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Agenti della Guardia di Finanza - Ansa
Grande risalto è stato giustamente dato dai giornali ai dati diffusi dal Dipartimento delle Finanze secondo cui un italiano su tre (il 27% a essere precisi) non paga un euro di Irpef. Continua
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Venezia è la città più cara per il mercato immobiliare - Ansa
Venezia resta la città più cara d’Italia per gli immobili a uso abitativo: la media per il centro della Serenissima è di 9750 euro al metro quadro. Il prezzo da pagare per vivere nella magia di una città unica al mondo. E’ uno dei dati contenuti nel rapporto sul borsino immobiliare del 2009 diffuso da Confedilizia. Continua

Neve a Milano in Piazza Castello. Ansa
Treni con ritardi biblici, aerei che non partono, autostrade a passo d’uomo. Le abbondanti nevicate che hanno colpito il Nord Italia nell’ultima settimana hanno creato un bel paesaggio natalizio. Ma non hanno fatto un bel regalo all’economia delle regioni settentrionali, in particolare al commercio. Continua
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Prendete una famiglia con due bimbi, uno al nido, e l’altro alla materna o alle elementari. E chiedetevi: quanto spende per mandare i figli a scuola, refezione compresa? Risposta: 332 euro al mese (3.320 annui) tenendo presente una presenza di 20 giorni al mese per 10 mesi l’anno. Cioè: il 10,7%, mediamente, del budget familiare netto.
I conti li ha fatti uno studio della Uil che ha preso in esame 104 città capoluogo e una famiglia-tipo composta da due lavoratori dipendenti con due figli a carico, uno minore di tre anni che va all’asilo nido e l’altro che frequenta materna o elementare e pranza a scuola; il reddito familiare netto è di 30.900 euro netti l’anno e la dichiarazione Isee (indicatore della situazione economica equivalente), considerando una casa di proprietà, corrisponde a 17.812 euro annui.
In particolare, per la frequenza dei nidi comunali, si spendono in media, ogni mese, 262,66 euro, che equivalgono all’8,5% del budget familiare, con un incremento medio dell’1,5% rispetto all’anno scolastico precedente. Per la mensa, invece, la spesa media mensile è di 70 euro equivalenti al 2,3% del reddito familiare.
La retta per l’asilo nido è riferita sia alla frequenza a tempo pieno, circa 9 ore, che al tempo “normale”, tipico delle città del Sud, in cui il servizio viene erogato con orari ridotti, al massimo fino alle ore 15.00.
Ovviamente, i costi variano sensibilmente tra città e città. Infatti, in una sorta di virtuale classifica, al primo posto troviamo Belluno con 565,40 euro mensili (486,40 euro per gli asili nido e 79 euro per la refezione scolastica) che corrispondono al 18,3% del budget familiare; segue Cuneo con 525,30 euro mensili (445,30 e 80) che corrispondono al 17% del budget; Mantova con 510,28 euro mensili (416,08 e 94,20 euro) pari al 16,5% del bilancio; Bergamo con 505,96 euro mensili (400,36 e 105,60 euro), 16,4% del budget; Pavia con 496,00 euro mensili (396,00 e 100,00 euro) e il 16,1% del budget familiare.
Più “fortunate” le famiglie di Vibo Valentia, dove i genitori per mandare i propri figli a scuola spendono 123,00 euro mensili (93,00 euro per gli asili nido e 30,00 euro per la refezione scolastica) che corrispondono al 4% del budget familiare; segue Ragusa con 140,10 euro mensili (112,10 e 28 euro), 4,5% del budget; Reggio Calabria con 147,94 euro mensili (107,94 e 40 euro), 4% del budget; Catanzaro con 148,46 euro mensili (108,46 e 40 euro), 4,8% del budget familiare; Trapani con 149,85 euro mensili (111,45 e 38,40 euro) che corrispondono al 4,8% del budget familiare. Costi che, naturalmente, possono lievitare se si dovesse usufruire dell’ulteriore servizio di scuolabus.
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In cinque anni, cioè dall’adozione della moneta unica alla fine del 2007, le famiglie italiane si sono indebitate in modo crescente, tanto da raddoppiare quasi la loro esposizione nei confronti degli istituti di credito. Tra mutui per comprare casa, finanziamenti per ristrutturarla, prestiti per investire, ma anche per credito al consumo e per affrontare il peggioramento della situazione economica di molte famiglie, soprattutto del Sud, l’indebitamento degli italiani è salito, tra il 2002 e il 2007, del 93,28%.
