di carne macinata, una bottiglia di vino. Per finire in bellezza una scatola di cioccolatini. Ma anche batterie, lamette da barba, deodoranti, rossetti, bagnoschiuma: tutto nelle tasche interne del giaccone, tutto senza pagare. Tutto rubato. È facile fare fesse le telecamere, gli addetti alla sicurezza, anche le barriere antitaccheggio all’uscita. E se proprio sei sfortunato e vieni pizzicato, è facile cavarsela con poco più di una figuraccia.
Oggi in tanti fanno la spesa così al supermarket. I poveri ma non solo. Ci sono bande specializzate nel furto su commissione: tu gli dai la lista, loro vanno, magari aiutati da un paio di donne e un bambino, rubano tutto e tu paghi la metà senza rischiare nulla. È la nuova piaga degli ipermercati, il fantasma degli scaffali. Ogni anno sparisce dai negozi della grande distribuzione merce per oltre 3 miliardi di euro: per la precisione 3,08 miliardi nel periodo giugno 2006-maggio 2007, contro i 2,6 miliardi dell’anno precedente. Considerando che questa cifra rappresenta l’1,23 per cento del fatturato, e che gli utili di un supermercato sono intorno all’1 per cento, si capisce facilmente che il problema è molto sentito ma al tempo stesso tenuto molto nascosto.
Grandi catene italiane come Coop, Auchan, Carrefour non vogliono ufficialmente parlare di questo problema e, anzi, fanno di tutto per minimizzare. Ammettere che in un supermercato si ruba può suonare come incentivo al furto. Al contrario, esasperare le misure di sicurezza, oltre che un costo aggiuntivo, può produrre un effetto boomerang: allontanare la clientela. E allora ufficialmente si fa finta di niente, ma ormai molti si dotano di sistemi di sicurezza che sono costati nel 2006 ben 878 milioni di euro.
Tra quello che sparisce nelle tasche di clienti o dipendenti e quello che si spende per contrastare il taccheggio si sfiorano i 4 miliardi. Da dove escono questi soldi? Ovvio: dalle tasche dei consumatori onesti che trovano ricaricati i prezzi sullo scaffale. Il conto finale fa 157 euro a famiglia, secondo il calcolo della Checkpoint Systems, una multinazionale che studia le soluzioni contro i furti nei negozi che, per maggiore eleganza, vengono chiamati “differenze inventariali”.
Panorama ha trascorso due giorni nel supermercato Conad alla Stazione Termini di Roma. Tra gli addetti ai lavori è considerato un posto molto a rischio, da bollino rosso. Si comincia alle 6, quando tirano su le saracinesche e l’esercito di barboni che ha passato la notte sui marciapiedi va a fare colazione. Con il vino, però, non col cappuccino. Qualcuno paga, qualcuno no, qualcuno viene rimproverato con affetto: “A Che Guevara, lo vogliamo pagare quel vinello?” fa il cassiere assonnato a un barbone algerino famoso per la somiglianza con il rivoluzionario argentino.
Poi c’è l’ora del pranzo: non è difficile che un pollo precotto finisca nella sua naturale destinazione ma prima di arrivare alle casse, mangiato di nascosto tra pannolini e yogurt. Panorama ha visto una confezione di carne macinata aperta e svuotata, chissà se consumata cruda sul posto o messa in tasca.
“Qui rubano tutti, non solo i poveri o i barboni” dice Paolo Petracca, direttore del supermercato. “L’altro giorno ho ricevuto un sms da un mio cassiere: “Dottore, è caduto un mito: abbiamo beccato una giapponese”. Ecco, ci mancava solo la turista giapponese. Per il resto abbiamo trovato di tutto: signore eleganti che fanno incetta di cosmetici, uomini in giacca e cravatta con bottiglie nascoste sotto il cappotto, bambini utilizzati dai genitori, tossici che ti minacciano con la siringa se non li lasci andar via. Altro che Vietnam…”.
Gianni O. ha 30 anni ed è uno degli addetti della sicurezza antitaccheggio del supermercato. È un ragazzo romeno e gli piace il lavoro che fa: “Qui rubano tutti, ma i peggiori, mi spiace dirlo, sono i romeni, poi i tunisini e gli italiani”. Lui si aggira tra gli scaffali e tiene d’occhio la clientela, fa finta di comprare ma ormai li riconosce subito, è una specie di Lombroso e non sbaglia mai. I settori più a rischio sono quelli dei cosmetici e dei superalcolici. Se uno si guarda intorno, lo segue e aspetta. Se lo vede che si mette qualcosa in tasca, attende che arrivi alle casse e poi avverte o il direttore o qualcuno alle barriere finali.
