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conti

Alle lavoratrici europee meno soldi e pensioni inferiori

Pensione dell'Inps

Mentre ferve il dibattito sull’età da pensione per le donne (statali), si scopre che in Europa guadagnano in media il 17,4% in meno rispetto agli uomini, e hanno pensioni inferiori. Questi i dati della tavola rotonda “Donne contro i razzismi e le discriminazioni”, organizzata dall’Inca Cgil, in corso a Roma.
E proprio contro le disparità retributive fra uomini e donne, in occasione dell’8 marzo, sul tema “stesso guadagno per un lavoro dello stesso valore” la Commissione europea ha lanciato una campagna in tutta la Ue.
In Europa, sono diminuiti i casi di discriminazione diretta, come le differenze salariali tra uomini e donne che svolgono esattamente lo stesso lavoro, ma resta una disparità retributiva che riflette discriminazioni e disuguaglianze nel mercato del lavoro.
E la disparità salariale, riducendo reddito e pensioni durante la vita attiva delle donne, causa povertà in età avanzata: il 21% delle donne di oltre 65 anni d’età rischia la povertà, contro il 16% degli uomini.
Le donne lavorano a orario ridotto più spesso degli uomini (31,2%, contro 7,7% per gli uomini) e predominano in settori in cui i salari sono inferiori (oltre il 40% delle donne lavora nella sanità, nell’istruzione e nella pubblica amministrazione, valore doppio degli uomini). Le donne rappresentano però il 59% di tutti i nuovi laureati.
L’Italia si caratterizza per l’assenza di forme strutturate di welfare familiare e per una spesa sociale complessivamente più bassa degli altri Stati europei, con scarse risorse destinate al sostegno delle famiglie.

Pensione a 65 anni? L’altolà di Bossi: “Decidano le donne”

Un modulo della pensione

Chi meglio delle donne protagoniste, fa intendere Umberto Bossi, per decidere se sia giusto o meno che vadano in pensione (nel 2018) a 65 anni.
Insomma, l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego, al leader del Carroccio non va giù. “Devono essere le donne a scegliere”. Ha tagliato corto così il ministro per le Riforme commentando la proposta caldeggiata (anzi, quasi imposta) dall’Europa. Sull’emendamento alla legge comunitaria, che potrebbe essere presentato dalla senatrice Cinzia Bonfrisco (Pdl), Bossi dice: “Vedremo”. E poi chiosa con una battuta fra il serio e il faceto: “In Aula ci azzufferemo”. Poi si corregge: “Discuteremo”. Bossi ha parlato delle pensioni nel pubblico impiego a margine dei lavori in Senato sulle quote latte, rimarcando che la Lega in questa materia “è per la libera scelta delle donne”. Ci possono essere donne che vogliono andare in pensione dopo, ha spiegato, ma la scelta deve essere la loro.
A dare man forte al leader della Lega anche la fedelissima Rosi Mauro che aggiunge: “Vada l’Europa in pensione a 65 anni. Non ci piacciono le imposizioni di stampo europeo, che poco conoscono la realtà del nostro Paese”. E Rosi Mauro ribadisce che se verrà presentato all’Aula del Senato un emendamento della maggioranza alla Comunitaria, per innalzare la pensione delle donne nel pubblico impiego, rispondendo al richiamo dell’Europa, “ci sarà da discutere”.
Cerca di smorzare i toni il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, che intervenendo a Radio 24, si è detto “contrarissimo all’equiparazione del trattamento pensionistico di uomini e donne nel settore privato. Le donne vanno quasi sempre in pensione di vecchiaia, non contributiva come gli uomini, e se facessimo l’equiparazione l’effetto paradossale sarebbe che le donne andrebbero in pensione più tardi degli uomini”.

