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Ripercussioni della crisi. Cassa integrazione: assai meglio del previsto

Catena di montaggio

Vista dall’osservatorio privilegiato dell’Inps la crisi sembra un po’ meno brutta di come spesso la dipingono. Ovviamente c’è, fa male e lascia i segni anche in Italia: nel primo trimestre dell’anno le domande di disoccupazione e mobilità sono state 750 mila, più 46 per cento sul 2008, mentre la Relazione unificata sull’economia del ministero del Tesoro prevede per il 2009 un arretramento del prodotto interno lordo (pil) di oltre il 4 per cento e una ripresa timida solo nel 2010. Eppure, non ci sono solo segnali negativi, in mezzo a tanto buio appare anche qualche spunto confortante. Un elemento più di altri autorizza a sperare che i contraccolpi sull’economia e la società italiana alla fine possano essere meno devastanti di quanto preventivato. I dirigenti dell’istituto di previdenza lo chiamano il “tiraggio della cassa integrazione”. Il tiraggio indica quanta cassa ordinaria, straordinaria e in deroga le imprese utilizzano davvero rispetto a quella autorizzata, cioè richiesta e negoziata. La differenza tra i due valori è veramente notevole: considerata tutta la cassa integrazione autorizzata, quella effettivamente utilizzata finora, cioè materialmente erogata dall’Inps, è circa un terzo. Uno scostamento clamoroso. Gli importi autorizzati a marzo per la cassa ordinaria sono stati cospicui, addirittura più 925 per cento in totale rispetto allo stesso mese del 2008. Nelle imprese metallurgiche l’incremento è di oltre il 7 mila per mille, in quelle dell’elettricità e del gas il 5.600, nei trasporti e comunicazioni 2 mila, nel legno 1.728, nel settore chimico del 1.345 per cento. Impennate vistose, anche se parecchio distanti in termini assoluti dai valori catastrofici registrati nelle fasi acute di crisi degli anni Ottanta e Novanta del secolo passato. Allora in un solo anno, il 1984, le ore autorizzate di cassa integrazione furono oltre 800 milioni, nel 1993 circa 549 milioni. L’anno passato sono state 223 milioni ed è su quella cifra che vengono calcolati gli aumenti di questi ultimi mesi. Ma se in termini monetari la cassa autorizzata dall’Inps è pari a 1 miliardo 180 milioni di euro, quella effettivamente utilizzata dalle imprese scende a 344 milioni. L’impressione è che nel giro di poco tempo si sia verificata nelle imprese una specie di testacoda psicologico: dalla paura economica diffusa a un ripensamento improntato a realismo. Da gennaio a marzo, gli ultimi mesi per i quali sono disponibili rilevazioni, molti imprenditori grandi, medi e piccoli, sottoposti allo stress di notizie negative provenienti da tutto il mondo, sentendo gridare al lupo da ogni parte e temendo il peggio hanno agito in contropiede facendosi autorizzare quantità ingenti di cassa integrazione di tutti i tipi. Salvo, poi, riflettere e frenare. Spesso, ragionando insieme ai sindacati, molti si sono resi conto sul campo, negli uffici e nei capannoni, che per il momento i timori in alcuni casi erano eccessivi e meno nere le difficoltà per l’andamento dei consumi interni, le esportazioni e in generale le prospettive di mercato. Di fronte a questa constatazione hanno preferito continuare a lavorare come al solito, spesso per soddisfare i nuovi ordinativi e in altri casi per ricostituire le scorte di magazzino, piuttosto che limitare la produzione succhiando cassa integrazione dalla mammella dello Stato. Il tiraggio relativamente basso di cassa non può dipendere da ritardi degli uffici Inps perché le erogazioni avvengono a conguaglio. Per sua natura la cassa integrazione non consente dilazioni burocratiche, sono soldi pagati in prima battuta dalle imprese che vanno in busta paga a fine mese: se non vengono elargiti nei tempi e con gli importi giusti, la faccenda non passa inosservata. Le cifre relativamente modeste spese finora lasciano allo Stato, agli imprenditori, ai sindacati e ai lavoratori margini notevoli di manovra per il futuro. Dei 32 miliardi messi a disposizione per i tre tipi di cassa dal governo per il biennio, finora è stato effettivamente utilizzato poco più di un centesimo. Questo significa che se la crisi dovesse peggiorare nella cascina degli ammortizzatori sociali ci sarebbe ancora fieno a sufficienza per scongiurare macellerie di massa. Il primo ad accorgersi del fenomeno del basso tiraggio della cassa è stato il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, studiando i dati sull’erogato. Con quelle cifre sulla scrivania ora dice a Panorama: “L’incremento della cassa integrazione autorizzata è reale e notevole, ma anche i dati sul tiraggio sono un fatto e dimostrano che gli imprenditori continuano a credere nelle loro aziende nonostante le difficoltà temute. Questo vuol dire molto, perché proprio gli imprenditori, al di là di ogni previsione o di ogni polemica, hanno il polso del mercato più di altri e si comportano di conseguenza”. Se il tempo volgesse al peggio e i colpi della crisi dovessero diventare improvvisamente più duri anche in Italia, gli stessi imprenditori avrebbero 12 mesi di tempo per ripensarci attuando una nuova inversione di marcia e impiegando in fretta quanto fino a oggi hanno ritenuto superfluo utilizzare. Ma non è affatto detto che ciò succeda. Nessuno può dire con certezza come si evolverà la crisi: parecchi focolai restano accesi in molte parti del mondo, molti sono i lati oscuri e gli aspetti imprevedibili, soprattutto per quanto riguarda il dato finanziario. Però negli ultimi giorni, e in particolare in Italia, sulle prospettive si sono moltiplicate voci autorevoli, se non proprio ottimistiche, quantomeno non del tutto pessimistiche. Con accenti e toni diversi, tre personaggi di solito non allineati, come il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e il presidente degli industriali, Emma Marcegaglia, hanno lasciato intendere che in mezzo a tanta persistente nuvolaglia si intravede anche qualche timida schiarita. E che gli sprazzi di sereno appaiono più nitidi in Italia che altrove.

