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Brasile, il gigante si sta alzando. Ecco chi gli ha dato la sveglia

[i](Credits: Panorama)[/i]

Il Brasile, il gigante del Sud America, si sta svegliando. Lo riconoscono gli esperti di economia internazionale. E ne parlano i più importanti media internazionali. Ma cosa c’è dietro questo miracolo? Dal punto di vista economico un mix dosato di politiche monetarie restrittive e politiche fiscali volte all’inclusione sociale delle classi più povere, tradizionalmente escluse dal circuito dei consumi e dell’accesso al credito. Il risultato è che oggi in Brasile l’inflazione è al 4% annuale e, soprattutto, sotto controllo.

A differenza di quanto accade, invece, in alcuni paesi vicini quali Argentina e Venezuela, dove l’incremento dei prezzi sembra non avere freno. A Caracas è oltre il 30% e intorno al 15% a Buenos Aires, senza contare che le associazioni di consumatori e molti analisti argentini contestano questi dati perché ritengono che l’inflazione reale sia almeno doppia. Se a tutto questo si aggiunge che la valuta locale del Brasile, il real, si è valorizzata nei confronti dell’euro di oltre il 50% negli ultimi 5 anni e del 111% verso il dollaro Usa nello stesso periodo, ben si capisce come la Bovespa, la borsa valori brasiliana, sia passata dai 43mila punti del marzo 2007 agli oltre 70mila punti di oggi. Una performance senza paragoni per il Sudamerica, spiegata anche dall’incremento quantitativo e qualitativo degli investitori stranieri nel mercato azionario verde-oro.
Raddoppiati gli investimenti esteri. Che non si tratti solo di speculazione, infatti, come potrebbero pensare alcuni, lo dimostrano proprio gli investimenti esteri diretti, raddoppiati negli ultimi due anni, le esportazioni in crescita anche in settori ad alto valore aggiunto come la produzione di aerei.
Per non parlare poi della nascita di una nuova classe media etichettata come classe C, che secondo le statistiche Ibge, (Istituto brasiliano di geografia e statistica, l’Istat locale), da un mese è diventata a livello numerico la più importante.
Ma il salto più straordinario che il Brasile ha compiuto in questi ultimi mesi sorprendendo l’economia mondiale è forse il passaggio da paese debitore a creditore. Secondo i dati resi noti dalla Banca Centrale a fine febbraio, il gigante sudamericano ha infatti nei suoi forzieri riserve in valuta straniera pari a 190 miliardi di dollari, mentre il totale dei debiti verso l’estero, per il settore privato e per quello pubblico, ammonta a 183 miliardi di dollari. “Una seconda dichiarazione di indipendenza” ha commentato soddisfatto il presidente Luiz Ignácio Lula da Silva. Che confida adesso fiducioso nel futuro, soprattutto dopo che Standard & Poor’s ha promosso il Brasile tra i paesi con “investment grade”.

