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Tonino Perna, ecco l’uomo schiacciato da un crack da 61 milioni

Tonino Perna ex numero uno di It Holding (Credits: Imagoeconomica)

Tonino Perna ex numero uno di It Holding (Credits: Imagoeconomica)

di Zornitza Kratchmarova

Tonino Perna è stato arrestato questa mattina. L’imprenditore, che negli anni d’oro della sua It holding ha creato ricchezza soprattutto nel Molise prima di essere schiacciato da un debito da 61 milioni di euro, nel 2007 ha rilasciato a Panorama Economy un’intervista sulle prospettive del business, poi svanite nel nulla. Parla di un “istinto infallibile” (il suo) e di qualche errore nella vita: “Qualche volta ho sbagliato, lo ammetto. Ma solo perché mi sono fatto andare bene qualcosa, o qualcuno, che in fondo in fondo non mi convinceva”. Ve la riproponiamo. Continua

Tonino Perna, la storia del crack di It Holding

Tonino Perna, ex numero uno di It Holding (Credits: Imagoeconomica)

Tonino Perna, ex numero uno di It Holding (Credits: Imagoeconomica)

di Zornitza Kratchmarova

Oggi Tonino Perna, ex numero uno di It Holding, è stato arrestato per bancarotta fraduolenta. Panorama Economy il 18 febbraio del 2009 aveva raccontato la storia del crack da 61 milioni di euro che ha lasciato in crisi un’intera regione, il Molise. Ve la riproponiamo. Continua

Crac Lehman, gli ex dipendenti si sfogano nei forum online

Disoccupati: è il destino che accomuna la maggior parte dei dipendenti della Lehaman Brothers, istituto di credito fallito nella più grande bancarotta della storia Usa. A nulla sono serviti 160 anni di storia, 18 ore di lavoro giornaliero, la formazione nelle università più note degli Stati Uniti. Alcuni ex LEH, questa la sigla della banca, cercano conforto su Craigslist, una bacheca di annunci online: “Mi sono trasferito dalla Spagna a New York per lavorare con Lehman. Ora mi rilasserò un po’ e finalmente vedrò questa città” scrive un manager. Altri sdrammatizzano: “Ora avrò parecchio denaro e tempo libero”. Oppure: “Penso che farò un po’ di vacanze, ora: mi riposerò dopo aver lavorato direttamente dopo la fine del college, senza riposarmi da tre anni”. E c’è già chi avanza un’offerta di “lavoro” nello stesso forum: “Ex ballerina e modella si assume l’incarico di portare ‘buone vibrazioni’ nella tua vita questo weekend”. Su eBay gli impiegati hanno messo all’asta penne, mazze da golf e altri oggetti appartenuti alla banca fallita: una tazza bianca e nera costa 150 dollari. Ma a qualcuno è andata davvero male: un manager ha lasciato Lehman anni fa, e ora lavora alla Morgan Stanley. Aveva investito sei milioni di dollari nelle azioni della banca fallita: persi tutti in una sola notte. Eppure, nonostante l’imminente bancarotta, Theodore Roosevelt V (nipote dell’omonimo presidente Usa) si è sposato sabato scorso con Serena Clare Torrey: anche lui era un manager della Lehman.

Ieri, poi, un reporter del New York daily news ha fotografato un ex dipendente che ha lasciato il suo ufficio e ha attraversato il centro di New york con un borsone e un cimelio originale, un’ascia da battaglia lunga quasi un metro. I “cacciatori di teste” sono già alla ricerca dei professionisti in fuga dalla banca, magari sperando in un prezzo d’occasione. E si affidano anche a Facebook: “Cerco professionisti di informatica alla Lehaman Brothers. Contattatemi per un’ampia gamma di opportunità. Mi auguro di essere d’aiuto. I miei migliori auguri”.

Dipendenti della Lehman Brothers

Crac Lehman Brothers: quanto rischiano i risparmiatori italiani?

Lehman Brothers

Quanto rischiano i risparmiatori a causa del fallimento della banca d’affari americana Lehman Brothers? Come rivela la tabella che è stata realizzata per Panorama dalla società di analisi Morningstar, la quota percentuale di titoli della banca d’affari Usa nei portafogli dei fondi di investimento venduti in Italia è modesta: al masimo incide per poco più del 2 per cento. In particolare, il fondo italiano più esposto è il Bim azionario con un’incidenza dello 0,87 per cento sul patrimonio. Tra i fondi esteri collocati in Italia, il più esposto è il lussemburghese Db Platinum IV US Value con un peso dei titoli Lehman sul patrimonio del 2,3 per cento.
Ma c’è chi è «obbligazionista» della Leheman senza saperlo. Sono coloro che hanno sottoscritto polizze vita (una cinquantina di prodotti offerti in Italia) od obbligazioni strutturate index linked, che hanno come «sottostante» una obbligazione della banca d’affari americana. In sostanza significa questo: il rendimento di quei prodotti finanziari e dunque il loro valore era garantito dalla Leheman. La quale, essendo fallita, non può più garantire un bel nulla. La speranza dei risparmiatori è che le compagnie di assicurazioni e le banche che hanno collocato questi prodotti mettano mano al portafoglio, anche se non hanno alcun obbligo di farlo, per evitare un donno reputazionale. Insomma, per non perdere la faccia.
LEGGI ANCHE: Ecco perché crolla la finanza Usa

