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Corte-europea

La Corte europea condanna l’Italia sull’età pensionabile

Un gruppo di pensionati

Pertanto la legge 421/1992, che definisce il regime pensionistico dei dipendenti pubblici, andrebbe riformata, dal momento che ha istituito “un regime professionale discriminatorio”. Il decreto legislativo del 1992 ha stabilito che i dipendenti pubblici hanno diritto alla pensione di vecchiaia Inpdap alla stessa età prevista dal sistema gestito dall’Inps: 60 anni per le donne e 65 per gli uomini. L’Italia ha contestato l’inadempimento addebitato facendo valere il carattere legale del regime pensionistico gestito dall’Inpdap. I limiti di età, secondo Roma, sono uniformemente stabiliti, sia per lavoratori iscritti all’Inps che per quelli iscritti all’Inpdap. Pertanto, la normativa contestata manterrebbe, proprio in quanto conforme a quella applicabile alle categorie di lavoratori iscritti all’Inps, una valenza generale, tale da far considerare il regime pensionistico gestito dall’Inpdap come avente natura legale. Ma la Corte sottolinea che la fissazione, ai fini del pensionamento, di una condizione d’età diversa a seconda del sesso “non compensa gli svantaggi ai quali sono esposte le carriere dei dipendenti pubblici donne e non le aiuta nella loro vita professionale né pone rimedio ai problemi che esse possono incontrare durante la loro carriera professionale”.

Per rientrare nel campo della direttiva, i tre criteri da rispettare sono che la misura “interessi soltanto una categoria particolare di lavoratori, che sia direttamente funzione degli anni di servizio prestati e che il suo importo sia calcolato in base all’ultimo stipendio del dipendente pubblico”. Per la Corte “ciascuno Stato membro assicura l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore”. Inoltre “i dipendenti pubblici che beneficiano del regime pensionistico gestito dall’Inpdap costituiscono una categoria particolare di lavoratori ed il fatto che esso si applichi anche ad altre categorie di lavoratori non può privare i dipendenti pubblici della tutela conferita”.

“E’ sempre antipatico passare per profeta di sventura, ma la condanna della Corte di giustizia europea non mi coglie certo di sorpresa”. Lo ha dichiarato Emma Bonino, vice presidente del Senato, che aggiunge che “come ministro per le Politiche europee del governo Prodi mi sono letteralmente sgolata a questo proposito, anticipando una condanna che era scritta nel marmo”. Quello che deve preoccupare, secondo la Bonino, “non è solo il fatto di essere messi all’indice dall’Europa su di una questione che non dovrebbe neppure essere di attualità in uno Stato moderno, ma che in Italia esista una legge che stabilisce che una donna debba avere meno anni di contributi di un uomo, comportando così una discriminazione retributiva a tutti gli effetti”. In una nota congiunta, Giuliano Cazzola, vicepresidente della commissione Lavoro della Camera e Benedetto Della Vedova, entrambi deputati del Pdl, parlano di “una sentenza civile ed equa che rende giustizia alle donne. La specificità delle donne deve essere tutelata durante tutto l’arco della vita lavorativa e soprattutto durante la maternità, mentre non ha più alcun senso uno sconto alla fine della vita lavorativa, soprattutto quando le loro attese di vita sono più lunghe di quelle degli uomini”.

Superenalotto, la gallina d’oro in mani straniere?

Il sito della Sisal
Chi gestirà il Superenalotto? Finora il popolare gioco è stato appannaggio della Sisal a cui i Monopoli di Stato guidati da Giorgio Tino avevano affidato la concessione senza che fosse bandita una gara.
Questa decisione è stata ritenuta illegittima dal Consiglio di Stato che con una sentenza del 5 dicembre dell’anno passato ha imposto agli stessi Monopoli di bandire una gara europea per l’affidamento del gioco entro 90 giorni, quindi entro la fine di questo mese.
I candidati alla gestione del Superenalotto sono tanti perché il concorso è tra i più affermati in Italia e rappresenta un business di primo livello per tutte le società italiane e straniere che già operano nel settore dei giochi o che intendono entrarci.
Particolarmente attiva in questo momento è Stanley international betting, multinazionale inglese molto interessata al mercato italiano (il più ricco d’Europa). Stanley opera già in Italia con oltre 200 punti di raccolta scommesse fino a poco tempo fa considerati illegali dallo Stato italiano.
Una recente sentenza della Corte europea, la cosiddetta sentenza Placanica del 6 marzo, però, ha sostanzialmente dato torto allo Stato italiano e consentito a Stanley di continuare la raccolta nonostante poi le tasse vengano pagate dalla stessa Stanley in Gran Bretagna.
Galvanizzata da questa vittoria legale la società di Liverpool si sta proponendo anche per il Superenalotto e in questi giorni ha preso contatti per lettera con i titolari di 37 mila ricevitorie italiane. Hanno già risposto in 7 mila che si sono detti disposti a prendere in considerazione l’eventualità di diventare rappresentanti Stanley.
Nel 2006 le puntate complessive al Superenalotto sono state pari a 2 miliardi di euro; il gettito per lo Stato è stato di 1 miliardo e 13 milioni.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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