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Il periodo peggiore sembra essere passato. Il comparto del marmo, in particolare quello apuo versiliese tira un sospiro di sollievo. I dati relativi ai primi quattro mesi del 2007 e all’attività dello scorso anno emersi da un’indagine condotta dall’Imm, Internazionale marmi e macchine di Carrara su un campione di oltre mille aziende del settore, testimonia una ripresa sostanziale ed importante di tutto il comparto dall’estrazione alla trasformazione, dal commercio ai servizi e meccanica.
Un rilancio delle attività che emerge in particolare dai dati relativi all’export dei marmi e dei graniti: le aziende italiane, da gennaio a dicembre del 2006, hanno esportato 3 milioni e 239 mila tonnellate di materiale lavorato e grezzo per un valore di un miliardo e 825 milioni di euro. Un incremento che si attesta su un + 4,43% nelle quantità delle esportazioni e che fa registrare un + 7,58% nei valori.
Positive anche le importazioni che nello stesso periodo di riferimento hanno raggiunto i due milioni e 600 mila tonnellate (+9,8%) di grezzi, semigrezzi e lavorati per un valore di circa 600 milioni di euro (+14,2%).
Dati che evidenziano un consolidamento della presenza delle aziende italiane nei maggiori e più importanti mercati europei e internazionali. In particolare, il distretto del marmo apuo versiliese, è riuscito ad essere concorrenziale rispetto ad altri paesi europei produttori storici nel settore del marmo come la Spagna, il Portogallo e la Francia. Nonostante l’euro forte che penalizza le esportazioni europee e i crescenti costi di produzione che non sono certamente concorrenziali con quelli dei paesi in via di sviluppo (Turchia, Cina, Brasile e India) le aziende toscane sono riuscite a consolidare la loro posizione nel Nord America e più in generale in Europa. “Siamo di fronte a risultati ed elaborazioni molto interessanti - commenta Giancarlo Tonini, presidente dell’Imm - è evidente il buon livello di fiducia da parte delle imprese che, dopo un periodo di crisi, sentono di poter cogliere un trend positivo a livello mondiale e di poter giocare un ruolo da protagoniste”.
Risultati positivi anche per l’industria meccanica che è presente non solo nei mercati nordamericani (Canada e Usa) ma anche in Medio Oriente.
A fronte di una ripresa sostanziale dell’export, la Toscana, però, è rimasta ferma sul piano degli investimenti. Rispetto al resto delle aziende italiane, al momento, sono stati immessi meno capitali sia nel settore tecnologico che della ricerca. Comunque dall’indagine condotta dall’Imm, dalla provincia di Massa Carrara potrebbero arrivare i primi investimenti già dai prossimi mesi.

Il precariato entra prepotentemente nella Pubblica Amministrazione. Svanisce così anche l’ultima roccaforte del posto fisso per lasciare spazio a Co.Co.Co. e contratti atipici. Sono un esercito di oltre 500mila lavoratori con la prospettiva di un futuro precario e uno stipendio di appena 900 euro al mese.
La fotografia scattata dall’Eurispes in collaborazione con la Cisl delinea un Paese, nonostante tutto, ancorato saldamente all’impiego pubblico. Nel 2006 era composto da circa 3 milioni e 600mila lavoratori (il 52,7% donne) dei quali il 42,3% dipendenti dagli Enti locali, l’1,6% dagli Enti di previdenza, ed il restante 56,1% dallo Stato centrale. In Italia un lavoratore su sei dipende dalla Pubblica Amministrazione. Considerando anche i rapporti di consulenza e i dipendenti delle ditte a cui sono affidati lavori di pubblica utilità o di appoggio alle stesse amministrazioni, il “pubblico” in Italia garantisce l’occupazione ad oltre 4.500.000 lavoratori.
A farne le spese, osserva l’Eurispes, sono soprattutto gli stipendi: tra i più bassi in Europa con una media netta di 23.500 euro annui. Le retribuzioni più modeste spettano ai dipendenti con contratto a tempo determinato. Nel 2005 i Co. Co. Co. hanno registrato un costo medio annuo a contratto pari a circa 11.000 euro, che corrispondono a 910 euro mensili. In particolare, segnala l’Eurispes, le Regioni guidate dal centrosinistra sono quelle che ricorrono maggiormente a contratti a termine mentre il maggior numero di dipendenti pubblici si concentra al Sud. Dallo Stato centrale fino ai Comuni, conclude l’Eurispes, la politica delle “quote rosa” ha riscosso un certo successo. Le donne occupano oltre il 50% dei posti ma quando si concentra l’attenzione sui ruoli dirigenziali, la percentuale crolla dal 52,7% al 27,02%.
