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Pensioni dorate. Chi munge la Sicilia


Pensioni dorate. Chi munge la Sicilia

di Antonio Rossitto

Sedici anni, 10 mesi e 30 giorni di onorato servizio alla forestale di Galati Mamertino, nel parco dei Nebrodi, per l’ispettore capo Totò Barbitta sono stati più che sufficienti. Dal 1° gennaio 2009 il suo nome compare nel corposo elenco dei baby pensionati siciliani e forse anche in quello dei record, visti i tempi magri e auspicabilmente austeri. A riposo con la metà dell’anzianità normalmente prevista (40 anni) e con due decenni di anticipo sull’età richiesta ai comuni connazionali (65 anni). Per il suo invidiabile primato, Barbitta deve ringraziare la 104, una leggina del 2000 che permette ai dipendenti della Regione Siciliana di congedarsi dal lavoro con siderale anticipo: 25 anni di contributi per gli uomini e 20 per le donne. Continua

Donne in pensione a 65 anni: la riforma interessa 25 mila dipendenti pubblici

Una donna in un ufficio pubblico fotografata oggi 06 giugno 2010 (ANSA/FRANCO SILVI)

Una donna in un ufficio pubblico fotografata oggi 06 giugno 2010 (ANSA/FRANCO SILVI)

La pacchia è finita. Prima o poi doveva accadere, dopo i numerosi diktat da Bruxelles. Non siamo più la felice eccezione del Vecchio Continente: anche in Italia, infatti, le impiegate pubbliche dovranno andare in pensione a 65 anni, come i colleghi uomini e come avviene nella maggior parte degli altri paesi europei.  Continua

Brunetta sfida le statali: “Basta spesa in orario di lavoro”. E in pensione più tardi

Renato Brunetta

“Protestate pure, ma è così”. Parla dinanzi a una platea composta quasi esclusivamente da donne, in un convegno sulle pari opportunità. E ancora una volta il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta scatena proteste, fischi, critiche ma non si ferma: “Io” ripete “non voglio più che le donne scappino dall’ufficio per fare la spesa, per poi tornare a casa all’una e mezza e avere difficoltà a gestire la famiglia e tutto il resto”.
Parla chiaro, come suo solito, il ministro: “Il lavoro pubblico è stato usato per tanto tempo come un ammortizzatore sociale, soprattutto da parte delle donne che uscivano a fare la spesa in orario di lavoro”.
E a quel punto dalla platea si sono alzate forti le contestazioni da parte del pubblico femminile presente: “Ci sono tante donne nella scuola e nella pubblica amministrazione perché vinciamo i concorsi e siamo più brave degli uomini”. Pronta la replica del ministro: “Se si vincono tanti concorsi come mai sono così poche le donne ai vertici della carriera?”.
Domanda retorica, alla quale Secondo Brunetta la vera parita’ e l’innalzamento dell’eta’ pensionabile delle donne vanno di pari passo, perche’ “per la parita’ occorrono soldi”.
Brunetta ha osservato che e’ necessario “rompere l’equilibrio attuale, per cui le donne vanno in pensione prima degli uomini come compensazione della mancata carriera e dei carichi familiari”.

Ma le dichiarazioni di Brunetta hanno provocato la reazione del ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna presente in sala, che non ha direttamente risposto al collega, ma rivolta alle donne in platea ha detto: “Non fatevi scoraggiare. Non cadiamo nelle facili provocazioni”. Per poi aggiungere, in contrasto con Brunetta che aveva parlato di “chiacchiere sulla parità”, che “i gap esistono, non sono chiacchiere, soprattutto nel mondo del lavoro”.
Poi però la Carfagna ha tenuto, con una nota, a smorzare i toni: “Nessuna polemica con il ministro Renato Brunetta. Siamo entrambi d’accordo sul fatto che esista un gap tra uomo e donna nel mondo del lavoro, ma che, allo stesso tempo, lo scopo dell’attività del nostro governo deve essere quello di eliminare sprechi e inefficienze nella pubblica amministrazione”. Ovviamente: “Chi va a fare la spesa durante l’orario di lavoro commette una truffa e va censurato” precisa la Carfagna “ciò non toglie che in Italia vi siano milioni di donne che lavorano seriamente, si distinguono per la loro professionalità, e che vadano aiutate a conciliare meglio i tempi di lavoro e di cura familiare”. “Per questa ragione” aggiunge “il mio ministero, insieme con quello del Welfare, sta per far approvare misure di conciliazione”.

