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Cos’hanno in comune il regista Steven Spielberg, gli attori Kevin Bacon e John Malkovich, la stella del baseball Sandy Koufax, l’anchorman Larry King, la famiglia Kissinger, il senatore del New Jersey Frank Lautenberg, le banche Ubs, Bank of America, Citigroup, Bnp Paribas, Bbva, Santander e Credit Suisse? Figurano tutti nella “lista di Madoff“, ovvero tra le persone e le entità che avrebbero perso soldi nella gigantesca truffa di Bernard Madoff, guru della finanza Usa ed ex presidente del Nasdaq. L’elenco, reso pubblico oggi dalla Bankruptcy Court del Southern District di New York, ha una lunghezza di 162 pagine. In totale vi sono citate 13.567 persone e società. La lista è stata elaborata da Alix partners, una società di Dallas, su incarico di Irving Picard, l’amministratore dei beni di Madoff, per sapere le entità da risarcire. Per quanto sarà possibile, visto che la quantità di denaro polverizzata nel corso degli anni dallo “Schema Ponzi” (una sofisticata versione della catena di Sant’Antonio) di Madoff ammonterebbe alla cifra astronomica di 50 miliardi di euro. Più della Parmalat, poco meno di Enron, per citare due dei più celebri casi di crack finanziari degli ultimi anni.
I beni e i conti di Madoff sono stati congelati dall’arresto del settantenne finanziere, che si trova ai domiciliari nel suo appartamento di Manhattan dopo aver confessato. Sempre secondo la lista resa pubblica, tra le persone coinvolte nella truffa ci sarebbe parte della stessa famiglia di Madoff (i figli Mark e Andrew e il fratello Peter) e persino una dei suoi avvocati, Ira Sorkin, che ha affermato che l’elenco potrebbe essere solo una mailing list, e che quindi le persone effettivamente coinvolte potrebbero essere di meno. Sorkin non ha voluto comunque confermare di aver investito nel fondo della Madoff Investment Securities.
Nel lungo elenco - secondo Radiocor - ci sono anche tre indirizzi italiani. Sono quelli di Andrea e Paolo Dini di Varese (residenza e nomi coincidono con la famiglia di imprenditori alla guida della Paul and Shark, attivi anche nel settore immobiliare), dell’economo generale della Congregazione dei Redentoristi a Roma e di un abitante di Milano 2.
Tra le entità bancarie una delle più esposte è risultata la spagnola Banco Santander, che ha annunciato risarcimenti a tutti i clienti che registreranno perdite a causa della truffa. Secondo le stime avanzate nei giorni scorsi dallo studio di avvocati spagnoli Calvo Sotelo che ha avviato una class action per il crac, all’indirizzo anche del Santander (i cui clienti sono esposti per 2,33 miliardi di euro), le vittime della truffa potrebbero essere tre milioni, considerando anche quanti hanno investito indirettamente.

di Marco De Martino
A Palm Beach, ground zero della truffa del secolo, dopo avere pronunciato il nome che una volta faceva sognare guadagni favolosi ora la gente sputa. A rendere rivoltante Bernard Madoff, che una volta da queste parti era noto come “il buono del tesoro ebraico”, è la spregiudicatezza con cui ha mandato in rovina alcune delle associazioni filantropiche più famose d’America, dalla Foundation for humanity del premio Nobel Elie Wiesel alla Wunderkinder foundation di Steven Spielberg. Ma secondo le ipotesi degli inquirenti c’era una ragione precisa per cui il finanziere newyorkese amava avere fondazioni benefiche tra i suoi clienti: la maggior parte di queste associazioni per statuto non utilizza più del 5 per cento del proprio patrimonio ogni anno. A differenza dei privati, le charity non avevano l’esigenza di ritirare i fondi amministrati dalla Madoff Investment Securities Llc, che così poteva usare quel denaro per far figurare fittizi guadagni da esibire ai nuovi clienti.
Con stratagemmi come questi il “vecchio Bernie” aveva trovato il modo di estendere nel tempo lo schema ideato da Charles Ponzi: all’inizio del Novecento l’italoamericano era riuscito a truffare i suoi investitori solo per otto mesi, Madoff almeno per 10 anni. Un periodo che gli investigatori federali stanno ripercorrendo documento per documento negli uffici della Madoff nel Lipstick building, sulla Lexington avenue a Manhattan.
Speciale attenzione è riservata ai rendiconti che ricevevano i clienti, stranamente prodotti con una antiquata stampante a impatto. Molte transazioni risultano gonfiate: titoli Citigroup comprati a 12 dollari quando quel giorno valevano tra i 9 e i 10 dollari, Google a 337 mentre nella realtà il prezzo oscillava tra i 310 e i 320 dollari. E poi quasi nessun segno negativo: Madoff preferiva assorbire le perdite piuttosto che rovinare i risultati di investimenti divenuti famosi perché mostravano guadagni costanti fra il 10 e il 18 per cento.
Più della logica che portava il finanziere a ingigantire le sue contrattazioni ora gli inquirenti cercano di capire chi facesse parte della banda Madoff, che secondo l’ultimo conteggio ha portato a 42 miliardi di perdite, la metà delle quali fuori dagli Stati Uniti. “Che agisse da solo, come ha dichiarato, è praticamente impossibile” spiega a Panorama l’ex investigatore federale Robert Mintz.
Alla ricerca di chi possa aver automatizzato la produzione di documenti falsificati gli inquirenti stanno esaminando con particolare attenzione la posizione di Peter Madoff, fratello di Bernard e suo numero due. Abile informatico, Peter dirigeva le operazioni di brokeraggio dal 19esimo piano del Lipstick building, due piani sopra agli uffici senza targa sulla porta del fratello Bernard.