I NUMERI
La crisi vista dall’Inps sulla base delle ore autorizzate di Cig ed effettivamente utilizzate dalle imprese
1.180milioni di euro: il valore della cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga autorizzata dall’Inps nel primo trimestre 2009.
344milioni di euro: il valore della cassa ordinaria, straordinaria e in deroga utilizzata dalle imprese nel primo trimestre del 2009.
+925%: la cassa ordinaria autorizzata nel marzo 2009 sul marzo 2008.
816milioni di ore: la cassa autorizzata nel 1984.
549milioni di ore: la cassa autorizzata nel 1993.
223milioni di ore: la cassa autorizzata nel 2008.

“220.000 i posti in meno”. Unioncamere: l’occupazione cala ma non crolla

Operai al lavoro

L’occupazione cala, ma non crolla: nel 2009 nel settore privato i posti di lavoro diminuiranno di 220 mila unità con una contrazione del 2%. È quanto emerge dal Rapporto annuale Unioncamere, presentato alla stampa, sulla base delle anticipazioni del sistema informativo Excelsior su 57 mila imprese. La flessione della domanda di beni e servizi avrà un impatto occupazionale più evidente per le imprese industriali (-2,5% tra fine 2008 e fine 2009) rispetto a quelle delle attività terziarie (-1,4%). Più contenuto dovrebbe essere il calo nel nord-ovest (-1,7%), mentre nelle altre regioni si registrerebbe un -2%.
Sono soprattutto le piccole e piccolissime imprese a mostrare la più intensa contrazione occupazionale (-2,5%), specie nel manifatturiero (-3,5%).
Nel 2009 il calo dell’occupazione sarà determinato soprattutto dalla diminuzione delle assunzioni, di poco superiori alle 700 mila. Le uscite dal lavoro per pensionamento o scadenza del contratto, invece, saranno sostanzialmente in linea con quelle dello scorso anno, dice ancora Unioncamere nel suo rapporto. Nel quale si sottolinea anche come le imprese stiano cercando di non disperdere il patrimonio di risorse umane già presenti in azienda. Una conferma, in questo senso, viene dal sensibile calo dei contratti a tempo determinato, che si riducono di quasi il 50%, con un decremento di 4 punti della relativa quota percentuale. Si registra, invece, una ripresa, in termini relativi, nella quota delle assunzioni previste a tempo indeterminato e nei contratti di apprendistato specie nei servizi. Per le assunzioni stagionali, è prevista una riduzione del 15% rispetto alle previsioni formulate dalle imprese per il 2008, mentre le collaborazioni a progetto dovrebbero attestarsi sugli stessi livelli del 2008, cioé intorno alle 200 mila unità.
Se l’occupazione diminuisce, sale però di qualità. Le prime previsioni per il 2009, infatti, confermano la crescita della quota delle professioni maggiormente qualificate, mentre si registra un significativo calo degli operai. In forte diminuzione anche la domanda di assunzioni di immigrati rispetto al 2008. Secondo il Rapporto Unioncamere, sono in crescita dirigenti, impiegati con elevata specializzazione e tecnici, le cui assunzioni programmate passano dal 17 al 22%, e degli impiegati e delle professioni commerciali che salgono dal 31 al 35%. Nel 2009 le riduzioni più marcate, invece, si riscontrerebbero tra gli operai con un meno 45% e un calo di 127 mila unità e tra le professioni non qualificate con un meno 40% e una diminuzione di 42 mila unità. Le assunzioni previste di professioni specialistiche e tecniche diminuiscono del 38%, quelle di impiegati e professioni commerciali del 37%. “Al generalizzato aumento di figure di high skill“, è scritto nel Rapporto “si associa un progressivo incremento della richiesta di personale con un livello di istruzione universitario: il 12% delle assunzioni programmate, un punto percentuale in più rispetto lo scorso anno).
A commento dei dati, il presidente di Unioncamere, Andrea Mondello, dice: “Le imprese hanno fatto il loro dovere e iniziano a vedere la luce in fondo al tunnel”, sottolineando la necessità che le banche, a questo punto, investano nel capitale delle aziende. La crisi è quindi superata? “Il dato più significativo” dice Mondello “è che non vediamo una crisi, ma una congiuntura molto negativa, non drammatica”.

