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Multe, la tassa occulta dei Comuni: in 5 anni un aumento del 643%

Un ausiliare del traffico in azione - Ansa

Un ausiliare del traffico in azione - Ansa

Patente e libretto, ma quello degli assegni. O gli italiani sono diventati particolarmente indisciplinati al volante o sono i vigili a essere diventati più fiscali. Fatto sta che negli ultimi cinque anni, nel periodo 2004-2009, secondo uno studio pubblicato dall’Associazione contribuenti italiani, il numero di multe comminate agli automobilisti è aumentato del 643%. Ossia sei volte tanto. Continua

Sacconi: il nuovo patto sulla salute passa dal federalismo

Maurizio Sacconi

“Abbiamo preparato una simulazione rozza, ma significativa. Ci porta a dire che se tutte le regioni avessero nella sanità i costi standard delle due amministrazioni più efficienti, Lombardia e Veneto, risparmieremmo 4,5 miliardi di euro l’anno. Sono risorse che resterebbero nel settore sanitario, ma potrebbero essere spese per lo sviluppo dei servizi, la ricerca, gli investimenti in tecnologia”. Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, della salute e delle politiche sociali, pensa che la riforma del federalismo sia un’opportunità per rinnovare la sanità. E in questa intervista con Panorama spiega quale potrebbe essere la strada, difficile e in alcuni casi anche dolorosa, per rendere il servizio più efficiente su tutto il territorio. Più efficiente e sostenibile. “Dobbiamo mantenere stabile il rapporto tra spesa sanitaria e prodotto interno lordo” dice Sacconi. “Non possiamo tollerare una tendenza che ci porterebbe a raddoppiarlo nel 2050 e che già oggi comporta, a causa della sfiducia nel servizio pubblico, una spesa privata, cioè soldi delle famiglie, pari al 2 per cento del pil”.
Il servizio sanitario italiano è combinato così male?
Siamo considerati dall’Ocse il secondo sistema del mondo. Ma è una media. Il servizio sanitario italiano è spaccato a metà tra un’area che è probabilmente la migliore al mondo e un’area di forte inefficienza, probabilmente una delle peggiori nei paesi industrializzati. È un sistema iniquo: chi vive nelle aree svantaggiate paga i servizi più volte, perché prende il treno della speranza verso le aree più efficienti e spesso paga ai privati prestazioni che il servizio pubblico fornisce ma delle quali non ci si fida.
In che modo il federalismo potrebbe cambiare questa situazione?
Si passerà dal federalismo irresponsabile della riforma sanitaria di 30 anni fa al più responsabile federalismo fiscale, che nella sanità è stato anticipato dai patti tra Stato e regioni del 2001 e del 2006. In base a questi piani, le regioni con un forte disavanzo avrebbero dovuto colmare il deficit sanitario godendo di un fondo aggiuntivo. Ma avrebbero ottenuto le risorse in più solo se fossero diventate virtuose. Così un doppio deterrente ha anticipato il federalismo fiscale: l’aumento della pressione fiscale fino a una certa soglia; superata la soglia, il commissariamento.
Come funzionerebbe in futuro?
Superata una certa soglia di disavanzo il commissariamento dovrebbe riguardare tutto. I libri non verrebbero portati in tribunale ma al giudizio del popolo, al voto, e gli amministratori falliti diventerebbero ineleggibili.
E in particolare per la sanità?
Nel patto della salute 2010-2012 dovremmo individuare un costo standard per abitante per tutte le regioni. Ed è bene che sia un dato reale, calcolato prendendo spunto dalle regioni migliori.
Lei parla di Lombardia e Veneto. Anche Emilia-Romagna e Toscana hanno un servizio efficiente. Le simulazioni riguardano anche loro.
Sono buoni modelli per la qualità, ma più onerosi. Lo stessa simulazione indicativa, fatta con esse, porta a una riduzione dei risparmi. Credo invece che il costo standard debba essere tarato sull’area migliore. Certo, il sistema definitivo per individuare il punto di riferimento dovrà essere più sofisticato. Potrebbe essere basato sulla composizione della popolazione: nella spesa sanitaria la quota di anziani fa la differenza.
Faccia un’ipotesi concreta.
Penso che il prossimo patto sulla salute tra Stato e regioni possa essere basato su due tipi di risorse: una quota calcolata in base al numero degli abitanti di ciascuna regione e al costo standad per abitante delle regioni migliori; e un finanziamento aggiuntivo ma decrescente che in un tempo determinato sostenga le amministrazioni nel passaggio dalla spesa storica al costo standard solo se sono virtuose.
A parte i risparmi, nei servizi che cosa accadrà?
Non stiamo parlando di tagli, ma di cambiamento. Oggi nell’area più inefficiente c’è un modello obsoleto, con una rete dei servizi dominata dagli ospedali generalisti. Molti di questi sono marginali (cioè con meno di 120 posti letto, ndr). Nel modello ottimale oltre metà della spesa è destinata invece a servizi sociosanitari e assistenziali di tipo territoriale, che garantiscono la presa in carico della persona dal momento del concepimento e che la accompagnano sempre, grazie alle tecnologie informatiche. È un cambiamento che riguarda tutti, dalla famiglia al medico di base, dagli ospedali sempre più specializzati alle strutture per la lunga assistenza, alle farmacie, al volontariato. È il progetto del libro verde. Di fatto, è un’operazione di riconversione del Centro-Sud inefficiente. Ma con le regioni più efficienti che restano sulla buona strada.
Non sarà semplice, anche dal punto di vista politico.
Nel Veneto abbiamo cominciato a chiudere gli ospedali marginali negli anni Settanta. E furono battaglie. Oggi vi è più consapevolezza, però sarà difficile lo stesso. Sarebbe bene che non ci fosse un gioco delle parti, a seconda che si sia maggioranza od opposizione, per opporsi alla chiusura degli ospedali marginali. Si può evitare se c’è condivisione Stato-regioni e quindi implicitamente una tendenziale politica bipartisan. Non a caso vogliamo rivalutare l’Agenzia dei servizi sociosanitari, la cui gestione è condivisa tra Stato e regioni. Sono percorsi faticosi. Basti pensare al lavoro dell’assessore regionale in Sicilia o nel Lazio alla chiusura dell’ospedale San Giacomo. Però sono anche gestibili. Nel pubblico non viene licenziato nessuno.
Cambierà il modo di lavorare di migliaia di persone.
Tutti saranno attori del cambiamento. Per esempio, dobbiamo rifare un patto di lungo periodo con i medici di famiglia, rivalutandone le funzioni e individuando con loro i modi per garantire un servizio 24 ore al giorno. Il modello ospedalecentrico li ha emarginati. Nel nuovo modello diventano centrali anche grazie alla tecnologia, con la ricetta elettronica trasmessa alla farmacia e il fascicolo elettronico individuale che segue ovunque le persone.