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Ai “piani alti” gli stipendi raddoppiano e per il gentil sesso resta poco spazio. Un recente studio dell’università Bocconi disegna l’identikit del dirigente pubblico: “Maschio (nel 73% dei casi) di 52,5 anni d’età e 21 anni di servizio (la media), un titolo di studio elevato (87% laurea, 4% post-laurea), assunto a tempo indeterminato (82,5%) e con uno stipendio di 81.976 euro lordi l’anno, in linea con quanto guadagnano i pari grado nel settore privato” (come mostra la tabella al piede).
Insomma uno stipendio da nababbi rispetto agli standard pubblici. Ancora di più se il raggiungimento degli obiettivi (fondamentale nel privato) conta nella retribuzione appena l’8 per cento. Lo sanno bene gli inquilini di Montecitorio che proprio in queste ore discutono alla Camera il bilancio interno ma soprattutto di tagli, sprechi, benefit e spese che lievitano a un ritmo del 3 per cento l’anno.
Il confronto con il settore privato (Fonte: Elaborazione Ocap su dati Rgs e Istat)
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Meccanica
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Costruzioni
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Commercio
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Annuo lordo
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72.258
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68.059
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85.991
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Ministeri (87.249)
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+17%
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+22%
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+1%
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Regioni (86.199)
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+16%
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+21%
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0%
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Province (80.592)
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+10%
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+16%
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-7%
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Comuni (73.866)
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+2%
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+8%
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-16%
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Tessile
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Energia
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Finanza
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Chimica
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Annuo lordo
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79.967
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78.967
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103.802
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86.821
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Ministeri (87.249)
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+9%
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+10%
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-19%
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0%
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Regioni (86.199)
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+8%
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+9%
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-20%
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-1%
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Province (80.592)
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+2% |
+3%
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-29%
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-8%
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Comuni (73.866)
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-7%
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-6%
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-41%
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-18%
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- Tags: centro, crescita, dati, disoccupazione, impiego, Istat, lavoro, Nord, occupazione, Ocse, percentuale, popolazione-attiva, stagionali, stranieri, Sud
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Scende ancora il numero di disoccupati in Italia. O almeno così sembra.
A certificarlo sono da una parte i dati dell’OCSE (OECD-Organisation for Economic Cooperation and Development), contenuti nell’Employment Outlook, che prevedono un calo per il 2007 al 6,3%, che scenderà al 6% nel 2008 (qui il .pdf).
Dall’altra parte, le stime sono confermate anche dall’indagine Istat, relativa al I trimestre 2007. Stando all’istituto di statistica, il numero di occupati è risultato pari a 22.846.000 unità, con una crescita in un anno dello 0,4 % (+99.000 unità). Il tasso di disoccupazione nazionale è attestato al 6,4% (7,6% nel primo trimestre 2006).
A raffreddare però gli entusiasmi, basta il comunicato stampa dell’Istat, molto esaustivo. Secondo il nostro istituto di statistica nel primo trimestre dell’anno in corso si sta verificando un rallentamento nella crescita: “Dopo la sostenuta crescita registrata nel 2006, - afferma l’Istat - l’indebolimento della dinamica dell’occupazione riflette la sensibile riduzione del ritmo di crescita del lavoro a tempo determinato nonché l’attenuazione dell’apporto fornito dalla componente straniera.
In termini destagionalizzati e in confronto al quarto trimestre 2006, l’occupazione nell’insieme del territorio nazionale ha registrato una contrazione pari allo 0,3%. Rispetto al primo trimestre 2006 il tasso di occupazione della popolazione tra 15 e 64 anni è rimasto stabile al 57,9%”. I risultati più negativi vengono da Centro e del Sud Italia”.
Cioè: è vero che, rispetto ad un anno fa, il numero totale di occupati è aumentato di 99.000 unità, ma è altrettanto vero che in confronto al quarto trimestre 2006, l’occupazione nell’insieme del territorio nazionale ha registrato una contrazione dello 0,3 per cento.
Inoltre sempre l’Istat rileva che il tasso di attività della popolazione in età lavorativa (15-64 anni) è diminuito nel primo trimestre, passando da un già esile 62.7 al 61.8 per cento. Tradotto, significa che il numero di italiani che lavorano, avendo i requisiti anagrafici per poterlo fare, è in calo: al Nord dello 0.3 per cento, pari a 16.000 unità), al Centro dello 5.4 per cento, pari a 137.000 unità (quasi un crollo) ed al Sud del 4.1 per cento, pari a 260.000 unità. Esiste, cioè, un problema di funzionamento del mercato del lavoro. E questo problema si riconduce verosimilmente al numero di lavoratori scoraggiati, cioè a coloro che cessano di cercare attivamente occupazione.
