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Scorcio indiano (credits: LaPresse)
Tra i due giganti dell’Asia il confronto continuo è inevitabile. Tendenzialmente, la Cina spiazza l’India per quasi tutti gli indicatori. Accantonando per una volta i dati sulla crescita e sugli investimenti (degli stranieri nel paese e nazionali all’estero), Pechino ha da sempre anche il vantaggio di un governo apparentemente in grado di implementare qualsiasi politica ritenga necessaria per lo sviluppo nazionale.
Per non parlare dei resoconti di chi viaggia spesso in questi due paesi: alle infrastrutture fatiscenti, spesso addirittura inesistenti, del subcontinente, si contrappongono quelle luccicanti e all’avanguardia della Repubblica popolare.
Tuttavia, secondo Jim Walker, economista basato a Hong Kong, pur essendo partita sfavorita, l’India, in parte anche grazie alla crisi economica, sarebbe oggi nella condizione di prendersi finalmente la sua rivincita. Continua
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L’appuntamento è per il 31 maggio. Entro quella data, per la prima volta nella loro storia, le società che non sono una banca ma offrono credito al consumo, prestiti personali, dilazioni di pagamento, fideiussioni, cambi, money transfer e mille altri servizi per l’uso del denaro dovranno fornire alla Banca d’Italia parecchie informazioni: statistiche su ciò che fanno, conto economico, conto patrimoniale, e pure le attività che non figurano nel bilancio. È una rivoluzione per quelli che i tecnici chiamano in modo burocratico “intermediari finanziari non bancari identificati nell’articolo 106 del testo unico bancario”. E non solo per loro.
L’accensione dei riflettori riguarda tutto il vasto esercito di persone e società, oltre 170 mila operatori, che a vario titolo hanno lavorato fino a oggi con il denaro degli italiani per larga parte fuori dalle luci della ribalta. Il cambiamento è cominciato nel 2008, quando tutto questo mondo è passato sotto la vigilanza della Banca d’Italia. Negli uffici di via Nazionale, a Roma, è apparsa subito chiara la diversità fra i controlli previsti sull’attività delle banche e quelli, assai meno stringenti, che la legge imponeva su questo altro tipo di intermediari del denaro, fino ad allora seguiti dall’Uic, Ufficio italiano cambi. Così, in attesa di norme più adeguate, proposte e già in discussione in Parlamento, è stato avviato un lavoro di verifica sul campo. In pochi mesi sono state spedite migliaia di raccomandate. Sono state intensificate le verifiche nei casellari giudiziari sull’onorabilità delle persone. Sono partite le prime ispezioni. Si è intensificata la collaborazione con la Guardia di finanza. E sono scattate anche operazioni di pulizia, come la cancellazione di oltre 10 mila “agenti in attività finanziaria”.
I risultati consentono oggi di andare alla scoperta di questo mondo poco conosciuto ma così importante nella gestione dei nostri soldi. La punta ben visibile è composta da pochi intermediari non bancari di grandi dimensioni, sottoposti a una vigilanza simile a quella delle aziende di credito e con obblighi patrimoniali e di informazione molto rigorosi. Sono appena 180 imprese (i tecnici vi si riferiscono citando l’articolo 107 del Testo unico bancario, Tub): offrono leasing, factoring, credito al consumo. Sono società anche importanti, come le finanziarie legate alle aziende produttrici di automobili. E in questo gruppo stanno per essere compresi i cosiddetti consorzi fidi. Anche se l’attività è la stessa, molto più lasco è il regime al quale devono sottostare tutti gli altri operatori, che sono davvero numerosi. Alla fine del 2008, per esempio, erano 1.189 le aziende che, inquadrate nell’articolo 106 del Tub, offrivano leasing, factoring, credito al consumo, prestiti, money transfer e servizi di pagamento.
Nei primi mesi del 2009 già sono arrivate domande per farne nascere altre 170. Eppure, nessuna di queste ha l’obbligo di avere un patrimonio adeguato al giro di affari. Basta avere un capitale minimo (600 mila euro). Pure i poteri della Banca d’Italia sono limitati. Da qui, la decisione di avviare quantomeno una verifica. Il 5 gennaio la banca centrale ha disposto l’obbligo di inviare informazioni statistiche ogni semestre. Una per una queste imprese sono state interpellate per raccomandata. Le risposte dovranno arrivare entro il 31 maggio. La Banca d’Italia le userà per creare un database che consenta di comprendere meglio che cosa fanno queste imprese, e come lo fanno. Ancora più deciso è stato l’intervento su una quarantina di aziende che, nell’ambito di questo stesso gruppo, offrono garanzie su prestiti e fideiussioni per partecipare a gare e appalti. La crisi incombe, alcune di queste imprese potrebbero essere chiamate a onorare gli impegni. Così è stato previsto che la natura di un’attività del genere comporti l’obbligo di avere un capitale più robusto e quantomeno un’adeguata disponibilità di liquidi sempre pronti.