Anche il tema delle pensioni al femminile torna di nuovo d’attualità. Entro l’estate la sentenza dell’Unione europea sull’aumento dell’età pensionabile per le statali “dovrà essere rispettata” ha aggiunto Brunetta sottolineando che “dopo si aprirà il dibattito sul resto del sistema”. Successivamente quindi potrebbe cominciare la discussione su una possibile armonizzazione del settore pubblico con quello privato, elevando anche in quest’ultimo l’età delle donne lavoratrici. Brunetta ha affermato comunque di non essere sicuro “di avere la maggioranza nel resto del governo e nel resto del paese”. Il ministro della Funzione Pubblica ha infine affermato che tra le ipotesi c’è quella di una convergenza tra età pensionabile degli uomini e delle donne da realizzare “nell’arco di un decennio”. La convinzione del ministro è che “tutti i risparmi che si ricaveranno da questa convergenza dovranno essere investiti a favore del ruolo della donna, all’interno del suo ciclo di vita nel mondo del lavoro, del welfare e della famiglia”.

Brunetta: “Ci sono le risorse per il contratto del pubblico impiego”

 Renato Brunetta
Il rinnovo del contratto del pubblico impiego si farà. Ad assicurarlo, il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, che ha annunciato aumenti salariali compresi tra il 6 e l’8 per cento a proposito del rinnovo del contratto degli statali. Una percentuale che le federazioni sindacali di categoria hanno però immediatamente contestato, commentando che “la matematica non è un’opinione”. Ospite a Omnibus su La7, il ministro della Funzione pubblica ha dichiarato che “il 2009, che concentrerà due anni in uno, vedrà una dinamica salariale tra il 6 e l’8 per cento di aumento. Dunque, ci sono le risorse disponibili per fare un contratto onesto che mantenga non solo il potere d’acquisto, ma dia anche i premi”. Ma, ha sottolineato Brunetta, “mentre i dipendenti privati lavorano più e meglio sennò perdono il posto di lavoro, quelli pubblici sono pagati di più in cambio di niente, di nessun miglioramento”. Su Alitalia, il ministro è critico verso l’atteggiamento di disponibilità con le organizzazioni dei lavoratori manifestato dall’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera. “Io non avrei mai detto salta tutto se il sindacato non è d’accordo. Per niente, si va avanti! – dice il ministro - Vorrei ricordare che la situazione di Alitalia è il prodotto di cattiva politica certamente, ma anche di cattivo sindacato”.

Proprio dai sindacati non tardano le risposte. “La realtà italiana è quella di un pubblico impiego con gli stipendi più bassi d’Europa. È quella in cui, per gli anni di vacatio contrattuale come il 2008, ci sono solo 8 euro lordi in più nelle buste paga dei lavoratori, pari allo 0,4 per cento dell’inflazione ufficiale – dice Rino Tarelli, segretario di Cisl-Fp - La realtà è che, a bocce ferme, il decreto 112 che ha anticipato la Finanziaria comporterà una diminuzione degli stipendi dal primo gennaio 2009″. Sulla stessa linea anche Carlo Podda, segretario generale della Fp-Cgil. “Il ministro Brunetta dipinge un mondo in cui la dura realtà dei numeri viene negata. L’ammontare delle risorse messe in campo per i rinnovi contrattuali garantiscono aumenti per il 2008 pari a 8 euro lordi mensili pro capite e 65 euro lordi mensili pro capite per il 2009. Sono stati sottratti dalle buste paga di i tutti i lavoratori, anche di quelli meritevoli, 1,7 miliardi e quindi, in virtù di questo provvedimento, tutti i dipendenti subiranno un taglio ai loro stipendi nel 2009 dagli 80 ai 300 euro mensili”. Quanto allo scarto tra lavoratori pubblici e privati in busta paga, ha proseguito Podda, “dati Aran del 2002 valutano l’aumento per i dipendenti pubblici pari al 15,6 per cento e per i privati pari al 15,52 per cento”. E tempi duri si preannunciano anche per il negoziato sui contratti tra imprese e sindacati. “La trattativa di Cgil, Cisl e Uil con Confindustria è dentro un perimetro che può solo produrre un accordo a perdere per i lavoratori - spiega Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom ed esponente della Rete “28 Aprile” - Il confronto continua a ruotare attorno a una programmazione dell’inflazione che è ampiamente al di sotto di quella ufficiale Istat, a sua volta inferiore all’aumento dei beni di prima necessità: così invece che tutelare il potere di acquisto si programma la riduzione dei salari nei contratti nazionali”.