Trasferibilità dei mutui: salta il tavolo fra Abi e consumatori

Un cartello che annuncia in vendita una apprtamento
Ormai da alcuni mesi, dal fronte mutui non vengono buone notizie. L’ultima, in ordine di tempo, in Italia riferisce che è saltato il tavolo sulla portabilità, ossia la possibilità di trasferire il debito a un’altra banca che propone condizioni migliori, annullando costi e formalità.
Una soluzione attesa soprattutto dalle famiglie in difficoltà per l’aumento dei mutui a tasso variabile (secondo un recente studio della Nomisma, su 4 milioni di famiglie che hanno sottoscritto un mutuo quelle in difficoltà nel pagare le rate hanno ormai superato quota 400 mila) e speranzose di ottenere condizioni migliori rinegoziando con la propria banca quelle di partenza oppure scegliendone addirittura una nuova e più conveniente: ovviamente, senza costi aggiuntivi.
Una possibilità prevista dalla legge contenuta nella seconda lenzuolata di liberalizzazioni del ministro per lo Sviluppo Economico Pier Luigi Bersani e che dovrebbe essere in vigore da otto mesi. Ma le banche non la applicano, sostengono le associazioni dei consumatori: “Per questo è saltato il tavolo della trattativa tra l’Abi e le associazioni di consumatori e notai” afferma Altroconsumo, sottolineando che l’associazione bancaria “ha respinto l’ipotesi di applicazione della portabilità del mutuo attraverso la cosiddetta surrogazione dell’ipoteca senza presenza di notaio obbligatoria, sistema che eliminerebbe i costi per il consumatore”.
In pratica, sostiene Altroconsumo, chi trasferisce il mutuo deve poterlo fare senza dover cancellare l’ipoteca già iscritta sull’immobile e sostituirla con una nuova: le banche invece ritengono necessaria la presenza del notaio. E non è l’unica divergenza sull’interpretazione della legge. “Per noi la portabilità è a costo zero” afferma Antonio Longo, presidente del Movimento difesa del cittadino (Mdc) “mentre l’Abi ci ha proposto un testo in cui c’era solo un auspicio alla riduzione dei costi, per noi inaccettabile: con rammarico, siamo stati quindi costretti ad abbandonare il tavolo” .
Per Adusbef e Federconsumatori “non c’è nulla da trattare con l’Abi” e ricordano di avere denunciato già da tempo che “gli istituti di credito non violano solo la norma del decreto Bersani che prevede la portabilità dei mutui, ma anche quella sulla simmetria dei tassi”.
Il “rompete le righe” e la rottura delle trattative seguono di pochi giorni l’altolà del governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che aveva bacchettato le banche, perché i consumatori rischiano di indebitarsi seriamente per via delle rate della casa troppo alte. Ma nonostante il monito del numero uno di Palazzo Koch, Adusbef e company continuano a lanciare l’allarme, acuito anche dalla crisi dei subprime americani: “È indispensabile per i consumatori l’azzeramento dei costi della portabilità per facilitare chi ha sottoscritto mutui a tasso variabile. Ottenere condizioni migliori rinegoziando con la propria banca quelle di partenza o scegliere una nuova banca che offra condizioni più convenienti sono diritti che non possono essere negati ai cittadini”. In serata, l’Abi ha comunque reso noto (qui il .pdf) che sta ultimando la procedura raccomandata per la portabilità del mutuo, con la quale il cliente potrà rivolgersi direttamente alla “nuova banca” che interagirà direttamente con la “vecchia banca” avviando una procedura che garantirà il calcolo del debito residuo sul mutuo entro un tempo massimo di 15 giorni.
Mentre il ministero dello Sviluppo economico ricorda che “la portabilità dei mutui deve pienamente diventare realtà”. In attesa che legge e realtà coincidano, sempre più famiglie sono schiacciate dal fardello delle rate, senza nemmeno poter cambiare banca.

LEGGI ANCHE: Gli italiani schiacciati dal mutuo

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Mutui: l’Fmi taglia le stime di crescita. E Almunia lancia l’allarme per l’Europa

Il commissario europeo per gli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia | Ansa
La crisi dei mutui ipotecari Usa, “è seria” e potrebbe avere un impatto di deciso rallentamento sulla crescita Usa, del mondo ma anche dell’Europa. Il doppio allarme è stato ribadito oggi dalla Commissione europea e dal Fondo monetario internazionale che potrebbero limare verso il basso le stime di crescita.
Il commissario europeo, Joaquin Almunia, da Bruxelles ha nuovamente levato il suo grido sui rischi che ora “sono effettivamente aumentati”. E’ comunque troppo presto per valutare le conseguenze sull’economia reale, dal momento che non si sa ancora quanto durerà l’impatto dei “subprime”, ma, come ha anche detto,da Lisbona, il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Rodrigo De Rato, le economie degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone di sicuro cresceranno più lentamente e non si esclude anche una revisione al ribasso delle stime di crescita, con conseguenze però più limitate per Europa e Giappone.
“Anche se la stabilità tornerà presto - ha sottolineato Rato - è probabile che il processo di correzione e le implicazioni delle turbolenze sui mercati finanziari si protraggano e che non siano uniformemente distribuite”.
Se già domani si conosceranno gli orientamenti della Commissione Ue che pubblicherà le sue stime “interinali” sulla crescita, arrivano oggi le prime indiscrezioni sulle stime del Fmi che verranno diffuse a Washington a metà ottobre. Secondo il Financial Times Deutscheland il Fondo potrebbe effettivamente tagliare le previsioni degli Usa per quest’anno all’1,9% dal 2% previsto a luglio ma confermare quelle dell’Europa al 2,6%.
Un rialzo invece potrebbe riguardare invece la crescita globale al 5,4%, forse per via del forte traino delle economie emergenti: la Cina infatti dovrebbe crescere al ritmo dell’11,5% quest’anno dalla previsione dell’11,2% di luglio.

