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Alitalia, vicina l’intesa con Air France. Manca “solo” l’annuncio

Due aerei dell'Alitalia e di Air France
In dirittura d’arrivo l’accordo tra Alitalia e Air France-Klm. Si starebbero infatti definendo gli ultimi dettagli tecnici dell’accordo per l’ingresso della compagnia d’oltralpe con una quota che dovrebbe essere vicina al 25%.
A confermare che qualcosa di concreto nelle voci c’è davvero sono fonti vicine al dossier. In queste ore si starebbero definendo gli ultimi dettagli tecnici dell’accordo per l’ingresso della compagnia d’Oltralpe.
. L’intesa con il partner francese, che ha già in piedi da tempo con Alitalia un’alleanza commerciale, sarebbe alla fase ultimativa, affidata ormai ai rispettivi gruppi tecnici. “Salvo sorprese dell’ultim’ora, l’accordo dovrebbe essere ufficializzato intorno al 10 gennaio, ma il diavolo come si sa sta nei dettagli”, fanno sapere le fonti.
Come anticipato più volte dai vertici di Cai, d’altra parte, e solo martedì dal vicepresidente della Cai Salvatore Mancuso e dal responsabile corporate di Intesa Sanpaolo, Gaetano Miccichè, l’accordo è alle ultime battute: l’alleato sarà già imbarcato al decollo della nuova Alitalia, il prossimo 13 gennaio.
Intanto una nota della compagnia segnala che ammontano a 250 milioni di euro, 21 milioni di euro in più, le disponibilità e i crediti finanziari a breve di Alitalia a fine novembre, rispetto all’analoga situazione al 31 ottobre.
Sul fronte delle assunzioni: saranno 10.150 i lavoratori a tempo indeterminato che entreranno in Alitalia entro il prossimo 12 gennaio. Questo prevede un verbale sottoscritto da Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uil Trasporti e Ugl con il management della nuova compagnia. L’accordo, che conferma i numeri della precedente intesa raggiunta a Palazzo Chigi, giunge al termine di una serie di incontri sui criteri di assunzione seguiti da Cai (ora Alitalia) per le varie categorie di lavoratori.
I tavoli con le organizzazioni sindacali riprenderanno il 5 gennaio per definire gli ultimi accordi e affrontare anche il capitolo degli addetti di Alitalia Express, circa 600, rimasti fuori dalle liste di assunzione; l’obiettivo dei sindacati è quello di far rientrare nel gruppo almeno una quota di questi lavoratori. Nel verbale di accordo è inoltre previsto che una parte degli assistenti di volo e personale di terra, assunta da Alitalia, venga distaccata a Air One per un periodo di abilitazione sui velivoli di quest’ultimo vettore.

Alitalia, indagati gli ex vertici per bancarotta

La saletta Alitalia

I vertici di Alitalia in carica nel periodo dal 2000 all’estate 2007 sono indagati dalla procura di Roma per bancarotta nell’ambito dell’inchiesta aperta nello scorso settembre dopo la dichiarazione di insolvenza della compagnia di bandiera. Sarebbero otto tra presidenti, amministratori delegati e direttori generali.

Massimo riserbo in procura sugli sviluppi dell’inchiesta e sui nominativi degli indagati. Nel periodo preso in esame dagli inquirenti sono stati presidenti dell’Alitalia: Fausto Cereti (1996-03), Giuseppe Bonomi (2003-04), Giancarlo Cimoli (2004-07) e Berardino Libonati (2007). Gli amministratori delegati sono stati Domenico Cempella (1992-01), Francesco Mengozzi (2001-04), Marco Zanichelli (2004) e Giancarlo Cimoli (2004-07), mentre tra i direttori generali figuravano Giovanni Sebastiani e Marco Zanichelli (2003-04).

Il reato di bancarotta preso in esame dagli inquirenti fa riferimento ad ipotesi di distrazione e/o dissipazione. Gli accertamenti sono curati dal procuratore aggiunto Nello Rossi e dai sostituti Stefano Pesci, Francesca Loy e Gustavo De Marinis. Nei mesi scorsi, dopo l’apertura del fascicolo, sono stati acquisiti i bilanci degli ultimi dieci anni della compagnia di bandiera. L’indagine non ha nulla a che vedere con la fase culminata nell’inserimento di Cai nella trattativa per l’acquisizione dell’azienda.