La “rivoluzione” condotta da Brunetta (”i fannulloni sono in calo del 37 per cento e ora è arrivato il momento di premiare i più meritevoli”, ha detto stamattina) per snellire la pubblica amministrazione in nome dell’efficienza, della riduzione dei costi e della modernizzazione trova proprio oggi la sua ragion d’essere nei dati della Cgia di Mestre che, mettendo a confronto le spese del comparto pubblico italiano con quello di due paesi federalisti come Spagna e Germania, ha scoperto che la nostra pubblica amministrazione costa ben 60 miliardi in più di quella tedesca. Se infatti in Germania, tra il 2000 e il 2007 la spesa per il personale pubblico (stipendi più contributi) in percentuale del pil è scesa dall’8,1 al 6,9 per cento, mentre in Spagna è rimasta sostanzialmente invariata, in Italia le cose sono andate diversamente. “Nello stesso periodo di tempo i costi, qui da noi, sono passati dal 10,4 al 10,7 per cento del pil – sostiene Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre - In Italia il costo della pubblica amministrazione è superiore di quasi 4 punti percentuali di pil rispetto alla Germania. Se quindi la nostra percentuale fosse pari a quella tedesca, il risparmio ammonterebbe a circa 60 miliardi di euro”.

 

Il nervo scoperto della pubblica amministrazione italiana ha a che vedere con il numero dei dipendenti pubblici. “Forse non sono troppi in assoluto, ma, in rapporto agli abitanti, in Italia ne abbiamo più dei nostri amici tedeschi e spagnoli – sottolinea Bortolussi – Infatti, se qui da noi ci sono 58 dipendenti pubblici ogni mille abitanti, in termini assoluti pari a 3.391.000 unità, in Germania e in Spagna ve ne sono poco più di 55 ogni mille abitanti, che sono pari rispettivamente a 4.564.100 e 2.436.172 unità”. Altrettanto impietoso è il risultato del confronto che emerge dalla distribuzione tra i vari livelli istituzionali dei lavoratori pubblici. Se in Italia il 59 per cento è alle dipendenze dello Stato centrale (e l’altro 41 per cento è impiegato tra regioni, università ed enti locali), in Germania solo il 10,5 per cento lavora per lo Stato centrale e l’altro 89,5 è distribuito tra i “lander” e le amministrazioni locali. Così come in Spagna, dove solo 22,4 dipendenti pubblici su cento sono impiegati per lo Stato centrale mentre il resto è suddiviso tra comunità autonome ( 50,2 per cento), enti locali ed università (27,4 per cento). Ecco perché, dicono dalla Cgia, “la riforma federale dovrà necessariamente, oltre a trasferire ulteriori competenze e autonomia impositiva agli enti locali, provvedere alle redistribuzione del personale pubblico per consentire una puntuale ed efficiente prestazione delle funzioni trasferite”.