La casta degli strapagati: i supermanager alla resa dei conti

Manager strapagati

di Raffaella Galvani

Un tesoretto di 1,8 milioni di euro all’anno: è quanto si sono messi in tasca, in media, nel 2007 i numeri uno delle prime 100 società italiane quotate in borsa, secondo una recente ricerca della Watson Wyatt. Cifra considerevole, per alcuni eccessiva, visti i risultati aziendali, comunque in costante crescita. Tanto che oggi l’amministratore delegato di una grande azienda multinazionale in Italia incassa 150 volte lo stipendio di un neolaureato, quando solo 10 anni fa il rapporto era di 1 a 23. Di più: una bella fetta di questi superstipendi è pagata con incentivi basati su meccanismi che in un caso su tre non vengono dichiarati. Neppure agli azionisti delle società.

La manna però sta per finire: la “casta” dei megamanager è finita sulla gogna e in tutto il mondo ci si chiede se non sia giunta l’ora di cambiare le regole del gioco. Tutto è partito dagli Stati Uniti, dove la crescita del sistema economico si è basata negli ultimi decenni sul sistema del “pay for performance”. In parole semplici, il manager viene pagato poco con cifre fisse e moltissimo in base ai risultati: e in coerenza con tale impostazione il fisco penalizza gli stipendi fissi oltre il milione di dollari, rendendoli non deducibili per le aziende, e favorisce gli incentivi variabili (dai bonus monetari alle stock option).
Questo meccanismo, soprattutto nel settore bancario, secondo alcuni ha prodotto serie distorsioni nella vita delle imprese: sono stati privilegiati i risultati a breve, meno la solidità patrimoniale, gli investimenti e la crescita nel tempo. Ha però arricchito enormemente i manager: il numero uno di una grande azienda americana guadagna 350-400 volte lo stipendio di un neoassunto, contro le 95 volte della fine degli anni 90. E i dirigenti, per far salire le azioni in borsa e incassare i bonus, si sono lanciati in operazioni sempre più rischiose.

Questo sistema è stato messo a nudo dalla crisi finanziaria iniziata con il crac della Lehman Brothers. Basti pensare che la banca d’affari che ha bruciato i risparmi di migliaia di investitori e distrutto migliaia di posti di lavoro riconosceva al suo amministratore delegato Richard Fuld un compenso annuo di 90 milioni di dollari e per liberarsene gli ha pagato altri 24 milioni (sistema del “paracadute d’oro”. Superliquidazione che nel caso di Stanley O’Neal, ceo della Merrill Lynch, banca d’affari salvata con i soldi dei contribuenti americani, è stata di ben 161 milioni.

E in Europa? Qui non si sono visti gli eccessi americani, ma non si è sfuggiti al contagio, tanto che il commissario per il Mercato interno Charlie McCreevy ha annunciato che la Ue intende affrontare il problema degli stipendi d’oro dei manager in relazione agli “incentivi perversi”. Sottolineando che anche prima della crisi i loro stipendi “non erano in linea con gli interessi a lungo termine degli azionisti e con quelli prudenziali”. Le cifre parlano chiaro: solo alla Royal bank of Scotland, nazionalizzata dal governo britannico per evitare il fallimento, nel 2008, a fronte di perdite per 35,2 miliardi di euro, sono stati pagati bonus per 1,32 miliardi.

