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La Bce taglia i tassi al minimo storico. Ma le Borse europee crollano

La sede centrale della Bce a Francoforte

La decisione era ampiamente attesa dal mercato e puntualmente è arrivata: la Banca Centrale Europea ha tagliato il costo del denaro di mezzo punto percentuale, portando il tasso principale dal 2% all’1,50%, toccando così il minimo storico. Lo ha deciso il Consiglio direttivo dell’istituto centrale a Francoforte. La Bce ha tagliato di mezzo punto anche il tasso sui depositi, portandolo dall’1% allo 0,5%, e quello marginale, portandolo dal 3% al 2,5%. Il taglio deciso oggi porta il costo del denaro al minimo storico da quando la Bce ha iniziato a gestire la politica monetaria nel 1999. Le Borse europee hanno assistito a un nuovo scivolone: sono andati in fumo altri 144 miliardi di capitalizzazione, con l’indice Dj Stoxx 600 che ha perso il 3,6%. Nel clima di generale sfiducia è anche affondata Milano (-S&P/Mib -5,85%) zavorrata, come il resto d’Europa, da banche e assicurazioni.

La mossa di oggi della Bce rappresenta il quinto taglio consecutivo sui tassi d’interesse dall’ottobre scorso e porta il costo del denaro al minimo storico da quando la Bce ha iniziato a gestire la politica monetaria nel 1999. A questo punto il differenziale tra il costo del denaro negli Stati Uniti e quello nell’Eurozona si attesta sull’1,5%, tenuto conto che la Fed ha praticamente azzerato il tasso sul Fed Funds, fissando un range compreso tra zero e 0,25%.
Ma si potrebbe fare di più, ha fatto intendere il presidente della Bce, Jean Claude Trichet: l’attuale livello dei tassi all’1,50%, dice “non è il più basso possibile”. “Non abbiamo deciso ex ante” sottolinea il numero uno dell’Eurotower “che questo è il livello più basso”. E aggiunge: “Le prossime mosse della Bce sui tassi dipenderanno “dalle nostre valutazioni sui dati”. “Se giustificato da fatti e cifre e se vediamo che si materializzano alcuni dei rischi ipotizzati, non escludo che ci possa essere un nuovo taglio dei tassi di interesse”.

A beneficiare di questo ennesimo taglio dei tassi sono le famiglie che hanno contratto un mutuo a tasso variabile. Secondo i calcoli fatti da Nomisma il risparmio medio, per un mutuo di 125mila euro, di durata pari a 20-25 anni, è compreso fra i 405 e i 435 euro annui. Per l’insieme delle famiglie con mutuo a tasso variabile il risparmio totale annuo, precisa ancora il centro studi economici, sarà di 465 milioni di euro. Rispetto ad ottobre 2008, quando è iniziata la discesa dei tassi Bce, il risparmio delle famiglie italiane con mutuo a tasso variabile risulta pari a 2,1 miliardi di euro annui.

