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Il China Daily lo annuncia come fosse un tronfio, l’ennesimo successo cinese: secondo il quotidiano nazionale, nell’arco dei primi sei mesi del 2009 la Repubblica Popolare sarebbe riuscita a ridurre del 2,88% il consumo di energia per unità di Prodotto interno lordo, migliorando ulteriormente i valori registrati nel 2008.
Eppure la Cina continua a rimanere lontana dagli obiettivi che si era prefissata nel 2005, quando aveva annunciato un piano di riduzione di consumo di energia per unità di PIL del 20% da realizzare entro il 2010, obiettivo che, per essere raggiunto, richiederebbe un calo dei consumi del 4% annuo, percentuale molto lontana non solo dal -2.88% registrato nel primo semestre nel 2009, ma anche dal -2,78 del 2008, -3,66% del 2007 e -1,23% del 2006.
Pur consapevole che gli sforzi da fare per limitare sprechi e consumi energetici siano ancora tanti, il vice-Ministro della Commissione per le Riforme e lo Sviluppo nazionale Xie Zhenhua si dice soddisfatto dei progressi raggiunti ad inizio 2009, visto che anche i consumi energetici per unità di produzione dei complessi industriali del Paese sarebbero calati, in media, del 5,76%. Singolarmente, é stato registrato un -6,74% nel settore del carbone, -4,05% in quello di ferro e acciaio, -3,7% dei metalli non ferrosi e -9,98% per le industrie che assemblano materiali per le costruzioni.
Tuttavia, non va sottovalutato che alla riduzione del consumo energetico per unità di PIL si è affiancato anche un significativo calo negli output di produzione delle industrie elettriche, chimiche, di quelle che lavorano metalli ferrosi e non ferrosi e materiali per le costruzioni, passati, in media, dal +20,1% del 2008 al +14,5% nel primo semestre del 2009.
Verrebbe da chiedersi, a questo punto, se la riduzione del consumo di energia sia legata davvero all’implementazione di un sistema di produzione più efficiente o se, al contrario, derivi semplicemente da un rallentamento dei ritmi di produzione del Paese.
Acquistare e utilizzare un’automobile costa sempre di più. Nel 2007 gli italiani hanno sborsato 160 miliardi di euro, di cui 46,5 miliardi versati nelle casse del fisco. Secondo i dati contenuti nell’Annuario statistico 2008 dell’Automobile Club d’Italia rispetto al 2006, c’è un aumento del 3,3% e del 3,8%.
La voce più consistente è rappresentata dall’acquisto dell’auto: sono stati spesi 56 miliardi di euro (+5,4%). Subito dopo c’è il carburante: 39,4 miliardi di euro (+1,4%). Di questi, 21,8 miliardi sono andati al fisco (+1,7%). Sul totale della spesa carburanti il prelievo fiscale ha inciso per il 55%. Quella per l’automobile è la terza voce di spesa per la famiglie italiane, dopo la casa e l’alimentazione e il prelievo fiscale incide per circa un terzo. “Occorre più equità e coerenza nella tassazione” sottolinea il presidente dell’Aci, Enrico Gelpi “a cominciare dal bollo auto. Se l’attuale congiuntura economica non ne consente l’abolizione da subito, come auspicato, sono tuttavia possibili sin d’ora semplificazioni in grado di assicurare riduzioni di spesa. Il bollo” propone Gelpi “deve tornare a essere bollo di circolazione e la tassazione dovrà essere proporzionale all’uso dell’auto. Una soluzione che si può rendere subito operativa grazie all’attuale tecnologia satellitare”.
Secondo i dati dell’Annuario statistico Aci, nel 2007 sono aumentate sette voci di spesa sulle complessive otto. Per la manutenzione se ne sono andati 24,1 miliardi di euro (+2,2%), per i parcheggi 7,9 miliardi (+2,6%) e per la tassa automobilistica 4,7 miliardi (+9,5%). Diminuisce la spesa per la Rc auto, che è stata di circa 17 miliardi di Euro (-0,4% rispetto al 2006).