Il federalismo su sanità e regioni

Redditi, valdostani paperoni. I più poveri in Calabria

Banconote da 50 euro

I due estremi dell’Italia oggi sono molto distanti. E non solo geograficamente. Ayas, in provincia d’Aosta, e Platì, a Reggio Calabria, sono rispettivamente il Comune più ricco e quello più povero dello stivale. Nel primo - merito anche della residenza presa dal fondatore di Fastweb Silvio Scaglia - si vive in media con oltre 66.000 euro a testa, nel secondo si superano di poco i 4.000. Opposti assoluti che rispecchiano l’abisso che separa Nord e Sud del Paese.
Secondo l’analisi condotta dal Centro Studi Sintesi per il Sole 24 ore sulle dichiarazioni dei redditi degli italiani, i confini sono assolutamente netti tra le regioni del Nord, che fino all’anno scorso hanno continuato a correre e ad accumulare redditi, e il Mezzogiorno che arranca ed anzi in molti casi sprofonda nell’impoverimento.
La Valle d’Aosta e la Lombardia primeggiano per incremento del reddito tra il ‘99 e il 2007 e per valore assoluto: nella piccola regione autonoma - a parte il picco di Ayas - il reddito medio dichiarato è di 18.487 euro, con una crescita dell’11% in otto anni; in Lombardia si sale a 20.172 euro, il 7,5% in più del 1999. Non va male neanche in Emilia Romagna, regione in cui la ricchezza è più diffusa e “continua” guardando alla mappa comunale: 18.303 euro (+5,9%). Tutte le regioni del Nord viaggiano sopra i 17.000, al Centro si oscilla invece dagli oltre 18.000 del Lazio (dove Roma gioca un ruolo essenziale con oltre 20.000 euro) ai 16.958 della Toscana, fino ai 15.337 euro dell’Umbria. Il vero stacco è però con il Sud: nessuna regione, tranne l’Abruzzo va oltre i 13.000 euro. La Calabria e la Basilicata sono addirittura sotto gli 11.000, con la prima ad un minimo di 10.201 euro a testa ed un crollo dei redditi negli 8 anni considerati di ben il 14%. Una mappa confermata dai dettagli comunali. Guardando alle classifiche, tutti i comuni più ricchi sono concentrati al Nord.
Dopo Ayas, si piazzano Basiglio (Mi) con oltre 45.000 euro, Cusago (Mi) a circa 37.000 euro, Pino Torinese (To) a 33.000 euro a testa, Campione d’Italia (Co) a 32.700, Pecetto Torinese (To), Torre d’Isola (Pv), Segrate (Mi), Besate (Mi), Arese (Mi). Ma anche scendendo sotto la top ten i nomi continuano ad essere solo di città del Nord. All’opposto, tra le più povere solo città del Sud: Platì (Rc), Mazzarone (ct), Verbicaro (Cs), Cursolo-Orasso (Vb), Torre di Ruggiero (Cz) e così via, tutte sotto i 5.000 euro. Unica eccezione, Val Rezzo, in provincia di Como, dove con un calo del 31% in otto anni, il reddito per contribuente arriva ad appena 4.326 euro. Ecco una tabella con i Comuni più ricchi e quelli più poveri e la variazione nominale tra il 1999 e il 2007.