Il venerdì nero degli scioperi. E potrebbe essere solo l’inizio

Autobus del trasporto pubblico locale
Giornata nera per chi deve spostarsi, anche in città, e per chi deve rivolgersi a un ospedale o recarsi a uno sportello pubblico: lo sciopero generale dei sindacati di base proclamato per la giornata per le aziende pubbliche e private infatti potrebbe riguardare, secondo i dati della Cub, oltre 1,5 milioni di lavoratori, con riflessi significativi soprattutto nei trasporti e nella pubblica amministrazione. Oggi sono previste circa 32 manifestazioni nei capoluoghi di regione e nelle principali città; i Cobas dei sindacati contano di portare in piazza oltre 350.000 persone, 50.000 delle quali in corteo di Roma dove, insieme a Milano, si svolgeranno le manifestazioni più importanti. Ovunque saranno rispettate le fasce di garanzia e assicurati i servizi minimi, afferma il coordinatore nazionale della Cub Pierpaolo Leonardi.
Per i trasporti, le fasce di astensione saranno articolate per settore ma i disagi maggiori potrebbero riguardare mezzi pubblici urbani, soprattutto a Roma e Milano, e il trasporto aereo: per la sola Alitalia i voli cancellati sono 96, di cui 30 tagliati a Fiumicino; altre compagnie potrebbero cancellare collegamenti. Le Ferrovie dello Stato prevedono disagi limitati. Anche per ospedali e sportelli della sanità pubblica i cittadini dovranno attendersi funzionamenti a singhiozzo, assicurano gli organizzatori della protesta che ha nel mirino Finanziaria, accordo sul welfare e precariato.
E se gli utenti dovranno mettere in conto una giornata difficile, il venerdì ancora più nero sarà quello del 30 novembre, con i trasporti pubblici a rischio paralisi per lo sciopero generale di 8 ore indetto questa volta dai sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil per la non centralità e le scarse risorse per il settore in Finanziaria. Uno sciopero bollato come ”irregolare” dalla Commissione di garanzia. Le Fs prevedono invece una circolazione dei treni pressoché regolare.
Ecco le modalità dello sciopero di oggi per quanto riguarda i servizi pubblici essenziali: - Trasporto ferroviario: dalle 9.00 alle 16.00.
- Trasporto aereo: personale non operativo (non soggetto alla legge sugli scioperi nei servizi essenziali) intera giornata - Trasporto aereo: personale operativo dalle 10.00 alle 18.00.
- Trasporto pubblico locale: modalità articolate a livello regionale: a Roma dalle 9.00 alle 13.00, a Milano dalle 8.45 alle 15 e dalle 18 a fine servizio; Torino dalle 4.30 alle 6.00, dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 2.00.
- Vigili del fuoco: personale operativo turnista dalle 10.00 alle 14.00. Personale a servizio giornaliero, intera giornata.
- Sanità da inizio a fine turno della giornata. Saranno garantiti i servizi minimi e le emergenze.
- Pubblica amministrazione: Sciopero per l’intera giornata per Scuola, Università, ricerca, enti locali, parastato, ministeri, presidenza del Consiglio e agenzie fiscali.

Il VIDEO servizio:

Gli statali in rivolta contro la Finanziaria. Sciopero a fine mese

Un corteo di dipendenti pubblici a Roma in una immagine del 21 maggio 2004
Gli statali non mollano e, come preannunciato negli scorsi giorni, si conferamano pronti a scendere in piazza contro la Finanziaria. Il pubblico impiego si ferma il 26 ottobre per uno sciopero di otto ore con una grande manifestazione a Roma. Lo hanno deciso le segreterie dei lavoratori pubblici Cgil, Cisl e Uil, riunitesi in tarda mattinata per valutare l’andamento del confronto con il governo sulle problematiche del lavoro pubblico, a iniziare dal rinnovo contrattuale del 2007 e 2008.

Alla manifestazione degli impiegati statali, che si terrà nella capitale, participerranno anche i leader Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti.
Per i sindacati, tre sono i punti “inaccetabili” di questa manovra economica: “L’ossessione a non rinnovarci il contratto; la mancanza di un piano industriale delle pubbliche amministrazioni; il precariato che questa Finanziaria rende ancor più precario”.
Il fatto che non siano previste in Finanziaria risorse per il rinnovo dei contratti dei lavoratori pubblici, ha detto il leader della Cgil Guglielmo Epifani, “è una cosa particolarmente grave”. In particolare, sulle risorse per il rinnovo del contratto, Carlo Podda, segretario Cgil della Funzione pubblica, ha precisato che i 1.835 milioni stanziati in Finanziaria “riguardano il biennio 2006-2007″ mentre, per il biennio 2008-2009, “si prevedono solo 741 milioni che andrebbero riconosciuti solo per vacanza contrattuale. Questa, per noi - ha concluso il sindacalista - è una dichiarazione di guerra”.
Nel frattempo si chiarisce il valore del decreto, trasmesso al Senato: per la misura che accompagna la Finanziaria 2008 e che avrà effetto da quest’anno è prevista infatti una copertura di 8,321 miliardi rispetto ai circa 7,5 inizialmente previsti. Gli effetti del provvedimento saranno di 5,4 milioni nel 2008 e 11,3 milioni nel 2009.