Seppur caratterizzata da una lieve diminuzione, la Rc auto si conferma la quarta voce di spesa. Su questo fronte, secondo il presidente dell’Aci Gelpi, è possibile ottenere ulteriori risparmi: “La tariffa base va collegata a comportamenti virtuosi del conducente quali, ad esempio, la dotazione di punti patente, la gravità dell’incidente, la presenza di dispositivi di sicurezza sulla propria vettura. Inoltre, bisogna favorire una maggiore personalizzazione delle polizze”.
L’ultimo posto della classifica per voce di spesa sostenuta è occupato dai pedaggi autostradali, che conquistano, però, il gradino minore del podio per quanto riguarda la percentuale di aumento della spesa: +4,4%. I pedaggi sono infatti passati da 3,7 miliardi di euro spesi dagli automobilisti nel 2006 ai 3,9 miliardi dello scorso anno. Negli ultimi tre anni, la spesa per i pedaggi autostradali è sistematicamente aumentata di oltre 200 milioni di Euro all’anno.
“Chiaro che il servizio va pagato” conclude il presidente Gelpi “ma altrettanto evidenti devono essere i meccanismi di revisione delle tariffe. Sarebbe bene che venissero collegati non soltanto ad effettivi investimenti per la sicurezza stradale ma anche a oggettivi criteri di valutazione dei benefici indotti in termini di incidentalità”.
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L’estate degli ombrelloni liberi. Rischia di essere questo il ricordo di una stagione che - avvertono gli operatori del settore balneare - nei primi due mesi ha registrato circa un milione di presenze in meno sulle spiagge. Meno gente, dunque, ma non solo. Chi c’è, spende meno e si ferma pochi giorni.
Riccardo Borgo, Presidente del S.I.B., Sindacato Italiano Balneari che associa circa 10.000 imprese, attribuisce al Friuli i risultati migliori, alle Marche quelli peggiori: “Per quanto riguarda i turisti stranieri riscontriamo un maggiore flusso di quelli provenienti dai Paesi dell’Est: Russi e Polacchi in testa, ma anche Austriaci, Inglesi, Spagnoli, Svedesi, Norvegesi e Cinesi, in calo i Francesi ma soprattutto gli Americani forse a causa del dollaro debole rispetto all’euro. Anche i consumi in spiaggia seguono il trend negativo, complice la situazione economica complessiva e la capacità di spesa delle famiglie italiane”.
Le previsioni per questo mese sono moderatamente ottimiste, “ci aspettiamo un recupero ma molto dipenderà dalle condizioni atmosferiche specialmente quelle relative alle ultime due settimane del mese. Ma quello che ci preoccupa di più” continua Borgo “è il fenomeno turistico ‘mordi e fuggi’ che si intensifica sempre più e in maniera sempre più diffusa. Gli italiani, ma purtroppo anche gli stranieri, vengono al mare preferibilmente nei week-end, quando gli stabilimenti balneari raggiungono le presenze al massimo della capienza, mentre nei giorni feriali le spiagge rimangono con ampi spazi” vuoti.
“È assolutamente necessario cercare di invertire la rotta” dice Borgo “avviando un programma di sostegno economico (canoni demaniali, Iva, ecc.) e normativo se vogliamo riacquistare competitività e di conseguenza ulteriori posizioni e fette di mercato tra i Paesi leader di questo settore”.

