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A causa della crisi economica, gli italiani spenderanno fino al 30 per cento in meno nel periodo dei saldi rispetto al 2008. È la stima di Noiconsumatori.it. “Molti negozi” spiega il presidente del movimento, Angelo Pisani “hanno già cominciato ad applicare sconti anticipatamente anche se ufficialmente la stagione dei saldi si apre i primi giorni di gennaio”. Solo la metà delle famiglie, spiega una nota di Noiconsumatori, ne approfitterà per comprare. “Allertiamo i consumatori” spiega Pisani “a prestare particolare attenzione alle truffe visto che nello scorso periodo estivo un negozio su cinque ‘truccava’ gli sconti senza precisare il prezzo di partenza”. “Bisogna dunque” continua Pisani - prestare attenzione ai cartellini e alle percentuali di sconto. Chiediamo anche ai commercianti la massima chiarezza nell’indicare i prezzi e le percentuali di sconto della merce in offerta”. E soltanto il 50 per cento delle famiglie potrà fare acquisti: l’altra metà non avrà il budget da dedicare a nuove spese. Secondo le associazioni dei consumatori, infatti, saranno interessate dai saldi poco piu’ di 10 milioni di famiglie italiane. In calo anche la spesa procapite che dovrebbe attestarsi intorno ai 120-122 euro a persona, circa 317 euro a famiglia.
La stagione dei saldi sta per partire e ad aprire la ‘caccia allo sconto’, il 2 gennaio, saranno Napoli, Potenza e Trieste, seguite da Roma, Milano e Palermo il giorno dopo. Cagliari e Aosta saranno le ultime città a partire e dovranno attendere rispettivamente l’8 e il 10 del mese. Saranno circa 16 milioni, secondo Confcommercio, le famiglie italiane che acquisteranno prodotti in saldo. Ogni famiglia spenderà, in media, poco meno di 450 euro per abbigliamento e accessori facendo lievitare a quasi 7 miliardi di euro il valore dei saldi invernali 2009 con un’incidenza del 19,5 per cento sul fatturato annuo del settore.
“L’andamento fortemente negativo delle vendite autunno/inverno - sottolinea Renato Borghi, presidente di Federazione Moda Italia aderente a Confcommercio - ha determinato elevate giacenze e quindi la disponibilità di un’offerta molto ampia. Questo, accompagnato a sconti che mediamente saranno attorno al 40 per cento, ci porta a delle previsioni abbastanza ottimistiche sull’andamento dei saldi invernali 2009 pur tenendo conto di un contesto di consumi che restano, al di là del leggero recupero delle vendite natalizie, piuttosto deboli”.
Per il corretto acquisto degli articoli in saldo Confcommercio ricorda che la possibilità di cambiare il capo dopo che lo si è acquistato è generalmente lasciata alla discrezionalità del negoziante, a meno che il prodotto non sia danneggiato o non conforme. In questo caso scatta l’obbligo per il negoziante della riparazione o della sostituzione dell’articolo o, nel caso ciò risulti impossibile, la riduzione o la restituzione del prezzo pagato. Chi compra è pero’ tenuto a denunciare il vizio del capo entro due mesi dalla data della scoperta del difetto. La prova dei capi non è obbligatoria ed è il negoziante a decidere. Sul fronte dei pagamenti, segnala ancora Confcommercio, le carte di credito devono essere accettate qualora sia esposto nel punto vendita l’adesivo che attesta la convenzione. I capi che vengono proposti in saldo devono avere carattere stagionale o di moda ed essere suscettibili di notevole deprezzamento se non venduti entro un certo periodo di tempo. Salve specifiche disposizioni regionali, è possibile porre in vendita capi non appartenenti alla stagione in corso. Il negoziante è obbligato a indicare il prezzo normale di vendita, lo sconto e il prezzo finale.

“Con riferimento alle notizie dell’arresto e incriminazione per frode di Bernard L. Madoff, UniCredit comunica di avere un’esposizione propria di circa 75 milioni di euro”. Con un secco cumunicato, Unicredit ridimensiona l’allarme di pesanti conseguenze della colossale truffa organizzata atteraverso hedge funds dall’ex numero uno del Nasdaq di New York. Ben diverse le ricadute per altre banche europee, come Bnp Parisbas e Santander. Quest’ultima rischia di perdere 2 miliardi di euro. Secondo il Financial Times anche il colosso bancario Hbsc ha un’esposizione di un miliardo di dollari.