In realtà la separazione dei poteri era simbolica: a fianco di Peter lavorava per esempio Alvin Sonny Delaire jr, uno dei tanti mediatori che si occupavano di procacciare fondi per Bernard. Dopo avere lavorato presso Madoff, Delaire si è spostato di pochi uffici sullo stesso piano alla Cohmad, società di cui Bernard Madoff detiene il 20 per cento. Formalmente un’agenzia di brokeraggio, la Cohmad aveva un ruolo centrale nel reclutamento di nuovi clienti. Tra i suoi dipendenti c’era Robert Jaffe, che agli amici si descrive come un filantropo, uno dei mediatori che giravano in Aston Martin per le ville di Palm Beach a trovare clienti.
Genero di Carl Shapiro, uno dei primi mentori di Madoff (che lo ha ripagato sottraendogli 545 milioni di dollari), ora Jaffe ha deciso di collaborare con la giustizia. Grazie a lui gli inquirenti sperano di capire quanto sapessero delle reali attività di Madoff le grandi istituzioni finanziarie e i personaggi che ruotavano attorno a una quindicina di “feeder fund”, fondi che gli fornivano finanziamenti. La classifica delle vittime del finanziere newyorkese è capeggiata da fondi come Fairfield Sentry del finanziere Walter Noel (7,5 miliardi persi), Tremont (3,3) o Ascot di Ezra Merkin, che era anche presidente della sinagoga sulla Quinta strada. Ci hanno rimesso soldi pure il colosso spagnolo Santander, 2,9 miliardi, e l’italiano Unicredit, 1 miliardo.
È pur vero che per almeno vent’anni i gestori di questi fondi hanno percepito commissioni milionarie da Madoff, il quale invece di pretendere una quota del 2 per cento sul capitale e del 20 per cento sugli utili, come altri hedge fund, si accontentava di guadagnare sulle transazioni di borsa attraverso la sua agenzia di brokeraggio. Accordo per lui svantaggioso e fuori dell’ordinario a Wall Street. “La verità è che tutti sapevano da anni che si trattava di una truffa, e chi lavorava con Bernard è perlomeno colpevole di avere ignorato le voci di corridoio” dice il gestore di un hedge fund che chiede di rimanere anonimo.
Nel 2001 apparve sulla stimata rivista finanziaria Barron’s un articolo che metteva in dubbio la buona fede di Madoff. E nel 2005 la Sec, ovvero la Consob americana, riceveva dal gestore di fondi Harry Markopolos un’informativa di 17 pagine intitolata: “L’hedge fund più grande del mondo è una frode”.
Ci sono stati nel corso degli anni otto controlli, di cui quattro indagini ufficiali, adesso la Sec cerca di capire cosa non ha funzionato.
Certo contava che Arthur Levitt, chairman della Sec per otto anni, si fidasse di Madoff al punto da farne uno dei suoi principali consulenti. Il finanziere si vantava in pubblico dei suoi legami nell’agenzia. La nipote Shana, che dirigeva l’ufficio “compliance” della Madoff, è stata sposata con uno degli ispettori della Sec. Gli inquirenti stanno indagando su questo legame e su come sia possibile che l’hedge fund più grande del mondo abbia operato per anni senza controlli.
Quando un fondo sovrano arabo chiese di mandare quattro contabili per le verifiche prima di un investimento, si sentirono dire che gli unici abilitati all’auditing della Madoff erano tre impiegati dell’agenzia Friehlin and Horowitz, società che prende il nome da Jerome Horowitz e da sua figlia Robin, entrambi ex dipendenti della Madoff. Negli ultimi dieci anni ha anche versato circa 900 mila dollari a senatori di Washington dove impiegava una società di lobbisti.
Tuttavia, anche la rete delle complicità non basta a spiegare come decine di miliardari, da Mort Zuckerman a Marc Rich, siano stati ammaliati da Madoff. Gli ebrei di New York mettono quelli come Madoff nella categoria dei “mensch”, parola yiddish che identifica gli animi buoni. Sono quelli di cui ti fidi ciecamente, come fece Norma Hill, 68 anni, quando vent’anni fa morì suo marito. “Ero disperata e andai da Bernie” racconta la Hill. “Lui mi mise la mano sulla spalla e mi disse: ‘Non preoccuparti, dei tuoi soldi mi prendo cura io’”. Inutile dire che ora di quei 2 milioni di dollari s’è persa ogni traccia.

Forse è solo la punta visibile. La colossale truffa che ha fatto sparire 50 miliardi di dollari versati nei fondi hedge (o meglio, presunti tali) di Bernard Madoff potrebbe nascondere sott’acqua altre sorprese. Alla base di tutto c’è ovviamente la mancanza di controlli. In cima alla piramide c’è l’avidità degli investitori. In mezzo c’è molto altro. Le inchieste in corso proveranno a chiarire, ma non sarà facile.
Il meccanismo della truffa è quello che Panorama ricostruisce nello schema a fondo pagina, dal finanziere americano, ex presidente del Nasdaq (il mercato azionario delle società hi-tech), al risparmiatore finale, spesso inconsapevole, in qualche caso avido. In mezzo molti gestori di fondi di fondi hedge: investivano ingolositi dai risultati dichiarati da Madoff, sempre enormemente positivi.
Il problema è che era tutto falso. I fondi gestiti da Madoff e dai suoi collaboratori, in tutto circa 15, con Feirfield e Kingate che risultavano i due maggiori, erano in realtà fondi per modo di dire. Infatti non avevano di fatto una banca depositaria: si appoggiavano a uffici di contabilità, in pratica non sottoposti ad alcun controllo (di queste pseudobanche ce ne sono sulle isole Bermuda, Cayman, Bahamas, Barbados e in tutti i paradisi fiscali), e comunque il denaro finiva direttamente nelle società del gruppo. Che ben si guardava dall’investire davvero nelle borse.
