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L’aula della Camera ha votato con 312 sì e 239 no la fiducia chiesta dal governo sul decreto legge con la manovra triennale, nel testo del Senato. Ora l’assemblea esaminerà gli ordini del giorno poi si passerà a dichiarazioni e voto finale sul provvedimento.
Il provvedimento varato ha un peso di quasi 37 miliardi lordi, contiene una correzione netta di 30,9 miliardi nel triennio, di cui 17,1 nel solo 2009. Il testo introduce una serie di misure che vanno dalla Robin tax alla social card, dal piano casa per giovani coppie e single con figli all’abolizione del ticket sull’assistenza specialistica, fino alle controverse norme su precari e assegni sociali. Obiettivo della manovra triennale è quello di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2011.
Ma sono soprattutto i risparmi a fare la parte del leone. In particolare, circa 15 miliardi, su 29 complessivi nel triennio, arriveranno da tagli ai budget dei ministeri. A seguire, i maggiori sacrifici dovranno essere fatti dagli enti locali: i tagli complessivi ammontano a oltre 9 miliardi, di cui circa 4 a carico delle Regioni.
La manovra d’estate contiene anche misure per lo sviluppo e aiuti ai consumi. A cominciare dall’introduzione della social card, dedicata alle fasce più povere. Verrà alimentata con un Fondo in cui confluirà il gettito della Robin tax, interesserà circa 1,2 milioni di pensionati e varrà 400 euro. In arrivo, infine, il “piano casa” con aiuti alle giovani coppie, fino alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali.
Ecco in sintesi le principali novità contenute nella manovra d’estate:
Robin tax. Per le società energetiche viene innalzata dal 27,5% al 33% l’aliquota Ires. Per banche e assicurazioni il maggior prelievo sarà ottenuto con un allargamento della base imponibile.
Pubblica amministrazione. Otto miliardi di “risparmi” già quest’anno, ai quali si aggiunge un nuovo pacchetto di tagli di 300 milioni con cui si finanzia lo stop ai ticket. I tagli alla spesa della P.A sono del 30%. Stretta anche sulle consulenze (-30% rispetto al 2004).
Precari. No all’assunzione ma solo un indennizzo economico pari a 2,5-6 mesi di stipendio per i precari che hanno già presentato un ricorso per richiedere l’assunzione ai datori di lavoro.
Assegni sociali. Per usufruire degli assegni bisognerà avere il requisito di 10 anni di soggiorno legale continuativo sul territorio italiano.
Social card. Per i meno abbienti, 400 euro in buoni sconti sui prodotti alimentari e sulle bollette: la misura riguarda 1,2 milioni di cittadini, ma bisognerà avere la cittadinanza italiana. Ad alimentare il fondo saranno i conti bancari dormienti.
Ticket. Stop ai ticket sulla diagnostica anche nel 2009. Costo 834 milioni: il governo ne metterà la metà ma lo stanziamento diventa triennale. L’altrà metà è a carico delle Regioni.
Queste le principali misure contenute nel testo. Ma continua a non avere vita facile la cosiddetta norma “anti-precari”. Un nuovo stop è arrivato dal Comitato permanente pareri della commissione Affari Costituzionali di Montecitorio, che ha dato ieri disco verde al provvedimento, osservando tra l’altro, però, che “le violazioni per le quali siano stati instaurati giudizi non conclusi con sentenze passate in giudicato verrebbero sanzionate in modo diverso da violazioni analoghe commesse successivamente all’entrata in vigore della legge di conversione, o anche antecedentemente a tale data, quando per esse non sia stato ancora instaurato un giudizio, il che - si osserva ancora - potrebbe risultare in contrasto col principio costituzionale di ragionevolezza delle disparità di trattamento disciplinate dalla legge”.