Secondo uno studio della Cgia di Mestre l’indebitamento medio delle famiglie italiane ha toccato nel dicembre del 2007 i 15.765 euro, con la provincia di Roma in testa, con una media di 21.949,94 euro. Seguono le famiglie milanesi (21.321,68 euro), quelle della provincia di Lodi (20.593,26 euro), quelle di Reggio Emilia (20.138,44 euro) e le riminesi (con 20.060,99 euro). In cinque anni, il record della crescita del debito è invece di Napoli, con un aumento del 116,36%, che non si discosta molto da quello di Reggio Emilia e Piacenza (116,1%). In ogni caso sono moltissime le province che hanno in sostanza raddoppiato il loro indebitamento: in 20 hanno avuto una crescita superiore alla media e le poche province che si situano in coda alla classifica vedono comunque una crescita del 50% circa, con un minimo al 42,45%.
“Le città più indebitate” rileva Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre “sono quelle che registrano anche i livelli di reddito più elevati. Non è da escludere che tra questi ‘indebitatì vi siano anche delle famiglie appartenenti alle fasce sociali più deboli. Tuttavia, appare evidente che la forte esposizione in queste realtà, soprattutto a fronte di significativi investimenti nel settore immobiliare, ci deve preoccupare relativamente. Altra cosa è quando analizziamo la variazione di crescita registrata negli ultimi anni. Nei primi posti abbiamo molte città del Sud. Ciò sta a significare che questo aumento è probabilmente legato al perdurare della crisi economica che ha indotto molte famiglie a ricorrere a prestiti bancari per affrontare questa difficile situazione”.
Secondo l’analisi della Cgia in coda alla classifica dell’ammontare del debito da onorare nei confronti degli istituti di credito o degli istituti finanziari a fine 2007 sono le famiglie del Sud. Quelle residenti nella provincia di Isernia sono indebitate per 7.119,83 euro, a Reggio Calabria per 7.099,05 euro, a Benevento per 6.951,66 euro e, infine, a Vibo Valentia per 6.769,92 euro.
Ecco di seguito una tabella con l’ammontare medio dell’indebitamento 2007 delle prime dieci province e quella con le prime dieci variazioni percentuali tra il 2002 e il 2007.
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Aumento dei prezzi alla produzione, inflazione che galoppa, costi di trasporto che volano, a causa dei record fatti segnare dalla benzina. Tanto basta perché cresca il consumo di prodotti locali e di stagione che due italiani su tre dichiarano di acquistare con regolarità.
E dal Veneto alla Calabria le amministrazioni regionali si attivano con l’approvazione di leggi a favore dei cibi a “chilometri zero”, promosse con la raccolta di firme dalla Coldiretti, che sanciscono la preferenza per i prodotti locali in mense, ristoranti e grande distribuzione per combattere i rincari dovuti all’aumento del costo dei trasporti e l’impatto sul clima provocato con l’emissione di gas serra dei mezzi di trasporto. In Italia, dove l’86 per cento delle merci viaggia su strada, secondo lo studio Coldiretti-Swg “L’opinione degli italiani sull’alimentazione”, con il risparmio i cittadini riscoprono il legame con il proprio territorio e si rifugiano negli alimenti prodotti nella zona in cui vivono, tanto che due su tre li consumano con regolarità.
“Mangiare prodotti locali a ‘chilometri zero’ significa infatti anche risparmiare e combattere l’inflazione con cibi locali e di stagione che non subiscono troppe intermediazioni e non devono percorrere lunghe distanze prima di giungere sulle tavole”, dice una nota della Coldiretti. Un pasto medio percorre più di 1.900 km per camion, nave e/o aeroplano prima di arrivare sulla tavola: privilegiando l’acquisto di prodotti locali e di stagione, oltre a risparmiare, si salva l’ambiente dall’inquinamento dovuto all’emissione di gas serra responsabile dei cambiamenti climatici. Secondo una analisi della Coldiretti, il vino dall’Australia per giungere sulle tavole italiane percorre oltre 16mila chilometri con un consumo di 9,4 chili di petrolio e l’emissione di 29,3 chili di anidride carbonica, mentre le prugne dal Cile devono volare per dodicimila chilometri con un consumo di 7,1 kg di petrolio, e la carne argentina viaggia per undicimila bruciando 6,7 chili di petrolio ed emettendo 20,8 chili di anidride carbonica per il trasporto con mezzi aerei.