Il VIDEO servizio:

Un italiano su 6 è dipendente pubblico, ma è un affare solo ai piani alti


Il precariato entra prepotentemente nella Pubblica Amministrazione. Svanisce così anche l’ultima roccaforte del posto fisso per lasciare spazio a Co.Co.Co. e contratti atipici. Sono un esercito di oltre 500mila lavoratori con la prospettiva di un futuro precario e uno stipendio di appena 900 euro al mese.
La fotografia scattata dall’Eurispes in collaborazione con la Cisl delinea un Paese, nonostante tutto, ancorato saldamente all’impiego pubblico. Nel 2006 era composto da circa 3 milioni e 600mila lavoratori (il 52,7% donne) dei quali il 42,3% dipendenti dagli Enti locali, l’1,6% dagli Enti di previdenza, ed il restante 56,1% dallo Stato centrale. In Italia un lavoratore su sei dipende dalla Pubblica Amministrazione. Considerando anche i rapporti di consulenza e i dipendenti delle ditte a cui sono affidati lavori di pubblica utilità o di appoggio alle stesse amministrazioni, il “pubblico” in Italia garantisce l’occupazione ad oltre 4.500.000 lavoratori.
A farne le spese, osserva l’Eurispes, sono soprattutto gli stipendi: tra i più bassi in Europa con una media netta di 23.500 euro annui. Le retribuzioni più modeste spettano ai dipendenti con contratto a tempo determinato. Nel 2005 i Co. Co. Co. hanno registrato un costo medio annuo a contratto pari a circa 11.000 euro, che corrispondono a 910 euro mensili. In particolare, segnala l’Eurispes, le Regioni guidate dal centrosinistra sono quelle che ricorrono maggiormente a contratti a termine mentre il maggior numero di dipendenti pubblici si concentra al Sud. Dallo Stato centrale fino ai Comuni, conclude l’Eurispes, la politica delle “quote rosa” ha riscosso un certo successo. Le donne occupano oltre il 50% dei posti ma quando si concentra l’attenzione sui ruoli dirigenziali, la percentuale crolla dal 52,7% al 27,02%.
Lo scivolo<br /> [i](Credits: [url=http://uberg.ods.org/]Gianfranco Uber[/url])[/i]
Ai “piani alti” gli stipendi raddoppiano e per il gentil sesso resta poco spazio. Un recente studio dell’università Bocconi disegna l’identikit del dirigente pubblico: “Maschio (nel 73% dei casi) di 52,5 anni d’età e 21 anni di servizio (la media), un titolo di studio elevato (87% laurea, 4% post-laurea), assunto a tempo indeterminato (82,5%) e con uno stipendio di 81.976 euro lordi l’anno, in linea con quanto guadagnano i pari grado nel settore privato” (come mostra la tabella al piede).
Insomma uno stipendio da nababbi rispetto agli standard pubblici. Ancora di più se il raggiungimento degli obiettivi (fondamentale nel privato) conta nella retribuzione appena l’8 per cento. Lo sanno bene gli inquilini di Montecitorio che proprio in queste ore discutono alla Camera il bilancio interno ma soprattutto di tagli, sprechi, benefit e spese che lievitano a un ritmo del 3 per cento l’anno.

Il confronto con il settore privato (Fonte: Elaborazione Ocap su dati Rgs e Istat)

 

Meccanica

Costruzioni

Commercio

Annuo lordo

72.258

68.059

85.991

Ministeri (87.249)

+17%

+22%

+1%

Regioni (86.199)

+16%

+21%

0%

Province (80.592)

+10%

+16%

-7%

Comuni (73.866)

+2%

+8%

-16%

 

Tessile

Energia

Finanza

Chimica

Annuo lordo

79.967

78.967

103.802

86.821

Ministeri (87.249)

+9%

+10%

-19%

0%

Regioni (86.199)

+8%

+9%

-20%

-1%

Province (80.592)

+2%

+3%

-29%

-8%

Comuni (73.866)

-7%

-6%

-41%

-18%


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Giampiero Cantoni
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