Cura europea alla crisi. La Bce taglia i tassi al 2%: è il minimo storico

Jean-Claude Trichet

Colpo di scena: la Bce ha deciso, con una mossa a sorpresa, di tagliare i tassi dello 0,50%, portandoli al 2%, il minimo storico dalla nascita dell’euro. La Banca centrale europea ha anche deciso di tagliare i tassi sui depositi di un punto portandoli all’1%.
I tassi tornano così ai livelli di fine 2005, prima che la Bce avviasse la passata manovra restrittiva culminata al 4 per cento, interrotta con la crisi finanziaria ma con un ulteriore rialzo al 4,25 per cento lo scorso luglio. Riduzione ancora più sensibile per il tasso sui depositi degli istituti di credito presso la banca centrale che viene ridotto di un intero punto all’1%. Resta invece fermo al 3% il tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale.
Ora il quadro economico dell’area euro non fa che aggravarsi, di ieri il rapporto di una nuova pesante contrazione per la produzione industriale, meno 7,7% annuo a novembre, mentre i timori sull’inflazione sembrano svanire. Proprio oggi Eurostat ha confermato che a dicembre è rientrata all’1,6 per cento. Le decisioni comunicate oggi avranno decorrenza dal 21 gennaio. Nell’ultima riunione del 2008 la Bce aveva varato la più consistente riduzione dei tassi mai decisa in un colpo solo, 0,75 punti in meno che ha seguito altri due tagli, in entrambi i casi da mezzo punto percentuale. Lo scorso 8 ottobre, in reazione all’aggravarsi della crisi finanziaria - ora chiaramente estesa a tutta l’economia reale - la Fed, la Bce, la Bank of England e altre delle maggiori banche centrali mondiali avevano deciso un taglio simultaneo dei rispettivi tassi di riferimento per mezzo punto percentuale. Da allora hanno proseguito in ordine sparso.
L’economia dell’area euro sta accusando un “significativo rallentamento” prevalentemente causato dall’aggravarsi dei mesi scorsi della crisi finanziaria e la Banca centrale europea si attende che sia la domanda interna che la domanda estera ne risultino nettamente indebolite “per un protratto periodo di tempo”, ha affermato il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, durante la conferenza stampa a seguito della riunione del Consiglio direttivo. Debolezza economica che ha favorito un netto rientro dell’inflazione, e proprio questo calmieramento, ha aggiunto Trichet, è stato determinante per la decisione di oggi di tagliare nuovamente i tassi di interesse, ridotti di un altro mezzo punto al 2 per cento. “E” avverte il presidente “non abbiamo mai detto che sia il limite e che non li ridurremo ulteriormente”. Per la media 2009 la Bce si attende un’inflazione in linea con i suoi livelli obiettivo, che vogliono la crescita annuale dei prezzi inferiore ma prossima al 2 per cento. Ma ci si attende anche una marcata “volatilità” ha avvertito Trichet.

Usa, azzerato il costo del denaro: tagliato allo 0-0,25%

euro sfonda quota 1,43 dollari e fa tremare le aziende

Non costa niente. O quasi.
La Federal Reserve americana ha abbassato il costo del denaro a un livello senza precedenti: tra 0 e 0,25%. Sono i minimi di sempre, non si tratta di un livello fisso, ma flessibile: una forchetta compresa fra lo 0% e lo 0,25%, a seconda delle necessità che si presenteranno.

L’annuncio della Fed ha immediatamente fatto scattare verso l’alto i listini di Wall Street, dove il Dow Jones subito dopo la notizia ha toccato un +2%, per poi chiudere a +4,31. Ha reagito invece male il dollaro, sceso dell’1,5% nei confronti dell’euro, con il quale a ridosso del taglio dei tassi veniva scambiato a 1,389.
Ora con l’intervento della banca centrale americana, i tassi di interesse statunitensi sono scesi al livello più basso del mondo. Non solo per quanto riguarda la possibilità di ottenere finanziamenti senza alcun interesse. Anche l’ipotesi più onerosa applicabile della forchetta, cioè lo 0,25%, è equivalente infatti ai saggi applicati a Singapore, fino a oggi i più bassi in assoluto.

La scelta della Fed, presa all’unanimità, è senza precedenti non solo per l’entità del taglio, ma anche perché si è optato per una soluzione più articolata. La banca centrale ha chiarito che il livello in pratica azzerato del costo del denaro continuerà a sussistere per “qualche tempo” in considerazione della gravità della situazione dell’economia. Negli ultimi 14 mesi la Fed ha operato ben nove tagli del costo del denaro, a cominciare dal settembre dello scorso anno, quando i Fed Funds si trovavano al 5,25%. La Fed ha aggiunto anche che continuerà a sostenere i mercati finanziari attraverso il riacquisto di emissioni in grande quantità, riferite sia al debito delle agenzie governative che operano nel settore immobiliare che più in generale a securities ancorate a questo stesso comparto.

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Scatta la rivoluzione degli assegni: da oggi tutti “non trasferibili”

