
Sedici pagine di testo, per le Considerazioni finali (qui il .pdf) del Governatore della Banca d’Italia, sono un record: di brevità. E questo la dice già lunga sul senso dell’appuntamento di quest’anno con Mario Draghi. Normalmente, poi, l’attesa per ciò che dice il numero uno di via Nazionale è concentrata sui cosiddetti motivi per il governo. Ma stavolta Draghi ha dovuto occuparsi principalmente di banche e di istituzioni finanziarie: sono loro le vere imputate per la crisi economica, e per la scarsa vigilanza e preveggenza su ciò che stava accadendo. E fatalmente il peso politico specifico della banca centrale, come per tutte le banche centrali del mondo, si è ridotto; la politica ha almeno temporaneamente ripres il proprio primato.
Comunque Draghi non ha mancato di recapitare le proprie terapie a Palazzo Chigi e dintorni. Partendo dalla considerazione che al termine della crisi l’Italia si ritrovera “non solo con più debito pubblico, ma anche con un capitale privato - fisico e umano - depauperato dal forte calo degli investimenti e dall’aumento della disoccupazione”, ha chiesto a Berlusconi e ai suoi ministri di impiegare il prossimo arco di legislatura per riforme che consentano di riequilibrare i conti e di rendere più competitiva l’economia.
Le riforme da fare
In particolare:
* riforma delle pensioni, innalzando l’età dell’andata a riposo anche per garantire redditi più adeguati;
* attuazione piena del federalismo fiscale per sostituire le attuali erogazioni dello Stato alle regioni, basate su parametri storici, con standard di equilibrio fra entrate ed uscite;
* riforma della Pubblica amministrazione;
* guerra all’economia sommersa, che Draghi ha stimato nel 15% del Pil, una valutazione in realtà più prudente rispetto a quella convenzionale del25% degli anni passati;
* completamento della riforma della scuola;
* avvio effettivo delle grandi opere attraverso una selezione mirata di quelle davvero prioritarie: 200 progetti, secondo Draghi, sono troppi.
Nel complesso una lezioncina accettabile per il governo. Anche perché il numero uno di Bankitalia ha apprezzato quanto fatto finora, dal sostegno al lavoro alla scuola, fino ai capitali messi a disposizione di banche e risparmiatori attraverso i cosiddetti Tremonti-bond.
Ed infatti Berlusconi ha subito definito la relazione “positiva e attenta all’ottimismo”. Quanto alle riforme: “Stiamo lavorando per questo, faremo presto ciò che è necessario”.
La platea degli economisti e dei politici (nessun esponente del governo partecipa per tradizione all’assemblea) si è egualmente divisa fra chi ha visto un Draghi bacchettatore e chi invece sostenitore dell’esecutivo. Né l’uno né l’altro. Semplicemente, un governatore con altri problemi da risolvere.
Draghi non poteva non partire dalla crisi finanziaria, “nata altrove”, cioè negli Usa, e in questo passaggio è apparso un po’ assolutorio verso quegli organismi internazionali - dal Fondo monetario alla Banca mondiale, dalle banche centrali ai vari forum di cui egli stesso fa parte - che dovevano vigilare e prevedere, e non l’hanno fatto. Ha dato la colpa alle banche e al mercato che “accecato, perdeva la propria capacità diagnostica”. Si è augurato un sistema finanziario “in cui si coniughino innovazione e solidità, profitto e sostegno alle famiglie e alle imprese, con più regole, più capitali, meno debito”.
Si tratta dei cossidetti “global legal standard”, le nuove regole di vigilanza che dovrebbero essere approvate dal prossimo G8 dell’Aquila.