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I conti pubblici peggioreranno nel 2008. Ma il governo deve pensare a ridurre la pressione fiscale, abbattere il debito pubblico e migliorare i servizi pubblici. Queste le richieste di Mario Draghi, il governatore della Banca d’Italia, nel corso dell’audizione in parlamento per il Documento di programmazione economica e finanziaria.
Il numero uno di via Nazionale ha anche criticato alcuni punti della “Robin tax” di Tremonti: “L’inasprimento del prelievo a carico delle banche potrebbe riflettersi sulle condizioni offerte ai depositanti e ai prenditori di credito e in minori risorse per gli intermediari da accantonare a patrimonio” .Quindi, ha aggiunto Draghi “concreto è il rischio che il maggior prelievo possa essere traslato sui consumatori attraverso un aumento dei prezzi praticati sui prodotti, o su altri soggetti economici, con un effetto ad esempio sui salari reali dei lavoratori impiegati nei settori colpiti”.
Nel corso dell’audizione al governatore è stato quindi chiesto se le condizioni economiche attuali siano tali da suggerire un ripensamento dell’obiettivo del pareggio di bilancio al 2011. “Direi di no”, ha risposto: “Del resto per noi è particolarmente importante questo obiettivo, perche’ abbiamo un debito piu’ alto degli altri. Se deviassimo da questo, la conseguenza sarebbe una tensione sul mercato della finanza: gli spread si allargherebbero e finiremmo con il pagare di più il nostro debito”. Ma Draghi non ha potuto negare che le prospettive per l’economia italiana non siano rosee:”i conti pubblici peggioreranno per il rallentamento dell’economia e le misure di bilancio” e “la crescita rallenterà dall’ 1,5% del 2007 allo 0,5% previsto per quest’anno”.
Bankitalia chiede poi interventi sul fronte della previdenza sociale “rimozione dei vincoli e dei disincentivi che tengono lontana dal lavoro un’ampia quota della popolazione meno giovane” e “aumentare l’età pensionabile”. Positiva, secondo Draghi, l’abolizione del divieto di cumulo lavoro-pensione: “muove nella direzione di aumentare il tasso di attività dei cittadini e di 60 e più anni, che in Italia è ancora relativamente basso”. FORUM
Con le comunità montane non si mangia, non si paga il supermarket né il benzinaio, men che meno il mutuo. Ancora peggio con le province. Tranne, certo, per chi ci fa carriera: consiglieri, portaborse, consulenti. Con questo ragionamento in testa Giulio Tremonti ha deciso di abolire le prime e iniziare a cancellare le seconde, partendo dalle più grosse, le città metropolitane: Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Venezia.
Saranno infatti gli enti locali a sobbarcarsi ai tagli maggiori destinati a finanziare la manovra triennale 2009-2011, annunciata mercoledì 18 giugno dal governo ma su questo punto subito rinviata a settembre. In totale 17,55 miliardi, la metà dei circa 35 previsti; 3,15 già nel 2009 (vedere tabella). Il resto verrà dalla sanità, dalla pubblica amministrazione, dai prelievi su petrolieri, banche e assicurazioni (a cominciare dalla Robin tax sui guadagni del greggio), dalle tasse sui compensi d’oro dei top manager, dall’accetta sulle consulenze, dalla cessione o quotazione di aziende pubbliche come Tirrenia e Fincantieri.
Il tutto per finanziare intanto le necessità dei più poveri, dalla reintroduzione dei bonus per i figli a un piano casa. E, in futuro, per far partire i progetti più ambiziosi: riduzione delle tasse e quoziente familiare (l’imponibile fiscale diviso per i familiari a carico), il nucleare, le infrastrutture. Come pure per mettere il deficit pubblico in totale sicurezza di fronte all’Europa, rispettando gli impegni presi da Romano Prodi.
Questo, però, nelle intenzioni. Perché le resistenze dei sindaci e dei presidenti di regioni e province sono fortissime e il malumore è trasversale così come i consensi.