I comuni più ricchi:
Ayas (Ao) 66.408 +485%
Basiglio (Mi) 45.732 +29%
Cusago (Mi) 36.914 +43%
Pino Torinese (To) 33.164 +33%
Campione d’Italia (Co) 32.776 +138%

I comuni più poveri:
Platì (Rc) 4.152 -26%
Val Rezzo (Co) 4.326 -31%
Mazzarone (Ct) 4.381 +0,4%
Verbicaro (Cs) 4.385 -22%

Il VIDEO servizio:

In Italia aumentano le “ghost-town”, le città disagiate

Un sindaco

Sono raddoppiati, in vent’anni. E non solo al sud.
Sono i comuni disagiati, quelli con scarse capacità economiche ed occupazionali, pochi bambini e popolazione in calo. A fare i conti è un rapporto Confcommercio-Legambiente. I comuni disagiati erano 2.830 nel 1996, sono 3.556 nel 2006 e, prevede il rapporto, saranno 4.395 nel 2016. La maggior parte sono al sud, ma il fenomeno colpisce anche Liguria, Lazio, Val d’Aosta.
Dei 4.395 comuni disagiati che ci saranno in Italia nel 2016, secondo lo studio, ben 1.650 sono destinati a diventare vere e proprie “ghost-town”. Città fantasma, cioè a rischio di estinzione, vista la difficoltà a raggiungere la soglia minima di sopravvivenza nelle diverse categorie demografiche, sociali, economiche e di servizi. Si tratta di un quinto dei comuni italiani, i quali coprono un sesto del territorio, e su cui risiede il 4,2% della popolazione, con 560 mila residenti over 65, cioè il 20% in più rispetto alla media nazionale.
In queste ghost-town si registrano numerosi dati negativi: vi lavora il 2,1% degli addetti commerciali, si registrano il doppio delle pensioni di invalidità rispetto alla media nazionale, è sporadica l’opportunità turistica. Vi è infine carenza di presidi sanitari, ma anche del sistema scolastico, sia in termini di studenti che di scuole.
Un’Italia dove si registra la quasi totale assenza di disagio, anzi con punte di eccellenza. È l’altra faccia della realtà dei comuni italiani, così come la disegna il rapporto della Confcommercio e di Legambiente. Si tratta di 2.048 comuni, in particolare lungo tutto l’asse della Pianura Padana, nel Nord Est e in alcune regioni del Centro come la Toscana, Umbria e Marche, dove il territorio, sottolinea lo studio, è riuscito a produrre e a mettere in atto sinergie locali costruendo sistemi-rete, decentramento produttivo, diffusione turistica. Zone nelle quali si registra una diffusione del benessere, anche se in alcuni casi gli effetti potranno essere apprezzati solo nel lungo periodo.