È un lavoro delicato. Prima delle casse non si può contestare niente a nessuno: se anche mi metto una bottiglia in tasca, non è detto che voglia rubarla. Inoltre nessuno dei dipendenti può perquisire nessuno, solo invitare ad aprire una borsa o a far vedere cosa c’è sotto l’impermeabile. Ci vorrebbe un agente di polizia o qualcuno autorizzato, ma non è facile e, soprattutto, il trambusto può influire negativamente sugli altri clienti. Meglio essere discreti, meglio evitare conflitti.
Per questo 9 volte su 10 che un ladro viene scoperto gli si chiede gentilmente di tornare alla cassa e regolare quella piccola “dimenticanza”. “Solo se la persona reagisce male o fa pesante ostruzionismo chiamiamo la polizia” dice ancora Petracca.
Quindi, se proprio ti va male e ti beccano, il rischio è quello di pagare il maltolto e collezionare una figuraccia. Tutto qui. Ma i professionisti del furto, quelle bande (quasi tutte romene o sudamericane) che fanno la spesa su commissione, non si fanno mai prendere.
“Al 70 per cento sono romeni. Arrivano in gruppo, mandano uno o due di loro avanti a depistare gli addetti alla vigilanza tenendo atteggiamenti sfacciatamente sospetti e gli altri fanno razzia da un’altra parte” racconta Arnaldo Pacifici, direttore dell’Europe Utd detectives, società di investigazione che si occupa della sicurezza di alcune catene della grande distribuzione.
Le etichette a radiofrequenza, quelle che se non vengono disattivate suonano all’uscita, possono essere rimosse o manomesse. Ma soprattutto possono essere neutralizzate con le borse schermate: si mettono in uno zaino o in un trolley diversi fogli di carta d’alluminio e così i segnali emessi dalle etichette vengono bloccati e alle barriere non suonerà l’allarme.
“È un bel problema quello delle borse schermate” riconosce Carlos Lopez Quijano, sales manager per l’Italia della Checkpoint Systems, “ma noi forniamo ai supermercati dei rilevatori di alluminio. Quando uno entra con la valigia modificata, suona l’allarme e il cliente viene invitato a lasciarla all’ingresso”.
Come è sempre stato, la guerra tra guardie e ladri prosegue sul filo della tecnologia. “Sarebbe molto utile poter mettere l’etichetta antifurto all’origine, sul luogo di produzione. Abbiamo stretto un accordo con una grossa catena di supermercati per 10 milioni di paia di scarpe e in quel caso siamo riusciti a far inserire all’interno della suola il segnalatore” dice ancora Lopez. Impossibile rubare quel paio di scarpe, ma questo tipo di procedura è complicata dalla frammentazione della grande distribuzione.
“Mentre in Spagna il 70 per cento dei supermercati è in mano a quattro gruppi, in Italia la Coop, che è la più grossa, ha solo l’11 per cento del mercato e insieme a Conad, Auchan, Carrefour ed Esselunga si arriva al 40 per cento. Il restante 60 è diviso in una miriade di marchi. Difficile quindi mettere d’accordo tutti sui sistemi di sicurezza” avverte Pierpaolo Lambrini, strategic account della Checkpoint.
In Italia solo il 50 per cento degli ipermercati e appena il 20 per cento dei supermercati è dotato delle barriere antifurto all’uscita e questo costituisce un grande incentivo alle “differenze inventariali”. Rubare, come detto, rubano tutti e non solo i clienti che incidono per la metà del maltolto. Il 40 per cento dei furti è opera dei dipendenti e il 10 è opera dei fornitori.
Nel suo primo rapporto mondiale sui furti nei negozi, la Checkpoint Systems fa anche la classifica delle merci più attaccate dai ladri italiani. In testa le lamette da barba: ben 22 pezzi su 100 spariscono misteriosamente. Seguono le cartucce per stampanti (15 per cento), il parmigiano (10 per cento), i cosmetici (6 per cento), la carne (5 per cento), vini e superalcolici (2,5 per cento), i capi di abbigliamento firmati (1,8 per cento), l’elettronica (1,3 per cento), i telefonini (0,9 per cento), articoli in pelle (0,45 per cento).
Rispetto al 2006 c’è stata una impennata di furti di superalcolici (+22 per cento) e di cosmetici (+12,4 per cento), mentre sono notevolmente calati i furti di scarpe (-18,8 per cento), forse anche per quelle etichette inserite al momento della produzione.
Certo, non come al supermercato della Stazione Termini. Racconta il direttore Petracca: “Mi ricordo quella volta che avevamo messo sugli scaffali delle belle scarpe Adidas in offerta. Un giorno qualcuno ha lasciato in esposizione quelle sue vecchie e puzzolenti e si è semplicemente messo le Adidas ai piedi ed è uscito. Ha avuto il tempo di provarle, sarà un nostro affezionato cliente”.