Letizia Moratti, sindaco di Milano, teme per i fondi dell’Expo 2015 e non vuole accollarsi neppure un euro del salvataggio dal fallimeno del Comune di Roma (Panorama 25). Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano, ds, è d’accordo con lei. Plaude invece al governo Nicola Zingaretti, presidente diessino della Provincia di Roma: “L’abolizione delle province nelle aree metropolitane è giustissima, è una nostra riforma costituzionale del 2000″. Così come il collega fiorentino Matteo Renzi: “Era già una proposta di Walter Veltroni. La parola provincia è associata al concetto di spreco, ma non appartengo a una casta. Sfidiamolo questo governo, anziché subirlo. E vediamo se sarà capace di passare dalle parole ai fatti”.
Proprio questo è il punto. Il centrodestra ha deciso di capovolgere la filosofia economica dei vari governi Prodi, che hanno puntato su tagli e aumenti di tasse al centro lasciando la briglia molto lunga agli enti locali. I quali, prima delle ultime amministrative, erano un tradizionale serbatoio di consensi per la sinistra. I risultati sono stati, spesso, dissesti e sprechi.
I circa 9 miliardi di debiti lasciati nelle casse del Campidoglio dalla gestione Rutelli-Veltroni hanno il pendant nella finanza allegra della Regione Siciliana, dove Pdl e alleati fanno il pieno e nei cui conti è proibitivo perfino andare a sbirciare, visto lo scudo dello statuto speciale. Non solo, regioni, province e comuni fanno la parte del leone nella spesa per consulenze, tema al centro dell’attenzione del ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta: 741 milioni erogati nel 2006 a esperti veri o presunti, oltre la metà dei 1,3 miliardi accertati per tutta la pubblica amministrazione, tre volte e mezzo rispetto alla sanità, quattro e mezzo l’università, quasi 13 volte la scuola. Di questi compensi ben 228, un terzo, li spende il Lazio, seguito da Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.
E le povere comunità montane che hanno fatto di male? Povere, intanto, fino a un certo punto: la maggior parte delle 356 è in Valle d’Aosta, Lombardia, Nord-Est, insomma le aree più ricche d’Italia. In realtà le comunità, istituite nel 1971 con lo scopo di “arginare il calo demografico”, scontano tre handicap. Il primo è di aver fallito l’obiettivo originario: la ripopolazione della montagna non c’è stata. Secondo problema: dovevano riguardare i comuni con altitudine media di 1.000 metri, la proliferazione clientelare ne ha prodotte a Palagiano (Taranto), 39 metri sul mare, sulla Riviera di Gallura, a Bova Marina, in Sardegna… Terzo problema: i consiglieri sono un esercito, circa 13 mila, ma politicamente disomogenei, più all’ombra di campanili e liste civiche che dei partiti maggiori. Ragion per cui nessuno le difende, neppure Umberto Bossi, che invece fa quadrato attorno alle province venete e lombarde.
La guerra vera, anche con la Lega, si giocherà tra qualche mese. Per gli appetiti e i bisogni di regioni e comuni Tremonti getterà sul tavolo un pacchetto di compensazioni. Intanto l’intero patrimonio del demanio: solo per gli immobili si tratta di 48 miliardi di euro a prezzo di mercato, parte dei quali vincolata, ma per la quota maggiore con ampie possibilità di valorizzazione, a cominciare dall’abbattimento del debito. Maggiori beneficiari: Lazio, Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Lombardia e Veneto.
Soprattutto, da settembre si aprirà il cantiere della riforma federalista, con una parte degli introiti fiscali lasciata agli enti locali. La posta in gioco è enorme: una simulazione della Ragioneria dello Stato stima nel 22 per cento del pil, cioè in 350 miliardi di euro, la quota di tributi diretti e indiretti che potrebbero essere regionalizzati. Intanto si dovrebbe iniziare con percentuali di Iva e Irpef. È la partita che sta più a cuore alla Lega. Tremonti e il centrodestra devono giocarsela con grande attenzione, perché Bossi è Bossi.