Crollo dei consumi a marzo con una flessione dell’1,7%. Stando alla Confcommercio si tratta del dato peggiore degli ultimi tre anni e conferma il “permanere di una crisi profonda e strutturale della domanda interna”. Nel primo trimestre dell’anno, il calo è stato invece dello 0,7% (+0,3% nello stesso periodo del 2007). La stima dell’indicatore dei consumi di Confcommercio (Icc) segnala a marzo la maggiore riduzione in termini di quantità acquistate degli ultimi tre anni: il -1,7% rispetto allo stesso mese del 2007 rappresenta, infatti, la flessione più consistente dall’inizio del 2005, “confermando il permanere di una crisi profonda e strutturale della domanda interna”. Nel primo trimestre 2008, inoltre, la riduzione è stata dello 0,7% (+0,3% nello stesso periodo del 2007). “La decelerazione della domanda per consumi da parte delle famiglie, accentuatasi nei periodi più recenti” sottolinea Confcommercio “continua a condizionare le dinamiche produttive interne: ad aprile, secondo le prime stime di Confindustria, la produzione industriale, dopo il rimbalzo registrato a marzo, è tornata a registrare una riduzione in termini congiunturali (-1%)”.
La domanda di beni e servizi ricreativi continua a registrare in termini quantitativi un’evoluzione negativa, con una flessione a marzo del 3,8% rispetto all’analogo mese dello scorso anno, proseguendo nella tendenza che ha caratterizzato l’ultimo biennio. A questa tendenza sembrano fare eccezione solo la domanda per spettacoli e per l’acquisto di cd e audiovisivi. La stima per marzo della domanda per i servizi di ristorazione e di alloggio, inoltre, mostra una contenuta ripresa dei consumi delle famiglie (1,3% in termini tendenziali), evoluzione che riflette in larga parte gli effetti della Pasqua. Particolarmente consistente è stata la riduzione segnata dalla domanda per beni e servizi per la mobilità (-14,8% rispetto all’analogo mese del 2007), “conseguenza di una elevata contrazione degli acquisti per autoveicoli e motocicli a cui si è associata una flessione dei consumi di carburanti”. La domanda per beni e servizi per le comunicazioni si è confermata invece, anche a marzo, “la componente più dinamica della spesa reale delle famiglie, con una variazione dei volumi acquistati del +9,8%”. In linea con i mesi precedenti, la domanda per i beni e servizi per la cura della persona ha evidenziato poi un ulteriore aumento delle quantità vendute (3,3% nel mese), “determinato esclusivamente dalla domanda per prodotti farmaceutici e terapeutici”. La domanda di articoli di abbigliamento e calzature ha segnato a marzo, rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, una contenuta crescita (0,3%), “evoluzione che non è peraltro in grado di attenuare le difficoltà in cui versa il settore”. Relativamente ai consumi di beni e servizi per la casa, invece, la domanda da parte delle famiglie è stata caratterizzata da un calo delle quantità acquistate dello 0,7% rispetto allo stesso mese del 2007.
Per rilanciare i consumi serve subito una riduzione delle tasse e della spesa pubblica. Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, invita a “non sottovalutare” la crisi strutturale dal momento che indica “sia nella misura sia nella durata un vero e proprio allarme crescita”. Allarme confermato anche da un “clima di fiducia di imprese e famiglie che negli ultimi mesi è decisamente peggiorato”. La ricetta per far ripartire l’economia - prosegue Sangalli - è in un cassetto da troppo tempo “ed è ora di ritirarla fuori perché è sempre più urgente provvedere con coraggio e determinazione alle riforme necessarie per rilanciare crescita e produttività”. Tre rimangono le priorità indicate dal numero uno della Confcommercio: riduzione della spesa pubblica di 1 punto di pil all’anno per i prossimi 5 anni; sostegno della domanda interna attraverso l’alleggerimento della pressione fiscale sui redditi da lavoro, con l’obiettivo di ridurre di almeno 5 punti l’aliquota media Irpef; completamento delle liberalizzazioni (servizi energetici, telefonici, bancari e assicurativi).
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Dall’inizio del 2007, i tassi di crescita galoppanti che caratterizzano la Repubblica Popolare Cinese non riguardano più solo l’incremento del prodotto interno lordo, ma coinvolgono anche il tasso di inflazione.