Il rovello che ora turba il sonno di molti operatori sul mercato è il seguente: quanto sono diffusi i prodotti (dalle obbligazioni strutturate alle polizze vita indicizzate a fondi di fondi hedge) che contengono quei fondi di Madoff? Secondo gli esperti interpellati da Panorama, di polizze del genere ce ne sono parecchie in Italia, ma chi ammetterà di essere vittima della truffa? I primi gruppi italiani costretti a fare i conti sul danno subito sono il Banco Popolare (anche tramite la controllata Aletti Gestielle, per un totale di oltre 60 milioni di euro) e l’Unicredit, per cifre maggiori: la controllata Pioneer aveva investito 280 milioni di dollari nei fondi di Madoff, la Bank Medici (partecipata del gruppo Unicredit) ha un’esposizione per oltre 2 miliardi di dollari. Altri gruppi, plausibilmente, dovranno ammettere la botta.
Ma come è possibile che la truffa sia potuta andare avanti per anni senza che nessuno se ne accorgesse? Racconta a Panorama un gestore di fondi: “Io Madoff l’ho incontrato nel 1997 a New York, quando ero responsabile delle gestioni di un’importante banca italiana. Ero andato a trovarlo su indicazione di alcuni clienti, in particolare della comunità ebraica, che mi consigliavano di puntare su di lui”. E che tipo era? “Una persona squisita che però, quando gli ho chiesto come investiva, mi ha detto che il suo era un processo proprietario molto sofisticato e riservato, quindi non lo poteva rivelare. Sono tornato in Italia e ho detto ai miei clienti: vi consiglio di lasciar perdere”.
Altri, presi dall’avidità, si sono però fidati: “Conosco un investitore italiano che ci ha rimesso 15 milioni di dollari, e il suo family office ancora di più” racconta a Panorama un banchiere. “Il mio amico italiano ha sposato la figlia del presidente di una casa d’investimenti americana e Madoff glielo aveva presentato il suocero”.
Secondo John Rekenthaler, padre della metodologia della società di analisi Morningstar e ideatore del rating (voto) sugli hedge fund, il caso Madoff “è la prova che il settore fa affidamento più sulle strette di mano e i rapporti di amicizia che sulle analisi dei fondi e la competenza professionale. Questa superficialità permette ai gestori più scaltri, che non sono sempre i più capaci, di attrarre investitori”.
Già: i fondi di Madoff guadagnavano sempre, il finanziere s’inventava un risultato positivo anche quando il mercato scendeva del 35 per cento, come a novembre 2008. E il bello è che sui prospetti informativi del fondo Kingate è esplicitamente indicata la possibilità di frode o appropriazione indebita: “Il fondo non ha un custode del patrimonio, ma resta in affidamento all’advisor”, cioè a Madoff e ai suoi affiliati; e “c’è l’eventualità che questi soggetti possano fallire o essere truffati”. Peccato che nessuno legga i prospetti dei fondi.
Come funzionava il trucco: la vecchia catena “di Sant’Antonio”
I fondi di Madoff erano fittizi. Grazie ai risultati dichiarati, sempre molto positivi, ogni mese affluivano più soldi (dalle sottoscrizioni di nuovi clienti) di quelli necessari per far fronte alle richieste di riscatto. La classica catena di Sant’Antonio.
Gli investimenti dei fondi sono fatti normalmente tramite una banca depositaria. Invece con Madoff si utilizzavano conti delle società di gestione del gruppo, senza alcun controllo.
Anche la società di revisione dei fondi di Madoff era fittizia: di fatto era controllata dallo stesso finanziere. E nessuno sembra aver letto i prospetti sul rischio di truffa e appropriazione indebita. Clienti ingolositi dai guadagni Madoff, oltre a dichiarare risultati stratosferici, anticipava ricche cedole agli investitori. In questo modo anche molti fondi di fondi hedge hanno comprato le quote, ingolositi dai guadagni dichiarati.
Un’obbligazione indicizzata ai fondi di Madoff, oppure una polizza vita che investe in questi prodotti: sono i derivati finanziari della grande truffa, ancora sparsi per il mondo.
La signora Maria ha comprato una polizza o un’obbligazione: era inconsapevole che i prodotti fossero legati ai fondi di Madoff. Rischia di non avere alcun guadagno, oppure di perdere tutto.
Avvio in rosso per le borse europee dopo il venerdì nero che ha visto il Vecchio Continente bruciare 230 miliardi di euro di capitalizzazione. L’ondata di ribassi partita dall’Asia travolge anche le piazze europee, che registrano perdite comprese tra il 2 e il 4%.
I mercati restano nervosi nonostante l’intervento del G7 che, pur esprimendo preoccupazione per l’eccessiva volatilità dello yen, ha ribadito la volontà di cooperazione contro la crisi finanziaria. Il Cac 40 di Parigi registra nei primi scambi una flessione del 2,49% a 3.114,41 punti, il Dax 30 di Francoforte perde il 3,54% a quota 4.143,45 e l’Ftse 100 a Londra arretra del 2,78% a 3.775,4 punti. In calo anche il Mibtel che a Piazza Affari cede il 3,58% a quota 14.839.