Il governo promette guerra al carovita. Con altre liberalizzazioni flop?


Il centrosinistra si è accorto che i prezzi (in vertiginoso aumento) stanno più a cuore agli italiani della diatriba sulla legge elettorale. E Romano Prodi, prima ancora che la Finanziaria riceva l’approvazione definitiva, mette le mani avanti: “È inutile ridurre le tasse se i prezzi mangiano tutto”. Meglio tardi che mai.

Il ministro dello Sviluppo, Pierluigi Bersani, annuncia interventi in particolare su banche e assicurazioni “senza alibi” a suo dire (e non è il solo). Tutto giusto. E poi fa intravvedere una terza lenzuolata di liberalizzazioni dopo la prima dell’estate 2006 e la seconda del marzo 2007. Ma che fine hanno fatto le prime due? Che risultati hanno avuto?

La prima si occupava di taxi, trasporti pubblici, farmaci, banche, assicurazioni, pane, passaggi di proprietà, distribuzione commerciale. La questione taxi l’abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: dovevano essere liberalizzate le licenze per aumentare la concorrenza e ridurre i prezzi. A Roma il sindaco Walter Veltroni sta negoziando un rincaro delle tariffe, subito in cambio di un gradualissimo aumento delle licenze in futuro. I farmaci da banco sono effettivamente venduti anche nei supermercati; non in tutti per la verità, e non tutti i farmaci. Banche: il decreto prometteva la portabilità dei conti correnti senza spese per i clienti. Soprattutto, obiettivo dichiarato era la riduzione delle spese ingiustificate per interessi applicate dagli istituti di credito. Solo una parte delle misure è stata applicata, spostare un conto da una banca all’altra resta ancora affidato alla buona volontà degli istituti. Quanto all’obiettivo di ridurre gli interessi, è lo stesso Bersani a certificarne il fallimento: “I tassi italiani restano i più cari d’Europa, senza alcuna giustificazione”.

La liberalizzazione dei panificatori è stata formalmente approvata, eppure il pane tra tutti gli alimentari fa registrare gli aumenti record: +12% rispetto a un anno fa. Rincari superiori al 5% per assicurazioni, distribuzione commerciale, trasporti pubblici. L’unico altro successo, se così si può chiamare, assieme ai farmaci al supermarket viene dall’abolizione delle spese notarili per i passaggi di proprietà delle auto: restano però quelle, non lievi, di trascrizione al pubblico registro automobilistico.