Se nel 2007 l’indice dei prezzi al consumo è salito in media dell’8,5%, nel 2008 sembra essersi stabilizzato su un +8%. Valori preoccupanti per una classe dirigente ancora convinta che l’aumento dell’inflazione sia stato la causa non solo del calo di popolarità di Chiang Kai-shek (il leader nazionalista che ha guidato la Cina fino al 1949) a fine anni ‘40, ma anche dei tragici incidenti di Tiananmen, nel giugno dell”89.
I leader comunisti temono, giustamente, che la nuova ondata di inflazione possa nel tempo mettere a rischio la stabilità politica e sociale del Paese. Questa paura è confermata dal fatto che, per la prima volta, le cause dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo siano endogene anzichè esogene. Negli anni ‘90, l’economia si era surriscaldata a causa di un aumento veloce e non previsto del credito estero. Oggi, al contrario, è stata l’interruzione (forzata) dell’offerta nazionale di generi alimentari causata dai problemi registrati soprattutto nell’industria della macellazione, associata a sua volta all’aumento dei prezzi internazionali del petrolio, del carbone, della soia e del riso, a innescare l’accellerazione dell’inflazione. Per porre rimedio a questa situazione, il governo ha deciso di aumentare l’offerta di prodotti alimentari e allo stesso tempo di congelarne i prezzi, nella convinzione che le inefficienze registrate nel settore altro non siano che un problema temporaneo.
Tuttavia, dal momento che la transizione cinesa da un’economia pianificata a una di mercato non è ancora stata ultimata, è evidente che un efficace controllo dell’inflazione richiede qualcosa di più di una politica monetaria di breve periodo.Nel lungo periodo, la Cina avrebbe bisogno di sviluppare un mercato di capitali nazionale, di liberalizzare i tassi di interesse e di rendere flessibile quello di cambio. I dirigenti di Pechino ne sono consapevoli, ma ai loro occhi il Paese non è ancora maturo per cambiamenti tanto drastici.

Più matite nel budget dello Stato 2008 appena trasmesso dal ministero dell’Economia al Parlamento. Ma in compenso si risparmierà sulle mense. Continua invece ad aumentare il costo per pagare gli stipendi ai travet pur mantenendosi sotto l’inflazione: +1,72%.
Tra le voci a crescita abnorme - fotografate dalla Ragioneria Generale dello Stato nel Budget del 2008 - si segnala invece, tra i costi di gestione, quella relativa a “Onorificenze e riconoscimenti istituzionali”: un costo che ha pochi zeri, ma che dai 5.000 euro dell’anno passato schizza a quota 125.000. Una crescita addirittura a 5 cifre si registra poi alla voce “altri servizi finanziari” che passano dagli 1,6 milioni del budget 2007 a 734,5 milioni con un incremento del 43.509,84%.
Per quanto riguarda le voci del budget ad andamento più regolare, anche se è vero che la voce retribuzioni segna un incremento basso, spicca altrettanto la crescita del 6,63% (a 115,3 milioni) per le indennità di trasferimento e prima sistemazione dei dipendenti pubblici. Questo anche se c’è un taglio del 40% (a 677mila euro) per le indennità di missione.
Restano stabili invece i gettoni di presenza (+1,35%).
Tra i beni di consumo c’è un aumento alla voce carta e cancelleria: +12,7% (127 milioni) in parte compensato da un taglio a giornali e pubblicazioni (-8,1% a 21,1 milioni). In calo anche le spese per alimentari (-10,2%), per vestiti (-21,6%) e accessori vari per abbellire gli uffici (-40,8%).
E, almeno dai dati del budget, anche la carta igienica potrebbe scarseggiare con un -60% alle spese per medicinali, materiale sanitario ed igienico.