Un assegno da compilare | Ansa
Se dovete compilare un assegno, da oggi fate estrema attenzione: con le nuove regole antiriciclaggio, le novità nell’utilizzo e nel trasferimento del denaro sono tante e non semplicissime. L’Unione nazionale consumatori parla per gli assegni di vera e propria “rivoluzione” visto che da oggi cambia in maniera radicale lo scenario per l’emissione degli assegni. Saranno coinvolti milioni di cittadini, i quali dovranno rispettare la normativa sull’uso di carnet bancari, circolari e postali, contanti, libretti di risparmio e al portatore. Tutto questo per proteggere il denaro dei cittadini e, soprattutto, per contrastare riciclaggio e altre attività illecite.
Da oggi passa infatti da 12.500 a 5mila euro il limite massimo per il trasferimento di somme in contanti, libretti e assegni al portatore. Dall’importo di 5 mila euro in su, quindi, non si potranno pertanto effettuare pagamenti di denaro contante e gli assegni di importo pari o superiore a 5 mila euro dovranno essere emessi muniti della clausola di “non trasferibile”.
Un’operazione unitaria di importo superiore a 5mila euro non potrà essere artificiosamente frazionata in importi inferiori a 5mila euro: anche in questi casi resta impedito l’uso del contante e degli assegni trasferibili. Anche per chi si reca all’estero che è scesa da 12.500 a 10.000 euro la somma, anche in titoli e valori mobiliari, che si può portare al seguito. Importi superiori devono essere dichiarati all’Ufficio italiano cambi.
Ecco le novità:
Limite a 5 mila euro: gli assegni bancari, circolari o postali con un importo pari o superiore a 5.000 euro dovranno riportare la clausola “non trasferibile”.
Arrivano i nuovi assegni: i nuovi carnet di assegni distribuiti dalle banche saranno già muniti della dicitura “non trasferibile”. Quelli liberi si potranno avere richiedendoli in banca e pagando 1,50 euro di imposta di bollo per ciascun assegno o 15 euro per un blocchetto da 10.
Che fare con i vecchi?: gli assegni già in nostro possesso, possiamo usarli fino al loro esaurimento. Per importi pari o superiori a 5.000 euro è necessario inserire la clausola “non trasferibile”.
Stop al “me medesimo”: limiti anche per la pratica degli assegni a “me medesimo” o a “m.m.”: da mercoledì possono essere girati per l’incasso soltanto presso uno sportello bancario o postale, vengono considerati “non trasferibili” e possono essere incassati unicamente dall’emittente che non può girarli ad altri.
Per la girata serve il codice fiscale: obbligo di indicare il codice fiscale di chi effettua la girata, pena la sua nullità (nel caso di una società, il codice fiscale della ditta). La banca potrà pagare l’assegno solo se tutte le girate avranno i relativi codici fiscali.
Libretti: il tetto di 5 mila euro va applicato anche per il saldo dei libretti al portatore che non deve superare i 4.999 euro. Per portare i vecchi libretti al di sotto della soglia di 5 mila euro (fino ad oggi fissata a 12.500 euro) ci sarà oltre un anno di tempo, fino al 30 giugno 2009.
Sanzioni: per chi usa in modo scorretto gli assegni sono previste sanzioni che vanno dall’1% al 40% del totale dell’importo trasferito. Sanzioni anche per chi non regolarizza gli importi per i libretti al portatore entro il 30 giugno 2009: si va dal 10 al 20% del saldo del libretto.

La Bce lascia i tassi al 4%. Ma avverte: “Rischi sulla crescita”

La Bce lascia i tassi invariati al 4% e continua ad insistere sulla necessità di fronteggiare il rischio di un’inflazione al rialzo, a partire dal pericolo di un aumento dei salari.
Il presidente della Bce, Jean Claude Trichet invita tutte le forze politiche dell’Eurozona ad unirsi all’istituto di Francoforte in un’”azione preventiva” per evitare che il caro petrolio e gli aumenti dei prezzi delle commodity e dei beni alimentari, facciano partire una “spirale” al rialzo, alimentando gli effetti di “secondo livello”, in particolare per quanto riguarda la crescita dei salari.
Il timore della Bce è dunque soprattutto quello che, a partire da paesi come la Germania o la Francia, si cominci ad abbassare la guardia, lasciando che la contrattazione sui salari vada ad alimentare la spirale inflazionistica. La Bce, dice Trichet, “è preparata ad agire preventivamente” contro “il rischio di effetti di secondo livello” sui prezzi e rimane in “stato di totale allerta” per “evitare che i rischi al rialzo alla stabilità si materializzino nel medio termine”.
Inoltre Trichet, pur riconoscendo che anche nei primi mesi del 2008 l’inflazione resterà sopra il 2%, ribadisce il suo impegno resta quello di riportare l’inflazione dal 3,1% di dicembre al di sotto del tetto del 2%. Sulla crescita Trichet ribadisce i fondamentali dell’Eurozona sono “buoni”, anche se l’incertezza “resta alta”, soprattutto a causa dell’instabilità finanziaria. Intanto anche la Banca d’Inghilterra ha lasciato oggi invariati i suoi tassi d’interesse, che restano fermii al 5,50%.

