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Nella truffa Madoff (nella quale dovrebbero essere rimaste coinvolte - secondo la stampa americana - circa 4.000 famiglie che, direttamente o indirettamente, avrebbero investito nelle società del finanziere) non sono stati utilizzati solo hedge fund. Spuntano, un po’ a sorpresa, anche alcuni fondi armonizzati alle norme europee e autorizzati al collocamento in Italia.
In particolare due di questi prodotti, la sicav (società d’investimento a capitale variabile) lussemburghese Herald e la sicav irlandese Thema, sono stati entrambi promossi dall’austriaca Bank Medici, di cui è azionista con il 25% l’Unicredit (l’istituto è stato recentemente salvato dal governo di Vienna). Le due sicav hanno sospeso nel dicembre scorso le loro quotazioni ammettendo “che la sospensione ha origine dal subcostudian del fondo a New York, la Madoff securities”, spiegano fonti della Consob a Panorama.it.
E forse non è finita qui: “Stiamo facendo ulteriori verifiche a 360 gradi”, dicono alla Consob. Anche la Banca d’Italia sta effettuando controlli. Il problema è capire quanta parte di risparmio delle società di gestione e delle banche italiane è stato investito in questi “fondi tossici”: in particolare, per quanto riguarda le gestioni patrimoniali. Comunque, non è compito delle autorità italiane l’intervento nei confronti di soggetti esteri. Anche se la normativa comunitaria dovrebbe favorire il recupero dei soldi affidati a fondi regolamentati. Infatti, le sicav sottoposte alla disciplina europea, in quanto tali, dovrebbero essere più “sicure” rispetto agli hedge funds.
Quindi saranno le autorità di controllo irlandesi e lussemburghesi a doversi muovere nei confronti, in particolare, della banca depositaria di Herald e Thema. In entrambi casi, si tratta di una delle principali banche del mondo: la Hsbc (Hong Kong Shanghai Banking Corporation) le cui filiali di Lussemburgo e di Dublino hanno rispettivamente la responsabilità di “custodian” delle due sicav. E secondo il prospetto informativo di Herald e Thema (qui e qui i prospetti informativi delle due sicietà) il “custodian” è responsabile delle somme che gli vengono affidate, anche se poi vengono girate a un “subcustodian” di nome Madoff. Che le fa sparire.
Quali sono le cifre in ballo in questa truffa, per quanto riguarda i fondi armonizzati europei che lambiscono l’Italia? Secondo operatori interpellati da Panorama.it, la sicav irlandese Thema aveva in gestione complessivamente 1,2 miliardi di dollari. Invece l’Herald lussemburghese, partito solo all’inizio del 2008, aveva circa 200 milioni di euro. Le masse più importanti della Bank Medici erano invece nel fondo hedge Herald basato alla Isole Cayman, con patrimonio di 1,5 miliardi di euro. E sempre con la Hsbc custode.
Le fonti Consob precisano che “la sicav Herald lussemburghese è autorizzata dal giugno 2008 a commercializzare in Italia un solo comparto, chiamato US absolute return, che non è destinato al pubblico retail ma solo agli operatori qualificati”. Quindi, di fatto, solo gli intermediari e gli operatori: ma quante banche e società di gestione del risparmio hanno inserito nei loro portafogli questi fondi? A questa domanda non c’è ancora una risposta precisa: le autorità italiane stanno indagando.
La Consob afferma che “il 15 dicembre scorso la sicav Herald ha comunicato la sospensione del calcolo del nav” (il net asset value, cioè il valore del fondo che è indicato dalla quotazione, ndr). Secondo quanto risulta a Panorama.it, anche la sicav irlandese Thema (a sua volta autorizzata in Italia solo agli operatori qualificati) ha scritto il 15 dicembre 2008 agli investitori istituzionali italiani che avevano comprato il prodotto: anche in questo caso la quotazione è sospesa. In pratica i soldi investiti sono bloccati e il problema è ancora una volta il subcostudian a New York, la Madoff securities.
In pratica cosa è successo? Alcuni fondi armonizzati europei, venduti con l’ok delle autorità di controllo italiane, erano in realtà “fondi tossici” di Madoff. E ora si stanno facendo ulteriori verifiche in particolare sulle gestioni patrimoniali. Bisogna distinguere tra hedge funds e prodotti autorizzati al collocamento in Italia. Per esempio la sicav Luxalpha, gestita dall’Ubs e coinvolta nella truffa Madoff, non sarebbe armonizzata alle normative europee.