Lo stato delle aziende
Il governatore è apparso più concreto quando ha riferito di un’inchiesta sullo stato delle industrie condotta sul territorio dal servizio studi di Bankitalia e dalle strutture locali. All’interno di una discesa del Pil di circa il 5% nel 2009, e con una disoccupazione tra l’8,5 ed il 10%, Dragi ha fornito queste cifre:
* cali di fatturato del 20% per moltre imprese; riduzione degli investimenti del 12% per il totale di industria e servizi, e del 20% per le manifatture;
* metà delle 65 mila imprese con almeno 20 addetti coinvolte in processi di ristrutturazione. In questa cifra, due situazioni opposte: “le aziende finanziariamente più solide attutiscono l’effetto della congiuntura conolidando il primato tecnologico e diversificando gli sbocchi di mercato. Non poche, stimiamo più di 5.000 con quasi un milione di addetti”. All’altro estremo, “imprese che si erano molto indebitate, per espandersi anche sui mercati esteri, ora alle prese con il prosciugarsi del credito; si tratta di almeno 6 mila aziende che impiegano anch’esse quasi un milione di lavoratori”.
* a risentire della crisi, secondo l’inchiesta di Bankitalia, “sono soprattutto le imprese sotto i 20 addetti, nella sola manifattura se ne contano quasi 500 mila. Per quelle che operano in qualità di sub-fornitrici di imprese maggiori è a volte a rischio la stessa sopravvivenza”.
* passaggio decisivo, ovviamente, i prossimi mesi.
Fare i banchieri quando va male
Poi il governatore è passato alle banche.
* “secondo la nostra indagine l’8 per cento delle imprese ha ricevuto un diniego alla richiesta di finanziamento; è il valore più elevato dalla metà degli anni Novanta; era meno del 3% un anno fa. Oltre il 10% delle imprese dichiara di aver ricevuto, da ottobre, richieste di rimborsi anticipati”.
* ma le banche come devono comportarsi? “Non si può chiedere chiedere loro di allentare la prudenza nell’erogare il credito, non è nell’interesse della nostra economia un sistema bancario che metta a rischio i bilanci e la fiducia di chi gli affida i propri risparmi. Quello che si può e si deve chiedere alle nostre banche è di affinare la capacità di riconoscere il merito di credito nelle presenti, eccezionali, circostanze”;
* più concretamente, Draghi ha chiesto alle banche di non applicare criteri automatici nell’erogazione di prestiti e fidi, ma di valutare caso per caso, soprattutto tornando al contatto diretto con i clienti, sul territorio.
* ma la sintesi del governatore è tutta in queste parole: “Occorre saper fare i banchieri anche quando va male”
Allarme-lavoro
Altrettanto preoccupanti i dati sull’occupazione.
“Si stima che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non abbiano diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento. Tra i lavoratori a tempo pieno del settore privato oltre 800 mila, l’8% dei potenziali beneficiari, hanno diritto a un’indennità inferiore a 500 euro al mese”.
Draghi ha riconosciuto al governo di avere attuato meccanismi temporanei di sostengo al reddito. Ha chiesto però di approvare, tra le riforme, una revisione complessiva del sistema di welfare e degli ammortizzatori sociali. Cosa che è stata annunciata anche dal ministro Sacconi. E tuttavia proprio gli interventi pubblici per i disoccupati potrebbero portare il deficit di quest’anno al 4,5%, e nel 2010 al 5%.
L’importanza della fiducia
Un quadro tutto a tinte fosche? Draghi, che è certamente uomo pragmatico (era alla Gldman Sachs), non incline alla retorica, ha sottolineato l’importanza del fattore fiducia. Con un linguaggio quasi “berlusconiano” (come ha puntualmente sottolineato il premier). Ha infatti riassunto:”Occorre sanare la ferita che la crisi ha aperto nella fiducia collettiva: fiducia nei mercati, nei loro protagonisti, nel futuro di milioni di persone, nel contratto sociale che ci lega. Molto è stato fatto. Non è il lavoro di un giorno. Molto resta ancora da fare: per ricreare posti di lavoro, er restituire vigore alle imprese, per riparare i mercati finanziari, per meritare la fiducia dei cittadini”.
Ed ha concluso: “La fiducia non si ricostruisce con la falsa speranza, ma neanche senza speranza: uscire da questa crisi più forti, è possibile”.
- Venerdì 29 Maggio 2009
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