Il VIDEO servizio:

Cara rata: gli italiani schiacciati dal mutuo

L'area nei pressi di via Rubattino a Milano con i cantieri delle case in costruzione.

di Angelo Pergolini

All’Associazione bancaria italiana, presieduta da Corrado Faissola, ostentano tranquillità. Il Crif (Centrale rischi finanziari) sforna dati rassicuranti. E pressoché tutti i banchieri ripetono all’unisono che no, un “problema mutui” in Italia non c’è. O meglio: c’è, ma in termini “fisiologici e non patologici”. Al contrario, le associazioni dei consumatori denunciano quasi ogni giorno (seppure con toni diversi) che il “caro mutui” è ormai insostenibile per i bilanci familiari. E paventano un’impennata di vendite di immobili ipotecati da parte delle banche.
Esagerazioni? Non si direbbe proprio, stando almeno a un recente studio della Nomisma: secondo il centro studi bolognese presieduto da Gualtiero Tamburini, su 4 milioni di famiglie che hanno sottoscritto un mutuo quelle in difficoltà nel pagare le rate hanno ormai superato quota 400 mila. Sono cioè una su dieci. E il loro numero cresce a un ritmo superiore al 7 per cento.

La maggioranza delle famiglie ha subito un aumento della rata tra 50 e 100 euro

Si tratta di un dato che sembra fare a pugni con l’andamento delle insolvenze stimato dal Crif. Secondo la centrale rischi (a cui si appoggiano tutte le banche italiane), i mutui non onorati sono appena l’1,1 per cento del totale. E questa percentuale non appare affatto in significativo aumento. Chi ha ragione allora? Per quanto possa apparire paradossale, tutti e due. Perché da un lato è vero che il caro mutui rende sempre più arduo per le famiglie italiane, e in particolare per quelle monoreddito, far quadrare il bilancio. Ma dall’altro le “insolvenze restano pochissime” spiega il segretario dell’Adiconsum Paolo Landi con un sorriso amaro “perché le famiglie, piuttosto che non pagare la rata e correre il rischio di perdere la casa, si svenano. Tagliano ogni tipo di consumo: non solo quelli superflui, c’è chi sacrifica anche le medicine”.
Sarà anche una situazione “fisiologica” come dicono i banchieri. Ma dovrebbero andare a spiegarlo a Davide D., 31 anni, impiegato con regolare contratto e 1.170 euro netti al mese in busta paga. Nel 2005 ha acceso un mutuo a tasso variabile: 110 mila euro di importo, 505 euro l’ammontare della prima rata. Ma adesso quella rata è lievitata a 710 euro. “Pago alla banca 200 euro al mese in più e il mio stipendio è rimasto lo stesso. Come faccio? Ho abolito tutto: pizzeria, cinema, uscite del fine settimana”. Meglio: l’unica uscita rimasta a Davide è quella che fa per giocare a calcio con gli amici in un campetto spelacchiato alla periferia di Bologna. L’unica che non costa un euro.
Quanto ai numeri del Crif, saranno certamente assai rassicuranti per le banche. Ma di certo non lo sono altrettanto per Monica M., un’energica quarantenne, emiliana, madre di quattro figli. Nel 2004 ha sottoscritto un mutuo per un importo di 140 mila euro, durata 25 anni. “Quando ho chiesto il finanziamento avevo fatto bene i conti: potevo permettermi una rata di 850 euro. L’ultima che ho pagato era di 1.100″.
Come riesce a far quadrare i conti? “Grazie alla mamma che paga le spese per i bimbi, e non solo, e fa da baby sitter. Poi mettendo mano a vecchi risparmi, che però non dureranno ancora per molto”.