“Relativamente alla sua divisione di asset management Pioneer Investments” si legge nel comunicato di Unicredit “UniCredit conferma inoltre che alcuni fondi della sua unità dedicata agli investimenti alternativi sono risultati esposti a Madoff indirettamente tramite feeder funds.
Questi ultimi non sono tuttavia presenti in alcun portafoglio dei fondi di fondi hedge di diritto italiano. L’esposizione dei clienti italiani è pertanto pari a zero”.
Autorevoli indiscrezioni di stampa non smentite indicavano in oltre 800 mln di dollari l’importo investito dai fondi feeder (fondi che investono in altri fondi) di Pioneer nella società dell’ex presidente del Nasdaq.
Inoltre, relativamente alla divisione di asset management Pioneer Investment Unicredit “conferma che alcuni fondi della sua unità dedicata agli investimenti alternativi sono risultati esposti a Madoff indirettamente tramite feeder funds. Questi ultimi però” precisa una nota “non sono tuttavia presenti in alcun portafoglio dei fondi di hedge di diritto italiano”. L’esposizione dei clienti italiani, insomma, “è pari a zero”.
Banco Popolare, invece ha “un’esposizione indiretta” sul fondo americano Madoff attraverso la sua controllata Aletti Gestielle Alternative. Il fallimento della Madoff comporterà per il Banco, si legge in una nota, una perdita massima sul patrimonio di 8 milioni di euro mentre quella sui fondi distribuiti alla clientela istituzionale e private “ammonta a circa 60 milioni di euro”.
Lo “schema Ponzi”. La “Catena di Sant’Antonio”. La “Piramide finanziaria”. Tanti nomi per definire quello che sembra l’affare perfetto: dammi i tuoi soldi e porta nuovi membri nell’affare, e li troverai moltiplicati. In realtà, una truffa. Che ingrassa solo i primi soci, i vertici della piramide. E fa perdere gli ultimi malcapitati in fondo alla catena: dai tempi di Pinocchio, i soldi non si moltiplicano.
Solo che questa volta, secondo l’Fbi e la procura di New York, al posto del Gatto e la Volpe a proporre l’”affare” agli investitori c’era un uomo considerato una delle colonne di Wall Street. Bernard Madoff, ex presidente del Nasdaq, è stato arrestato ieri a New York. L’accusa è quella di aver perpetrato una delle più colossali truffe della storia, con un volume complessivo di 50 miliardi di dollari. Madoff è noto per aver fondato una società finanziaria, la Bernard L. Madoff Investment Securities LLC, dal 1960 un punto di riferimento dei mercati. Ma secondo le accuse, avrebbe creato anche un hedge fund parallelo, una società di consulenza in grado di attirare investitori incauti in una specie di “piramide” promettendo guadagni astronomici in tempi brevi. Promesse mantenute per molti dei partecipanti, con rendite a doppia cifra dal 2005 ai giorni turbolenti della crisi finanziaria.
Come tutte le piramidi finanziarie, però, il gioco può andare avanti reggendosi sulle perdite dei nuovi investitori, finchè il loro numero non diventa troppo grosso. Secondo gli investigatori, Madoff avrebbe ammesso in un documento di aver montato una enorme catena, e che alcuni dei sottoscrittori avrebbero richiesto indietro il loro denaro per un totale di 7 miliardi di dollari.
Ma avrebbe aggiunto che si sarebbe reso alle autorità solo dopo aver utilizzato i 200/300 milioni di dollari che gli restavano per saldare i debiti verso alcuni dipendenti, la famiglia e amici. Se le accuse verranno confermate, il 70enne Madoff rischia fino a vent’anni di carcere e 5 milioni di dollari di multa. “Questo è un colpo durissimo alla confidenza degli investitori negli hedge fund” ha commentato alla Reuters Doug Kass, presidente dell’ hedge fund Seabreeze partners management.

Più soldi netti in busta paga a fine anno. È questo il sogno del premier e del governo come “regalo di Natale” agli italiani vessati dalla crisi economica internazionale. “Detassare la tredicesima? Ci sono diverse ipotesi, i fondi sono pochi”. Spiega Silvio Berlusconi arrivando alla sede della Confcommercio. Le misure allo studio dei tecnici dell’esecutivo sono diverse. “Stiamo lavorando” spiega il premier, “venerdì avremo questo incontro con il mondo del lavoro. Abbiamo in mente diverse cose che pensiamo possano essere messe in pratica”. Di fronte all’attuale tempesta finanziaria sono allo studio varie ipotesi sulla possibilità di detassare le tredicesime, ma tutto dipende dai fondi a disposizione.