Veniamo alla seconda lenzuolata. Riguardava cellulari e telecomunicazioni, carburanti, tariffe aeree, etichette alimentari, ancora assicurazioni, mutui, apertura di imprese, parrucchieri e guide turistiche, costi del gas, sgravi per le iscrizioni alle scuole, la rinegoziazione degli appalti per l’alta velocità ferroviaria, la rottamazione delle auto inquinanti. Inoltre il ministro aveva promesso un giro di vite sulle compagnie petrolifere che aumentano i prezzi dei carburanti.

Si può dire che hanno avuto successo l’abolizione dei costi di ricarica dei cellulari e una parte del pacchetto mutui. Le penalità per l’estinzione anticipata sono state abolite o ridotte, mentre resta complicato trasportare un mutuo da una banca all’altra. Nel frattempo, però, anche in questo campo - anzi, soprattutto qui - sono esplosi gli interessi che hanno messo in ginocchio migliaia di famiglie. Agli aumenti del tasso di sconto decisi via via dalla Banca centrale europea, contro i quali il governo non può nulla, si aggiunge il famigerato spread, denunciato dallo stesso Bersani. Un’ammissione di impotenza.
I taxi di Roma in protesta contro le nuove licenze di Veltroni |Ansa
Un fallimento anche la campagna di contenimento dei costi della benzina. Siamo a livelli record, ma soprattutto non c’è traccia di quel minimo di concorrenza tra compagnie e tra gestori. Idem per la pubblicità di tariffe aeree a basso costo, che non indicano le tasse (del divieto si è persa traccia, perfino ad opera dell’Alitalia controllata dallo Stato). Conclusione: abbiamo più date di scadenza sui prodotti alimentari, in compenso ci teniamo i mutui, il carburante, i costi bancari e assicurativi più salati d’Europa. E un aumento del costo della spesa che, per ammissione di Prodi, “si mangia tutti i benefici della Finanziaria”.

Ora Bersani annuncia che il governo “è pronto a intervenire contro banche e assicurazioni”. Qualcuno, nella maggioranza, chiede la riesumazione del Cip, il comitato interministeriale sui prezzi: figuriamoci, non funzionava neppure negli anni Ottanta, con l’inflazione a due cifre. Bersani, inoltre, promette una terza lenzuolata. Forse farebbe meglio a verificare perché le prime due hanno funzionato a scartamento così ridotto. Per esempio sulle banche: magari scoprirebbe (se già non lo sa) che sono protette da una lobby politica e parlamentare influentissima. E già che c’è, che tutti i maggiori numeri uno del credito si sono dichiarati vicini all’Ulivo prima, al Partito democratico ora.
Perché il governo non si fa rispettare almeno da loro?

Il VIDEO servizio:

Le Fs e le ombre sulla gara da 1 miliardo di euro

Operatori di un call center
Doveva diventare il fiore all’occhiello del nuovo corso morettiano alle Ferrovie, un esempio di trasparenza amministrativa e di efficienza decisionale. E invece la gara per l’elaborazione dei dati, lo sviluppo del software e la gestione dei call center delle Fs si sta trasformando in una brutta storia intessuta di recriminazioni, contestazioni, polemiche e sospetti. E perfino ricorsi al tribunale nei quali l’associazione di consumatori Adusbef di Elio Lannutti ipotizza reati gravi come la concussione, la corruzione, l’aggiotaggio, l’insider trading, la turbativa di mercato.
Una vicenda, insomma, in cui, con il passare dei giorni, i dubbi si moltiplicano. Al punto che al confronto rischia di apparire un episodio minore quello di qualche anno fa con protagonista Elio Catania, il predecessore di Mauro Moretti alle Fs, il quale affidò una ricca commessa per la fornitura di computer all’Ibm, cioè alla società di cui era stato responsabile per l’Europa fino a qualche tempo prima.
Questa volta il valore dell’affare è sensibilmente più elevato, circa 1 miliardo di euro, una superfornitura di servizi per la quale era stata allestita una delle gare più importanti di questi anni da un punto di vista dell’importo economico nell’ambito della pubblica amministrazione. Per le Ferrovie era un avvenimento cruciale, seguito personalmente da Moretti e dal suo braccio destro, Nicola Mandarino, capo delle strategie della holding ferroviaria, entrambi ds e il primo legatissimo con mille fili a Massimo D’Alema.
Per aggiudicarsi il business dell’informatica Fs si erano messe in pista tre società di rilievo: Telecom, Almaviva e Sirti. Nella prima, per la verità, non tutti a livello di vertice erano convinti dell’opportunità di impegnarsi per la fornitura ferroviaria: mentre l’amministratore Riccardo Ruggiero e Mauro Nanni, responsabile dell’area informatica, premevano per scendere in pista, il vicepresidente Carlo Buora era assai titubante.
L’Almaviva, al contrario, ha affrontato la gara con estrema determinazione e l’intima convinzione di avere la vittoria in tasca potendo contare, oltretutto, sulla collaborazione di giganti come Hp, Elsag, Microsoft e Oracle.
Posseduta e guidata da Alberto Tripi, uno degli imprenditori più vicini al presidente del Consiglio, Romano Prodi, l’Almaviva inoltre controlla da tempo la Tsf (Telesistemi ferroviari, con 700 dipendenti di cui 300 addetti ai call center), società da più di un decennio attiva all’interno delle Fs proprio nel settore hi-tech. Tra Tsf e Ferrovie il rapporto era così stretto e di reciproca soddisfazione che la holding dei treni era socia di minoranza della stessa Tsf con una quota sostanziosa di circa il 40 per cento.
La Sirti, infine, ha partecipato con slancio sebbene nell’ambiente fosse considerata non proprio la favorita sul piano tecnico, in quanto sia la sua ragione sociale sia il suo core business erano assai distanti dall’oggetto del bando di gara.
Società un tempo collegata alla Telecom e al gruppo Iri-Stet, la Sirti è nota, infatti, non tanto nell’ambito dell’informatica e delle sue applicazioni, ma come azienda specializzata nelle operazioni di cablatura, cioè in pratica nello scavo e poi nella posa in opera della rete di cavi sul territorio nazionale.
Mauro Moretti, ad di Ferrovie
A sorpresa, però, la gara è stata vinta proprio dalla Sirti. L’offerta tecnica della Telecom è stata giudicata così scadente dalla commissione giudicante, composta da cinque dirigenti delle Fs presieduti da Maurizio Marchetti, legale della holding, che la busta con le proposte economiche non è stata neppure aperta.
L’Almaviva, invece, ha presentato un’offerta economica vantaggiosissima per le Ferrovie, migliore di quella Sirti, con un ribasso di circa 135 milioni di euro equivalente al 18,3 per cento. Da un punto di vista tecnico, invece, la proposta Almaviva è stata considerata inferiore rispetto a quella Sirti, peggiore, cioè, di quella di una società che fino a quel momento si era occupata di tutt’altro.
L’inadeguatezza sostanziale e formale della Sirti rispetto all’oggetto del bando di gara Fs era stata notata qualche tempo fa anche dalla società di revisione Price Waterhouse Coopers, che all’inizio di aprile 2007, nella relazione al bilancio consolidato 2006 (vedere documento in alto), aveva suggerito ai dirigenti Sirti di modificare almeno lo statuto aziendale per renderlo più congruo rispetto alla partecipazione alla gara ferroviaria.
La raccomandazione della società di revisione era sembrata così calzante e appropriata ai dirigenti Sirti che pochi giorni dopo, il 12 aprile, il presidente del consiglio di amministrazione, Gian Maria Chiarva, aveva firmato un documento di modifica dell’articolo 2 dello statuto societario accogliendo le modifiche consigliate.
Da quel momento la Sirti diventava una società con una spiccata vocazione, almeno sulla carta, per l’hi-tech, cioè proprio per quel tipo di attività richieste dal bando delle Ferrovie. E in meno di 6 mesi deve aver acquisito così tante competenze e così tanta esperienza da arrivare a stracciare concorrenti presenti da molto più tempo sul terreno dell’informatica, come la Telecom e soprattutto la Almaviva.
Alla luce di questa stranezza colpiscono una serie di piccole e grandi anomalie che hanno accompagnato lo svolgimento e la conclusione della gara. A cominciare dall’insolita rapidità per un’amministrazione pubblica nella gestione della procedura. Le offerte tecniche, volumoni di centinaia di pagine, sono state consegnate alla commissione giudicante il 16 settembre e appena una decina di giorni dopo non solo erano state lette e attentamente vagliate, ma già circolava l’indiscrezione che avesse vinto la Sirti. Una voce così fondata che venerdì 28 dalle Ferrovie hanno avvertito la necessità di confermarla verbalmente al presidente Chiarva. E il tam tam è diventato così assordante che il valore delle azioni Sirti è schizzato verso l’alto e il lunedì successivo la società è stata sospesa dalle contrattazioni di borsa.
La comunicazione ufficiale dell’esito della gara è avvenuta però alcuni giorni dopo e a compimento dell’ennesimo giallo: le buste con le offerte sono state aperte senza la partecipazione dei rappresentanti della Almaviva, che non erano stati invitati. Una procedura in netto contrasto con l’articolo 275 del regolamento attuativo del codice degli appalti approvato dal Consiglio dei ministri e dal Consiglio di stato.