Si taglia decisamente anche su armi, armamenti e mezzi per la difesa. Il calo complessivo a questa voce è del 10% dato principalmente dal taglio ai mezzi aerei e navali per la difesa anche se, ad esempio, i mezzi terrestri crescono del 260% ma in valore assoluto l’esborso sarà minore.
Alla voce “consulenze” su cui molto si è dibattuto nell’ultima sessione di Bilancio quando si parlava di tagli ai costi della politica, nel budget 2008 si trova un incremento del 45% alla voce “consulenza giuridico amministrativa” ma compensato dal taglio del 48% alla voce “altre consulenze”. Si taglia sulla pubblicità (-34%) ma resiste l’organizzazione dei convegni (+11%).
Insomma il budget 2008 fornisce una mappa della spesa pubblica che ricalca le ultime scelte di politica economica anche se alcune voci sono difficilmente comprimibili. E se le famiglie fanno fatica e sono costrette a tirare la cinghia per pagare la sempre più esosa bolletta mensile, anche l’amministrazione non è da meno e deve fare i conti con il caro-energia con un +8,6% per l’elettricità e +15,5% per il gas.
E, a conti fatti, si punta a risparmiare sul cibo: nel 2008 si mangerà meno. I servizi di ristorazione dei dipendenti pubblici - stima la Ragioneria generale dello Stato nel Budget - costeranno il 15% in meno consentendo all’amministrazione di risparmiare ben 57 milioni.
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di Angelo Pergolini
All’Associazione bancaria italiana, presieduta da Corrado Faissola, ostentano tranquillità. Il Crif (Centrale rischi finanziari) sforna dati rassicuranti. E pressoché tutti i banchieri ripetono all’unisono che no, un “problema mutui” in Italia non c’è. O meglio: c’è, ma in termini “fisiologici e non patologici”. Al contrario, le associazioni dei consumatori denunciano quasi ogni giorno (seppure con toni diversi) che il “caro mutui” è ormai insostenibile per i bilanci familiari. E paventano un’impennata di vendite di immobili ipotecati da parte delle banche.
Esagerazioni? Non si direbbe proprio, stando almeno a un recente studio della Nomisma: secondo il centro studi bolognese presieduto da Gualtiero Tamburini, su 4 milioni di famiglie che hanno sottoscritto un mutuo quelle in difficoltà nel pagare le rate hanno ormai superato quota 400 mila. Sono cioè una su dieci. E il loro numero cresce a un ritmo superiore al 7 per cento.

Si tratta di un dato che sembra fare a pugni con l’andamento delle insolvenze stimato dal Crif. Secondo la centrale rischi (a cui si appoggiano tutte le banche italiane), i mutui non onorati sono appena l’1,1 per cento del totale. E questa percentuale non appare affatto in significativo aumento. Chi ha ragione allora? Per quanto possa apparire paradossale, tutti e due. Perché da un lato è vero che il caro mutui rende sempre più arduo per le famiglie italiane, e in particolare per quelle monoreddito, far quadrare il bilancio. Ma dall’altro le “insolvenze restano pochissime” spiega il segretario dell’Adiconsum Paolo Landi con un sorriso amaro “perché le famiglie, piuttosto che non pagare la rata e correre il rischio di perdere la casa, si svenano. Tagliano ogni tipo di consumo: non solo quelli superflui, c’è chi sacrifica anche le medicine”.
Sarà anche una situazione “fisiologica” come dicono i banchieri. Ma dovrebbero andare a spiegarlo a Davide D., 31 anni, impiegato con regolare contratto e 1.170 euro netti al mese in busta paga. Nel 2005 ha acceso un mutuo a tasso variabile: 110 mila euro di importo, 505 euro l’ammontare della prima rata. Ma adesso quella rata è lievitata a 710 euro. “Pago alla banca 200 euro al mese in più e il mio stipendio è rimasto lo stesso. Come faccio? Ho abolito tutto: pizzeria, cinema, uscite del fine settimana”. Meglio: l’unica uscita rimasta a Davide è quella che fa per giocare a calcio con gli amici in un campetto spelacchiato alla periferia di Bologna. L’unica che non costa un euro.