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Bufera mutui: se i ninja aggrediscono i nostri fondi pensione


Può la crisi dei mutui-casa americani colpire anche l’Italia, al di là di tempeste di borsa come quelle di questi giorni? Le rassicurazioni, doverose, si moltiplicano: ma qualche rischio in realtà c’è.

Negli Usa tutto è partito dai mutui “subprime”, dati cioè a clienti che stanno peggio di quelli a cui viene applicato uno dei tassi più cari (”prime”). Si tratta dei cosiddetti “ninja”, ma le tartarughe non c’entrano: è gente “No Income, No Job or Assets” (in italiano: uno che non ha un lavoro, né un reddito né un patrimonio). Ci si può chiedere perché le banche prestino soldi a persone tanto poco affidabili, e la risposta sta appunto negli interessi salatissimi che i ninja accettano di pagare.

Quanto al rischio, alle prime insolvenze gli istituti di credito si disfano dei mutui rivendendoli a fondi specializzati nell’alto rischio. Questi o recuperano i prestiti o si rifanno sulle proprietà degli immobili. In Italia esistono meccanismi simili, si chiamano “pro-soluto”, ma riguardano in genere una clientela professionale.

I fondi che acquistano i mutui subprime sono come gli hedge fund aziendali: si quotano sul mercato ripartendo a loro volta il rischio. È naturalmente un meccanismo estremo, che prima o poi scoppia quando il business di partenza raggiunge il limite: è accaduto all’inizio della new economy, sta accadendo adesso con gli immobili.

E l’Europa, e in particolare l’Italia? Le banche sono molto più rigorose nel concedere mutui – non esiste per esempio la “caccia al povero” – e normalmente si caricano in proprio il rischio di insolvenza. Ma un po’ di esposizione c’è, anche se marginale. Il pericolo è però indiretto. Che cioè i fondi ad alto rischio – hedge fund e simili – entrino in settori promettenti quali, per esempio, il recentissimo fronte della previdenza integrativa. Ma soprattutto nel credito al consumo: il moltiplicarsi di offerte speciali, mini-rate, finanziamenti posticipati e formalmente a tasso zero, è sotto gli occhi di tutti. Anche in questo caso il guadagno per le finanziarie comincia non tanto quando i clienti pagano, ma quando ritardano una rata o due, e allora scattano interessi a due cifre spesso legate a carte di credito di tipo “revolving”, cioè a pagamento rateale. Nulla ancora a che fare con i mutui americani, ma sarebbe il caso che le autorità di vigilanza e i consumatori prestassero attenzione.

Ultimo punto: la Banca centrale europea ha già previsto per autunno un nuovo aumento dei tassi dello 0,25 per cento. In questa situazione sarebbe forse meglio cambiare strategia, spostando l’ottica dal rischio di inflazione al pericolo di mancanza di liquidità. Già ieri la Bce ha erogato al sistema bancario 95 miliardi di euro, quasi quanto (109 miliardi in due giorni) fece dopo l’11 settembre 2001. Tra alzare i tassi e poi aprire i cordoni c’è una contraddizione evidente: sarebbe meglio ridurre prima e non essere costretti in corsa a misure di emergenza.

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Andiamo Cesare, non stare sulle Generali