È stato anche avviato un monitoraggio specifico. Tra i diversi intermediari di denaro i due gruppi più numerosi riguardano tuttavia gli “agenti in attività finanziaria” e i mediatori creditizi. L’elenco degli agenti comprende 49.366 persone fisiche e 4.284 società. Che cosa fanno? Per metà sono sub money transfer, cioè raccolgono il denaro degli immigrati per conto di un’azienda più grande e lo trasferiscono all’estero, per esempio con la piattaforma Western Union. L’altra metà degli agenti, grazie alla delega ottenuta da un’impresa del settore, commercializza prodotti bancari: mutui, credito al consumo, prestiti e altro. Nel 2008 la Banca d’Italia ha inviato a questi soggetti circa 60 mila lettere per chiedere l’esistenza dei requisiti di iscrizione. In base alla legge, per essere agenti e maneggiare il denaro dei clienti basta una fotocopia certificata del diploma di scuola media superiore; una fotocopia della carta di identità; l’autocertificazione sui requisiti di onorabilità. E il mandato della società per la quale lavorano. A settembre, accertato a più riprese che molte risposte non erano arrivate, e condotte molte verifiche presso i casellari giudiziari, la Banca d’Italia ha promosso la cancellazione di oltre 10 mila agenti (una piccola parte ha poi fatto domanda di reiscrizione). Ma ci vorrà poco a recuperare. Ogni anno, tra mediatori e agenti, fanno domanda 30 mila nuovi addetti. Ancora più numerosi sono i “mediatori creditizi”: 98.614 persone fisiche e 9.029 società. La differenza rispetto agli agenti è semplice: fanno lo stesso lavoro però sono liberi professionisti. Offrono ai propri clienti i prodotti bancari delle finanziarie e delle banche. Hanno obblighi di trasparenza e di segnalazione ai fini delle norme contro il riciclaggio del denaro sporco. La Guardia di finanza svolge molte verifiche, ma i mediatori sono così numerosi che è difficile condurre un esame di massa. Su segnalazione della Gdf, dal 2008 ne è stato cancellato qualche centinaio. Basta riflettere sul numero di questi intermediari (da non confondere con i promotori finanziari sottoposti al controllo della Consob) per capire il motivo che ha spinto Banca d’Italia e ministero dell’Economia a ipotizzare un irrobustimento delle norme di iscrizione, di vigilanza, di prudenza. Le novità sono state inserite in un disegno di legge che recepisce alcune direttive europee. Su diversi temi è stato registrato un consenso unanime, per esempio sull’irrobustimento dei criteri di iscrizione o sull’istituzione di un organismo di categoria. Su altri due punti c’è invece una forte resistenza delle categorie interessate.
Il primo riguarda la previsione di rendere incompatibili l’attività di agente e quella di mediatore. Sostiene Maurizio Del Vecchio, presidente della Fimec, una delle associazioni del settore: “Se vuoi trattare diversi prodotti, devi ricoprire tutti e due i ruoli, perché le grandi imprese di credito al consumo vogliono agire solo tramite agenti, mentre se vuoi vendere mutui o altre attività puoi farlo solo se sei mediatore. E allora: o non si prevede l’incompatibilità o si permette che le due figure facciano tutto”. Il secondo punto di scontro riguarda l’obbligo di costituirsi in società per i mediatori. Dice ancora Del Vecchio: “Va bene solo se ci permettono di fare una semplice snc, che costa poco”. Che cosa accadrà? Intanto i riflettori sono stati accesi. Il resto dipende dall’iter della legge con le nuove regole.
La mappa degli intermediari non bancari aggiornata al 31 dicembre 2008. La maggioranza è costituita dai mediatori creditizi, quasi 100 mila, seguiti da agenti.

La recessione non è finita, continuerà per tutto il 2009 e proprio per i prossimi mesi è prevedibile un “nuovo, significativo calo dell’attività economica”. A dirlo è il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, in un’audizione alla Camera.