Una pioggia di cifre negative. E l’Italia si scopre con “le stime alla gola”

Salvadanaio

Un bombardamento. Di stime e percentuali: tutte al ribasso. Stiamo parlando delle previsioni per l’economia italiana nel 2009. La Banca d’Italia ha rivisto le sue: meno 2,6%, rispetto al meno 2 calcolato a gennaio. Appena più ottimista la Confindustria: meno 2,5% a fine anno. Quanto al governo, il suo è un sorriso a denti stretti: nella nota di aggiornamento pubblicata a febbraio ha indicato un meno 2 per il 2009 ed un più o,3% per il 2010. Mentre il minsitro Tremonti proprio oggi certifica che il “2009 sarà più difficile dell’anno scorso, sottolineando che “guardando oltre tutte le congetture siamo e sappiamo di essere in terra incognita”.
Due giorni fa l’Istat aveva rivisto al ribasso il consuntivo 2008 (non siamo quindi parlando di stime): l’anno si è chiuso con un Pil a meno 1% ed un quarto trimestre in calo dell’1,8 rispetto al trimestre precedente. Ed è questo dato negativo con conseguente trascinamento sul 2009, sommato alla fase acuta della crisi, ad aver convinto gli economisti di via Nazionale a rivedere all’ingiù le previsioni per tutto l’anno.
Naturalmente l’Italia non è sola in questa sorta di gioco al massacro delle cifre. Nel weekend ha destato raccapriccio il dato del quarto trimestre degli Usa: Pil a meno 6,2%, rispetto ad una stima preliminare di meno 3,8. Il più brusco ribasso dell’economia americana registrato dal 1982. L’America era da poco uscita dal deficitario quadriennio di Jimmy Carter, alla Casa Bianca c’era da un anno Ronald Reagan ma il famoso edonismo reaganiano, l’ondata di benessere e di follie di Wall Street, era ancora di là da venire. La crisi, allora, durò ventisei mesi, dal luglio 1981 al settembre 1983: poi gli States ripresero a galoppare (e Reagan fu rieletto). Se corsi e ricorsi hanno un senso, c’è speranza pure per noi di uscirne anche stavolta.
Ma perché questa grandinata di cifre, tutte negative? “In una situazione fortemente condizionata da un contesto globale, fare previsioni è difficile per chiunque” afferma il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. “L’importante è mantenere sotto controllo la finanza pubblica”. Tradotto: ci andrà bene se il deficit non sfonderà di molto il 3% del Pil, e soprattutto se i titoli di Stato continueranno ad essere collocati presso i risparmiatori. Questa è infatti la vera scommessa del governo e del Tesoro.
Anche su questo fronte l’Italia è in numerosa compagnia. La Francia ha proprio oggi rivisto le stime sul proprio deficit a fine 2009: meno 5,6%, un record, fuori da ogni parametro di Bruxelles. Quanto agli Usa, il deficit federale salirà nel 2009 a 1.750 miliardi di dollari, il 12,3% del Pil: il tetto massimo ragiunto dalla fine della seconda guerra mondiale. I dati sul Pil e quelli sul deficit (e sul debito) sono come un cane che si morde la coda. Poiché il Pil fa da numeratore al deficit, più si riduce il primo