Altro che Ici, per i Comuni il vero tesoretto viene dalle multe

Il controllo di una patente da parte di un vigile
E mentre la campagna elettorale si infiamma sull’abolizione dell’Ici per la prima casa, i Comuni (chi più, chi meno) fanno cassa con la strada e con le contravvenzioni alle infrazioni degli automobilisti. A dirlo, conti all mano, è il Sole 24 Ore, che nell’inchiesta che apre l’edizione del lunedì spiega come nel 2006, anno a cui si riferiscono gli ultimi dati disponibili, l’incremento degli introiti per contravvenzioni sia stato del 16% rispetto al 2005. Due cifre, riportate dal Sole, servono a dare l’idea: nel 2006 (ultimi consuntivi disponibili) i Comuni hanno accertato multe per quasi 1,5 miliardi (1.449 milioni, per essere precisi): in pratica, ogni titolare di una patente attiva in Italia si vede recapitare in un anno un conto medio di 40,6 euro. Aggiungendo le contravvenzioni elevate da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza (237 milioni in tutto), il conto si alza a 47,3 euro. Allora parlare di “tesoretto” non è così sbagliato.
Il Sole ha stilato anche la graduatoria delle città dalla multa più facile e risulta che tra i 104 capoluoghi di provincia italiani è Firenze quella che ha attinto maggiormente dalle tasche degli automobilisti. All’ombra degli Uffizi ogni abitante ha pagato mediamente in un anno la bellezza di 117 euro, vale a dire circa tre volte di più rispetto alla media nazionale. Subito dietro ci sono Caserta, Roma, Brescia e Milano. Per contro, la città meno esigente con chi guida risulta essere Pescara: la media delle infrazioni pagate da ciascuno dei suoi abitanti è infatti di un solo euro. E su valori simili Brindisi, che si piazza al 103esimo posto con 1 euro e dieci per abitante.
Interpellata dal giornale, Tea Albini, assessore fiorentino al Bilancio si giustifica così: “Va detto che ogni giorno raddoppiamo la popolazione, e la maggioranza delle multe riguardano i non residenti. Le multe partono soprattutto dalle telecamere ai varchi dell’ampia ztl e dai foto-red installati ai semafori che hanno ridotto drasticamente i tanti incidenti legati al passaggio con il rosso”.
Il quotidiano diretto da Ferruccio de Bortoli ha poi preso in considerazione gli incrementi percentuali registrati da un anno con l’altro. E in questo caso spicca il dato di Verona che nella classifica generale è solo al 12esimo posto, con una media di 63,1 euro pagati da ogni abitante, ma che rispetto al 2005 ha fatto registrare una crescita nelle contravvenzioni addirittura del 131%. Mai come Catania (+200%), Crotone (+217%) o Oristano (+192%) dove però, nonostante i super aumenti, le quote pro-capite pagate per le multe sono al di sotto della media nazionale, rispettivamente 31, 24 e 9,7 euro (e quest’ultimo numero fa di Crotone la 96esima città capoluogo nella graduatoria generale).

Il flop delle municipalizzate: sono troppe, costano tanto e producono poco

Autobus del trasporto pubblico locale
Sono tante. Anzi, tantissime. Quasi 5mila sparse in tutta Italia. Producono decisamente poco ma costano una fortuna. Sotto la lente di Unioncamere sono finite le società partecipate da Comuni, Province, Regioni e Comunità montane che sono state monitorate tra il 2003 e il 2005. In tre anni le municipalizzate, le cosiddette “local utility”, sono cresciute del 5,9 per cento e a farne le spese è stata soprattutto l’efficienza. Di pari passo è cresciuto il loro peso nel quadro economico nazionale e oggi rappresentano l’1,1 per cento dell’occupazione e l’1,2 per cento del Prodotto interno lordo. Un gigante che spesso schiaccia i cittadini a forza di rincari . Dal 1996 al 2006 le tariffe dei servizi pubblici locali (produzione di energia elettrica, gas e acqua, trasporti e gestione dei rifiuti), osserva Unioncamere, sono cresciute in media del 40%, ovvero il 15% in più dell’inflazione. Di contro il valore aggiunto per ogni addetto è di 60,6mila euro mentre nel totale Italia sfiora i 98mila euro. E ancora il costo del lavoro per addetto è di 42,3mila euro mentre in media nel Paese è di 41,9mila.