Ma in definitiva, secondo quanto risulta a Panorama.it, i segreti della truffa Madoff ancora non emersi sono custoditi proprio nelle banche depositarie. La Hsbc sicuramente. Ma anche altre grandi banche. E sopratutto, negli Stati Uniti, la JP Morgan.

È stato un attacco in pieno stile Gordon Gekko quello che ha subìto mercoledì l’Unicredit in borsa. Un assalto, che avrebbe potuto portare a una scalata ostile contro uno dei più importanti istituti europei guidato da Alessandro Profumo. Ecco i fatti. Tra lunedì e martedì le azioni Unicredit hanno perso in borsa il 24 per cento del loro valore e hanno continuato a scendere, fino a punte dell’8 per cento, nella mattinata di mercoledì. Fino a poco dopo le 14 i valori della banca erano ancora inchiodati intorno a 2,54 euro per titolo per poi rimbalzare anche del 14 per cento. Come mai? Tra le 13 e le 14 sono successe due cose. La prima è stata una ferma posizione assunta dal premier Silvio Berlusconi, che ha rilasciato una dichiarazione diretta alle orecchie degli speculatori (”Non permetteremo attacchi alle nostre banche”) e, subito dopo, una riunione d’urgenza della Consob, l’autorità di controllo del mercato azionario, che, alle 13,30, ha varato un nuovo regolamento sulle cosiddette “vendite allo scoperto” ovvero la pratica, diffusa e (fino a ieri) legale, di vendere i borsa azioni che non si posseggono per poi ricomprarle in seguito a prezzi più bassi. La Consob ha vietato proprio le “vendite allo scoperto”: dalle 14 di mercoledì è diventato proibito vendere azioni che non si possiedono. A quel punto gli speculatori hanno dovuto fare una rapidissima marcia indietro e ricomprare precipitosamente (prima della fine della giornata, questa è la regola) le azioni che fino a pochi minuti prima avevano venduto a piene mani. E questa inversione a “U” gli è costata decine e decine di milioni di euro di perdite. Già, perché sono stati costretti, a causa della decisione della Consob, a comprare azioni Unicredit a 2,80 euro l’una mentre poco prima le avevano vendute a 2,45 circa. Una perdita, all’incirca, di 0,45 centesimi per azione. Considerando che solo mercoledì sono passati di mano 400 milioni di azioni della banca di Profumo si può solo immaginare il livello delle perdite.
L’attacco aveva come obiettivo quello di fare crollare il valore del titolo in modo da, eventualmente, lanciare un’Opa (Offerta Pubblica d’Acquisto) a valori molto bassi. Una strategia al limite della criminalità economica, anche perché a metà mattina è stata diffusa ad arte la voce delle imminenti dimissioni dell’amministratore delegato Alessandro Profumo. Una falsità sulla quale è possibile che venga aperta un’inchiesta (come è successo in Francia) per aggiotaggio. Per il momento, tuttavia, l’attacco degli speculatori senza scrupoli è stato sventato e non dovrebbero essercene altri fino al 31 ottobre. Quando scadrà la validità del regolamento della Consob.
Nessuno si illuda. La crisi dei mercati finanziari, partita nel luglio dello scorso anno ”non può dirsi superata”. Lo ha affermato il presidente di Consob Lamberto Cardia, nel corso dell’incontro annuale con il mercato finanziario, aggiungendo che ‘’stiamo vivendo un periodo di grande incertezza per l’integrità e la stabilità del sistema finanziario”. Il presidente dell’autorità di vigilanza sui mercati espone le proprie osservazioni sul mercato finanziario a Palazzo mezzanotte a Milano. Presente in platea anche il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Secondo Cardia le pronte reazioni della Bce, della Federal Reserve e delle autorità di vigilanza di fronte alla crisi hanno evitato ”conseguenze drammatiche per i risparmiatori” ma nonostante gli accordi sottoscritti in sede internazionale, ”le situazioni di crisi sembrano tuttora gestite prevalentemente secondo un’ottica nazionale”. Secondo Cardia, a causa della crisi, “è stata messa in discussione, a ragion veduta, la capacità delle agenzie di rating di rivedere tempestivamente i propri giudizi”, mentre nell’ambito dell’assegnazione dei rating vi possono essere conflitti d’interesse. Si prospettano dunque “regole nuove e forme di sorveglianza” sulla governance interna.