Il consiglio regionale del Veneto ha da poco approvato una legge (”Norme per orientare e sostenere il consumo dei prodotti agricoli di origine regionale“) che riguarda la ristorazione pubblica, quella delle mense degli ospedali e delle scuole, ma anche ristoranti, supermercati, mercati di piazza. In sintesi, si dispone che i gestori della ristorazione collettiva affidata da pubbliche amministrazioni si attengano scrupolosamente alla regola che i prodotti impiegati per la preparazione dei cibi siano di provenienza regionale almeno per il 50 per cento. Si stabilisce inoltre che i Comuni destinino ai banchi degli agricoltori il 20 per cento dei banchi per la vendita di prodotti regionali e si promuove inoltre il prodotto veneto anche in ristoranti alberghi e negozi: agli esercizi che si riforniranno almeno per il 30 per cento di prodotti veneti la Regione assegnerà una sorta di contrassegno doc. Dovranno parlare veneto anche i supermercati che, a partire dal 2009, disporranno di aree destinate esclusivamente alla vendita di prodotti regionali. Il progetto autarchico è passato non senza una articolata discussione volta a sistemare alcuni punti del testo sul quale restano molti dubbi riguardanti la conformità con le disposizioni europee. Per la maggioranza che governa il Veneto, si tratta di un passo importante che precede il federalismo.
La campagna della Coldiretti ha avuto terreno fertile anche in Calabria, dove esiste una legge molto simile a quella promossa in Veneto, e trova conferma nelle scelte commerciali di una grande catena della distribuzione americana. La notizia, infatti è di questi giorni: nei 3800 punti vendita Wal-Mart di Los Angeles sopra il bancone dell’ortofrutta è stato messo un cartello “prodotto locale”. Si fa strada quindi nella nazione che ha generato i supermercati smisurati e i fast food, la chiara volontà di avere negozi che indicano la provenienza della merce locale coltivata dai produttori della zona. “Si assiste ad una lenta, ma ormai decisiva rivoluzione del buon cibo che ha trovato anche negli Stati Uniti terreno fertile” commenta Pietro Molinaro presidente della Coldiretti Calabria. “Dobbiamo avere consapevolezza delle potenzialità immense che abbiamo nella nostra regione, creando un gioco di squadra tra imprese ed istituzioni e costruendo una regione di eccellenza agroalimentare e di turismo di qualità che valorizzi le risorse locali”.
Il China Daily lo annuncia come fosse un tronfio, l’ennesimo successo cinese: secondo il quotidiano nazionale, nell’arco dei primi sei mesi del 2009 la Repubblica Popolare sarebbe riuscita a ridurre del 2,88% il consumo di energia per unità di Prodotto interno lordo, migliorando ulteriormente i valori registrati nel 2008.
Eppure la Cina continua a rimanere lontana dagli obiettivi che si era prefissata nel 2005, quando aveva annunciato un piano di riduzione di consumo di energia per unità di PIL del 20% da realizzare entro il 2010, obiettivo che, per essere raggiunto, richiederebbe un calo dei consumi del 4% annuo, percentuale molto lontana non solo dal -2.88% registrato nel primo semestre nel 2009, ma anche dal -2,78 del 2008, -3,66% del 2007 e -1,23% del 2006.
Pur consapevole che gli sforzi da fare per limitare sprechi e consumi energetici siano ancora tanti, il vice-Ministro della Commissione per le Riforme e lo Sviluppo nazionale Xie Zhenhua si dice soddisfatto dei progressi raggiunti ad inizio 2009, visto che anche i consumi energetici per unità di produzione dei complessi industriali del Paese sarebbero calati, in media, del 5,76%. Singolarmente, é stato registrato un -6,74% nel settore del carbone, -4,05% in quello di ferro e acciaio, -3,7% dei metalli non ferrosi e -9,98% per le industrie che assemblano materiali per le costruzioni.
Tuttavia, non va sottovalutato che alla riduzione del consumo energetico per unità di PIL si è affiancato anche un significativo calo negli output di produzione delle industrie elettriche, chimiche, di quelle che lavorano metalli ferrosi e non ferrosi e materiali per le costruzioni, passati, in media, dal +20,1% del 2008 al +14,5% nel primo semestre del 2009.
Verrebbe da chiedersi, a questo punto, se la riduzione del consumo di energia sia legata davvero all’implementazione di un sistema di produzione più efficiente o se, al contrario, derivi semplicemente da un rallentamento dei ritmi di produzione del Paese.
Acquistare e utilizzare un’automobile costa sempre di più. Nel 2007 gli italiani hanno sborsato 160 miliardi di euro, di cui 46,5 miliardi versati nelle casse del fisco. Secondo i dati contenuti nell’Annuario statistico 2008 dell’Automobile Club d’Italia rispetto al 2006, c’è un aumento del 3,3% e del 3,8%.