Il premier ha poi affrontato il tema della crisi finanziaria. Il governo è pronto a sostenere, ove richiesto, il sistema bancario italiano. Ma solo se richiesto. “Io sono ottimista. Le Borse sono ripartite e il sistema delle banche è solido. Tuttavia - ha aggiunto - se le banche lo richiedono il governo è a disposizione per intervenire senza però che questo intervento significhi in alcun modo come qualcosa di imposto o di imperativo. Senza che significhi in alcun modo che ci sia alcuna conseguenza per i dirigenti e gli amministratori delegati”.
Il Cavaliere ha quindi ribadito che “il governo è pronto ad assistere le banche alle regole di mercato senza condizioni punitive né per il management né per gli azionisti”. Ad ogni modo, insiste Berlusconi, “il sistema bancario è solido”. “Sempre con la massima libertà da parte delle banche, se gli istituti ritengono di voler aumentare la loro disponibilità liquida e di patrimonio, lo Stato è pronto a intervenire. Lo Stato” ha aggiunto “può sottoscrivere delle obbligazioni, azioni di risparmio o obbligazioni convertibili, che sarà possibile convertire su richiesta delle banche”.
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Il pubblico, la banca, il privato: il titolo dell’ultimo libro di Elia Colabraro racchiude i protagonisti che in questi ultimi mesi stanno scrivendo la storia economica e sociale mondiale. Nel libro l’autore, che dopo la fusione tra Imi e Sanpaolo, dal 2000 al 2006, è stato direttore generale e amministratore delegato di Banca Opi (la banca del gruppo specializzata nel finanziamento delle opere pubbliche e infrastrutture, ora fusa in Biis, Banca infrastrutture innovazione sviluppo), delinea il ritratto della finanza e dell’impresa in Italia, senza trascurare elementi quali la fede, la scommessa, il rischio, la soddisfazione.
Elia Colabraro, quanta fede bisogna avere oggi sulla possibilità di una rapida risoluzione della crisi finanziaria? Quando si tornerà a parlare di stabilità?
Non è un periodo favorevole. Le cause fondamentali della crisi vanno ricercate nella crescita esplosiva dell’attività bancaria che negli ultimi dieci anni è stata “dopata” dalla finanza creativa. E oggi l’America, da dove è partito tutto, conta il fallimento di oltre 15 banche. Questo a causa di una politica di aiuto sbagliata, che forniva al creditore fino al 100 per cento del costo dell’investimento. Anche in Italia, negli ultimi anni, siamo stati bombardati dalla pubblicità di istituti di credito che davano sino al 100 per cento. Sin dagli anni Novanta negli Stati Uniti le banche con il “piano casa” davano questi soldi e trasferivano poi i mutui a un veicolo che, per poter pagare questi mutui, emetteva delle obbligazioni, che a loro volta venivano acquistate dai poveri risparmiatori. I clienti diventavano così vittime inconsapevoli.
Il Fondo monetario internazionale ha inserito l’Italia tra i Paesi a rischio recessione. È così? E quanto l’andamento dell’economia reale determinerà modi e tempi di uscita dalla crisi?
Si parla di recessione quando la crescita è negativa per due trimestri consecutivi e ancora il nostro Paese non ha registrato questo dato, quindi non siamo ufficilamente in recessione. Ma se si continua a dire che la crisi riguarda solo il mercato finanziario si commette un errore. La carenza di liquidità delle banche si è infatti ripercossa sulle aziende. Negli ultimi mesi i tassi interbancari sono saliti enormemente e i prestiti bancari oggi non solo sono più difficili da ottenere, ma costano di più. Per questo il governo ha deciso di dare la garanzia dello Stato sui prestiti interbancari per una maggiore stabilità. Anche se finora l’intervento dello Stato nel capitale dei nostri istituti di credito non è stato necessario e se ci fosse sarebbe comunque solo un provvedimento a carattere temporaneo. Quello che bisogna fare è cambiare completamente modo di agire.
Si spieghi meglio.
Le cartolarizzazioni, la creazione di veicoli hanno determinato un gonfiamento dei volumi senza però una ricaduta di carattere cartaceo, reale. Tutte queste operazioni di finanza creativa hanno causato la crisi. Per fortuna in Italia c’è stata più prudenza e le banche non sono fallite, i mutui infatti non venivano coperti al cento per cento, ma solo in parte e questo ci ha salvati. Le nostre banche infatti chiedono la dichiarazione dei redditi per verificare la capacità del richiedente di pagare il mutuo. La vigilanza della Banca d’Italia inoltre ha sempre esercitato una funzione di controllo fondamentale.
