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Nel 2018 per le statali l’età pensionabile toccherà quota 65

Corteo nazionale contro il precariato

Scalino dopo scalino, a partire dal 2010, fino ad arrivare a quota 65 anni nel 2018. Questo l’aumento graduale dell’età pensionabile delle donne, previsto dalla bozza proposta del governo che è stata inviata alla Commissione europea per l’esame e che punta ad innalzare l’età pensionabile per le donne nella pubblica amministrazione di un anno per ogni biennio per parificarla così a quella degli uomini.
La misura sarà inserita in un emendamento, a firma della senatrice Cinzia Bonfrisco (Pdl), al disegno di legge Comunitaria in Aula al Senato. Il testo della bozza della proposta si compone di un solo articolo - dal titolo “Elevazione dell’età pensionabile per le dipendenti pubbliche”.
La Comunitaria approderà in Aula tra martedì 10 e mercoledì 11 della prossima settimana. La proposta, dice Bonfrisco, “contiene un’ampia delega” all’esecutivo per “mettere l’Italia al riparo da un processo di infrazione comunitaria e risolve il problema nella direzione auspicata anche dall’opposizione. Su questo punto c’è l’adesione ampia da parte di tutto il governo e dei ministri competenti”.

L’Italia infatti, alcuni mesi fa, era stata oggeto di un intervento della Corte di giustizia (qui il testo del novembre scorso) che chiedeva di non fare discriminazioni tra uomini e donne e di innalzare l’età pensionabile di queste ultime, che oggi invece di avere un vantaggio ne hanno uno svantaggio in quanto costrette ad andare in pensione prima. L’avvocato dello Stato aveva argomentato che le donne in Italia sono discriminate nel mondo del lavoro, e che la facoltà di andare in pensione a 60 anni (potendo però continuare a lavorare fino a 65, come gli uomini) costituisce una parziale compensazione. L’Italia, come ha più volte rilevato il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, deve ora adeguarsi alla sentenza, per evitare sanzioni da parte di Bruxelles.

Si è arrivati quindi a questa bozza che il governo ha inviato alla Commissione Ue.
L’articolo sostituisce, dal 2010, quanto previsto dalla legge 335 dell’8 agosto 1995 (articolo 2, comma 21). Il testo prevede che “a decorrere dal primo gennaio 2010 per le lavoratrici iscritte alle forme esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, il requisito di età per il conseguimento del trattamento pensionistico di vecchiaia (…) e il requisito anagrafico (…) sono incrementati di un anno”.
L’articolo prevede poi un ulteriore incremento. “Tale età” prosegue il testo “è ulteriormente incrementata di un anno, a decorrere dal primo gennaio 2012, nonchè di un ulteriore anno per ogni biennio successivo fino al raggiungimento dell’età di 65 anni”.
La norma prevede comunque che “restano ferme la disciplina vigente in materia di decorrenza del trattamento pensionistico e le disposizioni vigenti relative a specifici ordinamenti che prevedono requisiti anagrafici più elevati, nonchè le disposizioni di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 30 aprile 1997, n.165″. “Le lavoratrici di cui al presente comma” prevede inoltre l’articolo “che abbiano maturato entro il 31 dicembre 2009 i requisiti di età e di anzianità contributiva previsti dalla normativa vigente prima della entrata in vigore della presente disposizione ai fini del diritto all’accesso al trattamento pensionistico di vecchiaia conseguono il diritto alla prestazione pensionistica secondo la predetta normativa e possono chiedere all’ente di appartenenza la certificazione di tale diritto”.

La riforma del governo, per la Cgil, è “un inaccettabile accanimento contro le donne nascosto dietro l’ipocrisia della cosiddetta gradualità”. La segretaria confederale Morena Piccinini ribadisce l’attacco di qualche settimana fa: “È veramente assurdo e paradossale” aggiunge “pensare ad un aumento dell’età pensionabile delle donne in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo. Prima di pensare ad una parificazione sarebbe invece giusto parificare altre questioni, a partire dall’occupazione, dalle retribuzioni, dal lavoro”.

Anche la Cisl alza un muro: “Non siamo d’accordo per ragioni di metodo e di merito. Per la Cisl” sottolinea in una nota il segretario Raffaele Bonanni “è inammissibile che su un tema delicato come quello delle pensioni, il governo abbia deciso unilateralmente, senza aprire un confronto con il sindacato, come si è sempre fatto per tutti gli interventi sulla previdenza”. Quanto al merito, prosegue il leader della Cisl, “si tratta di una decisione sbagliata che ci riporta indietro negli anni, introducendo criteri di accesso differenziati alla pensione di vecchiaia per le lavoratrici pubbliche rispetto a quelle private. Il Governo può contrastare la sentenza della Corte di Giustizia europea facendo presente che il regime pensionistico pubblico non è un regime professionale distinto da quello legale generale. Semmai, nel futuro, il problema” rileva Bonanni “potrebbe essere risolto reintroducendo meccanismi più flessibili di accesso al pensionamento, superando la distinzione fra pensione di anzianità e di vecchiaia, cosa che era già stata fatta con la legge Dini”.
Più possibilista la Uil, che si è detta pronta a iniziare una discussione con il governo - che per inciso fino ad ora non c’è stata - per affrontare i problemi aperti dalla sentenza della corte di giustizia europea sull’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego”, ha sostenuto il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti.
Di fronte a così alto polverone, il Governo nega di aver già deciso senza ascoltare i sindacati. Per il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi: “Mi dispiace che si sia fatto tanto rumore per nulla. Da tempo è nota la sentenza della Corte di giustizia europea, che ci impone di definire un percorso di omologazione dei requisiti per l’età pensionabile di vecchiaia tra uomini e donne nel pubblico impiego. Non è stato deciso nulla ci sono solo contatti con la commissione europea per vedere quale può essere lo spazio di decisione”. Sacconi ha quindi ribadito che la sentenza “è limitata al pubblico impiego” e che c’è “il vincolo della sentenza stessa a fare qualcosa prima che scattino le infrazioni”.

Il VIDEO servizio:


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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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