Una situazione che non poteva non suscitare la reazione dei politici, chiamati ad affrontare un’indignazione crescente dell’opinione pubblica e, in ogni caso, a iniettare soldi dei contribuenti per rattoppare i buchi lasciati da manager non all’altezza dei loro stipendi. Così in America il presidente Barack Obama ha definito “una vergogna” i compensi stellari e i bonus degli alti dirigenti delle società di Wall Street e ha imposto un tetto di 500 mila dollari ai manager delle banche salvate dal governo. In Germania il cancelliere Angela Merkel valuta l’ipotesi di un limite di 500 mila euro ai compensi e il blocco di bonus e stock option nelle banche in fallimento. In Gran Bretagna il governo punta a eliminare i bonus di fine anno, permettendo solo modesti pagamenti per tutti gli impiegati con una retribuzione annua di circa 20 mila sterline. In Francia Nicolas Sarkozy chiede ufficialmente ai banchieri soccorsi dallo stato di rinunciare ai bonus, mentre alcune società hanno adottato un codice di condotta che impedisce il pagamento di paracadute d’oro ai dirigenti che lasciano aziende in crisi.
In Italia i confronti tra i compensi medi dei top manager delle prime 100 aziende quotate in borsa mostrano che non si sono verificati gli eccessi di altri paesi, soprattutto anglosassoni. Anche se non sono mancati casi clamorosi: dai 9,4 milioni presi da Alessandro Profumo dell’Unicredit ai 6,1 di Carlo Puri Negri (Pirelli e Pirelli Re), dai 5,7 milioni di Giampiero Auletta Armenise (Ubi banca) ai 5,6 di Antoine Bernheim (Generali).
Però la crisi, con le aziende che minacciano di lasciare a casa o mettere in cassa integrazione centinaia o migliaia di dipendenti, sta rendendo urgente la questione anche qui. Il governo, per bocca del ministro del Tesoro Giulio Tremonti, ha già sottolineato che gli istituti di credito che emetteranno i Tremonti-bond (obbligazioni create per iniettare liquidità al sistema del credito) dovranno impegnarsi a “moderare” le retribuzioni.

Ma, sia pure con grande riserbo, a muoversi sono le stesse aziende. Lo indica una ricerca riservata che Sandro Catani e Martina Graziotti della WatsonWyatt hanno svolto (attraverso questionari inviati via internet nel novembre 2008) su un campione di 31 grandi imprese, come Benetton, Enel, Eni, Ferrero, Fiat, Generali, Mediaset, Mediobanca, Unicredit. Risultato? Il 60 per cento prevede di cambiare la politica di compensi dei numeri uno. E i primi effetti si vedranno già in occasione delle prossime assemblee. Se Alessandro Profumo quest’anno non incasserà alcun bonus, contro i quasi 5 milioni dello scorso anno, con la prossima tornata dei conti 2008 i casi Profumo saranno parecchi.
“Le aziende saranno molto più severe che in passato, sia perché i risultati sono stati inferiori agli obiettivi richiesti per accedere ai premi, sia perché l’opinione pubblica, gli investitori e il sistema politico non accetterebbero discrezionalità nell’erogare bonus a gruppi di management che hanno fallito” dice Catani.

Come si pensa di cambiare il sistema? Il 76 per cento delle società interpellate non utilizzerà le stock option (diritti di opzione su azioni) nei nuovi piani di remunerazione dei top manager e il 73 per cento non distribuirà neppure pacchetti di vere azioni assegnate al raggiungimento di obiettivi (performance share), mentre ben il 69 per cento punterà su piani monetari. Insomma, quattrini al posto di titoli. Con la scomparsa, o il ridimensionamento, dei casi alla Sergio Marchionne, che nel 2004 si è visto assegnare dalla Fiat un ricco pacchetto di opzioni (circa 10,6 milioni a 6,5 euro per azione), la cui esercitabilità dovrebbe venire prolungata al 2016 dall’assemblea di marzo.
E la scelta di bonus pagati cash? In un momento in cui il Paese richiede trasparenza sugli stipendi dei top manager, oltre che moderazione, questa mossa consente agli amministratori e al management di mantenere segrete le cifre e le regole, visto che solo tutto ciò che ha a che fare con le azioni deve, secondo la normativa Consob, essere sottoposto all’assemblea degli azionisti. I piani monetari no. Il secondo punto controverso è che remunerare cash i manager, invece che con azioni, significa allentare ancor più il loro interesse di lungo termine alle sorti dell’azienda, in particolare in un momento in cui gli azionisti e i dipendenti soffrono.