Meno tempo e soldi, come cambia la spesa degli italiani

Spesa alla Coop
Il rapporto della Coop 2007 (qui il. pdf) non lascia dubbi: con buona pace del ministro Pierluigi Bersani e delle sue liberalizzazioni sui farmaci, alla voce sanità, e in particolare per medicinali, articoli sanitari e materiale terapeutico, le spese degli italiani sono destinate ad aumentare nel prossimo biennio a una media del 3,8 per cento all’anno. Le vendite di computer e apparecchi tv, audio e foto segneranno un più 4 per cento, mentre per i generi alimentari da qui al 2009 si prevede un risicato più 1 per cento.
Mentre i consumatori fanno i conti con gli aumenti dei prezzi che hanno trovato al rientro, anche dall’altra parte della barricata, sul fronte della grande distribuzione, si studia. Per capire se, quando e cosa i clienti saranno disposti a mettere nel loro carrello nei prossimi mesi. Così alla Coop, che si è mossa in questi giorni decidendo il blocco dei prezzi per i prodotti a marchio, hanno messo al lavoro l’ufficio studi coordinato da Albino Russo e, con l’ausilio dell’istituto di ricerca economico Ref, hanno messo a punto un malloppo di 150 pagine. Tema: la spesa che verrà.
“La crescità complessiva dei consumi nel 2006 è stata dell’1,5 per cento e solo del- l’uno nell’alimentare, ed era prevista del 2 nel 2007, ma ora il quadro rischia di peggiorare” sostiene Vincenzo Tassinari, presidente della Coop Italia. Senza dimenticare che dietro questi numeri, come evidenzia il rapporto, ci sono importanti spostamenti di spesa, con tipologie di prodotti che diventano marginali e new entry impensabili. Chi avrebbe mai detto, per esempio, che gli sbiancanti per il bucato dal 2003 a oggi avrebbero registrato una crescita di vendita dell’85 per cento, e addirittura del 360 i coloranti per i tessuti?
“Al di là di quelle che possono sembrare curiosità, è importante leggere dietro le cifre i veri indicatori di tendenza che, se trascurati, possono incidere negativamente sui conti di fine anno” sostiene Tassinari.
Insomma, in una torta dalla lievitazione incerta è indispensabile sapere per esempio che nell’alimentare superstar (più 130 per cento di volumi di vendita) sono i piatti pronti freschi da cucinare. “Il consumatore è sempre più disposto a pagare il valore aggiunto del servizio fornito dall’industria in termini di risparmio di tempo per cibi che una volta si facevano in casa” dice Russo.
Cosa entra e cosa esce dal carrello dei consumatori italiani. Fonte: elaborazione Ref su dati Iri-Infoscan
Per capire lo spostamento delle abitudini, e adeguare gli scaffali, alla Coop hanno studiato l’andamento di quattro carrelli virtuali che riassumono le tendenze forti emerse dallo studio. Ovvero: risparmiare tempo e fatica (carrello denominato pronto), aprirsi a nuovi mondi-abitudini (carrello etnico), avere cura di sé (carrello salute), coccolarsi (carrello lusso). Il risultato? Confrontando i volumi di vendita, il carrello etnico (dal cuscus al riso basmati) ha registrato la maggiore crescita percentuale (36 per cento) nell’ultimo triennio, seguito con breve distacco (30) da quello salute, pieno di prodotti dietetici, a base di soia, fibre, lieviti, integratori.
Tiene bene il lusso, che a colpi di leccornie e champagne registra un più 25 per cento, a riprova che nella difficoltà generale dei ceti medi si salvano i benestanti. Ma in assoluto il carrello vincente è quello pronto: cresce del 30 per cento ed è il più pesante in termini di articoli e fatturato.
La sorpresa? A rimanere fermo è il carrello base: pieno di pasta, pelati, tonno e verdure in scatola. Ma, visti gli aumenti previsti proprio per quei prodotti, è probabile che, più che star fermo, crolli.