Accelerare gli sforzi di consolidamento della finanza pubblica per gli obiettivi di medio termine: è la valutazione della Banca centrale europea rivolta all’Italia e a altri Paesi. “Si tratta di un intervento particolarmente urgente dal momento che alcuni Paesi hanno un margine di manovra scarso o nullo, essendo già prossimi al valore di riferimento del 3% del Pil”. Citate, oltre all’Italia, Grecia, Francia e Portogallo.
L’istituto di Francoforte è preoccupato per l’inflazione e prevede che nel 2008 i prezzi al consumo resteranno probabilmente sopra il 3%: i suoi esperti, infatti, correggono verso l’alto le stime dell’inflazione per quest’anno e per il prossimo. “Dopo i risultati di bilancio relativamente favorevoli del 2007, le finanze pubbliche dell’area dell’euro dovrebbero peggiorare nel 2008 e nel 2009″ osserva la Bce nel suo bollettino mensile, sottolineando che “in alcuni Paesi dell’area dell’euro, che non hanno utilizzato le recenti condizioni favorevoli del ciclo economico per risanare in misura sufficiente le finanze pubbliche , i disavanzi di bilancio si avvicinino o raggiungano il valore di riferimento del 3% del Pil. I Paesi che non riescono a conseguire il rispettivo obiettivo di medio termine (Omt)” prosegue l’Eurotower “dovrebbero elaborare e attuare politiche di bilancio molto più ambiziose al fine di allineare i propri conti pubblici ai requisiti del Patto di stabilità e crescita e agli impegni dell’Eurogruppo”. Pertanto, ammonisce l’istituto di Francoforte, “politiche di bilancio prudenti concorrerebbero anche a fronteggiare gli squilibri macroeconomici dell’area dell’euro”. Secondo le previsioni economiche della Commissione pubblicate nella primavera del 2008, spiega infine la Bce, “il disavanzo delle amministrazioni pubbliche, dopo esser diminuito per quattro anni, aumenterà all’1% del Pil nel 2008 e, in assenza di cambiamenti nelle politiche di bilancio, all’1,1% del Pil nel 2009″.
La Bce resta prudente nelle sue previsioni di crescita per Eurolandia e conferma la presenza di “rischi al ribasso”. Secondo le proiezioni macroeconomiche degli esperti dell’Eurosistema (elaborate congiuntamente dai servizi della Bce e delle Bcn) il Pil di Eurolandia dovrebbe crescere a un tasso medio annuo compreso tra l’1,5 e il 2,1% nel 2008 e tra l’1 e il 2% nel 2009.
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Tutto confermato. Disco verde della Commissione Ue sull’abrogazione della procedura di infrazione per deficit eccessivo aperta nei confronti dell’Italia nel 2005. Spetta ora al Consiglio Ecofin dare il via libera definitivo. L’Unione europea ha deciso di bloccare anche la procedura contro Portogallo, Slovacchia e Repubblica Ceca.
L’esecutivo europeo ha approvato la proposta del commissario Ue agli affari economici e monetari, Joaquin Almunia - che nel pomeriggio incontrerà il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa - secondo la quale in Italia “il deficit è stato portato sotto il tetto del 3% del Pil in maniera credibile e sostenibile”. Il rapporto deficit Pil - conferma la Commissione Ue - si è attestato all’1,9% nel 2007 ed è previsto risalire al 2,3% nel 2008 e al 2,4% nel 2009. Il debito pubblico continuerà a calare “solo leggermente” per attestarsi intorno al 102,5% nel 2009.