La voce più consistente è rappresentata dall’acquisto dell’auto: sono stati spesi 56 miliardi di euro (+5,4%). Subito dopo c’è il carburante: 39,4 miliardi di euro (+1,4%). Di questi, 21,8 miliardi sono andati al fisco (+1,7%). Sul totale della spesa carburanti il prelievo fiscale ha inciso per il 55%. Quella per l’automobile è la terza voce di spesa per la famiglie italiane, dopo la casa e l’alimentazione e il prelievo fiscale incide per circa un terzo. “Occorre più equità e coerenza nella tassazione” sottolinea il presidente dell’Aci, Enrico Gelpi “a cominciare dal bollo auto. Se l’attuale congiuntura economica non ne consente l’abolizione da subito, come auspicato, sono tuttavia possibili sin d’ora semplificazioni in grado di assicurare riduzioni di spesa. Il bollo” propone Gelpi “deve tornare a essere bollo di circolazione e la tassazione dovrà essere proporzionale all’uso dell’auto. Una soluzione che si può rendere subito operativa grazie all’attuale tecnologia satellitare”.
Secondo i dati dell’Annuario statistico Aci, nel 2007 sono aumentate sette voci di spesa sulle complessive otto. Per la manutenzione se ne sono andati 24,1 miliardi di euro (+2,2%), per i parcheggi 7,9 miliardi (+2,6%) e per la tassa automobilistica 4,7 miliardi (+9,5%). Diminuisce la spesa per la Rc auto, che è stata di circa 17 miliardi di Euro (-0,4% rispetto al 2006).
Seppur caratterizzata da una lieve diminuzione, la Rc auto si conferma la quarta voce di spesa. Su questo fronte, secondo il presidente dell’Aci Gelpi, è possibile ottenere ulteriori risparmi: “La tariffa base va collegata a comportamenti virtuosi del conducente quali, ad esempio, la dotazione di punti patente, la gravità dell’incidente, la presenza di dispositivi di sicurezza sulla propria vettura. Inoltre, bisogna favorire una maggiore personalizzazione delle polizze”.
L’ultimo posto della classifica per voce di spesa sostenuta è occupato dai pedaggi autostradali, che conquistano, però, il gradino minore del podio per quanto riguarda la percentuale di aumento della spesa: +4,4%. I pedaggi sono infatti passati da 3,7 miliardi di euro spesi dagli automobilisti nel 2006 ai 3,9 miliardi dello scorso anno. Negli ultimi tre anni, la spesa per i pedaggi autostradali è sistematicamente aumentata di oltre 200 milioni di Euro all’anno.
“Chiaro che il servizio va pagato” conclude il presidente Gelpi “ma altrettanto evidenti devono essere i meccanismi di revisione delle tariffe. Sarebbe bene che venissero collegati non soltanto ad effettivi investimenti per la sicurezza stradale ma anche a oggettivi criteri di valutazione dei benefici indotti in termini di incidentalità”.
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L’estate degli ombrelloni liberi. Rischia di essere questo il ricordo di una stagione che - avvertono gli operatori del settore balneare - nei primi due mesi ha registrato circa un milione di presenze in meno sulle spiagge. Meno gente, dunque, ma non solo. Chi c’è, spende meno e si ferma pochi giorni.
Riccardo Borgo, Presidente del S.I.B., Sindacato Italiano Balneari che associa circa 10.000 imprese, attribuisce al Friuli i risultati migliori, alle Marche quelli peggiori: “Per quanto riguarda i turisti stranieri riscontriamo un maggiore flusso di quelli provenienti dai Paesi dell’Est: Russi e Polacchi in testa, ma anche Austriaci, Inglesi, Spagnoli, Svedesi, Norvegesi e Cinesi, in calo i Francesi ma soprattutto gli Americani forse a causa del dollaro debole rispetto all’euro. Anche i consumi in spiaggia seguono il trend negativo, complice la situazione economica complessiva e la capacità di spesa delle famiglie italiane”.
Le previsioni per questo mese sono moderatamente ottimiste, “ci aspettiamo un recupero ma molto dipenderà dalle condizioni atmosferiche specialmente quelle relative alle ultime due settimane del mese. Ma quello che ci preoccupa di più” continua Borgo “è il fenomeno turistico ‘mordi e fuggi’ che si intensifica sempre più e in maniera sempre più diffusa. Gli italiani, ma purtroppo anche gli stranieri, vengono al mare preferibilmente nei week-end, quando gli stabilimenti balneari raggiungono le presenze al massimo della capienza, mentre nei giorni feriali le spiagge rimangono con ampi spazi” vuoti.