“Di richieste d’aiuto da parte di famiglie che non ce la fanno a pagare il mutuo all’Adiconsum ne arrivano sempre di più” dice Landi. “Con le altre associazioni dei consumatori abbiamo proposto all’Abi di aprire un tavolo per discutere il problema. La nostra proposta è semplice: fare un accordo quadro con cui le banche si impegnano a rimodulare le rate dei mutui in modo che siano compatibili con i redditi delle famiglie. La parte eccedente dovrebbe essere messa poi in coda al prestito, prolungandolo, ma senza balzelli o costi aggiuntivi”. Risultati? “La scorsa settimana il tavolo si è fermato: se non sono previste penalità, ci hanno detto le banche, non vale la pena di discutere”.
Se i mutui sono aumentati e sempre più famiglie sono schiacciate dal fardello delle rate, dicono in sostanza all’Abi, non è affar nostro. Si tratta di conseguenze della politica monetaria della Banca centrale europea, che nell’arco di 24 mesi ha fatto lievitare i tassi d’interesse dell’euro dal 2 al 4 per cento.
Vero? Certamente, ma quella delle banche italiane è una autodifesa quantomeno fragile. Per almeno due buoni motivi. Corroborati da parecchi numeri.
Il primo riguarda le caratteristiche, o meglio le anomalie, del mercato italiano dei mutui. Da un lato è il più caro in assoluto di tutta l’area euro: secondo la Banca d’Italia, il tasso d’interesse medio di un mutuo è pari al 5,35 per cento, mentre in Eurolandia lo stesso identico prestito costa il 4,46 per cento. Se a questo dato s’aggiunge quello relativo al costo del credito al consumo (8,27 per cento in Italia contro una media europea del 6,02) la conclusione è una sola: in Italia il denaro costa troppo. Ma c’è di più: sempre secondo Bankitalia la differenza del tasso d’interesse fra i mutui variabili e quelli fissi in Italia è quasi il triplo rispetto all’area euro.
Questo scarto è alla base di una ulteriore anomalia: mentre in Europa il 70 per cento circa dei mutui è a tasso fisso e la quota restante a tasso variabile, in Italia le proporzioni sono quasi esattamente invertite. E questo spiega perché l’aumento del costo del denaro deciso dalla Bce ha avuto un effetto devastante solo nel nostro Paese.
“Fino al gennaio del 2006″ ricorda Stefano Curti, responsabile prodotti e servizi di Banca per la casa (Unicredit group), “il tasso variabile era conveniente. Chi ha sottoscritto nel 2003 un mutuo a 20 anni per un importo di 100 mila euro in 4 anni ha risparmiato 7 mila euro. Le banche hanno venduto mutui a tasso variabile perché la differenza di costo rispetto a quelli a tasso fisso era enorme”. Calcolo e ragionamento sono ineccepibili. Però andrebbero aggiunte almeno due considerazioni.
La prima: sottoscrivere un mutuo a tasso variabile vuol dire assumere un rischio (quello che i tassi aumentino) e allo stesso tempo tenere aperta la porta per cogliere un’opportunità (ovvero che calino). Il boom italiano dei tassi variabili è iniziato quando il costo dell’euro era pari al 2 per cento: qualcuno ha informato i sottoscrittori di quei mutui che le possibilità di un ulteriore calo dei tassi (l’opportunità) erano assai ridotte mentre quelle di un loro aumento (il rischio) ben più elevate?
La seconda osservazione riguarda il fatto che le banche, a partire dall’inizio dell’anno, hanno capovolto il loro atteggiamento: oggi spingono a sottoscrivere mutui a tasso fisso. Peccato che anche la situazione dei mercati finanziari, secondo molti economisti e banchieri, sia rovesciata rispetto a quella di due anni fa: ovvero che i margini di un ulteriore aumento dei tassi siano ormai molto risicati, mentre nel medio periodo sono assai elevate le probabilità di un nuovo ciclo al ribasso. Una combinazione che penalizzerebbe ancora una volta le famiglie (e come quasi sempre accade ingrasserebbe ancor di più i conti delle banche).