(clicca sulla foto per aprire il file in formato Xls)

quanto rischiano i risparmiatori italiani

Lehman Brothers, fondata nel 1850 da tre commercianti di cotone

Lehman Brothers

Tre tedeschi che commerciavano il cotone: queste le origini della banca d’affari Lehman Brothers.  A fondarla, nel 1850 a Montgomery, in Alabama, sono stati l’allora 23enne Henry Lehman e i suoi fratelli, Emanuel e Mayer.
LA NASCITA. Il commercio del cotone ebbe un successo tale che Lehman Brothers contribuì anche alla nascita della Borsa del cotone nel 1870. Circa un decennio dopo la società entrò nel grande business delle ferrovie lavorando soprattutto nel settore finanziario. Nel 1906 la società si alleò con Goldman Sachs e si avviò a diventare una grossa finanziaria. Lehman e Goldman portarono in Borsa General Cigar, Sears e Roebuck. Nei vent’anni successivi contribuirono a varare oltre cento nuove emissioni azionarie.
LA GRANDE CRISI. Nel 1925 la società affrontò la Grande Depressione guidata Robert “Bobbie” Lehman, nipote dei fondatori. Il Gruppo riuscì a passare indenne la grande crisi focalizzando la sua azione sul venture capital e nel 1928 la società entrò nella sua sede storica di One William Street.
Subito prima della crisi, nel 1924, John M. Hancock è diventato il primo membro del cda della Banca esterno alla famiglia Lehman. Nel 1927 toccò a Monroe C. Gutman e a Paul Mazur. Nel 1930 Lehman guidò il debutto in borsa della Dumont, il primo produttore di televisori e aiutò finanziariamente Radio Corporation of America. Nel 1950 il gruppo guidò il debutto in borsa di Digital Equipment Corporation e più tardi l’acquisizione di Digital da parte di Compaq. L’ultimo membro della famiglia a guidare la società, Robert Lehman jr, morì nel 1969. Con la sua scomparsa si aprì un vuoto di potere nella compagnia che coincise con una difficile fase economica, per cui venne chiamato l’ad Pete Peterson, proveniente dalla Bell&Howell, che riusci’ a raddrizzare le sorti della società.
VERSO UNA GRANDE BANCA D’AFFARI. Peterson riuscì a riportare in pareggio i bilanci della compagnia e poi a conseguire cinque anni consecutivi di profitti record, trasformandola in una grande banca d’affari. Negli anni ‘80 gli scontri tra i banchieri di investimento dell’istituto e i traders, i quali garantivano il grosso dei profitti di Lehman, costrinsero Peterson a promuovere co-amministratore delegato Lewis Gluckman. Tra i due non mancarono forti tensioni che portarono al siluramento di Peterson e all’ascesa di Gluckman come amministratore unico.
LA FUSIONE. Nel 1984 la società, in forti difficoltà, dovette fondersi con American Express trasformandosi nella Shearson Lehman Hutton. Nel 1993 sotto la guida dell’ad Harvey Golub American Express avvia la dismissione delle proprie divisioni bancarie e nel 1994 Lehman Brothers Kuhn Loeb viene scorporata con il nome di Lehman Brothers Holdings. Nel 2003 la società rientrò nel settore dell’asset management, lasciato nel 1989 e fu una delle dieci compagnie che, su segnalazione della Securities and Exchange Commission, dovette pagare una sanzione (80 milioni di dollari) per una indebita influenza esercitata nei confronti degli analisti che si occupano dell’attività di ricerca nell’investment banking.
ARRIVA LA CRISI DEI SUBPRIME. Nel 2007 il primo faccia a faccia della società con la crisi dei mutui subprime: Lehman chiude la sua banca dedicata ai prestiti subprime, Bnc Mortgage, tagliando 1.200 posti di lavoro e registrando una perdita di 25 milioni di dollari. Nel 2008 Lehman è duramente colpita dalla crisi dei mutui subprime: nell’arco di un anno le sue azioni sono crollate del 97% passando da 77 a meno di 4 dollari ad azione. Nel secondo trimestre di quest’anno la società ha annunciato una perdita di 2,8 miliardi di dollari a cui è seguita quella da 4 miliardi di dollari per il terzo trimestre.
UNA SPERANZA DALLA COREA. Quest’ultimo annuncio è stato particolarmente drammatico poiché ha coinciso con la decisione dei coreani di Kbb di ritirarsi dal negoziato per l’acquisizione di una quota del 25% della compagnia. I coreani rappresentavano l’ultima spiaggia per la società, alla disperata ricerca di capitali esterni per rilanciare l’azienda.
Nel giro di pochi giorni Lehman è precipitata nel baratro e le autorità Usa, la Fed e il Tesoro, si sono riunite per cercare di trovare un Cavaliere bianco in grado di rilevare non più una parte della società ma tutta la banca. L’ipotesi era quella di una cordata guidata da Bank of America. Nella riunione di ieri notte, però, Bofa ha preferito orientarsi verso Merrill Lynch e, dopo che anche i britannici di Barclays hanno rinunciato all’acquisizione, a Lehman non è restato altro che ricorrere al Chapter 11 e cioé alla protezione in caso di bancarotta. Quella di Lehman è la prima richiesta di bancarotta di un big di Wall Street, dopo quella di Drexel Burnham Lambert del 1990. La società ha 25 mila dipendenti in tutto il mondo.