Nel 2006 l’Italia è stato il Paese con il rapporto debito/pil più elevato (106,8%) tra il 27 membri dell’Unione europea. Il valore scende nel 2007 al 104%. Sono i dati contenuti nella pubblicazione dell’Istat, Cento statistiche per il Paese. Indicatori per conoscere e valutare. L’Italia, viene sottolineato, è dunque ancora lontana dal raggiungere l’obiettivo di Maastricht di contenere il rapporto debito/pil al di sotto del 60%, anche se il valore è appunto il decrescita nel 2007. L’incidenza dello stock del debito pubblico ha toccato il massimo del 121,5% nel 1994, diminuendo fino al 103,8% nel 2004. Sul fronte del saldo primario, il Paese mostra un “netto recupero”. Nel 2007, sottolinea l’Istat, soprattutto grazie a un cospicuo aumento delle entrate, l’Italia si colloca al quarto posto tra i paesi dell’Unione economica e monetaria per surplus primario, mentre l’incidenza dell’indebitamento netto in un biennio (2005-2007) diminuisce da 4,2 sino all’1,9% del pil.
La correzione del deficit pubblico eccessivo compiuta dall’Italia nel 2006 e nel 2007 è un fatto “molto positivo”, ma “ciò non significa che gli sforzi per proseguire il consolidamento del bilancio debbano finire”.
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È come quando uno eredita una casa non tanto in buono stato su cui per di più pesa un’ipoteca e non sa se rallegrarsi per il lascito o preoccuparsi per ciò che lo aspetta. Silvio Berlusconi e i ministri economici in pectore del prossimo governo si trovano in una situazione simile, con la casa comune dei conti pubblici non proprio in fiore, anzi con molte crepe nascoste sotto una mano di intonaco, e con l’ipoteca rappresentata dai nuvoloni di crisi che dall’Atlantico si stanno spostando sull’Europa.
In via XX settembre a Roma, dove ha sede il ministero dell’Economia, si susseguono i vertici dei vari responsabili dei dipartimenti per un ultimo monitoraggio del bilancio e dei conti, ma la vera “due diligence” sulle finanze statali partirà solo nel momento in cui sarà formalmente costituito l’esecutivo e il nuovo ministro, quasi certamente Giulio Tremonti, avrà preso possesso degli uffici accompagnato da diversi collaboratori rodati, alcuni dei quali prelevati di peso dai ranghi del governo di centrosinistra. I nomi che circolano sono quelli di Vincenzo Fortunato, docente alla Scuola superiore per la pubblica amministrazione e capo di gabinetto del ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, affiancato da altri due “gabinettisti” a lui vicini: Italo Volpe, capo dell’ufficio legislativo dello stesso ministero, e Marco Pinto, capo di gabinetto del responsabile delle Finanze, Vincenzo Visco. Negli ultimi giorni si è già materializzato a più riprese nelle stanze del dicastero economico Enrico Cantarelli, manager della Bank of ScoFontland, già assistente del direttore generale del Tesoro e in seguito ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, e poi dello stesso Tremonti, con il quale collaborò al piano per la cartolarizzazione degli immobili di proprietà statale. Circostanza che ha fatto ipotizzare che il nuovo governo intenda riprendere in mano il tema della vendita di parti del patrimonio pubblico per dare un colpo all’enorme debito pubblico (104 per cento del prodotto interno lordo).
I conti statali soffrono più di quanto appaia dai dati ufficiali. Secondo valutazioni ufficiose della Ragioneria generale, nel 2008 il deficit non salirà solo dall’1,9 al 2,4 per cento, come già ammesso dal governo uscente, ma probabilmente fino al 2,8 e forse al 3, per una serie di motivi collegati: la spesa corrente niente affatto imbrigliata e la prevedibile contrazione delle entrate soprattutto per effetto della crisi internazionale. Alcuni giorni fa l’Eurostat ha certificato che la spesa pubblica è cresciuta ancora nel 2007 arrivando a quota 48,5 per cento del pil. Sono aumentate perfino le uscite per i circa 3,5 milioni di dipendenti pubblici che il governo precedente si era solennemente impegnato a ridurre. In base alle ultime rilevazioni, l’incidenza del costo del pubblico impiego è salita all’11 per cento del pil, con un balzo di oltre mezzo punto in sette anni, a fronte di livelli di efficienza e produttività tra i più modesti del Continente. Fra tutte le economie europee, quella italiana, inoltre, è la più esposta alle burrasche internazionali a causa del debito pubblico e della crescita anemica, a dispetto di qualche brillante esempio contrario soprattutto nelle esportazioni. Poco più di un mese fa l’esecutivo di Romano Prodi aveva rivisto al ribasso i ritmi di crescita per il 2008 facendoli scendere dall’1,5 per cento del pil a meno della metà (0,6). Molti analisti ritengono che anche questa previsione sia ottimistica e che in realtà il tasso di sviluppo possa risultare più basso: intorno allo 0,3 per cento secondo il Fontland do monetario internazionale (Fmi), o addirittura 0 secondo la Confindustria, o sottozero (meno 0,2) per il centro Economia reale di Mario Baldassarri.