Cesare Geronzi, banchiere romano
Il problema aleggia sinistro e la soluzione a molti fa storcere il naso solo a pensarla.
Così, ancor prima che si realizzi, sono subito scattate le contromosse. Dallo scorso luglio Gabriele Galateri non è più presidente della Mediobanca. Gli hanno chiesto, un po’ per le spicce, di farsi da parte per lasciar posto a Cesare Geronzi. Come numero uno di piazzetta Cuccia, però, il manager torinese era anche presente nei consigli d’amministrazione delle due controllate più importanti: la Rcs Mediagroup e le Assicurazioni Generali, i gioielli della corona.
Della prima nessuno si occupa, forse perché al momento gli equilibri del Corriere (se mai si può usare simil termine a proposito di una compagine azionaria che più cangiante e variegata non si può) non sono in discussione.
Per le Generali, invece, apriti cielo: gli azionisti francesi della Mediobanca hanno infatti chiesto a gran voce che sia Geronzi a occupare il posto che Galateri si appresta a liberare. Il che fa nascere due problemi: uno di governance, l’altro più politico. Nell’unico sistema duale che sembra funzionare davvero, quello della Mediobanca, il banchiere capitolino presiede il consiglio di sorveglianza, che rappresenta gli azionisti. La gestione è affidata agli operativi Renato Pagliaro e Alberto Nagel. Domanda: può un presidente del consiglio di sorveglianza entrare nel board operativo di una sua partecipata?
La Banca d’Italia, alla sola idea che Geronzi potesse partecipare alle riunioni del comitato di gestione del suo istituto, insomma che potesse mettere becco nell’attività quotidiana, aveva già alzato disco rosso. Qualcuno dunque spera che il governatore Mario Draghi, di fronte all’ipotesi Generali, faccia risentire la sua moral suasion.
Ma sono anche alcuni azionisti del più importante gruppo finanziario del Paese che non sembrano gradire l’eventualità. La scorsa settimana, in ordine sparso, sono andati da Alessandro Profumo, l’indiscusso capo della nuova banca nata dalle nozze tra Unicredito e Capitalia, perché si adoperasse a scongiurarla. Il banchiere, ex McKinsey, non si è sbilanciato ma conoscendolo, e visti anche gli ottimi rapporti sin qui avuti con Geronzi, di sicuro non resterà alla finestra.
Di buoni argomenti ne ha molti, a partire dalla necessità, a fusione appena consumata, di non titillare ancora la suscettibilità di quanti hanno visto come fumo negli occhi l’insediarsi di Cesare nella poltrona che fu di Enrico Cuccia.

Fusioni bancarie: di che colore è Unicredito-Capitalia?


