
Gli statali non mollano e, come preannunciato negli scorsi giorni, si conferamano pronti a scendere in piazza contro la Finanziaria. Il pubblico impiego si ferma il 26 ottobre per uno sciopero di otto ore con una grande manifestazione a Roma. Lo hanno deciso le segreterie dei lavoratori pubblici Cgil, Cisl e Uil, riunitesi in tarda mattinata per valutare l’andamento del confronto con il governo sulle problematiche del lavoro pubblico, a iniziare dal rinnovo contrattuale del 2007 e 2008.
Alla manifestazione degli impiegati statali, che si terrà nella capitale, participerranno anche i leader Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti.
Per i sindacati, tre sono i punti “inaccetabili” di questa manovra economica: “L’ossessione a non rinnovarci il contratto; la mancanza di un piano industriale delle pubbliche amministrazioni; il precariato che questa Finanziaria rende ancor più precario”.
Il fatto che non siano previste in Finanziaria risorse per il rinnovo dei contratti dei lavoratori pubblici, ha detto il leader della Cgil Guglielmo Epifani, “è una cosa particolarmente grave”. In particolare, sulle risorse per il rinnovo del contratto, Carlo Podda, segretario Cgil della Funzione pubblica, ha precisato che i 1.835 milioni stanziati in Finanziaria “riguardano il biennio 2006-2007″ mentre, per il biennio 2008-2009, “si prevedono solo 741 milioni che andrebbero riconosciuti solo per vacanza contrattuale. Questa, per noi - ha concluso il sindacalista - è una dichiarazione di guerra”.
Nel frattempo si chiarisce il valore del decreto, trasmesso al Senato: per la misura che accompagna la Finanziaria 2008 e che avrà effetto da quest’anno è prevista infatti una copertura di 8,321 miliardi rispetto ai circa 7,5 inizialmente previsti. Gli effetti del provvedimento saranno di 5,4 milioni nel 2008 e 11,3 milioni nel 2009.
Il VIDEO servizio:

Il precariato entra prepotentemente nella Pubblica Amministrazione. Svanisce così anche l’ultima roccaforte del posto fisso per lasciare spazio a Co.Co.Co. e contratti atipici. Sono un esercito di oltre 500mila lavoratori con la prospettiva di un futuro precario e uno stipendio di appena 900 euro al mese.
La fotografia scattata dall’Eurispes in collaborazione con la Cisl delinea un Paese, nonostante tutto, ancorato saldamente all’impiego pubblico. Nel 2006 era composto da circa 3 milioni e 600mila lavoratori (il 52,7% donne) dei quali il 42,3% dipendenti dagli Enti locali, l’1,6% dagli Enti di previdenza, ed il restante 56,1% dallo Stato centrale. In Italia un lavoratore su sei dipende dalla Pubblica Amministrazione. Considerando anche i rapporti di consulenza e i dipendenti delle ditte a cui sono affidati lavori di pubblica utilità o di appoggio alle stesse amministrazioni, il “pubblico” in Italia garantisce l’occupazione ad oltre 4.500.000 lavoratori.
A farne le spese, osserva l’Eurispes, sono soprattutto gli stipendi: tra i più bassi in Europa con una media netta di 23.500 euro annui. Le retribuzioni più modeste spettano ai dipendenti con contratto a tempo determinato. Nel 2005 i Co. Co. Co. hanno registrato un costo medio annuo a contratto pari a circa 11.000 euro, che corrispondono a 910 euro mensili. In particolare, segnala l’Eurispes, le Regioni guidate dal centrosinistra sono quelle che ricorrono maggiormente a contratti a termine mentre il maggior numero di dipendenti pubblici si concentra al Sud. Dallo Stato centrale fino ai Comuni, conclude l’Eurispes, la politica delle “quote rosa” ha riscosso un certo successo. Le donne occupano oltre il 50% dei posti ma quando si concentra l’attenzione sui ruoli dirigenziali, la percentuale crolla dal 52,7% al 27,02%.