Il numero uno di Palazzo Koch ha anche auspicato che non ci siano ingerenze politiche nel controllo del credito invitando i banchieri a scelte lungimiranti: “In Italia, come nel resto dell’area dell’euro” ha detto “la recessione aggravatasi a metà 2008 dovrebbe proseguire nel corso dell’anno. Tutti gli indicatori (produzione, ordinativi e giacenze di magazzino) continuano a segnalare ritmi produttivi molto bassi. Nel primo trimestre di quest’anno il Prodotto interno lordo si contrarrebbe per la quarta volta consecutiva: è verosimile che l’intero 2009 si chiuda con un nuovo, significativo calo dell’attività economica, concentrato soprattutto nel settore privato”.
Il controllo sull’andamento del credito da parte degli osservatori territoriali guidati dai prefetti non deve sconfinare in un “ruolo di pressione sulle banche che spinga ad allentare il rispetto di criteri di sana e prudente gestione nella selezione della clientela”, ha continuato il governatore. “Ritengo che debbano essere evitate interferenze politico-amministrative nelle valutazione del merito di credito di singoli casi”.
In Italia, dove il debito pubblico è alto, è necessario compensare gli interventi di breve periodo adottati per fronteggiare la crisi, con misure strutturali che “diano subito la certezza del riequilibrio del bilancio nel medio periodo”, ha detto il governatore. “Allungare lo sguardo è essenziale: la sostenibilità dei conti pubblici nel lungo periodo è fondamentale anche per assicurare l’efficacia delle politiche di breve. In Paesi come l’Italia, dove è alto il debito pubblico, interventi di breve periodo ampi e incisivi vanno compensati da misure strutturali che diano subito la certezza del riequilibrio del bilancio nel medio periodo”.
La crisi richiede ai banchieri di essere “bravi” anche se l’economia va male. Questo il monito lanciato ai vertici degli istituti di credito. “La prova sollecitata dalla crisi” ha detto Draghi “è severa e richiede di saper essere bravi banchieri anche quando l’economia va male. Di fronte all’inevitabile peggioramento della qualità del credito, dovuta alla recessione, occorrono scelte lungimiranti: non basta tenere i conti in ordine”.
“Un fermo sostegno ai clienti con buon merito di credito” ha aggiunto il governatore “evita che una stretta creditizia eccessiva aggravi la recessione e quindi peggiori la posizione degli stessi clienti delle banche”.
Il governatore chiede poi all’esecutivo di impostare sin da subito una riforma complessiva del sistema degli ammortizzatori sociali. Draghi tuttavia definisce “opportuni” gli interventi adottati per estendere gli ammortizzatori sociali anche ai lavoratori atipici.
Draghi denuncia inoltre i troppi ritardi nei pagamenti delle amministrazioni pubbliche alle imprese. “Un’accelerazione darebbe sostegno alle imprese senza appesantire strutturalmente i conti pubblici”, dice. “I crediti commerciali che le imprese vantano nei confronti delle amministrazioni pubbliche, connessi con dilazioni e ritardi nel pagamento di beni e servizi, sono molto elevati: circa il 2,5% del prodotto interno lordo, oltre il 30% della spesa annua delle amministrazioni per consumi e investimenti. Un’accelerazione dei pagamenti darebbe sostegno alle imprese senza appesantire strutturalmente i conti pubblici”.
Per le banche italiane “l’irrobustimento del capitale, anche con gli strumenti messi a disposizione dallo Stato, cioè i Tremonti-bond, è condizione per sostenere la capacità del sistema bancario di fornire credito all’economia”, ha poi sottolineato il governatore. E ancora, se da una parte Draghi ha sottolineato che occorre “riconsiderare” alcuni aspetti del trattamento fiscale delle banche e di altri intermediari, spiegando che questi ultimi “determinano svantaggi competitivi nei confronti di altri Paesi e dovrebbero essere riconsiderati”, ha poi spiegato che “rimane forte l’incertezza sulla distribuzione delle perdite nei bilanci delle banche”. I numerosi interventi anti-crisi di governi e autorità monetarie “hanno evitato un collasso del sistema, ma non hanno portato chiarezza sui bilanci di quelle banche che più hanno investito in titoli tossici”, ma “permane l’incertezza sull’entità e la distribuzione delle perdite nei bilanci di quelle che erano le più grandi banche mondiali. Ristabilire la fiducia nelle istituzioni finanziarie e ripristinare il buon funzionamento dei mercati del credito è indispensabile, insieme con il sostegno alla domanda proveniente dalle politiche monetarie e fiscali, per riavviare la crescita”.