Parmalat e class action: ecco che cosa sarebbe successo ai risparmiatori

Da sinistra, gli avvocati Gian Piero Biancolella (in piedi) e Filippo Sgubbi con Calisto Tanzi, durante un'udienza del processo Parmalat a Milano
Cosa sarebbe successo se ai tempi del crack Parmalat fosse stata in vigore una norma sulle class action come quella che ha appena incassato l’ok del Senato? Gian Piero Biancolella, il legale di Calisto Tanzi, risponde secco: “Non molto. Anzi non credo che, così come è stata pensata la proposta di legge, avrebbe cambiato qualcosa. Di certo il risarcimento non sarebbe stato più breve”.

Biancolella sostiene così la posizione di Confindustria e di alcune associazioni dei consumatori che sono fermamente contrarie alla norma soprattutto per quanto riguarda la parte della tempistica. “Se da un lato - aggiunge Biancolella - l’azione collettiva facilita i consumatori perché possono agire insieme con un consistente risparmio di soldi, dall’altro costringe loro ad affidarsi comunque a un legale per avere il risarcimento”. E alla fine la class action “risulta inefficace e farraginosa”.

Per quanto riguarda gli oltre centomila risparmiatori beffati dal crack Parmalat per loro, spiega Biancolella, non è detta l’ultima parola. “Non è vero- conclude - che molti consumatori scoraggiati hanno rinunciato. Anzi la maggior parte di loro sta aspettando l’udienza del dibattimento per costituirsi”. Infine l’avvocato boccia l’ipotesi dell’introduzione del danno punitivo (”È contro ogni principio costituzionale”) e spiega la differenza fondamentale tra i risparmiatori italiani e quelli americani nel processo Parmalat. “Negli Usa, dove è stata intentata una class action, è stato chiesto il danno anche alla nuova Parmalat mentre da noi questo non è possibile. Il risarcimento può infatti derivare solo dagli attivi della vecchia Parmalat”.
Un'infuocata assemblea dei creditori Parmalat nel 2004
Più o meno gli stessi dubbi sono stati sollevati da Carlo Rienzi, presidente del Codacons e convinto oppositore al disegno di legge sulle class action. Se per i risparmiatori danneggiati dalla Parmalat fosse in vigore questa legge, dice, “non ci sarebbe stata grande differenza. Sarebbero stati rappresentati dalle associazioni ma avrebbero comunque dovuto aspettare un’eternità per il risarcimento”. Mentre per Paolo Landi, presidente di Adiconsum, “la norma sarebbe stata utilissima e avrebbe convinto molti consumatori che invece hanno gettato la spugna”.

Parmalat e Antonveneta: potenti alla sbarra

L'ex governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio e Gianpiero Fiorani in un'immagine d'archivio del 2002
Una vera caduta degli dei. In un solo giorno tra Milano e Parma è stato chiesto il rinvio a giudizio per i nomi più importanti della finanza italiana degli ultimi 10 anni. Cesare Geronzi (neo presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca e numero uno di Capitalia), Matteo Arpe, Calisto Tanzi e altre 66 persone per il crack Parmalat. Antonio Fazio (ex Governatore di Bankitalia), Giampiero Fiorani (ex numero uno della Banca popolare italiana), Giovanni Consorte (ex numero uno di Unipol), il senatore di Forza Italia Luigi Grillo, il finanziere Emilio Gnutti (e altre 68 persone) per la tentata scalata ad Antonveneta. Con loro un altro centinaio di persone, considerati i due processi.
Un intero gruppo di potere che, nello stesso giorno, finisce sul banco degli imputati per processi e vicende che hanno già lasciato il segno nella storia dell’Italia, non solo per quanto riguarda il mondo economico-finanziario.
I nomi sono gli stessi che negli ultimi anni hanno frequentato i palazzi del potere e i salotti buoni dell’economia nostrana. Così l’estate 2007 potrebbe essere una riedizione di quella del 2005: molto torrida e movimentata dal punto di vista giudiziario.
Mentre l’Italia segue con apprensione i roghi del Mezzogiorno, altri incendi, più difficili da spegnere o arginare, minacciano le fondamenta del Palazzo: anche perché stavolta pare ci sia “soddisfazione” anche per i risparmiatori: il gup di Parma Domenico Truppa ha infatti riconosciuto alle parti civili del processo Parmalat un risarcimento come danno morale pari al 10 per cento del capitale investito (400 mila euro). In pratica, secondo l’avvocato Carlo Federico Grosso, difensore del Gruppo SanPaolo-Imi, la cifra dovrebbe aggirarsi intorno ai 40milioni di euro.

Il VIDEO servizio:


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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