Alla fase del panico finanziario seguirà inevitabilmente una fase di maggiore o minore recessione e, infine, una fase di riaggiustamento. Quali saranno le future politiche economiche?
Non ci saranno delle vere e proprie regole capaci di risolvere ogni problema. Oggi l’Italia è a livello di crescita zero, anzi Confindustria prevede un valore negativo dello 0,5 per cento del Pil per il 2009. Davanti a questa prospettiva il governo dovrebbe adottare politiche di sostegno dei consumi, perché se le persone non comprano ne risente la produzione. Bisognerebbe agevolare l’adozione della detassazione o il sostegno a categorie con redditi bassi in modo che la gente possa consumare e quindi attivare la domanda dei beni e quindi aumentare la produzione. Ma è fondamentale anche il sostegno ai settori produttivi, come ad esempio quello dell’auto.
Quale sarà il conto che la “finanza canaglia” farà pagare agli onesti cittadini?
Le vittime sono i risparmiatori che hanno acquistato titoli della Lehman brothers. Alcune banche però hanno deciso di proteggerli, la Unipol ad esempio si è assunta l’onere di far fronte alle perdite dei propri clienti.
Cosa bisognerebbe fare per evitare un’altra crisi di questa entità? E quanto l’etica potrebbe servire a regolare il mondo della finanza?
Dovrebbe esserci una riforma del sistema bancario, sarebbe auspicabile un ritorno verso forme più tradizionali di gestione dell’attività. Meno finanza creativa, meno derivati. Più capitali e meno debito, ma soprattutto più trasparenza. Agevolazioni maggiori all’import-export e più sostegno allo sviluppo delle produzioni. Più attenzione quindi alle attività dell’economia reale. Aziende più responsabili e banche più trasparenti, in modo che la controparte conosca bene i rischi che va ad assumere, che le aziende insomma capiscano bene, quando firmano un contratto, quali sono i rischi e quali gli impegni. La trasparenza deve essere alla base del rapporto tra le parti. Oggi manca una chiarezza nel linguaggio e la capacità di assumersi le proprie responsabilità.
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di Fausta Chiesa
Sono presidenti e top manager con compensi da capogiro. E con cospicue stock option in pancia. Ma la pancia ora fa male, perché con i crolli dei mercati finanziari sono ridotte al minimo anche le speranze di esercitare le opzioni sulle azioni, un beneficio riconosciuto agli alti dirigenti.
I diritti assegnati quando la tempesta era di là da venire hanno infatti prezzi di esercizio (il cosiddetto strike price) ben al di sopra dei livelli attuali di prezzo del titolo. E dunque non conviene esercitare una stock option pagando l’azione più di quanto costerebbe se venisse acquistata in borsa: invece di guadagnare si perderebbe.
Ci rimetterebbe più di tutti Alessandro Profumo, che alla chiusura dei mercati di venerdì 10 ottobre accusava una perdita teorica di 106.602.732 euro. L’amministratore delegato dell’Unicredit, nei vari piani approvati da quando è alla guida del primo istituto bancario italiano, ha oltre 28 milioni di stock option esercitabili tra i 4,018 e i 7,094 euro. Un prezzo ben più alto della quotazione attuale del titolo: 2,4 euro lunedì 13.
Altra perdita teorica stratosferica è quella di Sergio Marchionne. Se dovesse esercitare le stock option adesso, l’amministratore delegato della Fiat perderebbe in media oltre 65 milioni di euro.
Dolori anche in casa Generali, dove il presidente Antoine Bernheim e i due amministratori delegati Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot hanno stock option in perdita di oltre 25 milioni ciascuno. Chi, invece, si è miracolosamente salvato è Corrado Passera, che di opzioni non ne ha nemmeno una.
L’amministratore delegato dell’Intesa Sanpaolo le ha esercitate tutte prima del 2006, guadagnandoci non poco. Con la sola plusvalenza Passera ha potuto acquistare sul mercato oltre 27 milioni di titoli della sua banca. Va detto che né Profumo né Marchionne, a dimostrazione del fatto che credono nella società in cui lavorano, hanno incassato le opzioni già esercitabili: se queste scadranno prima che il titolo si sia risollevato, la perdita da teorica diventerà reale. Il numero uno della Fiat ha rinunciato a una prima quota pari a 2,37 milioni di azioni esercitabili dall’1 giugno al prezzo di 6,58 euro. Il 2 giugno avrebbe guadagnato un bonus da oltre 20 milioni di euro.
