
Diana Bracco titolare del gruppo Bracco
di Giorgio Mulè
Investire nell’innovazione, essere unici e, soprattutto, avere coraggio. Di guardare lontano, di non fermarsi davanti ai confini italiani o europei. Con questa ostinazione il gruppo chimico-farmaceutico Bracco è diventato una multinazionale da oltre 1 miliardo di euro di fatturato presente in 90 paesi. Tra questi spicca la Cina, dove la società italiana è presente da 10 anni. Proprio in questi giorni Diana Bracco ha festeggiato la ricorrenza e Panorama ha deciso di raccontare il suo viaggio. Un reportage che fa parte di una serie di articoli dedicati alle imprese che tengono alto il prestigio del made in Italy nel mondo. Continua
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Emma Marcegaglia, numero 1 di Confindustria - Ansa
Se pensavate che bastasse una donna sulla poltrona di gran capo degli industriali italiani, quella di Confindustria occupata da Emma Marcegaglia, per parlare di parità dei sessi nel mondo dei manager italiani, vi sbagliavate. L’otto marzo nasce da una tragedia di donne lavoratrici ed è l’occasione giusta per riflettere sulle difficoltà che oggi impediscono a una donna di fare carriera come i suoi colleghi uomini. Continua

di Angelo Pergolini
Incassata la scontata nomination alla guida della Confindustria (il 95 per cento di consensi sul suo nome), Emma Marcegaglia si sta già preparando all’ultimo appuntamento che la separa dall’elezione del 21 maggio: è la riunione dei 167 membri della giunta che giovedì 24 aprile voteranno (in modo segreto) il programma e la squadra del presidente designato. Le sorprese, secondo quanto risulta a Panorama, non mancheranno. E con ogni probabilità faranno discutere parecchio.
Perché la Confindustria di Emma nasce, sì, sotto il segno della continuità rispetto al quadriennio di Luca Cordero di Montezemolo (che Marcegaglia ha affiancato come vicepresidente). Ma l’imprenditrice di Gazoldo degli Ippoliti (Mantova) ha in mente un netto riposizionamento dell’organizzazione. E punta a costruire intorno a sé una squadra di vertice molto rinnovata.
Dalla consultazione dei cosiddetti saggi, incaricati di sondare scelte e umori della base confindustriale, è emersa l’indicazione plebiscitaria del nome di Marcegaglia. Ma anche altro. Molti lamentano una gestione troppo personalizzata da parte di Montezemolo (il cui operato è comunque stato promosso a pieni voti). Pensano cioè che l’organizzazione nell’arco di questi quattro anni si sia come appiattita sulla figura del leader.
La Confindustria, sostengono i più, deve tornare a essere un’istituzione, non solo un presidente. Insomma, quello che la base confindustriale si aspetta dalla nuova presidenza è un netto cambio di passo. Ed Emma sta già lavorando a un programma che raccolga queste aspettative. Il suo manifesto sarà incardinato su pochi ma nettissimi punti.
Prima di tutto, nell’associazione di viale dell’Astronomia deve ritrovare centralità il settore manifatturiero: insomma le aziende fatte di fabbriche e capannoni. Secondo: la Confindustria deve marcare sempre di più il suo ruolo di parte sociale, di rappresentante degli interessi delle imprese. E allo stesso tempo una netta separatezza non dalla politica, ma dagli schieramenti e dai partiti, perché il presidente in pectore degli industriali è convinto che l’autorevolezza dell’organizzazione sia direttamente proporzionale al suo carattere apartitico. Perciò nel programma della Marcegaglia le tre parole che ricorreranno con più frequenza per descrivere la Confindustria che ha in mente saranno: forte, autonoma ed equidistante.
Quanto alla squadra dei vicepresidenti che l’affiancheranno, si tratta di un puzzle complicato. Ma rispetto ai suoi predecessori Marcegaglia gode di un indiscutibile vantaggio: nella corsa al vertice non ha avuto di fatto rivali forti. E quindi per vincerla non ha nemmeno avuto bisogno di fare troppe promesse a questo o a quello.
Di impegni da onorare in realtà ne ha uno solo: quello con gli imprenditori del Nord-Est che erano la roccaforte (insieme all’Assolombarda guidata da Diana Bracco) dell’opposizione a Montezemolo. E che fin dall’inizio della corsa si sono schierati con lei.