Ma c’è pure una novità positiva. “Si sta pensando di corrispondere subito solo una parte del bonus annuale in contanti, mentre una metà o più sarebbe congelata in attesa di conferme dell’andamento dell’impresa” spiega Catani. Un fatto rilevante, se si considera che in alcuni settori, come il farmaceutico, il bancario o l’assicurativo, e in genere là dove si parla di ricerca o di rischi, i veri conti vanno fatti su più esercizi.
Ci sono invece punti decisivi sui quali le aziende non sembrano voler cambiare rotta: i parametri in base ai quali vengono riconosciuti i tanto discussi premi. Il 55 per cento del campione infatti dice che non interverrà sulle “metriche di performance” utilizzate per il bonus annuale e l’80 per cento in quelle dei piani di lungo termine.

confronto Italia-Mondo

E quali sono queste metriche? Un approfondimento curato dalla Watson Wyatt sulle politiche adottate fra il 2004 e il 2007 dalle prime 100 aziende quotate in Italia rivela particolari sconcertanti. Il 32 per cento delle società non indica in base a quale parametro corrisponda gli incentivi di lungo termine. E in generale prevalgono gli indicatori di tipo finanziario, con forte propensione per l’utile a breve (32 per cento). “Mancano parametri importanti come la soddisfazione di clienti e creditori, la sostenibilità, e sono presenti in misura modesta quelli legati all’interesse dei soci” riferiscono dalla Watson Wyatt.
Nessuna intenzione, nel l’80 per cento dei casi, di rendere più severe le condizioni di performance per l’incentivazione di lungo periodo. Solo un’azienda su cinque alzerà l’asticella che i numeri uno dovranno superare o cambierà i valori di premio correlati, anche se il 56 per cento pensa di allargare il numero dei destinatari. Come? Puntando sul livello gerarchico nel 14 per cento dei casi, ma, soprattutto, per coprire i ruoli chiave (64 per cento) e le persone con competenze strategiche (21).

Insomma, c’è la speranza che frenando, sia pure in maniera non drastica, la corsa dei compensi degli amministratori delegati e allargando un poco la platea dei destinatari di premi la famosa forbice si riduca? Gli esperti cominciano a crederci, contando sulle pressioni degli esclusi dalla festa, dai dipendenti agli azionisti. “Si inizia a parlare di say on pay, il principio secondo cui gli investitori hanno il diritto di esprimere le loro opinioni sulla remunerazione dei top executive” dice Catani. In Svizzera, sulla spinta dell’Ethos fund, una fondazione sul governo delle imprese, il Credit Suisse, l’Ubs e la Nestlé hanno consentito agli azionisti un voto (non vincolante) all’assemblea annuale sul sistema di pagamento dei manager.
In Italia “un’azione che si sta sviluppando, sia pure lentamente rispetto ai tempi della crisi, è rendere più forti e davvero autonomi i comitati per la remunerazione manageriale” conclude Catani. Ma è più facile a dirsi che a farsi.

