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Il web batte Playboy: conigliette in vendita per 300 mln di dollari

Marilyn su Playboy

In tempo di crisi, nell’era del web, neanche le patinate conigliette vendono più. Playboy Enterprises, l’impero dell’eros patinato fondato da Hugh Hefner nel 1953, è stato messo in vendita per 300 milioni di dollari ma potrebbe avere difficoltà a trovare un compratore.
L’azienda, che da anni fronteggia un continuo calo di vendite del magazine a causa della concorrenza di internet - fonte principale (gratuita o a pagamento) di materiale porno - può contare su una capitalizzazione di 100 milioni di dollari. Il Cda è ancora controllato dall’83enne Hefner, che detiene il 70 per cento delle azioni con diritto di voto e non sembra aver molta voglia di abbandonare le sue ragazze. In questo periodo i suoi manager sono impegnati in un deciso taglio dei costi per far fronte alle perdite, arrivate a 13,7 milioni di dollari solo nei primi tre mesi del 2009 .
Interpellato dal New York Post, che ha dato per primo la notizia, un portavoce dell’azienda ha ammesso che per ora non sono arrivate domande di acquisto, assicurando però che “qualunque proposta in grado di creare valore per i nostri azionisti verrà presa in considerazione”.
Dopo 56 anni di onorata carriera quindi, il mensile perde copie, perde pubblicità, perde soldi, nonostante continui ad essere la rivista maschile più venduta degli States (2,5 milioni di copie nell’ultimo semestre dell’anno scorso). “La rivista non chiuderà mai i battenti fino a quando Hugh Hefner sarà in vita”, scommette Samir Husni, capo del dipartimento di Giornalismo dell’università del Mississipi.
Ma chi subentrerà nella proprietà della storica rivista per adulti? Si parla del britannico sir Richard Branson fondatore della Virgin Media, dopo che altre società come Apollo Capital Partners e Providence Equity Partners si sono ritirate. Ma il vero ostacolo per la compravendita è rappresentato dal costo perché i 300 milioni di dollari richiesti appaiono troppi rispetto ai 100 milioni di capitalizzazione di borsa e alle prospettive di mercato. Secondo il New York Post il prezzo è stato infatti gonfiato per consentire a Hefner, in caso di vendita, di mantenere il suo lussuoso stile di vita.

La messa in vendita di Playboy segna certamente la fine di un’epoca. Quella di un certo modo (soft e non volagre) di mostrare il nudo femminile e di evocare l’erotismo. È sempre stato così, sin da quel famoso primo numero del ‘53, in cui si vedeva l’allora giovanissima Marilyn Monroe nuda, stesa su un tappeto rosso. E in un’America ancora tutta puritana, la rivista andò a ruba. Sulla rivista c’erano anche interviste a personaggi famosi, analisi e articoli seri sulla guerra del Vietnam, le leggi sulla droga o i diritti civili. Ma furono le foto di seni nudi e la malizia delle donne più belle e famose (Jane Mansfield, Sophia Loren o Ursula Andress) a catalizzare l’attenzione dei lettori. Ai quali Hefner cambiò rdicalmente la percezione del sesso.

Guarda la GALLERY delle conigliette più famose

Il grido di Obama contro lo “scandalo” dei bonus ai dirigenti Aig

AIG

Dirigono il dipartimento Prodotti finanziari di Aig, il colosso assicurativo americano che, per evitare il fallimento, ha ricevuto dal piano salvataggio del Governo Usa circa 173 miliardi di dollari. Un settore difficile e delicato, quello in mano ai top manager dell’Aig finiti al centro di una polemica sui media americani: sarebbero stati loro ad aver dato il via libera, secondo le accuse del Governo Usa, alla maggior parte delle operazioni che nel 2008 hanno portato la società al collasso.
Eppure, rispettando il contratto stipulato coi propri top manager, il colosso assicurativo ha deciso lo stesso di destinare loro un bonus di 165 milioni di dollari. Il presidente Obama e il suo staff grida allo scandalo. “I bonus distribuiti ai trader di derivati da Aig sono un oltraggio, un’offesa”, attacca il presidente Obama. “Aig è una società che si trova in difficoltà a causa della sua imprudenza e avidità. Come possono giustificare un oltraggio ai contribuenti che tengono la società in vita? Negli ultimi sei mesi Aig ha ricevuto consistenti somme dal Tesoro e ho chiesto al segretario Geithner di seguire tutte le strade per bloccare questi bonus”. Il Governo, per ora, non mette in discussione i contratti dei dirigenti. “Piaccia o no, non siamo in un paese dove i contratti possono essere cancellati. Ciò deve servire da lezione: il nostro sistema di regole è insufficiente”, aggiunge Larry Summers, direttore del Consiglio Economico di Obama. Non è detto, comunque, che il “tesoretto” dei top manager dell’Aig sia del tutto garantito: Barney Frank, presidente della Commissione Servizi Finanziari della Camera Usa, ha chiesto al Governo di trovare un modo per costringere i manager a restituire i bonus.
Aig ha ricevuto dal governo 173 miliardi di dollari. Oltre la metà sono finiti nelle casse delle banche. Il colosso assicurativo Usa, infatti, è stato costretto a cedere alle pressioni della Casa Bianca e a rendere pubblico l’elenco dei beneficiari dei pagamenti effettuati dal 16 settembre scorso, ovvero da quando lo stato è entrato in suo soccorso, al 31 dicembre: in tale periodo ha versato 93 miliardi di dollari, come copertura di emissioni azionarie e garanzie su derivati, a una lista di istituti finanziari tra cui Goldman Sachs (12,9 miliardi in tre operazioni distinte), Société Générale (11,9 miliardi di dollari), Deutsche Bank (11,8 miliardi) e Barclays (8,5 miliardi).
Aig due settimane fa ha annunciato una perdita trimestrale di 61,7 miliardi di dollari e si è giustificata affermando di essere obbligata contrattualmente a versare gli incentivi, ma di essere pronta a stabilire nuove regole per il futuro.