Sette giorni per sciogliere i nodi più importanti (il prezzo, le poltrone, le alleanze, gli effetti dominanti sul controllo di Mediobanca e Generali), firmare e spedire gli inviti alle nozze dell’anno. La fusione tra Unicredito e Capitalia ha un termine-obiettivo, sabato 27 maggio: in pochi giorni i rispettivi leader Alessandro Profumo e Cesare Geronzi proveranno a chiudere la manovra bancaria destinata a rivoluzionare il panorama finanziario italiano e a scompaginare il quadro politico. Prima che la controffensiva, più o meno palese, mandi tutto all’aria: il consenso attorno all’operazione è talmente elevato, bipartisan e istituzionale da risultare sospetto.
L’agenda ipotizzata nei colloqui fra i due gruppi permetterebbe al governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, di presentarsi all’assemblea annuale del 31 maggio sbandierando l’unione che più d’ogni altra sembra rispondere alla sua esortazione a superare campanilismi e personalismi, per consolidare un sistema che è assai debole rispetto all’avanzata straniera, ma che invece si dimostra straordinariamente influente sulla politica economica di casa nostra.
Di qui il primo banco di prova: la nuova superbanca di che colore sarà? La chiave di interpretazione corrente la descrive come la risposta di Massimo D’Alema allo strapotere dell’Intesa Sanpaolo, il gruppo creato da Giovanni Bazoli e attraverso il quale il premier Romano Prodi ha finora monopolizzato le più importanti partite economiche. Del vicepremier e presidente dei Ds sono note amicizie e frequentazioni con Profumo e Geronzi. Quest’ultimo ha lavorato non poco per smontare (senza romperlo) l’abbraccio mediatico di Silvio Berlusconi, che due anni fa lo battezzò come l’unico banchiere non di sinistra e che ancora oggi è presente con la Fininvest nel patto di sindacato della banca romana.
Lo smarrimento diessino negli affari, accentuato con l’unione ulivista tra Intesa e Sanpaolo, celebrata a scapito dell’ultima roccaforte rossa rappresentata dal Monte dei Paschi, è fonte di depressione per i notabili del partito, estromessi dai giochi sul riassetto delle infrastrutture primarie del Paese: autostrade, telecomunicazioni, reti d’energia, aerei e aeroporti. Guai a perdere del tutto la presa sui centri nevralgici del potere: Mediobanca, Generali, Rcs MediaGroup (che controlla il Corriere della sera).
Così D’Alema negli ultimi mesi ha esplorato convergenze, facendo visita allo stesso Bazoli e intensificato i rapporti con gli uomini di punta del gruppo di francesi alleati di Geronzi nei santuari della finanza: Tarak Ben Ammar e Vincent Bolloré, amico del nuovo presidente Nicolas Sarkozy. Contatti che gli verranno buoni se Profumo troverà la via per riprendere il dossier Société Générale accantonato di fronte alle pretese transalpine di avere sede e presidenza esecutiva.
Tuttavia, la teoria del nuovo cappello dalemiano sul risiko, otto anni dopo il famoso incontro con Enrico Cuccia (in casa dell’imprenditore Alfio Marchini, anch’egli socio stabile della Capitalia), non convince Bruno Tabacci, deputato dell’Udc, profondo conoscitore degli intrecci con la finanza. “Macché contromossa, non ci credo. Profumo non è uno che fa politica, è un signore che fa operazioni di mercato: avrà fatto bene i suoi conti”.
Frase sibillina se si pensa al timore di investitori e analisti che sulle logiche industriali prevalgano quelle politiche per sistemare la Capitalia in mani amiche e ridisegnare gli equilibri di potere sulla Mediobanca e, a cascata, sulle Generali, che a loro volta sono azioniste e alleate del concorrente Intesa Sanpaolo. “No, le aziende non fanno più operazioni in funzione della politica” insiste Tabacci “semmai è la politica che si adegua per fare da mosca cocchiera. Certo, c’è il problema Mediobanca, ma non credo che verranno meno alla linea di autonomia dell’istituto, penso che faranno un passo indietro”.
La sede dell'Unicredito
Su questo aspetto si concentra la contraerea: Unicredito e Capitalia fondendosi arriveranno ad avere il 18 per cento di Mediobanca e quasi il 20 per cento di Generali e il 17 per cento del mercato bancario domestico. Dalla lettera del patto della banca d’affari è però esclusa la sommatoria delle due partecipazioni, fior di giuristi sono pronti a riaffermarlo: l’Unicredito-Capitalia peserà per il 9 per cento, l’altro 9 dovrà essere ceduto.
Già, ma a chi? La quota fa gola soprattutto all’Intesa Sanpaolo e la misura dell’interesse sta nella fretta e nella frequenza delle smentite. Gridare alla minaccia del monoblocco Uni-Capitalia che governerà incontrastato Mediobanca e Generali rafforza la possibilità che alla fine si proceda alla spartizione delle azioni in eccesso e amplifica la forza contrattuale di chi verrà chiamato in “soccorso” per ribilanciare le leve del potere.
Il punto è ben chiaro a Geronzi, che il Financial Times definì “power broker”: il mandato di advisor per la fusione affidato a Claudio Costamagna è la classica carambola al tavolo da biliardo. Con l’ex manager della Goldman Sachs Geronzi rassicura Prodi (di cui è uno dei più ascoltati collaboratori) e al tempo stesso rimarca le distanze da Bazoli (scottato dai tentennamenti del consulente sull’affare Mittel).
Non solo, Costamagna parla la lingua dei mercati, che piace tanto a Profumo, e ha la visione americana di Draghi, con cui ha diviso anni di esperienza nella potente banca d’affari a stelle e strisce. Rimane il versante francese, che (forse l’elemento più comico e drammatico insieme) difende a spada tratta l’”italianité” e ha immediatamente messo le mani avanti sull’indipendenza di Capitalia e Mediobanca. Un modo per alzare la contropartita: se l’alleato Santander conquisterà i possedimenti italiani dell’Abn Amro, Vincent Bolloré, azionista forte della Mediobanca, potrà far leva sul controllo dell’Antonveneta e sul 9 per cento di Capitalia.
Il più esperto tra i banchieri italiani conosce tattiche e strategie dei francesi. Saprà gestirla ancora? La palla è sui piedi dell’acquirente: Profumo i conti li ha fatti, se vuole crescere in Italia non resta che una strada, un’offerta pubblica d’acquisto sulla Capitalia. La prima volta ci provò il 20 marzo 1999, voleva la Comit (oggi inglobata in Intesa Sanpaolo), fu stoppato da Antonio Fazio che non era stato preavvertito. In Banca d’Italia adesso c’è Draghi, che non pretende nemmeno una telefonata: è già pronto col disco verde.

