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Imprese, le banche sono a secco e nessuno chiede soldi

Crisi di liquidità. Lo sportello è a secco e l’impresa si sfiducia

Anche le imprese si sfiduciano. Esattamente come le persone che non trovano lavoro e che, dopo un po’, smettono anche di cercarlo. Le aziende si sfiduciano quando cercano una banca che gli faccia credito e, dopo avere fatto il giro delle sette chiese, non ne trovano nessuna. Allora rinunciano. E sono aziende che vanno bene, che funzionano, che hanno ordini ed esportano. Eppure… Continua

Gianni Zonin. Io, imprenditore, vi dico: «Non sparate sulle banche»


Gianni Zonin. Io, imprenditore, vi dico: " non sparate sulle banche"

L’accusa: prestiti col contagocce e legami con il territorio allentati. La difesa: denaro troppo caro, solvibilità sempre più a rischio. Mentre fra banche e imprenditori tornano a volare gli stracci, c’è chi se la cava con una battuta: «I rating sono figli di quel che siamo. E, proprio come si fa con i figli discoli, piuttosto che ignorarli o rimproverarli dobbiamo tenerli a bada. E poi farli migliorare col tempo».

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Dove nasce il nuovo «credit crunch». E rimetti a noi i nostri crediti


Dove nasce il nuovo «credit crunch». E rimetti a noi i nostri crediti

di Sergio Luciano

«Noi ci proviamo sempre, però sempre più spesso i colleghi ci dicono di no»: il vicedirettore generale di una media banca popolare del Nord sintetizza così la ricerca quotidiana di liquidità che gli tocca fare sul mercato interbancario.

Le banche europee non si fidano più delle altre banche. Né di quelle italiane né di quelle francesi o tedesche. E non si prestano più soldi l’una all’altra. È una paralisi senza precedenti del mercato della liquidità. Continua

I conti della crisi. Per l’Fmi: “Costerà 4 mila miliardi di dollari”

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Nuovamente in rialzo il costo della crisi finanziaria. E la stima viene dal Fondo Monetario Internazionale: le svalutazioni, entro il 2010, afferma nel Global Financial Stability Report: “potrebbero raggiungere i 4.000 miliardi di dollari, di cui due terzi facenti capo alle banche”. A tanto cioè arriverà a costare la crisi finanziaria global alle sole economie avanzate.

Il collasso del settore creditizio (credit crunch) sarà “profondo e di lunga durata”, la crisi si è estesa a famiglie e imprese e anche se a livello mondiale sono state lanciate contromisure “che non hanno precedenti”, l’istituzione avverte che “la stabilizzazione del sistema finanziario richiederà ulteriori azioni politiche”. Con questo rapporto ogni anno l’Fmi passa in rassegna la situazione e tutte le criticità del sistema finanziario globale.

L’aspetto più atteso era proprio quello sulle svalutazioni, oggetto di anticipazioni di stampa che ora trovato riscontro nei dati effettivamente pubblicati. Sono contenuti nel primo capitolo e l’ammontare totale delle svalutazioni stimate sale a quasi 4.100 miliardi di dollari; se la maggior parte di queste svalutazioni ricadono su titoli originati negli Stati Uniti, l’epicentro della crisi, ora l’Fmi stima che ben 1.193 miliardi riguardino titoli Europei.

Per dare un’idea della velocità e dell’ampiezza con cui si sono aggravate queste stime, basta guardare alla componente sugli asset statunitensi. Oggi l’Fmi stima svalutazioni per 2.712 miliardi di dollari su un ammontare totale di titoli da 26.554 miliardi. Solo lo scorso gennaio, in un aggiornamento delle sue previsioni, indicava invece svalutazioni per 2.200 miliardi, e nell’ottobre precedente 1.400 miliardi.