L’inizio della settimana finanziaria in Oriente e sul Pacifico è stato all’insegna dell’ennesimo crollo generalizzato, favorito dalle crescenti preoccupazioni degli investitori per le ripercussioni della crisi economica globale in atto, e per l’incombere dello spettro della recessione. I listini delle Borse asiatiche hanno assunto cosi’ le parvenze di un autentico e unitario bollettino di guerra, tranne che per una circostanziata eccezione. Se Tokyo ha chiuso ai minimi addirittura da 26 anni, con l’indice Nikkei che ha ceduto il 6,35%, a Hong Kong nel pomeriggio l’Hang Seng stava precipitando di ben il 9,0%, a suggello della quinta seduta consecutiva di segno meno. Nel frattempo Shanghai faceva segnare un ribasso del 5,3%, toccando il livello peggiore da oltre due anni. A Taiwan le contrattazioni sono terminate con il Taiex che ha perso il 4,65%, scendendo al livello più basso da un quinquennio. In controtendenza Seul, che ha concluso la giornata con un comunque modesto +0,8% del Kospi, ma soltanto in extremis, nelle ultimissime battute, e unicamente sulla scia del taglio dei tassi d’interesse deciso in via di emergenza dalla Banca centrale sud-coreana; in precedenza l’indicatore principale aveva però lasciato sul terreno quasi il 5%, e l’intera seduta è stata all’insegna di un’esasperante altalena.
Il record negativo assoluto lo hanno registrato le Filippine, con una perdita secca conclusiva del -12,3%. A scambi ancora in corso, Bangkok aveva già bruciato il 6,96%, mentre a metà giornata Giacarta crollava del 6,6%. Si sono salvate Singapore e Kuala Lumpur, ma esclusivamente perché i mercati erano chiusi per festività. In Australia al termine il calo è stato dell’1,6%, che ha peraltro sancito i nuovi minimi dal 2004. Anche in Nuova Zelanda la chiusura festiva ha evitato un altro tracollo.
Frattanto, sul Golfo Persico, la giornata si apriva all’insegna di una tendenza negativa uniforme: -1,9% in Kuwait, -0,26% a Dubai, -0,7% ad Abu Dhabi, -2,7% in Oman; e attesa per l’avvio in Arabia Saudita, dove nelle ultime due sedute era stato ceduto complessivamente circa l’11%.
Nella nuova seduta di crolli sulle Borse europee vanno in fumo circa 250 miliardi di euro di capitalizzazione. E’ quanto emerge dalle perdite dell’indice Dj Stoxx dei 600 maggiori titoli del Vecchio Continente, sceso oggi del 4,96%. Era dall’ottobre del 1987 che le Borse europee non perdevano così tanto in soli due giorni. La paura della recessione ha dominato ancora i listini europei che dopo due sole sedute di rimbalzi sono scivolate già ieri in territorio negativo proseguendo oggi il calo, nell’ennesima giornata all’insegna della volatilità. La mattinata era iniziata con flessioni decise a causa dello scivolone di Wall Street e Tokyo con gli indici che si sono poi risollevati a metà seduta. Letteralmente in balia delle notizie provenienti dagli Usa i listini del Vecchio Continente hanno reagito positivamente ai dati su inflazione e disoccupazione migliori delle attese per poi peggiorare progressivamente con la produzione industriale sotto le stime, l’andamento nervoso e negativo di Wall Street e l’indice Philadelphia Fed che ha mostrato il calo mensile più marcato di sempre. La discesa del petrolio sotto i 70 dollari al barile dopo la pubblicazione degli stock Usa ha dato il colpo di grazie alle borse con Parigi che ha registrato un calo del 5,92%, Londra del 5,35% e Francoforte del 4,91%. La peggiore è Milano, dove l’S&P/Mib cede il 6,7 8% scivolando a 20.714 punti. In ribasso del 3,01% Stoccolma, mentre Zurigo nel finale lascia il 3,26% Ancora in ribasso banche (-6,11%) e assicurazioni (-8,481%): oggi altri istituti hanno provveduto a prendere provvedimenti contro la crisi. Ubs (-5%) e Credit Suisse (-4,36%) hanno infatti annunciato rafforzamenti patrimoniali, con l’aiuto della Confederazione nel caso di Ubs mentre Credit Suisse ha resto noto che chiuderà il terzo trimestre dell’anno con una perdita netta di 1,3 miliardi. A livello di comparti pesanti enmergia (-7%), materie prime (-10,87%) e costruzioni (-6,74%).
A Milano la peggiore dell’S&P/Mib è stata Unicredit (-13,08%) che sul finale ha sorpassato Intesa Sanpaolo (-12,54%). Quest’ultima, sospesa al ribasso durante la seduta, nonostante le rassicurazioni del management nei giorni scorsi ha risentito delle indiscrezioni relative a un possibile aumento di capitale o al taglio del dividendo. Gli analisti sono concordi nel non ritenere necessaria una ricapitalizzazione mentre ritengono che il maxi dividendo annunciato potrebbe venir tagliato. Un forte rimbalzo ha invece contraddistinto le fasi finali delle contrattazioni a Wall Street dopo il crollo registrato ieri. Il Dow Jones ha guadagnato il 4,68 per cento chiudendo a quota 8.979,26. Meglio ha fatto il Nasdaq cresciuto del 5,49% a 1.717,71 punti.
Nuova brusca frenata per le borse asiatiche sulla scia del crollo notturno di Wall Street. I timori di recessione hanno riportato il segno meno sui listini. Tokyo ha chiuso a picco (-11,41%), Seul ha perso il 9,44% registrando la maggior flessione in almeno 11 anni, e Taiwan il 3,25%. Shanghai e a Hong Kong, dove la seduta è ancora in corso, cedono rispettivamente il 4,25% e il 7,74%.
Gli investitori sperano in un’azione governativa a sostegno dei mercati.
Intanto le borse europee sono ancora in flessione dopo un tentativo di recupero. Il Mibtel arretra del 3,7% e l’S&P/Mib del 4,12%. In calo anche Francoforte che cede il 3,81%, Londra -3,05% e Parigi -4,75%. Sui listini sembra ormai essersi esuarito l’effetto dei piani di salvataggio varati dai governi per sostenere le banche in difficoltà. L’annuncio di operazioni sul capitale da parte di Ubs (ingresso della Confederazione elvetica nel capitale con il 9%) e di Credit Suisse (aumento del capitale da 10 miliardi di franchi) porta nuovi timori sul settore finanziario anche se i due titoli, dopo un avvio in forte calo, ora guadagnano rispettivamente il 4,58% e il 7,45%.