Il sistema finanziario italiano, dice la Consob, ha avuto dalla crisi innescata dai mutui subprime ”conseguenze immediate”, ”più contenute rispetto agli altri paesi” mentre più complesse da calcolare sono quelle indirette e di lungo periodo.”A differenza di quanto avvenuto in altri paesi” dice Cardia, “in Italia non si sono verificati casi di fondi comuni aperti costretti a sospendere temporaneamente i riscatti per l’impossibilità di stabilire il valore delle quote”.
Parlando al governo, la Consob si occupa anche del caso Alitalia e del “prestito ponte” alla compagnia di bandiera. Le misure adottate dal governo su Alitalia sono ”provvedimenti straordinari e certamente unici” per una società quotata e determinati da ”condizioni particolarissime” e la Consob ha condiviso con Borsa Italiana la decisione di ‘’sospendere la quotazione del titolo” ma questo, secondo Cardia non fa venire meno l’attività di vigilanza della Commissione.
All’ esecutivo il preesidente della Consob ha chiesto norme più semplici e meno oneri per le società quotate anche per garantire la competitività generale della piazza finanziaria italiana.Per Cardia ”l’onere complessivo della regolamentazione, sotto il profilo dei costi” deve ”risultare proporzionato ai benefici attesi e alle esigenze di sviluppo dei mercati”. Anche il sistema delle sanzioni, sostiene, deve essere rivisto. Preoccupazione, da parte della Consob, anche per l’egemonia della Borsa di Londra su Piazza Affari: con la fusione dello scorso anno tra il London Stock Exchange e la Borsa di Milano “prevale un senso di incertezza e apprensione in merito ai vantaggi concreti per la piazza finanziaria italiana”. Cardia nota come la quota della banche italiane, già azioniste di Borsa, hanno ridotto la loro quota nella holding comune dal 28 al 19%, una partecipazione che ”potrebbe ulteriormente ridursi”. La Commissione accerterà che i cambiamenti ”non abbiano ricadute sulla qualità e competitività del nostro mercato” e vigilerà sull’impegno preso dalla holding inglese che l’integrazione, a parità di servizi offerti, non comporti un aumento delle tariffe”.
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Via libera della Camera al prestito ponte per Alitalia: l’Aula ha approvato la conversione in legge del decreto che prevede uno stanziamento di 300 milioni per la compagnia di bandiera. Ma la Commissione europea, come atteso, ha dato il via all’indagine destinata ad accertare se l’intervento pubblico in favore del vettore nazionale sia un aiuto di Stato compatibile con le norme comunitarie sul mercato unico europeo. Bruxelles, però, precisa che non si tratta di una procedura d’infrazione: in altri termini, l’apertura di un’inchiesta approfondita non pregiudica in alcun modo la decisione finale della Commissione, ma consentirà a tutte le parti interessate al dossier di esprimere il proprio punto di vista.
Getta acqua sul fuoco il presidente della compagnia di bandiera, Aristide Police: “Ritengo che l’intervento su Alitalia non sia affatto un aiuto: è un prestito con scadenza e tassi di interesse peraltro salati”, assicurando che tutti gli interventi adottati sia dal passato governo che da quello attuale sono “conformi al diritto comunitario”. “Non a caso si chiama prestito-ponte” ha precisato Police “perché serve per il raggiungimento di una sponda che stiamo perseguendo con convinzione, grazie anche all’importante advisor che il governo ha scelto per completare il processo di privatizzazione”. Ricordando le ragioni che già il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva addotto all’Unione Europea, nel giustificare il proprio operato, il presidente dell’aviolinea nazionale ha ribadito che il prestito, “non è un aiuto né tanto meno illegittimo, ma uno strumento per consentire la privatizzazione, per stare sul mercato e non fuori con il sussidio dello Stato”. E Police non esclude la possibilità di un prestito dalle banche, a condizioni migliori di quelle previste dal decreto.