più aumenta in proporzione il secondo. Per l’Italia, come abbiamo detto, ciò significa un rischio paese sul fronte dei titoli pubblici: finora gli investitori, nazionali e non, hanno continuato a comprarli, anche in mancanza di alternative. Ma domani? I fondi sovrani arabi, gonfi di liquidità e abbastanza al riparo dalla crisi, stanno a guardare, e questa potrebbe essere una via di salvezza. Basta del resto pensare che già oggi il 30% del debito americano è in mano a fondi cinesi.
Ma il calo del Pil riflette anche e soprattutto la crisi dell’economia reale, cioè aziende e posti di lavoro. Da questo punto di vista l’Isae, un altro istituto indipendente di grande prestigio, può indurre ad un timido ottimismo. Esattamente una settimana fa aveva anticipato Bankitalia, prevedendo un Pil 2009 a meno 2,6%. Ma ipotizzando una ripresa dello 0,4% nel 2010. Per quanto debole, il segno che il picco massimo della crisi lo stiamo vivendo esattamente in questi mesi.
Ma c’è da fidarsi? E perché questi continui ritocchi nelle previsioni? La realtà è che tutti gli istituti, comprese le banche centrali, sono abituati a ragionare su situazioni di normalità. Oscillazioni di decimi di punto, non di due o tre punti, o addirittura di dodici come negli Stati Uniti. Lo dimostra anche il numero di summit mondiali dedicati alla crisi: dieci negli ultimi sei mesi; e senza particolari risultati. Così come privi di grandi riscontri restano per ora i provvedimenti annunciati da Barack Obama per salvare banche, industria dell’auto e contemporaneamente per risanare il bilancio federale.
Tutto inutile, dunque? Siamo senza paracadute? “La realtà è che ci troviamo come all’inizio della seconda guerra mondiale, “scrutiamo l’orizzonte con i binocoli in mezzo alla nebbia” ha ammesso un paio di giorni fa Ben Bernanke, presidente della Fed, la banca centrale Usa. “Tuttavia poi fu inventato il radar”.
In attesa di munirci di qualcosa di simile, resta da consolarsi con le poche buone notizie di queste ore. In Europa la flessione degli acquisti è aumentata sì, ma un po’ meno del previsto: purtroppo per noi il secondo dato peggiore, dopo la Spagna, è proprio dell’Italia; mentre sembra reggere la Germania. E la Bce si accinge a tagliare di nuovo il tasso di sconto: dal 2 all’1,5%.

Rapporto Cisl: nell’industria 900mila posti a rischio entro il 2010

Un operaio metalmeccanico

Posto più posto meno, nei prossimi due anni sono a rischio 900mila lavoratori dell’industria manifatturiera e nelle costruzioni.
Un quadro fosco quello stimato dalla Cisl, che nel suo Rapporto sull’Industria 2008 (qui il documento in .pdf) ha anche stilato una lista di aziende e lavoratori coinvolti in crisi e ristrutturazioni aziendali, molte delle quali sono maturate negli ultimi due mesi. Questa lista, annuncia il segretario confederale, Gianni Baratta, “ha raggiunto il numero di 179.552 lavoratori, contro i 20-25mila che si stimavano a giugno, a rischio occupazione”.