Insieme a nuovi timori sulla tenuta del sistema finanziario si intensificano le paure di una recessione economica che va a penalizzare soprattutto le vendite al dettaglio.
A Milano perdono ancora terreno Intesa Sanpaolo (-5,81%) e Unicredit (-2,92%). Male anche i titoli legati al petrolio sulla scia di un prezzo del greggio in flessione con il Brent con consegna a novembre sceso sotto i 70 dollari al barile. Saipem perde il 3,81% mentre Eni cede il 3,36%. Male anche Fiat (-3,21%) dopo che Ubs che ha tagliato il target prioce da 10 a 7 euro con giudizio confermato a “underperform”. In controtendenza Buzzi Unicem che guadagna il 5,1% dopo che Citigroup ha iniziato la copertura assegnado al titolo un giudizio “buy”. Bene anche Atlantia (+2,04%) in seguito alle parole del ministro dei Trasporti Altero Matteoli, che ha annunciato l’imminente modifica della normativa introdotta due anni fa dal governo Prodi in tema di concessioni, sempre contestata dalle società autostradali.
Sui mercati finanziari si è già esaurita l’euforia seguita all’approvazione da parte dell’Eurogruppo di un piano comune di sostegno alle banche, e i timori di una recessione globale, come conseguenza della crisi finanziaria, riportano gli indici sotto. Il ribasso è partito dall’Asia: Tokyo a fine sessione ha segnato un rialzo dell’1,1%, un colpo di coda finale dopo una sessione condotta prevalentemente in territorio negativo. Il calo piu’ ampio, del 5%, è stato registrato invece dalla borsa di Hong Kong. Nel frattempo il presidente filippino Arroyo ha annunciato l’istituzione da parte dei paesi del sud-est asiatico di un fondo per acquistare titoli “tossici” dalle banche in difficoltà sul modello del piano Paulson. Al fondo potrebbero aderire anche Giappone, Cina e Corea del Sud. A gettare apprensione sugli investitori hanno contribuito le parole del presidente della Federal Reserve di San Francisco, Janet Yellen, che ha parlato di una recessione già in atto negli Stati Uniti. Il suo omologo di St. Louis, James Bullard, ha invece affermato che, in questa fase, un taglio dei tassi da parte della Fed potrebbe essere inutile, se non dannoso, dato il rischio di innescare dinamiche inflazionistiche. I mercati europei hanno iniziato la giornata con ribassi piuttosto moderati, che si sono aggravati col proseguire della seduta. A Londra l’indice Ftse 100 perde il 7,16% 4.079,59 punti, il Cac 40 di Parigi cede il 6,82% a quota 3.381,07 e il Dax 30 di Francoforte segna una flessione del 6,49% a 4.861,63 punti. A Piazza Affari il Mibtel chiude in netto calo con un ribasso del 4,95% a 16.840 punti mentre Zurigo arretra del 5,58% a quota 5,911,17.
Profondo rosso anche nelle borse arabe, con Riad che scivola di quasi l’8%. Avvio in rosso anche per Wall Street: gli investitori sembrano non credere che il piano messo in atto dal governo per fronteggiare la crisi possa evitare la recessione. E a fine giornata l’indice Dow Jones è crollato di 733,08 punti, meno 7,97%. In caduta anche il Nasdaq dell’8,47 a 1628,33, mentre l’indice Standard and Poor 500 ha perso il 9,04% a 907,83 punti. Per il Dow Jones, che si è attestato a 8.577,91 punti, è il secondo risultato negativo della storia.
Il presidente Usa, George W. Bush, è tornato anche oggi a rassicurare gli americani, ma soprattutto la comunità finanziaria, ricordando che l’acquisto di azioni nelle banche è una misura “temporanea” e che il controllo degli istituti resterà in mano ai privati. Intanto proseguono le consultazioni tra i leader mondiali per trovare una soluzione duratura alla crisi. Oggi a Bruxelles è in corso un summit dell’Unione Europea, che è stato preceduto da una conferenza stampa congiunta del presidente della Commissione, Jose Manuel Barroso, e del premier britannico Gordon Brown. Quest’ultimo ha richiamato la necessità di una riforma radicale del Fondo Monetario Internazionale per poter disporre di uno strumento di vigilanza sui mercati che sia finalmente a carattere globale.
Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha invece annunciato che entro la fine dell’anno si terrà un vertice straordinario del G8 allargato anche alle economie emergenti.
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Le dichiarazioni del direttore generale del Fmi, Dominique Strauss-Kahn, che ha paventato il rischio di “recessione globale” per l’economia mondiale ha contribuito al tracollo di Wall Street e delle borse asiatiche. Le borse europee stanno vivendo la quinta seduta al ribasso, la peggiore della settimana, in un clima di vero e proprio panico. A New York il Dow Jones ha perso oltre il 7% con gli investitori inquieti per la crisi del sistema bancario e per la crisi di liquidità che secondo S&p, rischiano di accusare nel 2009 colossi del calibro di Gm e Ford. A Tokyo (Nikkei -9,6%) l’attività delle borse è stata addirittura sospesa per quindi minuti per eccesso di ribasso. Non sono bastate quindi né la mossa del governo né l’azione concertata delle banche centrali mondiali per bloccare l’ondata di vendite sui mercati, che hanno interpretato gli ultimi provvedimenti piu’ come segnali di panico che come rassicurazione. In Europa precipitano i settori banche (-7,52%) e assicurazioni (-7,6%) con le materie prime in calo del 9,8%. A Londra Schroder cade del 19,8%, Hbos del 18,6% e Barclays del 13,13%. A piazza Affari l’S&P/Mib e’ tutto in rosso con Unicredit che cede il 12,36% seguito da Intesa Sanpaolo (-11,07%) e Telecom Italia (-7,92%) che tratta a 0,76 euro. Fiat quota a 6,4 euro (-7,06%). La migliore è Parmalat (-2,13%) e Finmeccanica perde il 0,41% mentre Mariella Burani (+2,68%) è uno dei pochissimi titoli positivi. In Europa a Parigi Gdf Suez perde il 10,93% e Societe Generale il 10,54% mentre Dexia limita le perdite - 0,54%.