Telefonare costa meno in Italia, ma non con il cellulare

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/80205153@N00/]Victor Nuñez[/url] by Flickr)[/i]
Telefonare costa sempre meno anche in Italia. Qui però non si registrano ribassi nella telefonia mobile, nonosatnate le liberalizzazioni di Bersani.
Nei giorni caldi per la polemica su come i gestori riescano, con mille stratagemmi, a recuperare i soldi lasciati sul terreno per l’abolizione dei costi di ricarica (qui il documento in .pdf), ecco uno studio della società di consulenza Nus Consulting, che mette a confronto i costi per le tlc nei maggiori paesi industrializzati e le variazioni dal 2006 al 2007.
Lo studio, che ha preso in considerazione una chiamata di tre minuti da un telefono mobile (cellulare) nell’orario di punta ai prezzi in vigore dal primo febbraio, piazza l’Italia più o meno a metà classifica, con un importo di 32,026 centesimi di euro e una variazione nulla rispetto allo scorso anno: il Paese più caro di tutti è invece il Regno Unito, con 58,291 centesimi (-1,1% sul 2006) e quello più economico gli Stati Uniti (12,902 centesimi, +0,4%). Quanto all’apertura del mercato, la ricerca Nus rileva nel 2006 una certa stabilità, con Tim sempre più o meno al 40%, mentre Vodafone è cresciuta dal 35 al 38% e Wind è scesa dal 20 al 15% a causa di un “periodo di stallo sia come novità di servizi che come tariffe”. La “vera sorpresa”, secondo Nus, é stata l’egiziana H3G, che “ha saputo guadagnarsi anche una buona parte del mercato business portando la propria quota da un 5% a un 7%”.

Più favorevole ai consumatori italiani sembra invece il mercato del fisso, dove i prezzi sono calati praticamente per tutte le tipologie di chiamata. Nelle telefonate urbane e distrettuali l’Italia è seconda per economicità solo al Canada (dove si telefona gratis in città), con 4,685 centesimi di euro per una chiamata di 3 minuti (-4,1%): al polo opposto c’é invece il Belgio, dove per la stessa telefonata ci vuole circa il triplo (13,978 centesimi, invariato sul 2006). Anche nelle chiamate interurbane gli italiani stanno meglio degli altri, con 8,371 centesimi (-4,5%): un po’ più che nell’economica Svezia (6,067 centesimi, -11,3%), ma molto meno che negli Stati Uniti (28,800, +19,2%). Stesso discorso per le telefonate internazionali, che in Italia costano in media 15,640 centesimi (-10,3%), contro i 57,370 centesimi degli Stati Uniti (-5,2%) e i 9,830 della Germania (-16,7%). Diversa è la situazione per i costi fissi (in cui figura anche il canone), dove l’Italia svetta al terzo posto. La diminuzione dei prezzi, spiegano gli autori della ricerca, riguarda soprattutto Telecom Italia, che agisce su impulso dell’Autorità per le tlc. Tuttavia, continua Nus, il mercato è pur sempre dominato dall’ex monopolista, con una quota del 70%, con variazioni marginali da parte degli alternativi.

Ma se l’indagine certifica quanto sia più conveniente parlare dal telefono di casa, che dal proprio cellulare chissà quanti saranno disposti a dire addio all’amato telefonino.