La dimensione media delle imprese, calcolata sulla base dell’occupazione, risulta piuttosto elevata: 68 addetti. Tra partecipate e controllate esiste un sensibile scarto dimensionale. Sono, infatti, mediamente 87 gli addetti delle imprese controllate, con il Mezzogiorno che arriva a 105 ed il Centro-Nord che si attesta a 82. Forte tendenza alla crescita dei lavoratori nelle controllate del Sud: tra il 2003 e il 2005 l’incremento occupazionale ha raggiunto la quota complessiva del + 20,9%, mentre l’aumento a livello nazionale ha superato il 10%.

Forte è la disparità tra Centro-Nord e Sud quanto a produttività del lavoro. L’indice è cresciuto complessivamente dal 10,5% nel triennio considerato. Ma al Sud l’incremento è stato del 4,4%, mentre al Centro-nord ha superato il 12%. Gli utili delle società partecipate da Comuni, Province, Regioni e Comunità montane si sono attestati poco al di sotto di 1,5 miliardi di euro nel 2005, grazie soprattutto ai buoni risultati ottenuti nella produzione e distribuzione di energia elettrica, nei servizi idrici, nella fornitura di gas e nei trasporti. Ma se alla fine si tiene conto dei contributi erogati dagli enti locali, dallo Stato e dall’Unione europea nello stesso anno emerge che, al netto di queste erogazioni, il complesso dei bilanci delle società controllate si sarebbe chiuso con una perdita pari a circa 975 milioni di euro.

E nel 2007 qual’è stata la sorte delle municipalizzate? Secondo le stime di Unioncamere l’84% delle società partecipate individuate nel 2005 era ancora attiva alla fine di novembre scorso. Le altre società, invece, sono entrate in liquidazione, in fallimento o sono cessate (in totale 248). Oppure sono diventate inattive o hanno comunque visto l’uscita degli enti locali tra gli azionisti.
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Tassazione a statuto speciale: due Comuni divisi dal ponte dei sospiri

Il ponte che divide Storo (TN) e Bagolino (BS).
Di qua c’è Bagolino. Quattromila anime, 109 chilometri quadrati di superficie e un bilancio annuo di sei milioni di euro.
Di là c’è Storo. Sempre quattromila anime e 73 chilometri quadrati di superficie ma un bilancio annuo di 24 milioni di euro. Bagolino è in provincia di Brescia. Storo è in quella di Trento. In mezzo, come in quel famoso film, scorre solo un fiume.
Ponte Caffaro e Lodrone, le due frazioni più vicine al confine, distano appena 50 metri. “Di qua c’è il Messico, di là c’è l’America”, spiega il sindaco di Bagolino Marco Scalvini. Perché su quella che un tempo segnava la linea tra l’impero austro-ungarico e il Regno d’Italia, oggi c’è un abisso di agevolazioni fiscali, servizi e infrastrutture. Scalvini, insieme ad altri 171 sindaci italiani, porta avanti la protesta di tutti quei Comuni a un passo dal tracollo soltanto perché confinanti con le Regioni a statuto autonomo. Più ricche, più moderne, più convenienti e a un passo dalla vecchia residenza. “In sette anni”, racconta Scalvini che il 22 e 23 settembre presiederà l’assemblea dei comuni di confine “si sono trasferite da Bagolino a Storo 107 partite Iva e decine di famiglie”. Nel corso dell’incontro l’assemblea chiederà al governo un incontro per ottenere la conferma dello stanziamento di un fondo speciale di 20 milioni di euro e nuove risorse nella Finanziaria 2008. Ma soprattutto più attenzione verso un’emergenza che coinvolge oltre mezzo milione di cittadini.
Per capire, dice, basta solo un esempio: nella provincia di Brescia la trattenuta regionale sulle buste paga è dell’1,2 per mille mentre in quella di Trento è dello 0,9. Ma le ragioni, racconta un trentenne nato a Ponte Caffaro (e che vuol restare anonimo), “per trasferirsi di là” sono più d’una. “Vivo in Trentino ma a trecento metri dalla mia famiglia che abita in Lombardia. Qui posso far frequentare a mio figlio una scuola materna ben attrezzata e molto economica, abbiamo palestre, centri sportivi, strade asfaltate, la pista ciclabile, fognature e acquedotti recenti e perfino la fibra ottica. Il Comune fa investimenti ogni anno e costruire una famiglia qui è molto più conveniente”.
La cartina di Storo e Bagolino
Soprattutto grazie ai finanziamenti a fondo perduto. Possono arrivare fino al 75 per cento per un’attività turistica e sfiorano il 60 per cento per la prima casa. “Ho potuto godere di un mutuo regionale a tasso agevolato del 2 per cento” continua “e in più ho avuto 35mila euro a fondo perduto per la ristrutturazione. Ho beneficiato poi delle stesse agevolazioni per la mia attività privata”.
Alla fine, di qua, i Comuni diventano dormitori. Perché gli asili chiudono, le palestre sono le stesse da trent’anni, le strade sono quelle di una volta, la fibra ottica chissà se arriverà mai e di agevolazioni fiscali per ora non c’è nemmeno l’ombra. Il governo ha disposto un fondo speciale di 20 milioni di euro per sostenere in comuni di confine ma nessuno sa dire quando e come arriveranno.