Nella lista, messa a punto dall’Osservatorio della Cisl, non sono tuttavia compresi i lavoratori interinali e con contratto a termine, cui non è stato rinnovato il contratto. Per le aziende, annuncia Baratta, ci sono nomi importanti: oltre Fiat e Alitalia, la Guzzi, Lucchini, la Riello di Lecco, la Ratti di Como, Electrolux, Antonio Merloni, Pininfarina e Carrozzerie Bertone, Granarolo, Campari, Unilever e Natuzzi. Anche diversi distretti industriali, avverte l’organizzazione sindacale, sono in difficoltà, come la lana a Prato e Biella, la seta a Como, il calzaturiero nelle Marche, il mobile in Puglia e Basilicata, l’orafo ad Arezzo. Secondo la Cisl, oltre il 5% dell’occupazione industriale, è oggi coinvolta in situazioni di crisi e il dato “tende a crescere”.
“Nelle ultime settimane si sono moltiplicati i segnali di difficoltà del sistema industriale che arrivano alle sedi sindacali, ben al di là delle ultime rilevazioni ufficiali, ferme ad agosto o settembre, prima che la crisi finanziaria manifestasse i suoi effetti sull’economia reale”, si legge nel rapporto Cisl che porta a esempio, fra i tanti, il quasi raddoppio (+94%) ad ottobre e in appena tre mesi lavorativi, dei lavoratori coinvolti da situazioni di crisi aziendale nell’industria meccanica della Lombardia. Ma già i dati sulla cassa integrazione di giugno ed agosto indicano che la tendenza ad una riduzione delle ore di cassa ordinaria si sta radicalmente invertendo nel corso del 2008. A giugno, infatti, l’industria manifatturiera accusa un aumento notevole delle ore della Cig (+15,3%), ed una riduzione delle ore di Cigs (-2%), anche se complessivamente (ordinaria+straordinaria) le ore aumentano del +3,5%. Ad agosto, però, la Cig ordinaria aumenta del 24,7%, rispetto al 2007 mentre la Cigs, che ancora a giugno appariva in leggera diminuzione, ad agosto risulta in aumento dello 0,7% in ragione d’anno. Complessivamente le ore di Cassa aumentano del 7,9%, con una variazione più che doppia di quella registrata a giugno. Le ore di cassa straordinaria, tradizionalmente più voluminose, passano così dal 70,1% al 65,5% della totale ore.
“Se si tiene conto delle variazioni, ciò significa che ad un’area ampia ed immutata d’aziende con difficoltà strutturali (riorganizzazione e crisi aziendale) si comincia ad aggiungere, da fine estate, un’ampia area in crescita d’aziende con difficoltà congiunturali”, spiega la Cisl. Anche i dati più recenti per il settore manifatturiero mostrano, rileva la Cisl, che già nella prima parte del 2008, è cambiato di segno il ciclo produttivo favorevole che ha caratterizzato il 2007. Nella prima metà del 2008, intanto, anche l’occupazione mostra segni di cedimento: nel primo trimestre nell’industria in senso stretto, in confronto al primo trimestre 2007, si è ridotta su base annua (-1,4%, pari a -71mila unità), con una diminuzione minore del lavoro dipendente (-1,3%) rispetto al lavoro autonomo (-1,8%). Andamento che prosegue anche nel secondo trimestre con un calo dell’ 1,5 % per i dipendenti e dello 0,2% per i non dipendenti. “In mancanza di misure anticicliche efficaci, di sostegno alla domanda e alle imprese, nei prossimi due anni (2009-2010) ci sarà una riduzione del Pil”, osserva la Cisl che chiede quindi interventi sia da parte dell’Unione europea sia da parte del governo nazionale.

Il VIDEO servizio:

Guerra agli sprechi: Ue, un motore di ricerca rende pubblici i contributi

Jose Manuel Barroso

Bruxelles ha lanciato un nuovo sito, con il motore di ricerca “Sistema di trasparenza finanziaria” (FTS), che permetterà per la prima volta il libero accesso ai dati di chi riceve i fondi europei gestiti direttamente dalla Commissione e dalle sue Agenzie esecutive.

Basato su dati contabili, fornisce una panoramica generale sulle situazioni finanziarie pregresse e contiene circa 28 mila voci sui programmi della Commissione in aree come: ricerca, istruzione e cultura, energia e trasporti, e alcuni aspetti delle politiche di aiuti ai paesi terzi.

Questo nuovo motore di ricerca permetterà agli utenti di analizzare e comparare con maggiore facilità le informazioni sui beneficiari e le diverse politiche.
È uno degli elementi fondamentali della più vasta Iniziativa europea per la trasparenza (ETI) lanciata nel 2005 da Bruxelles, di cui uno dei tre obiettivi è incrementare la quantità e la qualità di informazioni disponibili sui beneficiari dei fondi Ue.