“In base alle nostre stime” scrivono i tecnici dell’Fmi “a riflesso delle perduranti pressioni nei mercati del credito le istituzioni finanziarie globali e altri detentori (di questi titoli) potrebbero fronteggiare svalutazioni più ampie”.
Le svalutazioni previste per l’Europa riguardano un ammontare totale di titoli indicato a 23.807 miliardi di dollari, mentre altri 131 miliardi di svalutazioni sono su titoli originati in Giappone il cui ammontare totale è di 6.569 miliardi. E sono proprio i nuovi dati su Europa e Giappone a far salire drammaticamente la previsione totale, perché in precedenza l’Fmi non indicava svalutazioni su titoli originati da queste due aree economiche. L’ammontare totale dei titoli oggetto di revisioni peggiorative è pari a 57.719 miliardi di dollari e la cifra esatta delle svalutazioni previste è di 4.054 miliardi.

A causa della crisi finanziaria, il debito pubblico italiano salirà nel 2010 al 121% con un incremento di 15 punti percentuali dal 106% del 2008. Il Fondo Monetario Internazionale precisa che i costi per la stabilizzazione finanziaria sono risultati pari allo 0,9% del pil. I dati sul debito sono tratti dal World Economic Outlook dell’aprile 2008, mentre le stime sui costi provengono dal dipartimento degli Affari fiscali del Fmi. Il deterioramento dei conti pubblici non è comunque un fenomeno limitato: in Germania il debito 2010 si attesterà all’87% con un aumento di 19 punti percentuali. In Giappone l’incremento sarà di 30 punti percentuali al 227%, mentre negli Usa il balzo sarà di 27 punti al 98%. In Francia, l’aumento sarà di 13 punti percentuali all’80%.

Tre le “priorità” identificate dal Fondo: assicurare che il sistema bancario abbia accesso alla liquidità necessaria, identificare e risolvere la questione degli asset tossici, ricapitalizzare le banche indebolite ma ancora vitali e decidere rapidamente cosa fare di quelle ormai allo stremo. Con l’avvertenza che, “data la natura globale della crisi”, gli effetti delle politiche nazionali potranno avere pieno successo “soltanto se realizzate in modo coordinato tra tutti i Paesi coinvolti”.
Soprattutto nel Vecchio Continente. L’Europa dell’Est, già duramente colpita dalla crisi, rischia infatti di contagiare tutta la “vecchia” Europa: le forti interconnessioni finanziarie esistenti fra le due aree aumentano il pericolo di un “un ciclo vizioso avverso» all’interno di tutta l’Europa spiega ancora l’Fmi, secondo il quale “i collegamenti” fra Est e Ovest “creano un ciclo di azioni e reazioni che potrebbero esacerbare la crisi”. La maggior parte delle economie emergenti europee, conclude l’Fmi, sono infatti dipendenti dalle banche del Vecchio Continente occidentale che, di fatto, possiedono molti degli istituti di credito dell’Europa dell’Est.