Nella tabella sul costo dei mutui, la società Mutuionline (specializzata nel settore dei finanziamenti per la casa) ha selezionato per Panorama i 10 migliori mutui a tasso fisso e i 10 migliori a tasso variabile su una durata di 20 anni per un impiegato milanese di 35 anni, che ha chiesto 100 mila euro per un immobile da 200 mila euro. Nell'ultima colonna il tasso effettivo pagato dal cliente (Isc, indicatore sintetico di costo), che tiene conto di tutte le spese relative al finanziamento.<br />

“Il vero problema” sostiene Roberto Anedda, direttore marketing della società Mutuionline, “è che si ragiona molto sulla rata iniziale del mutuo. Poco sulle prospettive di lungo periodo. Da un lato pesa la scarsa cultura finanziaria delle famiglie italiane, certamente. Ma c’è anche, bisogna pur dirlo, un problema di formazione dei funzionari bancari”.
Il cocktail fra questi due elementi può avere conseguenze micidiali quando le famiglie escono dal terreno dei mutui tradizionali (che pure, come abbiamo visto, a volte si rivela minato) per avventurarsi in quello dei cosiddetti prodotti flessibili.
Negli ultimi anni le banche hanno affiancato ai due mutui di tipo tradizionale, fisso e variabile, una offerta di prodotti con caratteristiche, costi, e soprattutto rischi, estremamente differenziati. Così si possono trovare sul mercato mutui a “rata costante” e durata flessibile; altri che permettono di rimborsare il capitale a seconda dell’andamento delle proprie disponibilità finanziarie. Altri prodotti ancora che consentono di saltare una rata, in tutto o in parte, o di passare dal tasso fisso a quello variabile o viceversa. In comune questi prodotti hanno due caratteristiche: prevedono commissioni a vantaggio della banca superiori ai mutui tradizionali; in secondo luogo, hanno strutture complesse che rendono molto difficile a un normale risparmiatore valutare il rischio implicito nel contratto di finanziamento. Che sulla carta rappresenta spesso una magnifica opportunità. Ma nella pratica può trasformarsi in una tagliola.
È l’amara scoperta che stanno facendo, per esempio, molti di coloro che negli anni scorsi hanno acceso mutui con il cosiddetto preammortamento. In pratica si tratta di questo. Per chi chiede un finanziamento per l’acquisto della casa i primi anni, di norma, sono i più duri: dopo avere comprato l’agognato appartamento poi bisogna ristrutturarlo; oppure, è questo il caso di molte giovani coppie, vanno trovati i soldi per acquistare, dopo l’immobile, anche i mobili che lo rendono abitabile. Il mutuo con preammortamento nasce per risolvere questo tipo di problemi. Stabiliti importo, tasso e durata del finanziamento, è possibile concordare un periodo di uno o più anni nel corso dei quali il sottoscrittore paga i soli interessi sul prestito. Il mutuo entrerà a regime, ovvero inizierà la restituzione del capitale, solo nella fase successiva. Bello, no?
Già. Peccato che quando il mutuo va a regime la rata aumenti anche del 30-40 per cento. E se a questa batosta si aggiunge pure la crescita degli interessi (come accade oggi in seguito all’aumento dei tassi) allora la rata può anche raddoppiare. Altro che bello.

(ha collaborato Simonetta Cotellessa)

LEGGI ANCHE: Giornata mondiale del risparmio, per gli italiani è pessimismo cosmico