Case chiuse? Le porto in borsa

Alexander Gerhardinger, amministratore delegato della Goldentime
Anche nel mestiere più antico del mondo c’è spazio per nuove idee. A dimostrarlo è l’austriaco Alexander Gerhardinger, 45 anni portati così così, un passato da agente immobiliare e una famiglia da nutrire.
Da un anno è proprietario della nota casa chiusa Goldentime, situata nell’undicesimo distretto di Vienna. Duemila metri quadrati di “perdizione” a livello medio-alto, 30 ragazze come inquiline, 120 clienti giornalieri e un fatturato di 3 milioni di euro l’anno.
Gerhardinger incassa dalle prostitute solo l’affitto per le camere (60 euro al giorno) e dai clienti il biglietto d’ingresso (80 euro). Un bordello come tanti altri in Austria, Paesi Bassi e Germania, dove il sesso a pagamento è un mestiere legale come tutti gli altri e solo il suo sfruttamento viene perseguito dalla legge.
Ma l’imprenditore viennese guarda oltre e ha fondato la società per azioni Rb Immo che debutterà in borsa nel 2008. A chi pensa che questo nuovo filone sia un buon investimento offre i titoli a un prezzo di lancio di 13 euro.
La sua visione? Dare vita a una catena europea di case chiuse con filiali in decine di città gestite col sistema del franchising e riconoscibili da una corporate identity omogenea: stesso nome (Goldentime, naturalmente), stesso arredamento, stessi prezzi, stessi servizi.
“Praticamente tutti i segmenti commerciali sono ormai strutturati in grandi catene” spiega Gerhardinger. “Dall’abbigliamento ai supermercati, dalle drogherie alle videoteche, dalle pizzerie ai sex shop, ovunque troviamo le filiali delle stesse, grandi catene commerciali”.
Solo nel settore dei bordelli mancano ancora le catene con decine, centinaia di filiali. L’unico tentativo l’ha fatto anni fa in Australia Andrew Harris. L’imprenditore viennese vuole occupare questo settore di mercato fondando la sua catena di case chiuse e quota la società in borsa per raccogliere i fondi necessari.
Le prime filiali di Goldentime sono già in costruzione a Innsbruck e Monaco di Baviera, altre seguiranno nei prossimi mesi in Austria e nel sud della Germania. “Le ragazze avranno così la possibilità di andare in tournée da una città all’altra” anticipa con sincero entusiasmo imprenditoriale Gerhardinger “e ai clienti verrà assicurata un’offerta sempre nuova”.
Della sua idea si può sorridere, ironizzare o anche scandalizzarsi, come ha fatto almeno un terzo dei suoi amici e conoscenti. Ma Alexander non è un “protettore”, è l’amministratore delegato e il fondatore di una vera spa.
Il prossimo sogno? Creare un bordello per clienti donne.