Con queste premesse, la caduta del gettito erariale appare scontata. Finora le prime avvisaglie della crisi americana dei subprime (i mutui per l’acquisto della casa elargiti con eccessiva disinvoltura dalle banche Usa) hanno paradossalmente incrementato le entrate fiscali, già salite al 43,3 per cento del pil, alimentando una specie di effetto narcotico, tanto gradevole dal punto di vista immediato della contabilità pubblica quanto ingannevole. Nel bimestre gennaio-febbraio, l’ultimo per il quale sono disponibili dati ufficiali, gli incassi fiscali sono cresciuti di altri 4 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, facendo scattare il solito teatrino intorno all’utilizzo dell’ennesimo “tesoretto”. Sono aumentate sia le imposte dirette sia quelle indirette, in particolare l’iva, cioè proprio la tassa che per prima avrebbe dovuto risentire in negativo dei contraccolpi della crisi. È successo che, proprio a causa delle difficoltà emergenti, sono parecchio cresciuti i prezzi di alcuni prodotti fondamentali come il petrolio, arrivato vicino ai 120 dollari per barile, i carburanti e i generi alimentari, soprattutto quelli di prima necessità, e l’iva ha seguito gli aumenti nonostante la flessione generalizzata dei consumi. In pratica si è verificato un prodigio ingannevole, una crescita nominale che funziona come un placebo: illude, ma non cura la malattia dei conti pubblici. A dispetto degli exploit fiscali, e a riprova delle difficoltà, non più di un mese fa la Ragioneria generale, alle prese con una crisi di cassa acuta, ha esortato il ministro uscente, Tommaso Padoa-Schioppa, a rimandare i pagamenti alla quarta settimana del mese fino a tutto giugno (Panorama 13). Il pareggio di bilancio concordato dal governo uscente con l’Unione Europea per il 2011 diventa un obiettivo assai complicato da raggiungere. Prodi aveva messo in conto una cura pensata in un periodo di crescita sostenuta e centrata su una serie di manovre economiche del valore di circa 20 miliardi di euro, che a conti fatti sarebbero diventati quasi il doppio per effetto di altre spese non iscritte nei bilanci tendenziali a legislazione vigente, quali quelle per l’ennesimo adeguamento dei contratti pubblici, le Ferrovie e l’Anas.
Le probabili difficoltà sul piano del disavanzo si faranno ovviamente sentire anche sul versante del debito, la cui discesa d’ora in avanti diventerà più ardua. Anche perché ormai si sono ridotti all’osso i margini per entrate straordinarie ottenibili con la vendita di aziende statali, a meno che il probabile ministro Tremonti non riesca a rilanciare in fretta il progetto di alienazione degli immobili pubblici. La mattina di martedì 15 aprile, quando ancora i risultati delle elezioni del 13 e 14 non erano ufficiali, il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Joaquín Almunia, ha esortato il prossimo governo “a continuare con il consolidamento delle finanze pubbliche”, specificando che “nel 2007 sono stati raggiunti dei risultati molto buoni”.