In cambio del loro appoggio Emma aveva promesso una vicepresidenza pesante, cioè con importanti deleghe. Il vicentino Massimo Calearo, leader della Federmeccanica, ambiva a questa poltrona. Ma poi ha optato per un’altra gara, quella delle elezioni politiche, candidandosi nelle liste del Pd. I giochi così si sono riaperti. E mettere d’accordo i litigiosi vertici della Confindustria veneta non è stato per nulla facile. Alla fine è stata presa una decisione che sembra accontentare tutti: alla vicepresidenza andrà Antonio Costato, un quarantenne che oggi è il numero uno degli imprenditori di Rovigo.
Andrea Riello, a cui Silvio Berlusconi aveva offerto una candidatura nel Pdl, terminerà il suo mandato di presidente della Confindustria veneta, per poi scendere in politica correndo per la carica di governatore nelle file del centrodestra. Mentre Andrea Tomat (Lotto e Stonefly) gli succederà alla guida degli industriali.
Nord-Est a parte, il vertice della Confindustria targato Emma sarà decisamente nordista, perché ricalcherà il peso delle associazioni territoriali. E per capire quanto conti il Nord basta pensare che quattro regioni (Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto) rappresentano quasi metà dei voti dell’assemblea della Confindustria che eleggerà il presidente. Mentre le due regioni del Sud con maggiori voti assembleari sono la Campania con il 2,7 per cento e la Puglia con l’1,4: messe insieme pesano meno dell’associazione degli industriali di Brescia.
Nella nuova squadra conterà invece, e tanto, la Lombardia, che nell’assemblea della Confindustria dispone di 305 delegati pari al 20,4 per cento dei voti assembleari. In primo luogo sarà confermato (anche nella delega per le relazioni industriali) Alberto Bombassei (titolare della Brembo). Meno certa la presenza nella squadra di Emma del bergamasco Andrea Moltrasio, che negli ultimi due anni si è occupato delle relazioni con l’Europa.
Certamente non sarà presente Bracco, che non ambisce all’incarico e non ha alcuna intenzione di lasciare il vertice dell’Assolombarda. E lo stesso vale per Fedele Confalonieri (che pure quando ha incontrato i saggi ha perorato la scelta di Marcegaglia tessendone un elogio talmente sperticato, dice a Panorama un imprenditore milanese, che “sembrava stesse parlando di sua figlia”).
Marcegaglia conta invece di convincere Giorgio Squinzi, fondatore della Mapei e leader della Federchimica, suo grande elettore e amico di lunga data. Se il corteggiamento dovesse fallire (c’è da convincere anche la signora Adriana, che di Squinzi è la moglie e non vede di buon occhio un ingombrante impegno extraziendale del consorte), Emma cercherebbe di lusingare il petroliere Gianmarco Moratti. Altra impresa complicata, perché Moratti due anni fa lasciò le deleghe (a causa dei troppi impegni) mantenendo la carica di vicepresidente solo per l’insistenza di Montezemolo. Ottenere un suo sì a un ritorno in viale dell’Astronomia non sarà dunque facile.
Ma per quanto Montezemolo abbia fascino, Emma ne ha di più. Infine potrebbe spuntare anche il nome di Gianfelice Rocca (Techint), che in Assolombarda è considerato un «cane sciolto».
Molto più aperta e incerta è invece la scelta di chi rappresenterà il Piemonte al vertice dell’associazione degli industriali. Il candidato naturale sarebbe stato Andrea Pininfarina, però l’azienda di famiglia non attraversa un buon momento e dunque l’imprenditore non ha né tempo né energie da dedicare alla Confindustria. E non ci sono nemmeno autocandidature da vagliare, né una rosa di nomi ben definita da sfogliare. Netto però è l’identikit che Marcegaglia ha in mente: un imprenditore manifatturiero; meglio se si tratterà di un nome noto del made in Italy; infine non dovrà avere legami con l’universo Fiat (che del resto ha avuto per quattro anni la presidenza).
Ancora incerta, ma con alcuni punti fermi, anche la situazione in Emilia-Romagna. A scalpitare per una vicepresidenza è Annamaria Artoni, numero uno regionale dell’associazione e in precedenza leader dei Giovani imprenditori. Ma sarebbe troppo marcata politicamente (area Pd) e perciò la sua eventuale nomina andrebbe a cozzare contro uno dei cardini del programma di Emma: l’equidistanza dalle parti politiche.
Come possibili candidati alternativi ad Artoni in Emilia circolano con insistenza i nomi di Gaetano Maccaferri (presidente degli industriali bolognesi) e del modenese Vittorio Fini. Ma a Panorama risulta che nessuno dei due convinca fino in fondo Marcegaglia.