George W. Bush parlerà agli americani per rassicurarli dopo che la manovra da 700 miliardi di dollari per salvare le borse non ha dato i risultati sperati. Lo ha annunciato la portavoce della Casa Bianca, Dana Perino, che ha fatto sapere che il presidente parlerà in mattinata (primo pomeriggio in Europa) dal giardino delle rose.
“A fronte della continua instabilità della borsa” ha detto la Perino, “il presidente farà una dichiarazione per assicurare agli americani che devono aver fiducia nel lavoro dei responsabili dell’economia: stanno facendo con determinazione tutto quello che c’è da fare per stabilizzare il nostro sistema finanziario” La dichiarazione di Bush è prevista alle 10 ora di Washington, le 16 in Italia.
Il video editoriale di Maurizio Belpietro:
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Quanti tagli di capelli da 12 dollari l’uno ci vogliono per fare uno stipendio da mezzo milione? Jeff Salmon, che una volta guadagnava quella cifra a Wall Street, non ha neanche voglia di fare il calcolo: dopotutto se ora ha aperto un negozio da barbiere in New Jersey è proprio per non soffrire più. “Non c’è niente di più rilassante di alzarsi la mattina senza la paura costante di perdere il posto di lavoro” racconta a Panorama.
Per 21 anni Salmon ha fatto il broker nelle migliori boutique della finanza mondiale: ha iniziato alla Jp Morgan per passare poi a Ubs, Barclays e infine alla Mellon Bank di New York. Come molti a Wall Street anche lui ha dovuto affrontare le turbolenze di un settore ad alto stress: “Sono sopravvissuto a due fusioni e ad altrettanti ridimensionamenti con centinaia di licenziamenti” dice. “Ma due anni fa ho capito che quella che si avvicinava era una crisi diversa, e mi sono messo a immaginare un’altra vita”.
Il suo progetto: aprire in franchising altri quattro negozi della catena Great Clips, specialità acconciature a poco prezzo. Con la moglie Olga alle forbici e lui in ufficio a fare l’amministratore, non dei miliardi altrui ma delle poche migliaia di dollari di una impresa familiare: “A darmi fiducia è proprio il modello di business. Con l’aria che tira” aggiunge “tra poco tutti avranno bisogno di farsi i capelli a prezzi stracciati”.
Il signor Salmon si considera fortunato. Molti tra i 120 mila lavoratori della finanza la cui carriera è stata spazzata via dalla tempesta perfetta che si è abbattuta su Wall Street non hanno ancora trovato un nuovo posto. Dalle parti di Times square la scritta Lehman Brothers è stata già sostituita dal marchio della Barclays, che ha acquisito una parte della banca d’investimento, ma i 32 piani del grattacielo sono ancora gironi di un inferno fatto di ansia e tormento: “Nessuno sa chi manterrà il posto: è surreale” racconta Sanjeev Naraine, un analista che ha creato i siti Whokilledthebear.com e Foreverlehman.com per permettere agli ex finanzieri di scambiare opinioni su nuove opportunità. Lui stesso è alla caccia di un nuovo lavoro: il prossimo 31 ottobre dovrà lasciare la sua scrivania alla Bear Stearns, salvata dalla Jp Morgan. “Se non trovo niente cercherò di trasformare i siti in una fonte di reddito, grazie alla pubblicità: dopotutto stavolta per molti la ricerca di posti di lavoro sarà più lunga del solito”.
Dopo il crack del 1987 molti finanzieri riuscirono velocemente a ricollocarsi altrove. Ma ora che i fallimenti delle grandi banche hanno ritmo quotidiano, anche i re del rischio di Wall Street ambiscono al posto fisso, per esempio nel settore scolastico. Charles Raab, ex direttore operativo della Bear Stearns, ha appena accettato uno stipendio da 180 mila dollari l’anno come amministratore del Dipartimento dell’educazione di New York. Gary Witt invece lo scorso giugno ha abbandonato un posto da direttore delle analisi sui mutui a Moody’s per insegnare finanza e statistica alla Temple university di Philadelphia: “Cercavo un posto da professore universitario da anni” racconta Witt a Panorama. “È difficile dire se avrei fatto questa scelta in un momento di ascesa del mercato. Quello che è certo è che da tempo avevo la sensazione che non ci sarà molto da divertirsi a Wall Street nei prossimi mesi”.
La stessa convinzione aveva portato già due anni fa Doug Pugliese, un banchiere di investimento di 43 anni, ad abbandonare la costosa Manhattan per una casa nei suburbi di Philadelphia. Dopo il licenziamento ora Pugliese ha trovato un nuovo lavoro di analista del rischio nella agenzia di consulenza Marshall and Stevens: “Con un bambino ancora piccolo e due gemelli appena nati è difficile rinunciare ai soldi che solo un lavoro nella finanza ti può dare” racconta a Panorama. Ma se la situazione dovesse deteriorarsi ancora di più e perdesse anche questo posto di lavoro Pugliese ha già un piano alternativo: “L’idea è mettere a frutto i miei anni da pilota e progettare aerei insieme a dei miei amici che abitano in Colombia”.