Guarda il VIDEO servizio:
- Tags: acqua, bacini, cambiamenti, catastrofe, clima, commissario-europeo, dati, deserti, fiumi, giornata-mondiale-pianeta, laghi, minerale, onu, sete, Stavros-Dimas, terra, Ue
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Facciamo acqua da tutte le parti, ma non sappiamo come. E questo perché, con la Grecia, l’Italia è il primo degli inadempienti nelle pagelle europee sulla trasparenza della gestione idrica.
A Bruxelles non siamo riusciti a far sapere se potremo centrare gli obiettivi di protezione delle risorse previsti dalle norme comunitarie, mentre il livello di trasposizione delle disposizioni Ue nelle leggi italiane è il più insufficiente.
L’analisi economica e ambientale delle risorse idriche ci relega al fondo delle classifiche continentali, battuti soltanto dai greci. Il governo di Romano Prodi semina promesse nei convegni sul cambiamento climatico. Le parole, però, faticano a trovare riscontro nei provvedimenti.
In compenso siamo anche primatisti del mondo nell’acquisto di acqua minerale. In casa consumiamo mediamente 200 litri di acqua potabile a testa, ma il 15 per cento della Penisola da giugno a settembre è sotto la soglia di 50 litri pro capite, che costituisce il fabbisogno minimo (nei libri di geografia il Sud era un tempo definito “siccitoso”). Quel che è più grave, l’acqua viene sprecata: il 40 per cento si perde lungo la rete prima di arrivare ai rubinetti.
“L’acqua non è un bene di mercato, ma un patrimonio da proteggere e difendere” ricordano a Bruxelles, mentre le organizzazioni internazionali chiedono all’Unione il riconoscimento dell’acqua come “diritto umano”.
Gli scenari dell’ultimo rapporto Onu sul cambiamento climatico (qui il .pdf) annunciano che la catastrofe ambientale è alle porte: già da ora il nostro Paese è a rischio siccità, mentre centinaia di milioni di persone rimarranno senz’acqua nei prossimi due decenni; nel 2050 l’Europa potrebbe perdere tutti i suoi ghiacciai e nel 2100 metà della vegetazione mondiale potrebbe essere sparita. Si deve correre ai ripari, subito.
Per alcuni è tutta propaganda nichilista, per altri è il momento di evitare il peggio. L’Unione Europea, fra i più attivi nel gruppo di quanti invocano una controffensiva ambientale, ha scritto la direttiva Acque (in .pdf, 75Kb) per garantire entro il 2015 la buona qualità di fiumi, laghi, estuari, acque costiere e acque sotterranee di tutti gli stati membri, ai quali chiede di adottare dei piani di gestione dei rispettivi bacini idrografici entro il 2009. Sono adempimenti burocratici, forse minuziosi, eppure inevitabili.
Ma l’Italia per ora è stata a guardare, o meglio l’anno scorso ha recepito nel suo ordinamento nazionale la direttiva quadro, però non in tutti i suoi aspetti, quindi potrebbe vedersi recapitare una procedura di infrazione.
Manca, per esempio, una valutazione di impatto per le acque in relazione alle nuove infrastrutture. Un’altra carenza riguarda il coordinamento e la struttura amministrativa sulla gestione congiunta dei fiumi minori da parte di un’autorità competente. Infine non è stata svolta l’analisi ambientale ed economica, cioè non è stata costruita la base per l’applicazione della direttiva Ue.
Stavros Dimas, commissario europeo dell’Ambiente fa i conti: “Austria e Cipro sono i paesi che hanno ottenuto i risultati migliori; la Germania e il Portogallo hanno fatto abbastanza bene; Italia e Grecia sono invece lontane dall’arrivare agli obiettivi”.
Il primo appuntamento di verifica è nel 2009 con la presentazione dei piani di gestione dei bacini idrografici; l’anno successivo sul tavolo di Bruxelles dovranno arrivare tutti i criteri e i numeri relativi alla definizione delle tariffe dell’acqua. Gli esperti sostengono che non ci sarà sicurezza di approvvigionamento senza un netto incremento dei prezzi.
Gli italiani potranno consolarsi per l’aumentata spesa con la bontà dell’acqua che sgorga dai rubinetti di casa: secondo Legambiente è già oggi “sana e pulita, non troppo diversa da quella in bottiglia”. E “di ottima qualità nutrizionale”.