A sud della Linea gotica Emma pescherà un solo vicepresidente, in sostituzione del siciliano Ettore Artioli, che durante la presidenza Montezemolo ha avuto la delega ai problemi del Mezzogiorno. Il candidato più forte sarebbe Ivan Lo Bello, leader degli imprenditori palermitani. Ma ci sono due ostacoli.
Il primo è che è siciliano come Artioli, e le altre regioni del Sud, a cominciare da Puglia e Campania, rivendicano una rotazione. Il secondo e ben più pesante motivo che rende la scelta di Lo Bello, tanto suggestiva quanto difficilmente praticabile è che se accettasse l’incarico dovrebbe abbandonare la coraggiosa campagna degli imprenditori siciliani contro la mafia e il pizzo che lo vede schierato in prima fila. Per questo Marcegaglia pensa a due possibili alternative: il pugliese Nicola De Bartolomeo oppure un imprenditore campano (ma in questo caso la scelta non cadrebbe su Gianni Lettieri, presidente degli industriali napoletani che a un posto di rilievo in viale dell’Astronomia terrebbe eccome).
L’ultima new entry nella squadra, infine, non dipenderà da Emma ma dalle scelte che faranno i giovani industriali chiamati a eleggere il successore di Matteo Colaninno, anche lui candidato con il Pd. A spuntarla dovrebbe essere la bolognese Federica Guidi. Che si ritroverebbe automaticamente (lo prevede lo statuto) anche nella squadra dei vicepresidenti. Esattamente quello che capitò a Marcegaglia nella primavera di 12 anni fa.
Il VIDEO servizio:

Parterre delle grandi occasioni all’appuntamento milanese di Carlo Toto, patron di Air One, ma di soci pronti a sborsare soldi per sfilare Alitalia ad Air France-Klm e salvare Malpensa ancora non se ne vedono. Anche il tentativo di frenare Parigi con il ricorso al Tar del Lazio da parte dell’imprenditore abruzzese potrebbe rivelarsi un buco nell’acqua.
La settimana prossima, quando sbarcherà in Italia per un nuovo faccia a faccia con il ministro dell’Economia uscente, Tommaso Padoa-Schioppa, e con i sindacati, il numero uno di Air France-Klm, Jean-Cyril Spinetta, potrebbe avere già con sé una copia dell’offerta vincolante per il vettore di bandiera. Spinetta conta di chiudere l’operazione incassando un prima via libera dal Tesoro entro il 20 febbraio, data in cui la Terza sezione del Tribunale amministrativo laziale si pronuncerà sul ricorso di Toto che chiede di annullare l’accordo del 28 dicembre scorso con cui il Tesoro ha avviato la trattativa in esclusiva con Air France.
Toto è atterrato a Milano per illustrare il suo piano alla folta platea di imprenditori e istituzioni lombarde chiamata a raccolta dalla Camera di commercio di Milano nella sede della Borsa. Un discorso di alcuni minuti per ribadire ancora una volta che Alitalia con Air One diventerebbe la quarta compagnia europea, che la cordata è aperta ad altri imprenditori e che i voli su Malpensa addirittura aumenterebbero del 20% nelle destinazioni intercontinentali e del 25% sul nazionale. Come minimo Toto si sarebbe aspettato di incassare finalmente qualche adesione concreta alla cordata che deve pur sempre racimolare 5 miliardi per rilanciare Alitalia, non fosse altro per il grande lavoro di aggregazione cui lavora da settimane il numero uno di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera.
Più che un’occasione per aumentare la compagine azionaria, l’appuntamento è stato una mobilitazione generale, con tanto di manifesto pro-Malpensa con sei richieste al governo (quale?), tra cui una moratoria che permetta di mantenere gli attuali voli di Alitalia nello scalo milanese per tre anni, firmate dalla Regione, Provincia e Comune di Milano, Camera di Commercio, Confindustria, Assolombarda altre associazioni di categoria, la Compagnia delle Opere, associazioni di consumatori e anche il movimento italiano casalinghe. Non manca proprio nessuno.