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Ai “piani alti” gli stipendi raddoppiano e per il gentil sesso resta poco spazio. Un recente studio dell’università Bocconi disegna l’identikit del dirigente pubblico: “Maschio (nel 73% dei casi) di 52,5 anni d’età e 21 anni di servizio (la media), un titolo di studio elevato (87% laurea, 4% post-laurea), assunto a tempo indeterminato (82,5%) e con uno stipendio di 81.976 euro lordi l’anno, in linea con quanto guadagnano i pari grado nel settore privato” (come mostra la tabella al piede).
Insomma uno stipendio da nababbi rispetto agli standard pubblici. Ancora di più se il raggiungimento degli obiettivi (fondamentale nel privato) conta nella retribuzione appena l’8 per cento. Lo sanno bene gli inquilini di Montecitorio che proprio in queste ore discutono alla Camera il bilancio interno ma soprattutto di tagli, sprechi, benefit e spese che lievitano a un ritmo del 3 per cento l’anno.
Il confronto con il settore privato (Fonte: Elaborazione Ocap su dati Rgs e Istat)
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Meccanica
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Costruzioni
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Commercio
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Annuo lordo
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72.258
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68.059
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85.991
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Ministeri (87.249)
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+17%
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+22%
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+1%
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Regioni (86.199)
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+16%
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+21%
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0%
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Province (80.592)
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+10%
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+16%
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-7%
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Comuni (73.866)
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+2%
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+8%
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-16%
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Tessile
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Energia
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Finanza
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Chimica
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Annuo lordo
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79.967
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78.967
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103.802
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86.821
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Ministeri (87.249)
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+9%
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+10%
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-19%
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0%
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Regioni (86.199)
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+8%
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+9%
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-20%
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-1%
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Province (80.592)
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+2% |
+3%
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-29%
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-8%
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Comuni (73.866)
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-7%
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-6%
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-41%
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-18%
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- Tags: bilancio, dipendenti-pubblici, entrate, finanziaria, fisco, manovra, privilegi, sindacato, tagli, tasse, tesoretto, Tommaso-Padoa-Schioppa
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Per il pubblico impiego “è divenuto indispensabile cambiare strada” scrive perentorio il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, nella parte finale delle sei cartelle di preparazione alla manovra di bilancio 2008-2010, documento di cui Panorama è entrato in possesso. È l’avvio di una specie di crociata contro i privilegi dello sterminato e ben protetto esercito dei 3,3 milioni di statali?
Padoa-Schioppa sembra fare sul serio prendendo di petto la faccenda: “Negli anni passati si è cercato di frenare la spesa riducendo gli stanziamenti per acquisti di beni e servizi al di là delle elementari esigenze di funzionamento delle amministrazioni”. Nello stesso tempo “si sono accordati ai pubblici dipendenti cospicui incrementi retributivi, addirittura superiori a quelli del settore privato”. Un’incongruenza bella e buona che il ministro dell’Economia dice di voler correggere riprendendo “il controllo della dinamica retributiva” e cercando anche di governare ciò che per decenni è stato quasi lasciato allo stato brado e cioè “la struttura e l’organizzazione delle pubbliche amministrazioni”.
Insomma, la guerra alle spese pazze e improduttive e ai benefici spesso immotivati a favore dei travet pubblici è dichiarata; ora bisogna vedere come andrà a finire, perché la crociata personale di Padoa-Schioppa contro i Fantozzi annidati negli uffici statali rischia di fare la fine delle crociate vere del Medioevo, organizzate per mettere in riga gli infedeli e spesso tramutatesi in inconcludenti vagabondaggi di avventurieri e pitocchi.
Come biglietto da visita di buona volontà il ministro può esibire il tentativo di riorganizzazione di un pezzo della macchina statale lanciato con la Finanziaria del 2007 e che a differenza di altri provvedimenti contenuti in quella legge non solo non si è ancora perso per strada, ma sta entrando in una fase cruciale. Quel tentativo è il progetto di riduzione delle sedi periferiche dello stesso ministero dell’Economia e della Ragioneria generale dello Stato. Un piano che somiglia come una goccia d’acqua a quello del governatore Mario Draghi per la Banca d’Italia e che nelle intenzioni di Padoa-Schioppa dovrebbe diventare il modello per la ristrutturazione di buona parte dell’amministrazione pubblica, soprattutto in periferia, dalle prefetture alle questure, alle sedi dei vigili del fuoco e delle agenzie fiscali.