Il piano casa annunciato dal governo, con una semplificazionme degli adempimenti e una riduzione degli oneri, “potrebbe avere effetti di stimolo”. Tuttavia, ha spiegato Draghi, “la complessità della materia, la presenza di competenze concorrenti fra Stato e Regioni, la necessità di congegnare l’intervento in modo da preservare l’ambiente naturale ed equilibrio urbanistico ne rendono incerta la portata da un punto di vista congiunturale”.
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Prima la denuncia di Tremonti in Aula: “O via la legge o via il ministro”. Poi la posizione ufficiale del governo. Che assicura: “L’emendamento 7bis al decreto Alitalia sarà cancellato nel passaggio istituzionale alla Camera”.
Durante l’informativa al Parlamento sulla situazione venutasi a creare dopo la cosiddetta crisi dei mutui e i fallimenti di alcune grandi istituzioni finanziarie mondiali il ministro dell’economia aveva annunciato che il governo è pronto ad affiancare gli istituti di credito qualora questi si trovassero in difficoltà a causa delle ripercussioni della crisi finanziaria, sottolineando tuttavia che l’intervento sarà finalizzato a tutelare i risparmiatori, non i dirigenti che hanno sbagliato.
Lo stesso concetto era stato poi espresso al Senato, a margine del dibattito, a proposito appunto dell’emendamento, inserito dai senatori Antonio Paravia e Angelo Maria Cicolani, nel decreto Alitalia: “Se si immagina che la linea del governo sia quella prevista da un emendamento che prevede una riduzione della soglia penale per alcune attività di amministratori, si sbaglia” ha detto il ministro “È un emendamento fuori dalla logica di questo governo. O va via l’emendamento o va via il ministro dell’Economia”.
Chiamato in causa è lo stesso senatore Cincolani a commentare: “L’emendamento che io e il senatore Paravia abbiamo presentato era teso a garantire una piena libertà d’azione al commissario straordinario Augusto Fantozzi”. Il senatore azzurro Angelo Maria Cicolani non disconosce l’emendamento che ha modificato la legge Marzano sui salvataggi delle grandi imprese e quella sul diritto fallimentare del 1942. Però, assicura: “Sono con il ministro Tremonti e voglio una situazione cristallina. Se l’emendamento va perfezionato, sono disposto a sottoscriverlo”.
La “salva-manager” prevede, nel caso di amministrazione straordinaria, che i reati come ad esempio la bancarotta fraudolenta, la bancarotta semplice o il ricorso abusivo al credito, siano applicabili solo se la compagnia fallisce o nell’ipotesi di accertata falsità dei documenti. Questo il testo dell’emendamento: “Le dichiarazioni dello stato di insolvenza a norma dell’art. 4, comma primo, e dell’art. 3, comma terzo, del presente decreto e dell’art. 3 e dell’art. 82 del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270, sono equiparate alla dichiarazione di fallimento ai fini dell’applicazione delle disposizioni dei capi I, II e IV del titolo VI della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267 esuccessive modificazioni ed integrazioni) solo nell’ipotesi in cui intervenga una conversione dell’amministrazione straordinaria in fallimento, in corso o al termine della procedura, ovvero nell’ipotesi di accertata falsità dei documenti posti a base dell’ammissione alla procedura”.
Parlando poi della crisi finanziaria, Tremonti ha poi spiegato che “l’Italia non presenta particolari anomalie” e questo perchè “una caratteristica propria del sistema bancario italiano è avere un carattere meno sofisticato che ha preservato elementi di crisi che vediamo in altri paesi europei”. “Riconosco quanto detto mio predecessore” ha aggiunto Tremonti “che ha definito il sistema italiano “più robusto”. Tremonti ha relazionato ai deputati e ai senatori all’indomani del consiglio dei ministri che ha stabilito la creazione di un fondo speciale per andare incontro agli istituti di credito che dovessero subire contraccolpi per effetto della debacle economica mondiale. “Il carattere della crisi in Europa” ha evidenziato “non è ancora chiaro, ma è proteiforme e segmentata”. In ogni caso, ha aggiunto, seppure con “mezzi diversi” i paesi europei stanno lavorando per un “fine comune”: nell’area Ue, ha detto il ministro, “tutto il possibile è stato coordinato. Gli interventi sono stati presi per country in base ad uno schema comune”.