Ma tra coloro che nei giorni scorsi avevano lasciato intendere di essere disponibili a mettere soldi nella Ap Holding di Toto, che dovrebbe poi formalizzare la nuova offerta per Alitalia, si è addirittura registrato una sorta di raffreddamento. A cominciare da Marco Tronchetti Provera che si è limitato a consigliare di non vendere ad Air France-Klm il marchio Alitalia perché verrebbe usato in modo non appropriato mentre Diana Bracco ha sottolineato che il piano di Air One ha dei punti di forza. Maggiore entusiasmo solo da Santo Versace che ha detto che “Se Corrado Passera dice che l’offerta di Air One è migliore di quella di Air France io ci credo. Mi fido più di lui che di Tommaso Padoa-Schioppa”. “Basta un piccolo sforzo per consentire a Malpensa di riconfigurarsi come aeroporto hub” ha detto Letizia Moratti intervenuta al mega convegno di Confcommercio. Parliamo - ha aggiunto - di 600 milioni in tre anni”.
Poca cosa da parte di chi spera di racimolare un po’ soldi per comprare Alitalia, oltre a quelli delle banche, visto che l’indebitamento di Air One è già alle stelle.

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Se la politica, almeno quella con la P maiuscola, è la capacità di prendere decisioni in favore dell’interesse generale anche quando possano risultare scomode o impopolari, ecco che allora Malpensa è la Waterloo della politica italiana. E non solo di essa, per la verità, ma dell’intera classe dirigente di questo paese. Nessun leader di partito o imprenditore di rilievo nazionale o segretario confederale ha espresso una posizione chiara sull’argomento mentre molti comprimari si sono tuffati quasi come ultrà di curva nella rissa stracittadina tra meneghini e romani.
Politici Nessun dirigente nazionale ha applaudito il piano del nuovo amministratore dell’Alitalia, Maurizio Prato, che prevede l’abbandono di Malpensa, così come non c’è stato nessun leader che l’abbia bocciato. Unica eccezione Umberto Bossi, il quale però è alla guida di un partito che per definizione ha una vocazione regionale. Nei Ds convivono le posizioni del presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati (ovviamente pro Malpensa) e quella del sindaco di Roma, Walter Veltroni (pro Fiumicino, anche se ora con accenti più sfumati forse in seguito alla candidatura a segretario del Partito Democratico). Imbarazzante silenzio da Piero Fassino e Massimo D’Alema. In An idem: Gianfranco Fini tace lasciando al Nord la parola a Cristiana Muscardini e Ignazio La Russa che manifestano per l’hub lombardo mentre a Roma Gianni Alemanno e Maurizio Gasparri si schierano per l’infrastruttura romana. Nessuna presa di posizione chiara è arrivata da Silvio Berlusconi o Francesco Rutelli, anche se quest’ultimo ha tentato una specie di composizione degli opposti con una generica dichiazione per far convivere le due infrastrutture. Al silenzio dei leader si contrappone il fiume di dichiarazione dei vari esponenti locali: Roberto Formigoni, Letizia Moratti da una parte (Malpensa), Piero Marrazzo e Enrico Gasbarra dall’altra (Fiumicino). A rimarcare la divisione dei politici più sulla base della provenienza geografica e del campanile che dell’idea e del progetto c’è il fatto che non ci sono parlamentari nordisti che si schierano con Fiumicino e sull’altro versante non ci sono politici romani che spendono una parola per Malpensa.
Imprenditori Nè Luca Cordero di Montezemolo, né il giovane Matteo Colaninno si sono pronunciati. Eppure la mobilità dovrebbe interessare da vicino gli imprenditori italiani e la competitività delle imprese. Ricalcando il clichè della politica, non sono mancate prese di posizione da parte di chi guida organizzazioni locali di imprenditori. Per Malpensa si sono levate le voci di Diana Bracco (Assolombarda), Carlo Sangalli (Camera di commercio di Milano), Giuseppe Fontana (Confindustria Lombardia). A favore di Fiumicino invece Andrea Mondello, Giovanni Quintieri (Federlazio) e Giancarlo Elia Valori (Unione industriali del Lazio).
Sindacalisti Non è un mistero che i rappresentanti dei lavoratori facciano il tifo per lo scalo romano, poiché sull’area del Lazio risiede la maggior parte dei dipendenti Alitalia. Si tratta però di una posizione ufficiosa. Nessuno dei segretari della triplice, Guglielmo Epifani, Luigi Angeletti, Raffaele Bonanni, ha dichiarato alcunché. In compenso l’ala milanese delle tre confederazioni ha manifestato apertamente a favore di Malpensa. La Fit Cisl lombarda con Dario Ballotta e la Filt Cgil con Nino Cortorillo non hanno risparmiato critiche a Prato per la scelta di abbandonare Malpensa. Il paradosso l’ha raggiunto lo stesso Ballotta quando in un’intervista a La Padania ha dichiarato che il flop di Malpensa è imputabile al personale di volo che si impunta a non volersi trasferire a Milano.