Pensioni, l’impegno del governo con l’Ue: salirà l’età per le statali

Renato Brunetta

Graduale e flessibile, ma inevitabile: la riforma per allineare il requisito per la pensione di vecchiaia di uomini e donne del pubblico impiego. Cioè, scrive il Sole24Ore, il governo assicura all’Ue, in una comunicazione inviata ieri a Bruxelles dal ministro per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, che sarà elevata l’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego.
La nota prende atto della sentenza dell’Alta corte di giustizia del Lussemburgo che il 13 novembre scorso aveva individuato nella differenza d’età minima (60 anni per le donne e 65 per gli uomini) una violazione dell’articolo 14 del Trattato.
Le nuove norme per allineare i trattamenti, sottolinea il Sole24Ore, saranno presentate nelle prossime settimane in consiglio dei ministri dal titolare della Funzione Pubblica Renato Brunetta dopo una verifica su costi e compatibilità. L’ipotesi più accreditata è che le modifiche verranno inserite nel disegno di legge comunitario 2009.
Delle mosse del governo per adeguare l’età pensionabile delle donne del pubblico impiego a quanto richiesto dalla Corte di giustizia europea, ha parlato lo stesso Brunetta, ai microfoni di Radio24, sottolineando come “la materia è di competenza del Consiglio dei ministri che ha aperto un’istruttoria per cercare nel più breve tempo possibile una soluzione progressiva e flessibile al problema”, ha spiegato Brunetta, precisando che “bisognerà tener conto del ciclo di vita delle donne, rispettando la parte di vita lavorativamente attiva e quella familiare”. “Cercheremo di cambiare le regole in maniera equa, equilibrata e corretta, superando le discriminazioni che ci sono state nel passato nei confronti delle donne”, ha concluso Brunetta.
Per i sindacati, qualsiasi adeguamento dell’età di pensionamento di vecchiaia tra uomini e donne impiegati nella pubblica amministrazione deve essere negoziato e avvenire su base volontaria. “Le armonizzazioni sono certamente all’orizzonte” afferma il segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini “ma ci sono margini per trattare e discutere. C’è ancora spazio per un confronto tra le parti perché la cosa deve essere affrontata senza fretta e senza trovarsi davanti a fatti compiuti”.
Secondo il segretario confederale della Uil Domenico Proietti, “ogni intervento sull’età pensionabile delle donne deve essere fatto esclusivamente su base volontaria, nel rispetto dello spirito della legge Dini. Già la legge 903 del 1977 garantisce la possibilità per le donne di continuare a lavorare fino ai 65 anni e, in alcuni casi, anche fino ai 67″. Per Proietti “l’attuale situazione non rappresenta quindi una discriminazione ma un’opportunita’ offerta alle donne in ragione di particolari condizioni sociali e lavorative tipiche del nostro Paese. Riteniamo pertanto che sia sbagliato parlare di modifiche in un momento in cui il sistema previdenziale ha invece bisogno di certezze e stabilità”.
Per modificare l’attuale regime, comunque, il Ministro della Funzione Pubblica ha già costituito una commissione tecnica. Le norme di adeguamento potrebbero essere presentate agli altri ministri competenti nelle prossime settimane per cercare di inserirle nel testo del ddl comunitario 2009.
Una prevede un adeguamento scaglionato, con l’aumento di un anno ogni due del requisito per l’accesso alla vecchiaia delle donne. La seconda punta a un primo aumento da 60 a 62 anni per la vecchiaia da accompagnare con una fascia flessibile di pensionamento di anzianità tra i 62 e i 67 anni uguale per tutti i dipendenti pubblici.

{democracy:14}

Discutine sul FORUM: “A proposito delle donne in pensione a 65 anni… E gli onorevoli?”

Bce, rallenta la crescita nell’Eurozona

Il palazzo della Bce

Nuovi segnali negativi sulla crisi economica nell’area euro dai dati della Banca centrale europea. Calano a giugno l’offerta di moneta e la richiesta di prestiti per il settore privato: quest’ultimo dato, in particolare, ha subito un ridimensionamento dello 0,7% in un mese.
Quanto al contenimento dell’inflazione, Klaus Liebscher, membro del consiglio direttivo dell’Eurotower e governatore della banca centrale austriaca, dichiara: “Non abbiamo esaurito il nostro spazio di manovra”, aprendo dunque a nuovi interventi sui tassi di interesse.
Nel mese di giugno, il tasso di crescita M3, è sceso a +9,5% (consensus +10,4%) su base destagionalizzata, a maggio era a +10, ad aprile a +10,3%.
Stessa musica per i prestiti al settore privato: a giugno il tasso di crescita scende a +9,8%, a maggio era +10,5%, ad aprile +10,7%.
In particolare, risulta interessante la dinamica dei presti al settore privato, un parametro che l’Eurotower monitora con attenzione perchè registra pienamente gli effetti delle decisioni della politica di liquidità e monetaria della Banca centrale. il dato ha subito un ridimensionamento dello 0, 7% in un mese.
Meno rilevante la frenata di m3, in quanto si tratta di un parametro che la Bce guarda con meno attenzione, poichè influenzato da canali esterni di creazione di base monetaria, come il “carry trade” e il crescente ruolo dell’euro come moneta di riserva internazionale.
La Bce ha ancora spazio per agire sui tassi d’interesse, ed è ancora lontana dall’arrendersi alla crescita dell’inflazione: “Non abbiamo ancora esaurito il nostro margine di manovra”, ha affermato Liebscher in un’intervista. Dopo l’aumento del 3 giugno, i tassi sono ad un “buon livello per il momento. Non sappiamo cosa succederà nei prossimi mesi”, dice il governatore austriaco. Liebscher ha dichiarato che è meglio agire per prevenire incontrollati aumenti dell’inflazione, quando è necessario, piuttosto che tentare di curarla dopo. “Siamo pronti ad adottare le misure necessarie per raggiungere l’obiettivo”, ha detto il membro del consiglio direttivo: “la crescita dell’area euro potrebbe scendere ancora di uno o due decimi di punto, ma il recupero dovrebbe avvenire già negli ultimi mesi dell’anno”. Liebscher ha aggiunto che “le aspettative di inflazione si sono stabilizzate, e nei prossimi mesi potrebbe rientrare nel limite del 2% fissato dalla Bce”.