Quanto ai numeri del Crif, saranno certamente assai rassicuranti per le banche. Ma di certo non lo sono altrettanto per Monica M., un’energica quarantenne, emiliana, madre di quattro figli. Nel 2004 ha sottoscritto un mutuo per un importo di 140 mila euro, durata 25 anni. “Quando ho chiesto il finanziamento avevo fatto bene i conti: potevo permettermi una rata di 850 euro. L’ultima che ho pagato era di 1.100″.
Come riesce a far quadrare i conti? “Grazie alla mamma che paga le spese per i bimbi, e non solo, e fa da baby sitter. Poi mettendo mano a vecchi risparmi, che però non dureranno ancora per molto”.
“Di richieste d’aiuto da parte di famiglie che non ce la fanno a pagare il mutuo all’Adiconsum ne arrivano sempre di più” dice Landi. “Con le altre associazioni dei consumatori abbiamo proposto all’Abi di aprire un tavolo per discutere il problema. La nostra proposta è semplice: fare un accordo quadro con cui le banche si impegnano a rimodulare le rate dei mutui in modo che siano compatibili con i redditi delle famiglie. La parte eccedente dovrebbe essere messa poi in coda al prestito, prolungandolo, ma senza balzelli o costi aggiuntivi”. Risultati? “La scorsa settimana il tavolo si è fermato: se non sono previste penalità, ci hanno detto le banche, non vale la pena di discutere”.
Se i mutui sono aumentati e sempre più famiglie sono schiacciate dal fardello delle rate, dicono in sostanza all’Abi, non è affar nostro. Si tratta di conseguenze della politica monetaria della Banca centrale europea, che nell’arco di 24 mesi ha fatto lievitare i tassi d’interesse dell’euro dal 2 al 4 per cento.
Vero? Certamente, ma quella delle banche italiane è una autodifesa quantomeno fragile. Per almeno due buoni motivi. Corroborati da parecchi numeri.
Il primo riguarda le caratteristiche, o meglio le anomalie, del mercato italiano dei mutui. Da un lato è il più caro in assoluto di tutta l’area euro: secondo la Banca d’Italia, il tasso d’interesse medio di un mutuo è pari al 5,35 per cento, mentre in Eurolandia lo stesso identico prestito costa il 4,46 per cento. Se a questo dato s’aggiunge quello relativo al costo del credito al consumo (8,27 per cento in Italia contro una media europea del 6,02) la conclusione è una sola: in Italia il denaro costa troppo. Ma c’è di più: sempre secondo Bankitalia la differenza del tasso d’interesse fra i mutui variabili e quelli fissi in Italia è quasi il triplo rispetto all’area euro.
Questo scarto è alla base di una ulteriore anomalia: mentre in Europa il 70 per cento circa dei mutui è a tasso fisso e la quota restante a tasso variabile, in Italia le proporzioni sono quasi esattamente invertite. E questo spiega perché l’aumento del costo del denaro deciso dalla Bce ha avuto un effetto devastante solo nel nostro Paese.
“Fino al gennaio del 2006″ ricorda Stefano Curti, responsabile prodotti e servizi di Banca per la casa (Unicredit group), “il tasso variabile era conveniente. Chi ha sottoscritto nel 2003 un mutuo a 20 anni per un importo di 100 mila euro in 4 anni ha risparmiato 7 mila euro. Le banche hanno venduto mutui a tasso variabile perché la differenza di costo rispetto a quelli a tasso fisso era enorme”. Calcolo e ragionamento sono ineccepibili. Però andrebbero aggiunte almeno due considerazioni.