Dopo Bersani, i piani tariffari cambiano, i cellulari restano. Cari

il post decreto Bersani | Foto di Diamond Geyser tratta da Flickr
Passata la Pasqua, gabbato Bersani. E le sue liberalizzazioni (qui il documento in .pdf). Oltre ai consumatori, che avevano esultato troppo in fretta per i tagli ai costi di ricarica dei cellulari. È bastato poco più di un mese alle compagnie telefoniche per recuperare con l’aumento delle tariffe e con altri stratagemmi quello che hanno dovuto lasciare sul campo con l’abolizione delle ricariche. Le manovre di Wind, Tim, Vodafone e Tre sono chiare: cancellare alcune vecchie tariffe, cambiarne altre, introdurne delle nuove. Gli esperti del settore calcolano che, così facendo, le compagnie ridurranno l’impatto del decreto Bersani sul mercato, che in teoria per il 2007 doveva essere di un miliardo e 400 milioni a circa 900 milioni di euro.
Il risultato, al di là delle cifre, è che i gestori sono riusciti a vanificare la quasi totalità dei benefici per i consumatori, derivanti dal provvedimento del ministero dello Sviluppo economico. Che, si chiedono ora gli utenti, non si capisce perché non abbia saputo predisporre gli opportuni accorgimenti per evitare questi escamotage. Le preoccupazioni (e le proteste) dei clienti sono giustificate dai fatti: a chi intende cambiare operatore, o attivare una nuova sim card, tocca districarsi in una selva di tariffe, resa irriconoscibile dalle ultime novità. Specialmente quelle introdotte da Wind.
Benché la compagnia egiziana mantenga lo scettro di operatore low cost italiano, i suoi “gentili clienti” da maggio saranno migrati ai piani (più cari) Wind 12 e Wind Senza Scatto New. Ora hanno trenta giorni (come previsto dall’articolo 70 del codice delle comunicazioni elettroniche) per decidere se scegliere un’altra opzione o cambiare operatore. Triplicati anche i costi per navigare su Internet, fuori dal portale mobile di Wind. Anche Tim ha aumentato di otto centesimi il prezzo per accedere al portale mobile: lo scatto è passato da 20 a 28 centesimi. Per quanto riguarda i cellulari, invece, Tim ha introdotto la tariffa “Tutto compreso”, costituita da un canone fisso che include un cellulare e una determinata quantità di traffico (in Tutto Compreso 30 ci sono 250 minuti di chiamate verso tutti i numeri nazionali). La nuova opzione, nella versione per abbonati, ha però il pregio di essere priva della tassa di concessione governativa, pari a poco più di cinque euro al mese.
Tre, invece, è l’unica compagnia a non aver apportato modifiche. Sono però state eliminate le ricariche “Power” e per cambiare piani tariffari sarà necessario spendere nove e non più sei euro.
Discorso diverso per Vodafone che ha modificato tre tariffe su cinque mentre è scomparsa “happy ricarica”, finora la più conveniente della compagnia, secondo Altroconsumo. I nuovi piani sono “You and Vodafone”, 19 centesimi per lo scatto alla risposta e uno, sette o 30 centesimi al minuto dipendentemente dal numero, e dunque l’operatore, che si chiama. Poi c’è “Zero Limits” , sei euro al mese e mille minuti di chiamate ai numeri Vodafone e infine “Vodafone tutti”: scatto di 16 centesimi più 12 centesimi al minuto ma solo per chi ricarica il telefonino di almeno 15 euro al mese.
3 Italia. Al contrario, 3 è l’operatore che ha fatto meno modifiche. Non ha cambiato le tariffe. Ha eliminato però le ricariche Power (che, ai tempi pre-Bersani, davano bonus di traffico) e ha aumentato, da 6 a 9 euro, il costo per cambiare il piano tariffario.
Se riuscite a districarvi fra le varie offerte, complimenti… Altrimenti, meglio fare riferimento alle associazioni di consumatori che da tempo conducono una battaglia contro i gestori telefonici. L’Aduc, per esempio, li denuncia come “leader” in pubblicità ingannevole. Anche Altroconsumo vuole fare la sua parte, offrendo a tutti i consumatori il servizio Sos tariffe telefoniche (02. 6961517): una consulenza personalizzata su contratti, tariffe, bollette e controversie legali riguardanti il nebuloso mondo dei servizi telefonici. Insomma, la battaglia della politica per fare risparmiare gli utenti mobili non è finita: comincia proprio ora.

L’Ue abbatte i confini telefonici: scatta il tetto al costo del roaming

Passa a Bruxelles il piano per ridurre eentro l'estate del 70% i costi del roaming nei Paesi membri dell'Ue
Buona notizia in arrivo da Bruxelles, precisamente dalla Commissione Industria del Parlamento europeo: è stato approvato il piano Ue per ridurre del 70% le tariffe roaming della telefonia mobile nei paesi membri dell’Unione.
Se dopo questo primo sì tutto filerà liscio, come spera il relatore della risoluzione, europarlamentare austriaco Paul Rubig dei popolari europei, da luglio saranno tagliate le tariffe roaming in Europa. Sono all’orizzonte risparmi di tutto rispetto per i milioni di utenti dei cellulari: secondo gli emendamenti approvati, che dovranno essere confermati ora dalla plenaria dell’Europarlamento, il costo di una chiamata telefonica attiva in roaming nell’Ue non potrà superare i 40 centesimi di euro al minuto, mentre il costo di una comunicazione passiva (le chiamate ricevute quando si è all’estero) dovrà restare al di sotto dei 15 centesimi di euro, più Iva in entrambi i casi.
La risoluzione è passata per 45 voti a favore, 3 contrari e un astenuto, dopo avere adottato una serie di emendamenti di compromesso. Fra questi, presentati dai sei principali gruppi parlamentari, quello che introduce l’eurotariffa per i costi di roaming per effettuare e ricevere chiamate all’estero e quello per introdurre la sua applicazione automatica agli utenti. Gli europarlamentari hanno anche approvato l’indicazione che le nuove tariffe siano applicate un mese dopo l’entrata in vigore del provvedimento e che l’operatore nazionale informi con un sms l’utente delle tariffe di roaming nel momento in cui entra nel paese, con la possibilità di chiamare un numero verde per avere ulteriore informazioni.

