Un gruppo di pensionati
Andare in pensione per i dipendenti pubblici uomini a 65 anni e le donne a 60 sembrava una delle certezze del sistema pensionistico italiano. Oggi, invece, con una decisione destinata a far discutere, la Corte di giustizia europea ha stabilito che fissare un’età pensionabile diversa per i dipendenti pubblici a seconda che siano uomini o donne è contrario al diritto comunitario. Pronunciandosi sulla base di un ricorso della Commissione europea, i giudici di Lussemburgo spiegano che “mantenendo in vigore una normativa in forza della quale i dipendenti pubblici hanno diritto a percepire la pensione di vecchiaia a età diverse a seconda che siano uomini o donne, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi di cui all’articolo 141 del Trattato”. Ovvero il principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.
Pertanto la legge 421/1992, che definisce il regime pensionistico dei dipendenti pubblici, andrebbe riformata, dal momento che ha istituito “un regime professionale discriminatorio”. Il decreto legislativo del 1992 ha stabilito che i dipendenti pubblici hanno diritto alla pensione di vecchiaia Inpdap alla stessa età prevista dal sistema gestito dall’Inps: 60 anni per le donne e 65 per gli uomini. L’Italia ha contestato l’inadempimento addebitato facendo valere il carattere legale del regime pensionistico gestito dall’Inpdap. I limiti di età, secondo Roma, sono uniformemente stabiliti, sia per lavoratori iscritti all’Inps che per quelli iscritti all’Inpdap. Pertanto, la normativa contestata manterrebbe, proprio in quanto conforme a quella applicabile alle categorie di lavoratori iscritti all’Inps, una valenza generale, tale da far considerare il regime pensionistico gestito dall’Inpdap come avente natura legale. Ma la Corte sottolinea che la fissazione, ai fini del pensionamento, di una condizione d’età diversa a seconda del sesso “non compensa gli svantaggi ai quali sono esposte le carriere dei dipendenti pubblici donne e non le aiuta nella loro vita professionale né pone rimedio ai problemi che esse possono incontrare durante la loro carriera professionale”.
Per rientrare nel campo della direttiva, i tre criteri da rispettare sono che la misura “interessi soltanto una categoria particolare di lavoratori, che sia direttamente funzione degli anni di servizio prestati e che il suo importo sia calcolato in base all’ultimo stipendio del dipendente pubblico”. Per la Corte “ciascuno Stato membro assicura l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore”. Inoltre “i dipendenti pubblici che beneficiano del regime pensionistico gestito dall’Inpdap costituiscono una categoria particolare di lavoratori ed il fatto che esso si applichi anche ad altre categorie di lavoratori non può privare i dipendenti pubblici della tutela conferita”.
“E’ sempre antipatico passare per profeta di sventura, ma la condanna della Corte di giustizia europea non mi coglie certo di sorpresa”. Lo ha dichiarato Emma Bonino, vice presidente del Senato, che aggiunge che “come ministro per le Politiche europee del governo Prodi mi sono letteralmente sgolata a questo proposito, anticipando una condanna che era scritta nel marmo”. Quello che deve preoccupare, secondo la Bonino, “non è solo il fatto di essere messi all’indice dall’Europa su di una questione che non dovrebbe neppure essere di attualità in uno Stato moderno, ma che in Italia esista una legge che stabilisce che una donna debba avere meno anni di contributi di un uomo, comportando così una discriminazione retributiva a tutti gli effetti”. In una nota congiunta, Giuliano Cazzola, vicepresidente della commissione Lavoro della Camera e Benedetto Della Vedova, entrambi deputati del Pdl, parlano di “una sentenza civile ed equa che rende giustizia alle donne. La specificità delle donne deve essere tutelata durante tutto l’arco della vita lavorativa e soprattutto durante la maternità, mentre non ha più alcun senso uno sconto alla fine della vita lavorativa, soprattutto quando le loro attese di vita sono più lunghe di quelle degli uomini”.
- Giovedì 13 Novembre 2008

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