Il programma di tagli è contenuto nel nuovo regolamento del ministero e prevede la cancellazione di circa 80 sedi, cioè il 40 per cento delle 103 strutture decentrate dello stesso ministero e delle 103 sedi provinciali della Ragioneria generale dello Stato. I dipendenti interessati sono 1.700, circa il 20 per cento del totale. Le funzioni degli uffici soppressi dovrebbero essere trasferite alle sedi territoriali ministeriali o della Ragioneria più vicine, mentre i dipendenti o verrebbero assorbiti dalle strutture rimaste e quindi potenziate oppure potrebbero chiedere il trasferimento presso altri uffici periferici della pubblica amministrazione. Secondo fonti del ministero i risparmi dovrebbero essere considerevoli, dagli affitti per i palazzi e gli appartamenti alle spese per i macchinari o per i servizi del personale addetto alla sicurezza.
Conclusa una gestazione tutto sommato veloce, almeno in relazione ai tempi soliti della politica e della pubblica amministrazione, dopo circa 9 mesi il piano di Padoa-Schioppa ora passa all’esame del Parlamento, nelle commissioni Bilancio e Finanze di Camera e Senato. Qui avrà il primo battesimo del fuoco, perché, così come è successo al piano di tagli della Banca d’Italia, anche quello dell’Economia rischia di finire contro il muro di gomma delle lobby trasversali di parlamentari della periferia uniti come un solo uomo a “difesa del territorio” contro ogni tentativo di depauperamento e marginalizzazione. Superati eventualmente questi ostacoli, il progetto del ministro dovrà passare l’esame di ammissione dei sindacati, di solito assai poco accomodanti quando si parla di tagli e ristrutturazioni.

Fino a oggi e per un trentennio proprio l’azione congiunta di una parte del Parlamento e dei sindacati ha impedito, di fatto, ogni tentativo di risanamento e riqualificazione del pubblico impiego. Anche all’interno dell’attuale governo di centrosinistra, del resto, non tutti sono disposti a mettersi al fianco di Padoa-Schioppa nella guerra contro gli sprechi delle amministrazioni pubbliche. Di solito per le questioni che riguardano la pubblica amministrazione i governi sono costretti alla pratica di una specie di doppia morale: inflessibili e rigoristi nei documenti ufficiali e nei convegni, accomodanti e lassisti nei comportamenti e nelle decisioni concrete.
Lo stesso numero dei dipendenti pubblici (3,3 milioni, che diventano almeno 7 milioni con i familiari) sconsiglia qualsiasi politico o ministro che non sia un tecnico senza partito come Padoa-Schioppa di prendere il problema di petto nel senso dell’efficienza e del rigore. Perché quei 7 milioni quando vanno a votare rappresentano una potenza, sono un elettore su 6 e si ricordano bene di chi li blandisce e di chi, invece, vorrebbe farli rigare dritti. Quei 7 milioni di voti, oltretutto, sono concentrati in regioni elettoralmente cruciali: 12,4 per cento in Lombardia, 12,1 nel Lazio, 10,1 in Campania, 9,1 in Sicilia.
Da qualche anno, inoltre, i dipendenti pubblici sono diventati come i metalmeccanici di un tempo, fortemente sindacalizzati, con simpatie soprattutto verso le organizzazioni di sinistra. L’80 per cento dei travet è iscritto a una delle tre sigle confederali e da un po’ di tempo la Cgil guidata dai radicali Carlo Podda e Paolo Nerozzi ha superato la Cisl in termini di consensi.
Di fronte a questa realtà non ci sarebbe da stupirsi se alla fine Padoa-Schioppa scoprisse di essere un generale senza esercito nella crociata per il pubblico impiego. Già l’altr’anno, del resto, in vista della manovra di bilancio sembrò per un attimo che sulla pubblica amministrazione si sarebbe concentrato il rigore del governo. È finita che in molti uffici gli stipendi sono aumentati oltre misura per effetto di quella contrattazione integrativa lasciata di nuovo senza briglie proprio da alcuni codicilli della Finanziaria.