Crisi dei mercati: le imprese senza credito

Un operatore di borsa

“No! No! No!”. Davanti al sito internet della borsa italiana l’industriale che voleva portare a Piazza Affari due delle tre aziende che controlla regge a malapena la tensione. Sul video scorre il crollo degli indici: meno 7 per cento, meno 8 per cento, meno 9 per cento. Un delirio. “Il sistema è ingrippato: contavo di quotare le aziende per reperire i soldi per fare nuovi investimenti, ma con i mercati in questo stato è improponibile. Se vado in banca mi fanno pagare gli euro come fossero d’oro. Lasciamo stare…” dice mentre spegne il computer. Ecco spiegato come la crisi finanziaria blocca l’economia reale. Ma l’industriale milanese, che vuole restare anonimo, è solo uno nel mare degli imprenditori italiani che hanno fermato le macchine per mancanza di liquidi facendo così ingranare all’Italia la marcia indietro in direzione della recessione.
“Il fatto è che le banche sono in una tremenda difficoltà finanziaria e i soldi che hanno se li tengono stretti per tappare le falle nei loro bilanci, non certo per finanziare l’industria” si sfoga Michele Gualandi, presidente della Coswell (cosmetica, marchi Bionsen e L’Angelica). Quello che si ha perfino paura a pronunciare è il fatidico termine credit crunch, ovvero il blocco dei finanziamenti alle imprese. Per ora l’aria che si respira è quella di un forte restringimento del credito e un innalzamento spaventoso del costo del (poco) denaro che c’è. La riprova è l’Euribor, il tasso al quale le banche si prestano denaro tra loro e sul quale si calcola il prezzo a cui lo prestano a famiglie e imprese: questo indicatore è arrivato a sfiorare il 5,4 per cento, il punto più alto dal 1994. “Ci hanno prestato soldi a 60-70 punti sopra l’Euribor (cioè al 6-6,1 per cento, ndr)” racconta Giorgio Squinzi, presidente della Mapei e della Federchimica, “ma ci è stato anche detto che se ne chiediamo ancora ce li danno a 150-160 punti sopra. E pensare che fino ad agosto pagavamo solo 20-30 punti in più! Una follia”. “150-160 punti sopra l’Euribor? Magari!” esclama Giuseppe Recchi, capo italiano del colosso americano General Electric, a dimostrazione che la crisi del credito è un problema trasversale che tocca grandi e piccoli in qualsiasi settore essi lavorino. “I problemi sono due” spiega Recchi “da un lato c’è difficoltà da parte della banca a valutare il reale valore delle garanzie e dall’altra la mancanza di liquidità di queste ultime. Alla fine ci si va di mezzo tutti: chi chiede 1 milione e chi chiede 1 miliardo”.
In Confindustria è allarme rosso. Il presidente Emma Marcegaglia ha chiesto ai banchieri che “in questo momento così importante e delicato non facciano mancare il supporto alle imprese e all’economia reale”. Fiutando l’aria che tira anche l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, è corso ai ripari frenando il programma di riacquisto di azioni proprie per 1,8 miliardi spiegando che “la mancanza di liquidità non blocca solo il sistema finanziario, ma anche quello industriale”. “La crisi, effettivamente, si sente. Le banche puntano a far rientrare dai crediti il maggior numero di imprese possibile. D’ora in poi i prestiti saranno molto più oculati” spiega Giancarlo Radice, amministratore delegato del gruppo Rinascente. Chi soffrirà di più? “I settori che hanno bisogno di grande liquidità con ritorni lunghi come l’immobiliare”.
Appunto, l’immobiliare: ovvero l’Alfa e l’Omega della crisi finanziaria. I costruttori della provincia di Milano hanno addirittura comprato una pagina intera del Sole 24 ore per denunciare il fenomeno. “Da giugno il problema è esploso” spiega Claudio De Albertis, presidente dell’Assimpredil lombarda e costruttore lui stesso. “Sono stati letteralmente chiusi i rubinetti, ci sbattono la porta in faccia”. È anche vero che nel passato, all’epoca dei “furbetti”, gli immobiliaristi sono quelli che hanno più goduto dei bassi tassi d’interesse. “Guardi che allora veniva finanziato chi comprava e vendeva palazzi, non chi li costruiva. Le do un dato che spiega tutto: secondo la Cassa edile, un ente bilaterale gestito da imprenditori e dipendenti, il numero degli operai edili a Milano, Monza e Lodi è calato dell’1,5 per cento nel 2007. Era da nove anni che aumentava!”.
“Il comportamento delle banche è a volte addirittura subdolo” spiega Claudia Torchietto, presidente dell’associazione piemontese delle piccole imprese e del consorzio Eurofidi, un ente che fornisce garanzie agli imprenditori che chiedono prestiti bancari. “Fino a un anno fa la banca erogava il finanziamento contestualmente alla delibera di Eurofidi a garanzia dell’imprenditore. Adesso registriamo ritardi imbarazzanti da parte di tutte le banche, nessuna esclusa”. Non dissimile la situazione in Sicilia dove il presidente degli industriali, Ivan Lo Bello, è presidente anche del Banco di Sicilia controllato dall’Unicredit: un ruolo un po’ contraddittorio. “Partiamo dal presupposto che le banche sono imprese” dice Lo Bello “e che se tagliano i finanziamenti non lo fanno per divertimento. Mi rendo conto che il credit crunch è una paura reale, ma ricordiamoci che la crisi è mondiale e che noi siamo le vittime”. Ma quando dice “noi” parla degli industriali o dei banchieri? Forse di tutti e due.

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rossi-spalla Viviana Da Busti
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