Alla ricerca degli enti inutili. Mezzo secolo per liquidarli, 110 sono ancora lì

Un quartiere di Roma
Sarebbero dovuti scomparire quaranta anni fa e invece all’appello se ne contano ancora 110. Come l’erba cattiva che non muore mai, anche i cosiddetti enti inutili riescono a sopravvivere di governo in governo e, tra un vuoto normativo e una sovrapposizione di leggi, continuano a pesare sulle casse pubbliche. Ben attenti a non dare nell’occhio: non compaiono sui giornali, si nascondono tra le pagine del bilancio dello Stato, impossibili da scovare. Di loro nessuna traccia in rete: non hanno un sito, ma solo richiami nelle delibere o nei decreti di comuni, regioni e province.
È il caso della Gescal, l’istituto gestione delle case per lavoratori, che negli anni ‘60 hanno affollato interi rioni di città e paesi. La ricerca su Internet porta direttamente al sito dell’Ance, l’associazione costruttori, ma qui si perdono le tracce. Potrebbe sembrare che Gescal sia stato assorbito dall’Ance, ma per la Corte dei Conti l’istituto esiste e figura proprio tra quei 110 “immortali” che alla fine del 2006 erano ancora operativi mentre le procedure di liquidazione si sarebbero dovute chiedere da tempo. La Gescal è in buona compagnia.
La lista dei sopravvissuti comprende, tra gli altri, l’Enaoli nato nel 1941 come ente di assistenza per gli orfani. Una missione di tutto rispetto ma per la legge sarebbe dovuto scomparire nel 1977 visto che l’assistenza in questo settore si svolge oggi attraverso altre forme.
Stesso discorso per l’Onmi, l’organizzazione voluta e fondata dal Fascio nel 1926 per la protezione della maternità e dell’infanzia come continuazione dell’istituto di igiene fondato da Ettore Levi, e per l’Inam, la cui attività di assicurazione contro le malattie, è stata assorbita dall’Inps. E come dimenticarsi l’Enalc, l’ente di diritto pubblico di addestramento dei lavoratori del commercio, che ha smesso da tempo di formare parrucchieri, dattilografi e venditori di articoli tecnici ma continua a pesare sul Ministero del Lavoro.
La situazione è tornata nel mirino della Corte dei Conti, secondo cui le cause di questa situazione sono da ricercare nelle incertezze normative, con un susseguirsi di leggi che hanno continuamente modificato le modalità di individuazione e gestione degli enti da liquidare, con deleghe non esercitate (l’ultima è scaduta il 30 giugno scorso e riguardava la razionalizzazione della pubblica amministrazione e l’individuazione di enti e strutture pubbliche da porre in liquidazione), e nella mancanza di semplificazioni procedurali. Infatti c’è da dire che una “liquidazione” si può chiudere solo dopo che è stata risolta anche la più piccola questione o vertenza: posizioni previdenziali, questioni di inquadramento del personale o vicende immobiliari.
A fine anno era ancora in piedi un contenzioso di circa 20 mila pratiche di ogni genere. E con i tempi della giustizia italiana, c’è da scommettere che sentiremo parlare ancora per molto di questi enti.