Islam sul conto corrente: sempre più business secondo la sharia

La home page del sito dell'Islamic Bank of Britain
Cosa pensereste se un banchiere vi chiedesse di mettere il vostro denaro in una banca che per statuto non può: guadagnare sui differenziali dei tassi d’interesse, produrre profitti individuali e quotarsi in borsa? O che la suddetta banca non può, per precetto religioso, investire in settori quali l’alcol, il tabacco e l’industria delle armi, e che per di più non ammette la regola del segreto bancario?

Eppure istituti così esistono: quelli musulmani. E stanno diventando tanto importanti che uno dei principali canali di relazione tra oriente e occidente passa proprio per le strette ma redditizie maglie della Finanza Halal, quella permessa in base alla legge islamica, la Sharia. E che ha un futuro radioso, davanti a sé: a fine 2006, sono state recensite circa 300 banche islamiche in tutto il mondo, che amministrano capitali per 500 miliardi di dollari in 70 Paesi, islamici e non. Con un potenziale di un miliardo di clienti, più 150 milioni di islamici in Paesi non musulmani, il trend dell’islamic banking è da tempo in crescita (più 10% all’anno): una fortissima espansione grazie agli investimenti in petrol-dollari e all’attenzione crescente dimostrata anche dalle banche tradizionali in Europa, attirate da una clientela danarosa.
Insomma, benché la legge islamica imponga forti limitazioni alle attività convenzionali, negli ultimi dieci anni la finanza halal (dal Corano, “halal” è permesso, “haram” è proibito. Vale per la carne, per le bevande, ma anche per la finanza) ha dimostrato alcuni innegabili vantaggi come una riduzione dell’inflazione dovuta ad un uso produttivo della moneta e a un più attento controllo sugli investimenti da parte delle banche.
Notevole interesse ha suscitato la nascita in Gran Bretagna (agosto 2004) della Islamic Bank of Britain, la prima banca islamica costituita in Europa. Curiosamente, l’80% del capitale iniziale è stato raccolto nel Golfo, mentre l’80% degli investitori soggiornano in Gran Bretagna. Infine, l’80% dei dirigenti sono degli affermati banchieri che non hanno nulla a che fare con l’Islam. Visti gli enormi vantaggi, anche una banca tradizionale, la Lloyds Tsb ha deciso di offrire un conto corrente “secondo sharia” e ad aprile ha lanciato anche i prodotti finanziari islamici per il commercio. E poi via via si sono resi competitivi nel settore, altri grandi gruppi di livello mondiale: le inglesi Hsbc, Barclays e l’americana Citigroup, la svizzera Ubs hanno al proprio interno divisioni specializzate in finanza islamica.
Per quanto riguarda l’Italia, attualmente l’offerta è minima. A parte l’iraniana Bank Sepah che ha una filiale a Roma, e che rappresenta l’unica banca islamica che opera nel nostro Paese secondo i principi della finanza islamica, finora sono pochissimi gli istituti italiani che si sono dimostrati sensibili a questo tipo di richiesta. Il progetto più noto a oggi resta quello promosso dalla Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana che, nel luglio 2004, ha lanciato il primo deposito dedicato alla comunità islamica, privo di interessi ma fruttuoso di premi in natura e rapportati alla giacenza del conto, sull’esempio della Bank of Islam di Londra.

Insomma, 33 anni dopo la fondazione della Islamic Development Bank (primo istituto intergovernativo per grossi progetti infrastrutturali, nato del 1974), il panorama è cambiato: nonostante le forti limitazioni alle attività convenzionali, i giureconsulti islamici sono oggi favorevoli a una lettura più flessibile del Corano e della Sunnah (una delle fonti canoniche del diritto islamico: la tradizione sacra).
Tanto che, negli ultimi anni, sia pure sotto il rigido controllo degli immancabili comitati etici dell’Islam, sta nascendo in molti paesi anche una forma spuria di borsa valori, associata a quei titoli approvati e benedetti dai giureconsulti bancari. Purché siano naturalmente banditi tassi d’interesse, profitti individuali, transazioni finanziarie “pure” e vi siano negli istituti creditizi “fondi caritatevoli da destinare ai poveri”. Un criterio che ha ispirato il modello economico del banchiere bengalese Muhammad Yunus cui è stato assegnato nel 2006 il premio Nobel per la pace.


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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