Intanto il governo prepara una lettera con le risposte per Bruxelles. “Non sono molto preoccupato per il problema di infrazione sollevato dalla Commissione europea perché quella siamo in grado di risolverla. E spiegheremo i motivi del decreto passato oggi alla Camera” afferma il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli. E aggiunge: “Sono molto più preoccupato dalla situazione dell’Alitalia, anche se stanno lavorando molto bene e sono fiducioso che si troverà una soluzione. Entro trenta giorni risponderemo alla Commissione europea”.
Ora il provvedimento torna in Senato perché differente dal decreto originario e dal testo licenziato da Palazzo Madama, dove dovrà essere ratificato senza modifiche entro il 22 giugno. A Montecitorio la conversione è stata approvata stamane dopo molte sedute dedicate a esaminare le proposte di modifica esaminate avanzate dall’opposizione, ed in particolare dall’Italia dei Valori. Il nuovo testo incorpora una serie di norme introdotte con altri decreti in materia di scelta e ruolo dell’advisor per la privatizzazione della compagnia di bandiera, esenzione dagli obblighi di trasparenza in termini di comunicazioni al mercato, utilizzazione del prestito a copertura delle perdite.
In particolare, nel testo licenziato dalla Camera è stato inserito l’articolo 4 del decreto legge fiscale sull’Ici che consente di trasformare il prestito in patrimonio netto della Compagnia in caso di riduzione del capitale sotto il minimo previsto dal codice civile. Inoltre, il testo che sarà trasmesso al Senato ha poi fatto proprio l’articolo 1 del decreto legge sul monitoraggio della spesa che prevede alcune deroghe alla legge 474 del 1994 sulle privatizzazioni, con la nomina di un advisor ( già individuato dal Consiglio dei Ministri in Intesa SanPaolo). Advisor che potrà agire in conto terzi o anche in proprio. E questa ultima possibilità è stata molto criticata dall’opposizione visto che l’istituto di credito guidato da Corrado Passera è già sceso in campo a fianco dell’Air One nella gara di privatizzazione dell’Alitalia predisposta dal Governo Prodi. Un’ulteriore novità riguarda la sospensione degli obblighi informativi al mercato da parte della compagnia di bandiera. E tale decisione ha indotto la Consob a sospendere la quotazione in Borsa del titolo.
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”È verosimile che gli enti locali non siano in grado di valutare la correttezza del pricing delle clausole aggiuntive, più complesse presenti” nei derivati con strutture di cap e floor. Lo ha detto il direttore generale della Consob, Massimo Tezzon, nel corso di un’audizione alla Camera sulle problematiche relative al collocamento di strumenti finanziari derivati.
I derivati per gli Enti locali, soprattutto nel caso di copertura per i rischi sui tassi di interesse e in caso di rinegoziazione, sono strumenti che presentano opacità e che per essere valutati correttamente richiedono ‘’sofisticate competenze matematiche e finanziarie, tipicamente presenti solo fra il personale degli stessi intermediari”, spiega Tezzon, sottolineando che per gli enti locali le possibilità di beneficiare della rinegoziazione dei contratti derivati è ”assai remota”. ”In alcuni casi ancora più estremi, all’atto della rinegoziazione, nonostante il valore di mercato negativo della posizione originaria, l’intermediario ha riconosciuto all’Ente una somma di denaro ‘up front’, rendendo le condizioni contrattuali ancora più penalizzanti per l’Ente, spesso spostando in avanti nel tempo gli oneri collegati a tali condizioni più penalizzanti - ha concluso Tezzon -. Ciò ha aggiunto ulteriori elementi di opacità e di complessità alle rinegoziazioni dei contratti derivati, rendendo oltremodo complessa la verifica della congruità delle condizioni di prezzo”.
A fine 2006, ha spiegato Tezzon, gli enti locali ”avevano un’esposizione in derivati verso banche italiane stimabile in circa 13 miliardi di euro di nozionale, pari al 36% dell’indebitamento totale verso intermediari residenti; il valore di mercato di queste posizioni risultava tuttavia negativo per circa un miliardo di euro”. Tuttavia, ha continuato, ”l’esposizione degli enti locali ai derivati è probabilmente assai più ampia, poiché diverse fonti indicano che molte posizioni in derivati detenute dagli enti locali sono in contropartita con banche estere, posizioni per le quali non sono ancora disponibili dati statistici’. I dati più recenti mostrano un utilizzo intenso dei derivati da parte delle banche, che hanno posizioni in derivati superiori al totale delle attività di bilancio, sia da parte dei soggetto non finanziari. In particolare, si può stimare che le imprese quotate coprono i rischi su circa il 70% delle loro passività finanziarie, mentre quelle non quotate coprono il 20% circa delle loro passività; per gli enti locali i dati disponibili indicano una copertura di circa 1/3 dell’indebitamento, ma probabilmente sottostimano largamente il fenomeno per la mancanza di informazioni sull’esposizione con intermediari finanziari”.