“È assolutamente necessario cercare di invertire la rotta” dice Borgo “avviando un programma di sostegno economico (canoni demaniali, Iva, ecc.) e normativo se vogliamo riacquistare competitività e di conseguenza ulteriori posizioni e fette di mercato tra i Paesi leader di questo settore”.

Crollo dei consumi a marzo con una flessione dell’1,7%. Stando alla Confcommercio si tratta del dato peggiore degli ultimi tre anni e conferma il “permanere di una crisi profonda e strutturale della domanda interna”. Nel primo trimestre dell’anno, il calo è stato invece dello 0,7% (+0,3% nello stesso periodo del 2007). La stima dell’indicatore dei consumi di Confcommercio (Icc) segnala a marzo la maggiore riduzione in termini di quantità acquistate degli ultimi tre anni: il -1,7% rispetto allo stesso mese del 2007 rappresenta, infatti, la flessione più consistente dall’inizio del 2005, “confermando il permanere di una crisi profonda e strutturale della domanda interna”. Nel primo trimestre 2008, inoltre, la riduzione è stata dello 0,7% (+0,3% nello stesso periodo del 2007). “La decelerazione della domanda per consumi da parte delle famiglie, accentuatasi nei periodi più recenti” sottolinea Confcommercio “continua a condizionare le dinamiche produttive interne: ad aprile, secondo le prime stime di Confindustria, la produzione industriale, dopo il rimbalzo registrato a marzo, è tornata a registrare una riduzione in termini congiunturali (-1%)”.
La domanda di beni e servizi ricreativi continua a registrare in termini quantitativi un’evoluzione negativa, con una flessione a marzo del 3,8% rispetto all’analogo mese dello scorso anno, proseguendo nella tendenza che ha caratterizzato l’ultimo biennio. A questa tendenza sembrano fare eccezione solo la domanda per spettacoli e per l’acquisto di cd e audiovisivi. La stima per marzo della domanda per i servizi di ristorazione e di alloggio, inoltre, mostra una contenuta ripresa dei consumi delle famiglie (1,3% in termini tendenziali), evoluzione che riflette in larga parte gli effetti della Pasqua. Particolarmente consistente è stata la riduzione segnata dalla domanda per beni e servizi per la mobilità (-14,8% rispetto all’analogo mese del 2007), “conseguenza di una elevata contrazione degli acquisti per autoveicoli e motocicli a cui si è associata una flessione dei consumi di carburanti”. La domanda per beni e servizi per le comunicazioni si è confermata invece, anche a marzo, “la componente più dinamica della spesa reale delle famiglie, con una variazione dei volumi acquistati del +9,8%”. In linea con i mesi precedenti, la domanda per i beni e servizi per la cura della persona ha evidenziato poi un ulteriore aumento delle quantità vendute (3,3% nel mese), “determinato esclusivamente dalla domanda per prodotti farmaceutici e terapeutici”. La domanda di articoli di abbigliamento e calzature ha segnato a marzo, rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, una contenuta crescita (0,3%), “evoluzione che non è peraltro in grado di attenuare le difficoltà in cui versa il settore”. Relativamente ai consumi di beni e servizi per la casa, invece, la domanda da parte delle famiglie è stata caratterizzata da un calo delle quantità acquistate dello 0,7% rispetto allo stesso mese del 2007.
Per rilanciare i consumi serve subito una riduzione delle tasse e della spesa pubblica. Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, invita a “non sottovalutare” la crisi strutturale dal momento che indica “sia nella misura sia nella durata un vero e proprio allarme crescita”. Allarme confermato anche da un “clima di fiducia di imprese e famiglie che negli ultimi mesi è decisamente peggiorato”. La ricetta per far ripartire l’economia - prosegue Sangalli - è in un cassetto da troppo tempo “ed è ora di ritirarla fuori perché è sempre più urgente provvedere con coraggio e determinazione alle riforme necessarie per rilanciare crescita e produttività”. Tre rimangono le priorità indicate dal numero uno della Confcommercio: riduzione della spesa pubblica di 1 punto di pil all’anno per i prossimi 5 anni; sostegno della domanda interna attraverso l’alleggerimento della pressione fiscale sui redditi da lavoro, con l’obiettivo di ridurre di almeno 5 punti l’aliquota media Irpef; completamento delle liberalizzazioni (servizi energetici, telefonici, bancari e assicurativi).
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