Pressing della Bce per i conti: “Avanti con il risanamento”

Jean-Claude Trichet, presidente della Bce | Ansa

La crescita economica in Europa rischia altre virate verso il basso per colpa delle tempeste dei mercati finanziari e di ulteriori rincari di energia e alimentari e resta alto il pericolo inflazione. A lanciare l’allarme è la Bce, che mette in guardia dal rischio di innescare una spirale salari-prezzi con aumenti degli stipendi ed esorta i Paesi con squilibri di bilancio a impegnarsi sempre di più sul risanamento dei conti.
Dal bollettino della Bce arrivano dunque ancora una volta segnali inquietanti sulle prospettive economiche di Eurolandia, stretta fra redditi inchiodati, crescita pressochè inesistente e un’inflazione letteralmente alle stelle. Se l’economia nel 2008 vedrà aumentare il Pil complessivo dell’area euro, si tratterà di una crescita “in misura minore rispetto al 2007″ e “a ritmi moderati”. L’Eurotower sottolinea che “resta elevata ‘incertezza riguardo a tali prospettive di crescita, per le quali prevalgono inoltre rischi al ribasso”, collegati principalmente “alle turbolenze dei mercati finanziari” e a “ulteriori rincari imprevisti dei prodotti energetici e alimentari”.
Una situazione densa di incognite, quella che stiamo vivendo a livello globale, tra crescita in frenata in Europa e rischio recessione sempre più concreto negli Usa, che porta nuove ombre anche sui conti pubblici di molti Paesi.
Ed ecco infatti, puntuale, l’avvertimento lanciato da Francoforte ai governi: “E’ probabile che si generino ulteriori pressioni sui conti pubblici” nell’area euro nel 2008 e “i Paesi che presentano squilibri di bilancio sono sollecitati a compiere ulteriori progressi sulla via del risanamento strutturale”. La Bce sottolinea dunque come “nella fase attuale politiche di bilancio particolarmente prudenti e orientate alla stabilità contribuirebbero anche a contenere le politiche inflazionistiche”.
E proprio l’inflazione resta la preoccupazione numero uno per l’Eurotower. I fattori che potrebbero innescare rischi di ulteriori rialzi nel trend dei prezzi sono il petrolio e i prodotti alimentari, ma anche la gestione dei salari. “Le informazioni più recenti” si legge sul bollettino “confermano l’esistenza di forti pressioni al rialzo sull’inflazione nel breve periodo” e anche le prospettive nel medio “restano chiaramente soggette a rischi al rialzo”. Questi pericoli, sottolineano all’Eurotower, nascono dalla “possibilità di ulteriori rincari dei prodotti energetici e alimentari, nonchèd i incrementi dei prezzi amministrati e delle imposte indirette in aggiunta a quelli previsti finora”. Ma soprattutto la Bce sottolinea che “esiste il rischio che il processo di formazione di salari e prezzi acuisca le pressioni inflazionistiche”.
In particolare, potrebbe essere superiore alle attese il potere di formazione dei prezzi delle imprese nelle fasce di mercato a bassa concorrenza, mentre “si potrebbe generare una crescita salariale più vigorosa del previsto”. Ed ecco dunque ancora la raccomandazione: evitare di legare i salari all’inflazione perchè ciò comporta “il rischio che choc al rialzo sull’inflazione inneschino una spirale salari-prezzi con ricadute negative sull’occupazione e sulla competitività dei Paesi coinvolti”.