”Il settore più esposto ai derivati, in termini di controvalore nozionale delle posizioni, è quello delle banche, che a fine 2006 detenevano posizioni per circa 4.700 miliardi di euro, di cui il 5% circa in contropartita con soggetti non finanziari (soggetti pubblici, imprese, persone fisiche). Il valore nozionale - ha concluso Tezzon - dei derivati risultava pari a oltre 2 volte il totale delle attività in bilancio. Il valore di mercato dei derivati detenuti dal sistema bancario risultava positivo per quasi un miliardo di euro”. (Ansa)
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Il governo vorrebbe cancellarla, ma intanto assume altro personale e chiede ai privati un contributo per finanziarsi. È la bizzarria della Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensione presieduta da Luigi Scimia. L’esecutivo ha presentato un disegno di legge di riforma delle autorità, ora in discussione al Senato, che prevede fra l’altro l’azzeramento della Covip, nata nel 1993 e diventata operativa nell’attuale configurazione tre anni dopo.
Le sue funzioni dovrebbero essere suddivise tra Banca d’Italia e Consob. Ma nel frattempo la commissione sui fondi pensione, come si legge nel bilancio preventivo del 2007, ha “adottato un provvedimento di ampliamento della pianta organica”, ossia 70 dipendenti di ruolo e 10 a tempo indeterminato, mentre ora i dipendenti di ruolo sono 59.
Per aumentare l’organico si stanno svolgendo i concorsi pubblici (circa 500 le domande di partecipazione). E a che servono altri dipendenti? Alla commissione ricordano che una legge del 2005 le ha assegnato nuove funzioni: vigilanza sulla trasparenza dei fondi aperti (un compito prima assegnato alla Consob) e vigilanza sui fondi interni a banche e assicurazioni (in precedenza di competenza della Banca d’Italia e dell’Isvap).
Intanto per la prima volta dall’inizio dell’anno, con il via libera del governo, alla Covip stanno affluendo altre entrate, oltre ai trasferimenti statali: i versamenti dei fondi pensione, pari allo 0,5 per mille dell’importo complessivo dei contributi incassati nel 2006 dalle forme pensionistiche vigilate dalla commissione.
L’autorità stima così di incassare circa 2,2 milioni di euro per compensare i minori fondi pubblici.
Se è vero che il mercato del fotovoltaico vale un miliardo e mezzo, non bisogna stupirsi del fatto che le società italiane che hanno investito in questo settore (poche in realtà) stanno conoscendo crescite di fatturato enormi. Kerself, piccola azienda di Correggio, in provincia di Reggio Emilia, è una di queste.
In questi giorni, dopo aver ottenuto il via dalla Consob, sta aumentando il capitale sociale di 22 milioni di euro, con una seconda ondata di emissione di titoli azionari. Una mossa che arriva al termine di un biennio segnato da una quotazione, due acquisizione (Helios e Dea) e un incremento del fatturato da 14 a 85 milioni di euro. Agli inizi del millennio la società produceva soltanto pompe elettriche che servivano ad aspirare l’acqua dai pozzi. Poi i vertici aziendali si sono accorti che nei paesi del Terzo mondo (dove era maggiore la domanda di elettropompe) non c’era bisogno solo di acqua ma anche dell’energia elettrica per mettere in moto gli aspiratori dei pozzi. E quindi Kerself ha cominciato a produrre pannelli fotovoltaici da abbinare alle elettropompe. La nuova unità produttiva è stata perfezionata dopo aver investito nel segmento a monte (quello della produzione dei pannelli partendo dalle celle di silicio), e in quello a valle (quello della distribuzione e della consegna chiavi in mano degli impianti), e a quel punto in Italia è arrivato il conto energia.
Se prima gli utili di Kerself arrivavano soprattutto dalle vendite all’estero, oggi si ha ragione di credere che anche le famiglie italiane possano essere interessate a comprarsi i pannelli.