Il VIDEO servizio:

Ici, altro che toglierla. Ecco quando e come si paga

Devono pagare l'Ici i proprietari di immobili, aree edificabili e terreni agricoli
Altro che abolizione dell’Ici.
Il premier Romano Prodi non prende neanche in considerazione la proposta di altri esponenti di governo (leggi Francesco Rutelli) di eliminare la tassa sulla prima casa che a partire da quest’anno si paga addirittura prima.
La scadenza per il versamento dell’acconto Ici del 2007 è stata anticipata al 18 giugno, rispetto al vecchio termine del 30 giugno. Il saldo dovrà essere versato entro il 17 dicembre anziché il giorno 20. Come sempre, i contribuenti potranno pagare l’intero importo entro la scadenza dell’acconto. Devono pagare l’Ici i proprietari di immobili, aree edificabili e terreni agricoli.
Nessuna modifica sostanziale per il calcolo dell’imposta comunale. Per trovare la base imponibile si deve prendere in considerazione la rendita catastale e rivalutarla del 5%. La rendita va poi moltiplicata per i seguenti coefficienti: 100 per le abitazioni, box e magazzini; 50 per gli uffici, studi e capannoni e 34 per i negozi. Sulla base imponibile, si applicano le diverse aliquote decise dai comuni che possono variare tra il 4 e il 7%.
Per il pagamento si può utilizzare l’apposito modulo di conto corrente o il modello F24 (qui il .pdf scaricabile anche dal sito dell’Agenzia delle Entrate). Il versamento può essere effettuato in banca o in via telematica attraverso la delega di versamento unica. Il pagamento online è possibile anche dal sito di Poste Italiane.

Via l’Ici dal 2008? Macché, con il nuovo catasto sarà il bancomat dei Comuni

Va avanti la riforma del catasto, un provvedimento che al di là delle dichiarazioni ufficiali e delle rassicurazioni, potrebbe riservare sorprese amare all'80 per cento circa delle famiglie proprietarie di una casa
Mentre il vice premier, Francesco Rutelli, chiede a gran voce l’abolizione dell’Ici sulla prima casa e il premier, Romano Prodi, gli risponde di portar pazienza e di rinviare tutto all’anno prossimo (con la Finanziaria 2008), va avanti la riforma del catasto, un provvedimento che al di là delle dichiarazioni ufficiali e delle rassicurazioni, potrebbe riservare sorprese amare all’80 per cento circa delle famiglie proprietarie di una casa. Quando Panorama rivelò che si stava profilando il rischio molto concreto di un aumento generalizzato dell’Ici (qui la guida del Dipartimento per le politiche fiscali), proprio per effetto della sostanziale modifica dei criteri catastali, il sottosegretario Alfiero Grandi (Ds), che al ministero delle Finanze segue in particolare la delicata partita delle tasse sulla casa, cercò di rassicuare i possessori di immobili dichiarando all’Ansa che l’operazione in corso sarebbe avvenuta in un regime di “invarianza di gettito” e che comunque era improntata a criteri di giustizia.
Avvertendo inoltre che se fosse salito il valore delle rendite per effetto della revisione degli estimi, sarebbero state abbattute le aliquote Ici in modo tale da non penalizzare, appunto, i proprietari di case. A questo proposito promise che per evitare inutili sospetti e polemiche, il governo avrebbe concordato con la relatrice della legge, Donatella Mungo, di Rifondazione comunista, gli emendamenti opportuni.
Ora quegli emendamenti sono stati presentati, ma la sostanza non è cambiata di una virgola, anzi il rischio che gira e rigira una revisione degli estimi così come viene realizzata possa portare ad un aumento dell’Ici non solo resta, ma diventa sempre più concreto.
Per aggiornare la valutazione degli immobili ed evitare quelle stridenti sperequazioni che in realtà esistono e che in alcuni casi portano un proprietario di una casa di lusso nel centro cittadino a pagare meno di un proprietario di un immobile normale in un quartiere periferico, la via maestra potrebbe essere quella della revisione del classamento degli immobili.
Possibilità concessa ai comuni con la legge Finanziaria di alcuni anni fa firmata dall’allora ministro del Tesoro, Domenico Siniscalco, ma di cui si sono avvalsi pochissimi sindaci di grandi città.
La revisione degli estimi affidate per legge alle amministrazioni comunali che nello stesso tempo hanno il potere di fissare anche l’entità dell’aliquota nell’ambito di un range imposto dallo Stato rischia, invece, di creare le premesse per un aumento generalizzato della tassa.
In altre parole, sembra un modo concesso ai comuni di fare cassa tutte le volte che ne hanno necessità. E siccome molti comuni si trovano in condizioni finanziarie non proprio floride c’è il rischio che l’Ici venga scambiato per una specie di bancomat comunale.

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