Telefonia, scatto degli insaziabili consumatori

Dopo i costi sulle ricariche via quelli sugli scatti alla risposta?
Dopo i costi sulle ricariche via quelli sugli scatti alla risposta. Galvanizzati dalla vittoria, sancita grazie al decreto sulle liberalizzazioni (qui il .pdf) del ministro Bersani, le associazioni dei consumatori ora tentano l’en plein e ingaggiano, incontentabili, un’altra battaglia contro le compagnie telefoniche: “Se calcoliamo 100milioni di telefonate al giorno con una media ponderata ed un costo minimo di 15 cents di scatto alla risposta arriviamo ad un costo per i consumatori di 5,5 miliardi all’anno. Bisogna spendere per quanto realmente si consuma c’è scritto da più parti nell’Unione Europea e questo va rispettato”. Così si legge sul comunicato stampa di Telefono Blu.

Da parte loro, dopo quasi due miliardi “persi”, per le ricariche le compagnie telefoniche attraverso l’associazione Asstel guidata da Pietro Guindani di Vodafone, hanno deciso di assumere una linea comune e hanno scritto al premier Romano Prodi, al garante della Concorrenza Antonio Catricalà e al presidente dell’Agcom Corrado Calabrò per scongiurare un’altra sforbiciata ai ricavi. Per Asstel, l’eliminazione dello scatto alla risposta sarebbe “una misura coercitiva” con inevitabili “impatti occupazionali”.
Il duello per ora vede in netto vantaggio i consumatori, ma la guerra sulla telefonia mobile è appena comiciata e non è da escludere che si risolva con un classico compromesso: il Governo, per non urtare le aziende e non calpestare i cittadini (elettori) potrebbe porre fine al diverbio, eliminando la tassa di concessione governativa che grava sugli abbonati. In questo modo i gestori renderebbero più appetibile le offerte in abbonamento, utilizzate oggi solo dal 9% degli utenti. E verrebbe riequilibrato il mix con le carte prepagate su cui le compagnie hanno perduto i ricavi derivanti dai costi fissi. Lo scenario è ancora del tutto aperto…

Cellulari, addio alla ricarica

Ha tenuto duro fino all'ultimo. Poi anche wind ha ceduto e insieme alle concorrenti Tim, Vodafone e 3 ha abolito il sovrapprezzo per le ricariche: scatta così la nuova norma del pacchetto liberalizzazioni di Bersani che consente di eliminare il balzello che grava sui prezzi delle ricariche dei telefonini che, secondo i calcoli delle associazioni dei consumatori, frutterebbe alle compagnie telefoniche circa 1,8 miliardi di euro l'anno
Wind ha tenuto duro fino all’ultimo. Poi, sotto le bordate del governo, dell’Authority per le comunicazioni e dei consumatori, la società italo-egiziana, controllata dal magnate Naguib Sawiris, ha ceduto: dal 6 marzo via i costi di ricarica sui telefoni cellulari dei propri abbonati. Compresi gli attuali. Wind si allinea così a quanto già deciso dalle concorrenti Tim, 3 e Vodafone.
Una scelta fatta però controvoglia, tanto che in una nota striminzita emessa in serata dall’operatore ex Enel si lancia una sorta di grido di dolore: il provvedimento adottato dal governo “non potrà non avere impatti negativi sugli assetti concorrenziali del settore”.
Nessuna variaizone di listino, invece per Telecom Italia e 3, cioè senza sovrapprezzi sulle chiamate.
“Tutte le ricariche - dichiara 3 - sia lato standard che lato power, erogheranno un credito senza scadenza pari all’importo speso per l’acquisto della ricarica”.
In più, ai nuovi clienti e fino al 30 aprile, a fronte di una ricarica da 20 euro 3, da oggi, dà 30 euro in traffico.

Dietro le resistenze di Wind è chiaro ci sia la volontà di tenersi stretto l’utile netto di bilancio, raggiunto da poco. Tenerlo anche a costo di scontentare i propri clienti e rischiare un fuggi fuggi alla concorrenza.
Vodafone invece ha abolito a tutti i clienti i costi di ricarica, ma ha fatto piazza pulita dei vecchi piani, sostituendolo con altri un po’ più cari. Spicca uno scatto da 19 centesimi. In sostanza i vecchi utenti Vodafone sono fortunati: niente rincari e niente costi di ricarica. I nuovi invece saranno costretti a scegliere uno dei nuovi piani. Anche Vodafone rischia: di frenare l’arrivo di nuovi utenti. Ma ha deciso così prima che Telecom e 3 svelassero le proprie mosse, quindi è ancora possibile che ci ripensi.

Il decreto Bersani non solo abolisce i costi di ricarica, ma anche obbliga gli operatori a non dare una scadenza alle sim e al traffico acquistato; inoltre sancisce che, in caso di number portability, l’utente non debba più perdere il proprio credito residuo.
La prima novità sembra sarà recepita da tutti gli operatori (ma solo 3 l’ha annunciato a chiare lettere, per ora). Sulla seconda, gli intenti degli operatori non sono ancora chiari.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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