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Una sede della Lehman Brothers
Disoccupati: è il destino che accomuna la maggior parte dei dipendenti della Lehaman Brothers, istituto di credito fallito nella più grande bancarotta della storia Usa. A nulla sono serviti 160 anni di storia, 18 ore di lavoro giornaliero, la formazione nelle università più note degli Stati Uniti. Alcuni ex LEH, questa la sigla della banca, cercano conforto su Craigslist, una bacheca di annunci online: “Mi sono trasferito dalla Spagna a New York per lavorare con Lehman. Ora mi rilasserò un po’ e finalmente vedrò questa città” scrive un manager. Altri sdrammatizzano: “Ora avrò parecchio denaro e tempo libero”. Oppure: “Penso che farò un po’ di vacanze, ora: mi riposerò dopo aver lavorato direttamente dopo la fine del college, senza riposarmi da tre anni”. E c’è già chi avanza un’offerta di “lavoro” nello stesso forum: “Ex ballerina e modella si assume l’incarico di portare ‘buone vibrazioni’ nella tua vita questo weekend”. Su eBay gli impiegati hanno messo all’asta penne, mazze da golf e altri oggetti appartenuti alla banca fallita: una tazza bianca e nera costa 150 dollari. Ma a qualcuno è andata davvero male: un manager ha lasciato Lehman anni fa, e ora lavora alla Morgan Stanley. Aveva investito sei milioni di dollari nelle azioni della banca fallita: persi tutti in una sola notte. Eppure, nonostante l’imminente bancarotta, Theodore Roosevelt V (nipote dell’omonimo presidente Usa) si è sposato sabato scorso con Serena Clare Torrey: anche lui era un manager della Lehman.
Ieri, poi, un reporter del New York daily news ha fotografato un ex dipendente che ha lasciato il suo ufficio e ha attraversato il centro di New york con un borsone e un cimelio originale, un’ascia da battaglia lunga quasi un metro. I “cacciatori di teste” sono già alla ricerca dei professionisti in fuga dalla banca, magari sperando in un prezzo d’occasione. E si affidano anche a Facebook: “Cerco professionisti di informatica alla Lehaman Brothers. Contattatemi per un’ampia gamma di opportunità. Mi auguro di essere d’aiuto. I miei migliori auguri”.
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Il Brasile, il gigante del Sud America, si sta svegliando. Lo riconoscono gli esperti di economia internazionale. E ne parlano i più importanti media internazionali. Ma cosa c’è dietro questo miracolo? Dal punto di vista economico un mix dosato di politiche monetarie restrittive e politiche fiscali volte all’inclusione sociale delle classi più povere, tradizionalmente escluse dal circuito dei consumi e dell’accesso al credito. Il risultato è che oggi in Brasile l’inflazione è al 4% annuale e, soprattutto, sotto controllo.
A differenza di quanto accade, invece, in alcuni paesi vicini quali Argentina e Venezuela, dove l’incremento dei prezzi sembra non avere freno. A Caracas è oltre il 30% e intorno al 15% a Buenos Aires, senza contare che le associazioni di consumatori e molti analisti argentini contestano questi dati perché ritengono che l’inflazione reale sia almeno doppia. Se a tutto questo si aggiunge che la valuta locale del Brasile, il real, si è valorizzata nei confronti dell’euro di oltre il 50% negli ultimi 5 anni e del 111% verso il dollaro Usa nello stesso periodo, ben si capisce come la Bovespa, la borsa valori brasiliana, sia passata dai 43mila punti del marzo 2007 agli oltre 70mila punti di oggi. Una performance senza paragoni per il Sudamerica, spiegata anche dall’incremento quantitativo e qualitativo degli investitori stranieri nel mercato azionario verde-oro.
Raddoppiati gli investimenti esteri. Che non si tratti solo di speculazione, infatti, come potrebbero pensare alcuni, lo dimostrano proprio gli investimenti esteri diretti, raddoppiati negli ultimi due anni, le esportazioni in crescita anche in settori ad alto valore aggiunto come la produzione di aerei.
Per non parlare poi della nascita di una nuova classe media etichettata come classe C, che secondo le statistiche Ibge, (Istituto brasiliano di geografia e statistica, l’Istat locale), da un mese è diventata a livello numerico la più importante.