Roaming: l’Ue proporrà un massimo di 11 centesimi per gli sms

Un limite alle tariffe per il roaming internazionale nell’Unione europea: è l’idea del commissario per la società dell’informazione Viviane Reading, anticipata dall’International Herald Tribune. Che propone un massimo di 11 centesimi per gli sms inviati dai cellulari, e dai 2 ai 3 euro all’ingrosso per il traffico dati. Oggi, invece, il prezzo medio di questi servizi è molto più alto.
Nei Paesi dell’Unione europea la selva di tariffe, infatti, è piuttosto intricata per chi sfrutta il roaming internazionale con la sim appartenente al gestore nel Paese di provenienza. Se in Estonia il minimo per un messaggino è di 6 centesimi, nel resto d’Europa inviare un sms può essere particolarmente dispendioso: costa quaranta centesimi in Germania, Estonia, Spagna, Romania, Ungheria e Slovacchia. E fino a 75 centesimi in Olanda con l’operatore Kpn e in Belgio con Proximus. Soprattutto le persone che decidono di leggere una mail e di navigare su internet dall’estero devono monitorare attentamente il credito telefonico: ogni megabyte può costare più di 16 euro in Austria (con Drei), in Belgio (Mobistar) e in Germania (Elisa). Il record è irlandese: 12,80 euro per accedere a internet da un provider, e 30 euro per la connessione wap. Quello del roaming internazionale è un piatto ricco in Europa: gli abitanti dell’Unione europea spendono ogni anno 800 milioni in sms e 560 milioni per i dati.

Fare la spesa costa di più al Nord. A Milano e Bolzano è caro-cibo

Il reddito medio dei nuclei italiani è di 2.311 euro al mese, ma la maggioranza ha una disponibilità inferiore | Ansa
Fare la spesa costa di più al nord. E per gli alimentari le due città più care in Italia sono Bolzano e Milano, che fanno registrare livelli dei prezzi più elevati di oltre il 10% rispetto alla media nazionale (rispettivamente +13,3% e +11,2%). A dirlo sono i primi risultati sulle differenze nel livello dei prezzi tra i capoluoghi di regione italiane per alcune tipologie di beni e in particolare per tre capitoli di spesa (alimentari, abbigliamento e calzature e arredamento) per un peso complessivo pari a circa il 35% della spesa per consumi delle famiglie. I dati, relativi al 2006, sono stati presentati da Istat, Unioncamere e Istituto Guglielmo Tagliacarne (qui il .pdf).
Dal lavoro, il primo nel genere, risulta, come sottolinea l’Istat, l’esistenza di differenze territoriali, spesso ampie, tra i diversi capoluoghi di regione. Complessivamente i livelli di prezzi registrati nelle città settentrionali risultano superiori a quelli dei capoluoghi del centro e soprattutto del Mezzogiorno del paese. Ciò vale, soprattutto per i prodotti alimentari e di arredamento.

Se Bolzano e Milano rappresentano le città in testa per il caro-cibo, le due meno care, sempre per quanto riguarda il capitolo alimentari, sono Napoli e Bari, con livelli di prezzi inferiori di circa il 10% rispetto alla media. Per i prodotti dell’abbigliamento e delle calzature, i due capoluoghi italiani con i livelli di prezzi elevati sono Reggio Calabria e Venezia (rispettivamente +6,5% e +5,4% sopra la media,) mentre per l’arredamento e articoli per la casa le due città più costose sono Milano e Roma (+25,8% e +12,8% sopra la media). In generale, un gruppo di città (Milano, Trieste, Genova e Bologna) registra livelli dei prezzi più elevati rispetto alla media nazionale in tutti e tre i capitoli considerati.
Sul fronte opposto, un secondo gruppo (Napoli, L’Aquila, Campobasso e Palermo) evidenzia i livelli dei prezzi inferiori alla media italiana sia nel capitolo alimentari che in quello dell’abbigliamento e calzature e dell’arredamento.

Dallo studio emerge inoltre che per quanto riguarda i prodotti alimentari si rilevano differenziali di prezzo “relativamente contenuti’ per i prodotti lavorati e “nettamente più ampi” per i prodotti non lavorati, per i quali “forme tradizionali di commercializzazione del prodotto, aspetti di localizzazione e caratterizzazione della merce commercializzata sembrano rappresentare fattori che comportano spinte verso una maggiore variabilità di prezzi”.

Il VIDEO servizio:


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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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