Il presidente della Banca europea, Jean-Claude Trichet, lo ha imitato qualche giorno dopo. E dal loro punto di vista di custodi del patto di stabilità l’esortazione non solo è pertinente, ma istituzionalmente obbligatoria. Nel frattempo, però, il quadro di riferimento è cambiato: nel 2007 l’economia italiana cresceva, ora piange.

La stagnazione dell’economia italiana durerà due anni, parola del Fondo monetario internazionale. Ieri, nella sede di Washington, gli economisti del Fmi hanno presentato il World Economic Outlook, la pubblicazione semestrale che contiene tutte le stime sull’economia mondiale. Ebbene, cifre e previsioni sono tutt’altro che confortanti. La crescita del Pil in Italia resterà bloccata allo 0,3% per il 2008 (e questo si sapeva già) ma anche nel 2009, e questa è invece un’amara sorpresa. Non che il quadro generale sia migliore: il Fondo ha tagliato drasticamente tutte le previsioni di crescita economica, a causa dell’impatto negativo della crisi finanziaria internazionale. Vanno male gli Usa (0,5% quest’anno e 0,6% nel 2009), e non va bene l’Europa (1,4% nel 2008 e 1,2% l’anno prossimo). Ma il nostro Paese va peggio degli altri. “La nostra previsione - dicono gli economisti del Fmi - è in linea con le stime di tutti i centri di ricerca, e non è lontana dalle cifre ufficiali, che sono di alcuni mesi fa”, lo 0,6% della Relazione unificata sui conti pubblici.
L’Italia, spiegano ancora, è stata colpita dal rallentamento americano, dalle difficoltà nei mercati finanziari, dall’euro forte. E ci sono i problemi di finanza pubblica. Secondo le stime del Fmi, il deficit 2008 arriverà al 2,5% del Pil, e non migliorerà nel 2009. Addirittura in peggioramento il debito pubblico, che dovrebbe aumentare dal 103,6% al 104% del prodotto interno lordo. L’inflazione è vista al 2,5%, la domanda interna allo 0,9%. “L’agenda di politica economica è molto importante” affermano i responsabili del Fmi sulle sfide che attendono il nuovo governo italiano “e le raccomandazioni del Fondo sono ben conosciute. Il risanamento dei conti, che nel 2007 ha fatto un passo avanti, resta una priorità. È importante che il passo venga mantenuto. Ma sono necessarie anche le riforme strutturali, che agendo sul lato dell’offerta migliorino il potenziale di crescita dell’economia”.
Allargando lo sguardo dall’Italia al mondo, non si scorgono grandi motivi di ottimismo sull’economia. Il mondo pedala al 3,7%, contro una previsione del 4,2% fatta qualche mese fa. Persino il gigante cinese sta frenando, e deve confrontarsi con un’inflazione molto alta. “L’espansione globale sta perdendo velocità a fronte di una grave crisi finanziaria - si legge nell’Outlook - e prevalgono i rischi di un ulteriore rallentamento”. Lo staff del Fmi vede un 25% di possibilità che la crescita mondiale scenda sotto il 3% nel 2008 e nel 2009, “cioè un livello equivalente alla recessione”. E l’inflazione, guidata dai prezzi degli alimentari e dal caro-energia, “è un problema”.
Come reagire a questa situazione? Il Fmi individua la priorità nel contenimento della crisi finanziaria che - secondo le stime di Washington - potrebbe costare mille miliardi di dollari in due anni. Le politiche macroeconomiche possono giocare un ruolo complementare, sostenendo la domanda e limitando l’influsso della crisi finanziaria sull’economia reale. La politica monetaria resta la “prima linea di difesa”. Le Banche centrali hanno agito bene, iniettando liquidità nei mercati. In Europa, l’inflazione è alta, siamo al 3,5%, ma potrebbe calare in un contesto di rallentamento dell’economia. Questo, secondo il Fondo, consentirebbe alla Bce un qualche spazio futuro per la riduzione dei tassi d’interesse.