Addirittura in Giappone, per gestire una clinica dei tumori, potrebbe invece trasferirsi Joshua Pirsky, che per trovare un nuovo lavoro si è trasformato in un disoccupato professionista: prima è andato in giro per Park avenue con un cartello da uomo-sandwich (”Laureato al Mit, grande esperienza, offresi” diceva la scritta) poi ha creato un sito internet per fare circolare il suo curriculum in tutto il mondo (oracleofny.com). “Le offerte che mi stanno arrivando attraverso il sito mi fanno capire che bisogna essere flessibili, e aperti a nuove possibilità” dice a Panorama Pirsky, che non potendo permettersi l’affitto del suo appartamento nell’Upper east side è tornato a vivere con i suoi genitori, mentre la moglie si è trasferita a casa dei suoi a Omaha, in Nebraska, assieme ai loro due figli. Pirsky ha anche tre altri figli da un precedente matrimonio: “Mi piacerebbe lavorare ancora in una banca, ma la realtà è che ci vorranno anni perché il settore finanziario torni quello di una volta”.
La pensa così anche Jessica Walter, che a solo 28 anni ha già deciso di cambiare carriera mettendo nel cassetto la sua laurea in economia all’Università di Harvard: dopo avere fondato Cupcakekids.com ora lei insegna a cucinare ai bambini. “Se riuscirò a trasformare questa attività in un lavoro a tempo pieno sarò veramente felice: mi sembra arrivato il momento di fare quello che voglio”.
La stessa voglia di Victor Miller e Andy Neff, che fino a poche settimane fa erano i maggiori analisti finanziari del settore dei media, uno esperto di radio l’altro di aziende informatiche, e lavoravano in uffici contigui alla Bear Stearns. Per anni i due i sono ritrovati nei momenti liberi a parlare di religione, e non è quindi un caso se quando il titolo della banca è crollato e sono arrivate le email di licenziamento, entrambi hanno deciso di farsi guidare dalla fede.
Miller, un evangelico, è diventato uno dei responsabili di GodTube, una sorta di YouTube del mondo cristiano: “La fine della Bear Stearns è stata come un lungo funerale, ma ogni perdita nasconde un’opportunità: per me si tratta della possibilità di conciliare le mie competenze lavorative con la mia fede cristiana”.
Ancora più radicale è stata la scelta di Andy Neff, che per anni ha desiderato studiare i testi sacri ebraici, e ora passa finalmente tutte le mattine a studiare la Torah: “Considero quello che mi sta accadendo come una benedizione: finalmente posso fare quello che voglio, e stare di più con mia moglie e i miei quattro figli” racconta a Panorama. “Diciamo che si tratta di un periodo sabbatico, ma non so se alla fine tornerò alla finanza: poche settimane fa avevo l’occasione di farlo, e non ho accettato il posto che mi avevano offerto. Evidentemente bisogna passare ad altro”.
di Angelo Pergolini
Milano, Piazza Affari. Giuliano Cesareo, amministratore delegato della Meliorbanca asset management, non è un broker di primo pelo: in 30 anni di borsa, maneggiando azioni e patrimoni, ne ha viste tante. E di crac ne ha attraversati molti. Perciò non è il tipo che si lascia impressionare quando i listini cadono in picchiata. «Ma questa volta» confessa «è una storia diversa. Perchè non era mai successo che la crisi arrivasse a mettere in discussione il cuore del sistema: le banche, la stabilità del sistema creditizio. Ed è questo fattore, più dei rovesci delle quotazioni che in borsa sono tutto sommato un fatto fisiologico come i rialzi, ad alimentare il panico. L’angoscia dei risparmiatori».
Londra, City. Marco Annunziata, capo economista dell’Unicredit, prima di parlare si schiarisce la voce e tira un bel respiro. Per nulla di sollievo. Poi scandisce: «Alla City il pessimismo è esasperato. Perché un conto è vedere che sono sotto tiro delle investment bank, anche importanti. Altra cosa vedere che crolla la fiducia nei confronti di tutto il sistema bancario. Il pericolo allora, è che le banche incontrino difficoltà nella raccolta di liquidità, quella con cui alimentano le aziende, l’economia reale. E il rischio, alla fine, è che le follie di Wall Street le paghi anche chi in vita sua un titolo azionario non l’ha mai visto nemmeno da lontano».
La tempesta innescata nell’estate del 2007 dalla crisi dei mutui subprime, nell’arco di pochi giorni, non ha subito solo una straordinaria accelerazione. Ha cambiato pelle. Nata negli Usa ha attraversato l’Atlantico investendo l’area dell’euro. Dopo avere fatto strage di banche d’affari a Wall Street, ha cominciato a portare sull’orlo del collasso anche banche commerciali come la belga Fortis, scampata al default solo grazie all’intervento dei governi di Olanda, Belgio e Lussemburgo che l’hanno nazionalizzata in una notte per evitare il peggio. E in Italia l’Unicredit di Alessandro Profumo, dopo aver subito una impressionante serie di ondate di vendite e ribassi, sembra un pugile frastornato appeso alle corde del ring per non cadere.
Ma i rovesci dei listini, i probabili e violenti rimbalzi che forse seguiranno, e il crollo di alcuni giganti del credito sono solo i segnali più vistosi ed eclatanti dello tsunami in cui sono immersi i mercati e l’economia. Ci sono altre spie, che al piccolo risparmiatore dicono nulla o quasi, ma che gli addetti ai lavori seguono con il fiato sospeso. Ad esempio l’andamento del mercato obbligazionario. All’asta di fine settembre dei titoli di Stato, l’offerta del Tesoro è stata di 16,5 miliardi. La richiesta ha raggiunto i 28 miliardi. Conseguenza: una limatura dei rendimenti (quello dei Bot trimestrali, uno dei più richiesti, si è fermato al 3,3 per cento). Tutto al contrario il mercato dei corporate bond, quelli emessi dalle aziende, che un operatore fotografa con un solo aggettivo: «Pietrificato». Per assoluta assenza di domanda. Risultato: le società incontrano sempre più difficoltà nel reperire capitali. E comunque li devono pagare sempre più cari, il che non potrà non avere effetti sugli utili previsti per il 2008 e verosimilmente anche su quelli dell’anno prossimo.