Il VIDEO servizio:

Il ministro che non conosce le forbici sui conti pubblici

Il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa
I tagli alla spesa pubblica? E chi li ha visti? Tabelle alla mano, quelli in Finanziaria sono così modesti da apparire quasi del tutto insignificanti. Taglietti, insomma, come risulta chiaro da un documento interno e riservato sui grandi aggregati della manovra di bilancio 2008 preparato dalla Ragioneria generale dello Stato che Panorama ha potuto consultare. Le minori spese correnti, cioè le riduzioni delle uscite per il funzionamento della macchina statale, ammontano a nemmeno 1,5 miliardi, 1,45 miliardi per l’esattezza: una scalfittura al dito mignolo del moloch della finanza pubblica.

Alla luce di questa cifra fino a oggi tenuta ufficialmente nascosta, acquistano un significato più preciso le polemiche se non proprio le accuse esplicite circolate in questi ultimi tempi nei confronti del governo di Romano Prodi e del ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. Contro la mano leggera usata dalla maggioranza sul lato dei tagli alla spesa si sono pronunciati, fra gli altri, il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi (”Il contenimento della spesa corrente è il problema centrale: i progressi nella riduzione degli squilibri sono modesti“), il presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, il commissario europeo agli Affari monetari, Joaquin Almunia, e il Fondo monetario internazionale.

Ed è difficile dar loro torto, considerando che il debito pubblico italiano resta il più alto d’Europa (1.620,3 miliardi, pari al 105 per cento del pil, il prodotto interno lordo) e che un percorso di rientro e di risanamento non può risultare credibile, soprattutto a livello internazionale, se condotto a colpetti di 1 miliardo e mezzo all’anno su un totale di spese correnti di 715 miliardi. Di questo passo c’è da dubitare seriamente che risultino efficaci i programmi pluriennali di riduzione del debito, che il governo vorrebbe veder scendere sotto la soglia del 100 per cento del pil nel 2010, con una progressione dovuta soprattutto dall’incremento di gettito fiscale e comunque assai lenta, se confrontata con i percorsi di risanamento di altri paesi europei.

Se guardata nel dettaglio, la riduzione di alcune spese appare, oltretutto, più di facciata che di sostanza. È il caso, per esempio, della “riduzione lineare dei consumi intermedi” (500 milioni), voce che tradotta dal burocratese significa che alcune uscite, invece di ricadere direttamente sul bilancio dello Stato, vengono momentaneamente parcheggiate su altri centri contabili, tipo la Consip, società interamente partecipata dal ministero dell’Economia, adibita allo sviluppo dei sistemi informatici e ai programmi di acquisto di beni e servizi per la pubblica amministrazione. Il governo, poi, intende ottimisticamente recuperare 150 milioni razionalizzando le spese di manutenzione ordinaria degli edifici e altri 25 introducendo la posta elettronica negli uffici pubblici.

Il taglietto politicamente più significativo, però, è quello per il pubblico impiego. Prima dell’approvazione della manovra, il responsabile della Funzione pubblica, Luigi Nicolais, assicurò che i risparmi sul versante degli impiegati statali sarebbero stati di almeno 500 milioni, assumendo un nuovo dipendente solo in presenza dell’uscita di tre che fossero andati in pensione. Una buona intenzione rimasta tale, però: la riduzione di spesa decisa per le amministrazioni pubbliche è di appena 211 milioni, mentre lo stanziamento per il contratto degli statali 2006-2007 è più che quintuplo: 1 miliardo.

Il VIDEO servizio:


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Giampiero Cantoni
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