Non lo ha voluto incassare ma è ancora in tempo utile, visto che il titolo viaggia ancora sopra lo strike price. Certo, se lo facesse ai livelli attuali il bonus sarebbe soltanto di 237 mila euro circa. Profumo invece ha 7 milioni di opzioni esercitabili con scadenza dicembre 2009 e uno strike price medio di 4,8 euro: in un anno il titolo dovrebbe più che raddoppiare il suo valore di mercato per rendere conveniente l’esercizio di queste opzioni. Un’ipotesi che appare probabile. Da gennaio il listino principale di Piazza Affari ha perso il 51 per cento. Il rischio è di vedere andare in fumo una montagna di soldi. Eppure, mai come oggi le stock option sono state uno strumento di incentivazione e di fidelizzazione dei dirigenti.
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Il sistema italiano “ha retto” alla crisi finanziaria ma resta sempre il rischio che la situazione possa peggiorare visto che anche l’Italia paga un prezzo salato anche in termini di minor crescita e maggior esborso per pagare gli interessi sul debito. Situazione che rischia di pesare di più su cittadini e imprese. Per questo la Banca d’Italia lavora insieme alle altre istituzioni per evitare ripercussioni garantendo la liquidità e soprattutto che non si “congeli” il mercato interbancario che garantisce la liquidità alle banche e da qui all’economia del paese.
Il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, in audizione in Senato (qui il testo dell’intervento), riconosce la gravità della crisi ma ricorda tutte le “armi” messe in campo dai singoli paesi e in modo concertato a livello europeo. E ribadisce quello che il governo italiano dice ormai da giorni: “Nessun depositante perderà nulla”, con le istituzioni pronte a intervenire di fronte al rischio che la liquidità venga a mancare. La ricetta che il Governatore propone al Parlamento per il nuovo sistema finanziario è quella del Financial Stability Forum: “Più capitale, meno debito e più regole”. Tra queste ultime, in particolare, Draghi annuncia una riforma delle regole sulla trasparenza dall’inizio del prossimo anno e chiede una revisione profonda dello strumento dei derivati.
Nello stesso giorno in cui il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi annuncia un “tavolo, a Palazzo Chigi, con banche e imprenditori”, Bankitalia e Fmi lanciano quindi l’allarme sullo stato di salute dell’economia italiana, sulla scia della crisi dei mutui.
Per quanto riguarda l’economia italiana il Governatore spiega che “Dopo il calo del Pil nel secondo trimestre i più recenti indicatori confermano segnali negativi per i prossimi trimestri”. E aggiunge “Calano i consumi delle famiglie sotto il peso dell’erosione del reddito disponibile, a causa dell’inflazione e dell’aumento del servizio al debito”. C’è però un dato positivo che Draghi sottolinea: il recente calo dell’Euribor che è però “una tranquillità che dura da poco” perché è successo da pochi giorni. In ogni caso “Le ripercussioni della crisi vanno ben al di là del sistema bancario. Famiglie e imprese sono compite sia direttamente, per la perdita di valore dei titoli Lehman che esse detengono, sia indirettamente a causa delle prospettive di una restrizione del redito conseguente alle tensioni finanziarie del momento”.
Ancora meno rosee le previsioni del Fondo monetario internazionale per l’Italia: la crisi economica durerà almeno fino al 2010. Visto che l’Fmi stima un prodotto interno lordo a -0,1% per il 2008 e a -0,2% per il 2009. I dati sono contenuti nelle Prospettive economiche regionali per l’Europa presentate a Bruxelles e riprendono le stime del World economic outlook dell’8 ottobre scorso.
Di fronte alla prospettiva di un calo dell’inflazione e “con ulteriori rischi al ribasso provenienti dal settore finanziario”, è emersa “l’opportunità di allentare la politica monetaria” in Europa sottolinea ancora il Fondo Monetario Internazionale con quello che sembra un chiaro invito alla Bce a tagliare ancora i tassi ora al 3,75% con il pronti contro termine. “Operazioni di stabilizzazione fiscale automatica dovrebbero sostenere l’attività economica, ma la salvaguardia della sostenibilità di lungo termine dei conti richiede che i deficit siano mantenuti nei limiti delle regole di bilancio. Eccezioni possono essere considerate se e quando le risorse pubbliche sono necessarie ad alleviare direttamente gli stress finanziari” scrive l’Fmi.