Fortunati e furbi: così l’italiano vede i ricchi


di Raffaella Galvani
Sono 1,8 milioni gli italiani che si dichiarano ricchissimi: non solo con un buon reddito e la casa, ma con “tantissimi soldi e tante proprietà”, per un valore complessivo da 500 mila euro in su. Lo indica un sondaggio condotto fra il 6 e il 7 settembre 2007 tramite 1.002 interviste telefoniche dalla Astra Ricerche su un campione rappresentativo di 48,7 milioni di persone (metodo Cati). Un outing sorprendente, visto che al fisco (dichiarazioni dei redditi 2005) risulta che solo 55 mila contribuenti in Italia, su un totale di 40,5 milioni, abbiano un reddito annuo superiore a 200 mila euro.
“Che quasi 2 milioni di persone si siano autodichiarate davvero ricche è eclatante, ma lo è ancora di più il fatto che i ricchi vengano sentiti come persone molto negative, anche se poi gli aspiranti Paperoni dichiarati sono 7,1 milioni, e coloro che mostrano un forte interesse per la ricchezza arrivano a 12,1 milioni” commenta Enrico Finzi, sociologo e presidente della Astra. Dati comunque molto inferiori, in proporzione, a quelli riscontrabili nella società americana, dove la spinta all’arricchimento è forte e vissuta positivamente.
Come, secondo gli italiani, i ricchi hanno fatto i soldi
In Italia, invece, “i ricchi hanno una pessima immagine”. Che sia a causa della cultura cattolica lontana dalla tradizione calvinista, o piuttosto conseguenza delle gesta di personaggi come i furbetti del quartierino modello Fiorani, gli italiani non pensano che sia possibile arricchirsi partendo da zero e contando sulle proprie capacità, ma soprattutto conservando le mani pulite. Interpellati su come i ricchi sono diventati tali, gli intervistati mettono ai primi posti la fortuna, ottimi consulenti e l’evasione fiscale, mentre piazzano al settimo il duro lavoro (53,2 per cento) e al dodicesimo e ultimo (33,7 per cento) il modello del self-made man partito da zero.
Insomma, i ricchi in Italia forse non piangono ma certo non piacciono. “Uno dei segni di crisi di questo Paese è la caduta di immagine della classe dirigente” sostiene Finzi. E poco importa che nella classifica del quindicinale economico Forbes, che di recente ha pubblicato l’elenco degli uomini più ricchi del pianeta (in testa Bill Gates della Microsoft), tra gli italiani ci siano imprenditori come Silvio Berlusconi, Leonardo Del Vecchio (Luxottica) e Michele Ferrero. “L’opinione pubblica conosce i casi negativi che finiscono in cronaca e spesso ignora le persone che hanno costruito le loro fortune con anni di lavoro e non attraverso speculazioni” precisa Finzi. Di certo solo il 26 per cento apprezza chi ha alti redditi e grandi patrimoni (soprattutto immobiliari), che per il 76 per cento collega a privilegio, immoralità, evasione e criminalità.
Quali, secondo gli italiani, i vantaggi dell'essere ricco
Insomma, dalla ricerca, commissionata dalla Alfio Badolla training company, emerge secondo i ricercatori della Astra un paese condizionato nel suo approccio alla ricchezza da una visione moralistica e preoccupato per il futuro in chiave di sicurezza più che di sviluppo. Basti pensare che circa il 75 per cento degli italiani, se diventasse davvero ricco (tabella), utilizzerebbe i soldi per avere una vecchiaia serena o realizzare sogni nel cassetto (72 per cento circa), mentre solo il 44 avvierebbe una nuova attività.
Né è da sottovalutare la sfiducia che si coglie nelle risposte sulle conseguenze negative del diventare ricchi. Al primo posto, con un 54,3 per cento, gli italiani indicano il timore di essere derubati o imbrogliati: un fatto che dovrebbe far riflettere le istituzioni finanziarie, e che non è certo estraneo alle vicissitudini di migliaia di piccoli risparmiatori che hanno visto i loro soldi bruciarsi sull’affaire dei bond argentini piuttosto che dei crac Cirio e Parmalat.
Quali, secondo gli italiani, gli svantaggi dell'essere ricco
I ricchi restano una minoranza concentrata in particolare tra i 45-55enni, mentre l’80 per cento degli italiani, in particolare i salariati, i pensionati e coloro che hanno la licenza media o elementare o nessun titolo di studio, con la ricchezza dichiara di non aver nulla a che fare. La sorpresa? Sostengono di non aver alcuna voglia di arricchirsi molto, stimolo avvertito solo da un italiano su sette, con punte tra gli under 35 single, i diplomati, il ceto medio impiegatizio e autonomo.
È a loro forse che pensa di trasmettere il suo credo Alfio Bardolla, 35 anni, originario di Chiavenna ma americano di formazione. Bardolla, che ha scritto anche un libro pubblicato dalla Sperling & Kupfer, I soldi fanno la felicità, con la sua scuola propone dei corsi per raggiungere il “wellness finanziario”. Cioè la possibilità di mantenere il proprio tenore di vita prescindendo dallo stipendio.
“Gli italiani” sostiene Bardolla “mancano di competenze tecniche ma soprattutto di attitudine mentale: passano la vita puntando sul lavoro e mettono i loro risparmi nella casa, mentre dovrebbero dedicare parte del loro tempo alla gestione attiva e creativa dei loro risparmi”. Basterà per arricchirsi? I dubbi restano. Ma Bardolla si dice pronto a rimborsare chi non ce la fa.


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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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