Attenti alla promozione: scade come uno yogurt

Alla cassa di un supermercato Esselunga
Molti l’avevano dimenticato, altri apprendono la notizia con sconcerto, altri ancora non se ne sono neppure accorti. Sta di fatto che le raccolte punti organizzate dalle aziende per fidelizzare i clienti e premiare quelli migliori con offerte o regali hanno una scadenza. Questo vale per i punti accumulati con la spesa fatta ogni giorno al supermercato come per quelli ottenuti dai passeggeri aerei grazie alle tratte dei viaggi effettivamente volate.

Tutto nasce da un decreto di qualche anno fa (il numero 430 del 26 ottobre 2001) che fissa la durata delle operazioni a premio: ogni raccolta punti deve avere un termine, che va da un minimo di un anno a un massimo di cinque. Oltre il periodo prescelto, i punti accumulati decadono e non possono più essere utilizzati né trasferiti su una nuova raccolta, come accadeva in passato. E dunque occhio alle scadenze.
La faccenda riguarda, per esempio, i clienti dei supermercati Esselunga, catena italiana con oltre 130 punti vendita disseminati in tutto il Nord della penisola. I punti maturati con la carta Fidaty scadono il 21 aprile e non avranno più alcuna validità. Chi non li utilizza per ritirare i premi in catalogo entro questa data li perderà e non potrà recuperarli sulla nuova raccolta punti che parte subito dopo, il 23 aprile.
Stessa situazione per i punti Millemiglia dei passeggeri Alitalia. La compagnia aerea ha utilizzato il periodo massimo previsto dalla legge: l’attuale operazione, infatti, ha avuto inizio il 1° gennaio 2003 e dovrà inderogabilmente concludersi il 31 dicembre 2007. I circa 3 milioni di clienti Millemiglia, quindi, hanno ancora otto mesi di tempo per utilizzare i punti premio raccolti. Le miglia accumulate potranno essere spese nell’acquisto di biglietti (ma non solo) che saranno validi per un anno dal giorno di emissione. E sarà possibile cambiare almeno la data di partenza: in pratica, si potrà volare ancora per tutto il 2008.
L’Alitalia sta già mettendo a punto un nuovo programma Millemiglia, che sarà reso noto a breve. Secondo qualche anticipazione, il regolamento di questa edizione premierà meglio i “frequent flyer”, i viaggiatori più assidui e fedeli. La compagnia studierà una soluzione anche per quanti accumuleranno punti a ridosso della scadenza di fine anno, in modo da evitare che tali clienti vengano ingiustamente penalizzati.

Venezia, tanto bella quanto cara

La home page del portale hotels.com del gruppo Expedia
Se gli alberghi di Mosca, con 252 euro di tariffa media a notte, sono i più cari del mondo, e quelli di Londra (156 euro) sono i più cari dell’Unione Europea, è Venezia la città d’Italia dove si spende di più per dormire: 153 euro a notte, mediamente.
La spiacevole segnalazione arriva da Hotels.com, il portale, parte del gruppo Expedia, che si è conquistato il primato mondiale quanto a vendite online di camere d’albergo. Tenendo sotto osservazione quanto pagato dai suoi clienti in 20 mila hotel di ogni categoria in 1.000 località del mondo, Hotels.com compila ogni trimestre un indice globale delle tariffe.
In Italia i prezzi sono cresciuti del 23 per cento nel 2006, contro una media europea del 17 per cento. Se Venezia è la più cara, Roma è 15ª con 138 euro a notte e Firenze, con 122 euro, è appena meno dispendiosa di Barcellona e Oslo (126 euro). Per trovare gli alberghi più economici del mondo bisogna andare a Bangkok, dove si spendono solo 65 euro.


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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