Poi c’è la spia più inquietante, quella che segnala la costante crescita dell’euribor, del prezzo cioè a cui le banche comprano o prestano capitali sul mercato interbancario. Non è questione che riguarda solo il mondo della grande finanza: l’euribor a tre mesi ha sforato il 5,23 per cento, il livello più alto da 13 anni a questa parte. Ed è questo il tasso a cui sono ancorati i mutui di 3,2 milioni di famiglie che speravano di avere messo i loro risparmi al riparo delle tempeste finanziarie investendo nel mattone.
Analisti ed economisti, banchieri e addetti ai lavori, che fino all’inizio dell’estate ripetevano «il peggio è alle spalle» oggi non si fanno più illusioni. La crisi sarà profonda e durerà a lungo. Così, per i risparmiatori si profila una sorta di via crucis. Il problema è evitare di finire sul Calvario. Insomma: come difendere il valore dei propri risparmi? Carlo Gentili, socio e cofondatore di Nextam, società indipendente (nel senso che non è legata ad alcun gruppo creditizio) di gestione del risparmio, non ha dubbi: «Siamo in una situazione pazzesca, micidiale. L’unica cosa da fare è stare liquidi, liquidi e basta». In alternativa, puntare su titoli di Stato a 12-18 mesi scegliendo quelli a tasso variabile per proteggersi da un possibile rialzo dei tassi, che scatterebbe quasi automaticamente se dovesse riaccendersi l’inflazione europea. Oppure, se si vuole guadagnare qualcosa in più, Gentili suggerisce di guardare alle obbligazioni bancarie non quotate. Rischio e rendimento sono sostanzialmente analoghi a quelli dei titoli quotati. Il vantaggio è che, non essendo appunto quotate, queste obbligazioni sono al riparo degli attacchi speculativi. E in tempi come questi non è poco.
Cesareo (Meliorbanca asset management) non vede che due alternative: «Se il risparmiatore ha comprato titoli buoni, non deve fare altro che stare fermo. Ovviamente se può permettersi di tenere congelato l’investimento per un periodo medio-lungo. Insomma qualche anno. Viceversa, se gli hanno riempito il portafoglio di schifezze o pensa di non poter sopportare la durata dell’investimento, deve fare solo una cosa: vendere tutto e subito, e comprare titoli di Stato a uno o due anni». A differenza di Gentili, Cesareo consiglia però Btp e Bund tedeschi a tasso fisso perchè, valuta, «anche se Jean-Claude Trichet recalcitra, la Bce sarà costretta a tagliare i tassi dell’euro, per evitare che l’economia europea vada in recessione».
«Star fuori da tutto, è tutto troppo pericoloso» dice il banchiere d’affari Giovanni Tamburi. E il suo, più che un suggerimento, pare un grido di dolore. «Al massimo» concede «titoli di Stato, e basta». Quanto alla liquidità «oggi ci sono conti correnti che remunerano bene i depositi, dal 4 al 5 per cento. Non è poco, e comunque in fasi come queste guai a non accontentarsi». Insomma: in tempi di guerra conviene indossare l’elmetto, preoccuparsi soprattutto di stare al riparo e non correre rischi.
Già. Ma c’è anche chi osserva che oggi in borsa ci sono azioni a prezzi di saldo: non potrebbe essere l’occasione buona per investire? Ai coraggiosi, chiamiamoli così, gli esperti interpellati da Panorama danno tre consigli. Primo: attenzione a non farsi abbagliare dal price/earning. Ovvero dal rapporto prezzo-utile per azione. Perchè i prezzi sono quelli di oggi, cioè stracciati; gli utili invece sono quelli, assai alti, dello scorso anno. Alla fine del 2008 invece ben poche società riusciranno a centrare gli obiettivi prestabiliti. Secondo: il principale settore a cui guardare, se si decide di rischiare, è quello bancario. Perchè, dicono unanimi, una ripresa dei mercati non potrà cominciare che da qui. Altri comparti eccessivamente penalizzati sono poi quello energetico e quello delle costruzioni.
Terzo: prima di buttarsi, fare un esame di coscienza. Se temete la volatilità dei mercati (l’ottovolante delle quotazioni) e avete anche un pallido dubbio sulla possibilità di sostenere l’investimento per il lungo periodo, da otto a 10 anni, dovete fare solo una cosa: lasciar perdere. E infine un consiglio extra: prima di comprare azioni in un momento come questo, mettetevi di fronte a uno specchio e ricordate ad alta voce una celebre massima di John Kenneth Galbraith sul fondamentale ruolo delle borse: «Servono a separare il denaro dai cretini».
Come salvarsi in 4 mosse
Conto corrente Oggi ci sono sul mercato conti correnti che offrono dal 4 al 5 per cento di interesse sui depositi.
Bond brevi e variabili Le incertezze sull’andamento dei tassi rendono preferibile scegliere titoli a brevissima durata (1-3 mesi) oppure a 12-18 mesi con tasso variabile.
Obbligazioni non quotate Le obbligazioni bancarie non quotate offrono in media buoni rendimenti, basso rischio, e non sono soggette alla speculazione degli hedge fund.
Azioni di banche & energia Per chi vuole puntare sulla borsa con un’ottica di lungo periodo sono consigliabili questi settori: la domanda di petrolio resta forte, e una ripresa delle quotazioni comincerà dai titoli bancari.
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