Ma il salto più straordinario che il Brasile ha compiuto in questi ultimi mesi sorprendendo l’economia mondiale è forse il passaggio da paese debitore a creditore. Secondo i dati resi noti dalla Banca Centrale a fine febbraio, il gigante sudamericano ha infatti nei suoi forzieri riserve in valuta straniera pari a 190 miliardi di dollari, mentre il totale dei debiti verso l’estero, per il settore privato e per quello pubblico, ammonta a 183 miliardi di dollari. “Una seconda dichiarazione di indipendenza” ha commentato soddisfatto il presidente Luiz Ignácio Lula da Silva. Che confida adesso fiducioso nel futuro, soprattutto dopo che Standard & Poor’s ha promosso il Brasile tra i paesi con “investment grade”.
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Ormai da alcuni mesi, dal fronte mutui non vengono buone notizie. L’ultima, in ordine di tempo, in Italia riferisce che è saltato il tavolo sulla portabilità, ossia la possibilità di trasferire il debito a un’altra banca che propone condizioni migliori, annullando costi e formalità.
Una soluzione attesa soprattutto dalle famiglie in difficoltà per l’aumento dei mutui a tasso variabile (secondo un recente studio della Nomisma, su 4 milioni di famiglie che hanno sottoscritto un mutuo quelle in difficoltà nel pagare le rate hanno ormai superato quota 400 mila) e speranzose di ottenere condizioni migliori rinegoziando con la propria banca quelle di partenza oppure scegliendone addirittura una nuova e più conveniente: ovviamente, senza costi aggiuntivi.
Una possibilità prevista dalla legge contenuta nella seconda lenzuolata di liberalizzazioni del ministro per lo Sviluppo Economico Pier Luigi Bersani e che dovrebbe essere in vigore da otto mesi. Ma le banche non la applicano, sostengono le associazioni dei consumatori: “Per questo è saltato il tavolo della trattativa tra l’Abi e le associazioni di consumatori e notai” afferma Altroconsumo, sottolineando che l’associazione bancaria “ha respinto l’ipotesi di applicazione della portabilità del mutuo attraverso la cosiddetta surrogazione dell’ipoteca senza presenza di notaio obbligatoria, sistema che eliminerebbe i costi per il consumatore”.
In pratica, sostiene Altroconsumo, chi trasferisce il mutuo deve poterlo fare senza dover cancellare l’ipoteca già iscritta sull’immobile e sostituirla con una nuova: le banche invece ritengono necessaria la presenza del notaio. E non è l’unica divergenza sull’interpretazione della legge. “Per noi la portabilità è a costo zero” afferma Antonio Longo, presidente del Movimento difesa del cittadino (Mdc) “mentre l’Abi ci ha proposto un testo in cui c’era solo un auspicio alla riduzione dei costi, per noi inaccettabile: con rammarico, siamo stati quindi costretti ad abbandonare il tavolo” .
Per Adusbef e Federconsumatori “non c’è nulla da trattare con l’Abi” e ricordano di avere denunciato già da tempo che “gli istituti di credito non violano solo la norma del decreto Bersani che prevede la portabilità dei mutui, ma anche quella sulla simmetria dei tassi”.
Il “rompete le righe” e la rottura delle trattative seguono di pochi giorni l’altolà del governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che aveva bacchettato le banche, perché i consumatori rischiano di indebitarsi seriamente per via delle rate della casa troppo alte. Ma nonostante il monito del numero uno di Palazzo Koch, Adusbef e company continuano a lanciare l’allarme, acuito anche dalla crisi dei subprime americani: “È indispensabile per i consumatori l’azzeramento dei costi della portabilità per facilitare chi ha sottoscritto mutui a tasso variabile. Ottenere condizioni migliori rinegoziando con la propria banca quelle di partenza o scegliere una nuova banca che offra condizioni più convenienti sono diritti che non possono essere negati ai cittadini”. In serata, l’Abi ha comunque reso noto (qui il .pdf) che sta ultimando la procedura raccomandata per la portabilità del mutuo, con la quale il cliente potrà rivolgersi direttamente alla “nuova banca” che interagirà direttamente con la “vecchia banca” avviando una procedura che garantirà il calcolo del debito residuo sul mutuo entro un tempo massimo di 15 giorni.
Mentre il ministero dello Sviluppo economico ricorda che “la portabilità dei mutui deve pienamente diventare realtà”. In attesa che legge e realtà coincidano, sempre più famiglie sono schiacciate dal fardello delle rate, senza nemmeno poter cambiare banca.
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