La prima: sottoscrivere un mutuo a tasso variabile vuol dire assumere un rischio (quello che i tassi aumentino) e allo stesso tempo tenere aperta la porta per cogliere un’opportunità (ovvero che calino). Il boom italiano dei tassi variabili è iniziato quando il costo dell’euro era pari al 2 per cento: qualcuno ha informato i sottoscrittori di quei mutui che le possibilità di un ulteriore calo dei tassi (l’opportunità) erano assai ridotte mentre quelle di un loro aumento (il rischio) ben più elevate?
La seconda osservazione riguarda il fatto che le banche, a partire dall’inizio dell’anno, hanno capovolto il loro atteggiamento: oggi spingono a sottoscrivere mutui a tasso fisso. Peccato che anche la situazione dei mercati finanziari, secondo molti economisti e banchieri, sia rovesciata rispetto a quella di due anni fa: ovvero che i margini di un ulteriore aumento dei tassi siano ormai molto risicati, mentre nel medio periodo sono assai elevate le probabilità di un nuovo ciclo al ribasso. Una combinazione che penalizzerebbe ancora una volta le famiglie (e come quasi sempre accade ingrasserebbe ancor di più i conti delle banche).

“Il vero problema” sostiene Roberto Anedda, direttore marketing della società Mutuionline, “è che si ragiona molto sulla rata iniziale del mutuo. Poco sulle prospettive di lungo periodo. Da un lato pesa la scarsa cultura finanziaria delle famiglie italiane, certamente. Ma c’è anche, bisogna pur dirlo, un problema di formazione dei funzionari bancari”.
Il cocktail fra questi due elementi può avere conseguenze micidiali quando le famiglie escono dal terreno dei mutui tradizionali (che pure, come abbiamo visto, a volte si rivela minato) per avventurarsi in quello dei cosiddetti prodotti flessibili.
Negli ultimi anni le banche hanno affiancato ai due mutui di tipo tradizionale, fisso e variabile, una offerta di prodotti con caratteristiche, costi, e soprattutto rischi, estremamente differenziati. Così si possono trovare sul mercato mutui a “rata costante” e durata flessibile; altri che permettono di rimborsare il capitale a seconda dell’andamento delle proprie disponibilità finanziarie. Altri prodotti ancora che consentono di saltare una rata, in tutto o in parte, o di passare dal tasso fisso a quello variabile o viceversa. In comune questi prodotti hanno due caratteristiche: prevedono commissioni a vantaggio della banca superiori ai mutui tradizionali; in secondo luogo, hanno strutture complesse che rendono molto difficile a un normale risparmiatore valutare il rischio implicito nel contratto di finanziamento. Che sulla carta rappresenta spesso una magnifica opportunità. Ma nella pratica può trasformarsi in una tagliola.
È l’amara scoperta che stanno facendo, per esempio, molti di coloro che negli anni scorsi hanno acceso mutui con il cosiddetto preammortamento. In pratica si tratta di questo. Per chi chiede un finanziamento per l’acquisto della casa i primi anni, di norma, sono i più duri: dopo avere comprato l’agognato appartamento poi bisogna ristrutturarlo; oppure, è questo il caso di molte giovani coppie, vanno trovati i soldi per acquistare, dopo l’immobile, anche i mobili che lo rendono abitabile. Il mutuo con preammortamento nasce per risolvere questo tipo di problemi. Stabiliti importo, tasso e durata del finanziamento, è possibile concordare un periodo di uno o più anni nel corso dei quali il sottoscrittore paga i soli interessi sul prestito. Il mutuo entrerà a regime, ovvero inizierà la restituzione del capitale, solo nella fase successiva. Bello, no?
Già. Peccato che quando il mutuo va a regime la rata aumenti anche del 30-40 per cento. E se a questa batosta si aggiunge pure la crescita degli interessi (come accade oggi in seguito all’aumento dei tassi) allora la rata può anche raddoppiare. Altro che bello.
(ha collaborato Simonetta Cotellessa)
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