Maxisequestro di soldi falsi. Pronti a invadere l’Unione europea

euro falsi

Milioni di euro, dollari, dinari algerini e sterline. Tutti falsi e pronti per essere spesi in giro per il mondo. La Guardia di Finanza continua a scoprire garage e capannoni in Italia dove ha sequestrato macchinari, carta e punzoni utilizzati per falsificare banconote e monete che hanno un’ampia circolazione nei mercati internazionali. Sono decine i falsari denunciati dalle Fiamme Gialle. I soldi, riprodotti in modo quasi perfetto, sono destinati all’estero o al finanziamento del terrorismo internazionale. Le banconote di euro falsificate, infatti, vengono utilizzate solo in minima parte in Italia: dopo essere state stampate vengono portate e spese dai grossisti delle organizzazioni, in altre nazioni dell’Unione europea.

Le vittime in Europa. Lo Stato più danneggiato è la Germania, seguito da Francia, la Spagna e anche Inghilterra (dove l’euro, non essendo stato adottato come moneta ufficiale è ancora poco conosciuto e per i commercianti è molto più difficile riconoscerne uno vero da uno falso). Tra le banconote più riprodotte quelle 20, 50 e 100 euro: vengono vendute dai produttori al 6-8 per cento del valore facciale. In sostanza una banconota da cento euro viene ceduta al grossista a sei oppure otto euro. Durante la distribuzione sul territorio (quindi già nel passaggio tra il grossista e altri soggetti ‘fidati’ dell’organizzazione che spesso sono extracomunitari), la banconota falsa aumenta il suo valore fino a circa il 40 per cento. Solamente nel 2008, la Finanza ha sequestrato oltre 150 mila pezzi da 20 euro per un valore di 3 milioni e altrettanti da 50 euro per un totale di circa 7 milioni di euro. È un fenomeno in aumento, come confermano i dati del Nucleo speciale della Polizia valutaria della Guardia di Finanza. Ma sono gli stessi investigatori a precisare che la tendenza non ha raggiunto livelli allarmanti: “Sono poche le banconote falsificate immesse sul mercato a fronte della moneta circolante” specifica il tenente colonnello Amedeo Farruggio, comandante Gruppo antisofisticazione monetaria della Finanza. Però, in soli due anni, le banconote e monete false sequestrate sono più che triplicate: da 5 milioni di pezzi nel 2006 a oltre 17 milioni nel 2008. “La crisi economica e finanziaria che stiamo attraversando è un momento fertile per il propagarsi del fenomeno della falsificazione di denaro e purtroppo anche per quello dell’usura” spiega il generale Giorgio Toschi, comandate Regione Toscana della Guardia di Finanza durante l’inaugurazione della mostra “Il Vero e il Falso” dedicata alla contraffazione delle banconote e allestita fino al 30 aprile presso il museo Archeologico Nazionale a Firenze “per questo motivo il Corpo ed in particolare il reparto Antisofisticazione monetaria ha intensificato i controlli e le attività di intelligence”.

Falsari italiani da export. Assieme all’euro falso spuntano anche dollari, sterline e dinari algerini. Per queste monete, i falsari italiani raggiungono il ‘top’ della riproduzione. Le organizzazioni, importano dall’estero, persino il cotone e o il materiale per fabbricare la carta moneta sulla quale riprodurre la banconota. A Pomezia, alle porte di Roma, solo pochi mesi fa, le Fiamme gialle sono riusciti ad individuare un laboratorio in grado di creare dal cotone una carta con una composizione e una struttura identica a quella utilizzata per la stampa del dollaro dagli istituti bancari statunitensi. Non da meno quanto è stato sequestrato giovedì scorso a Arezzo: macchinari, punzoni e 3 mila chilogrammi di leghe metalliche con le quali sarebbero state prodotte oltre 320 mila sterline. Da Giugliano, in provincia di Napoli, stavano per lasciare l’Italia oltre 3,5 milioni di euro in dinari algerini. Tutte banconote (circa 350 mila ndr) da mille dinari ciascuna il cui controvalore è pari a 10,70 euro.

Il sequestro effettuato dalla Finanza di Napoli è il primo in Europa per quantitativi e per la qualità elevatissima della falsificazione di banconote in uso in un Paese arabo. Esiste solo un precedente: poche migliaia di dinari falsi sequestrati circa due anni fa, nel sud della Francia. Ormai da anni esistono contatti e collegamenti tra le organizzazioni mafiose presenti sul nostro territorio, camorra in particolare, e frange del terrorismo islamico portate alla luce da indagini della Digos. Sul sequestro napoletano gli investigatori indagano insieme all’intelligence francese e statunitense proprio per cercare di scoprire se la maxi-produzione di dinari algerini fosse realmente destinata a finanziare l’organizzazione terroristica di Al Qaeda che opera nell’area del Magreb.

Un video girato dalle Fiamme Gialle che riprende i falsari all’opera

Rosso da record, Aig verso un nuovo “buco” da 60 mld

La sede della Aig

Il colosso assicurativo Usa Aig, ha chiesto nuovi aiuti al governo di Barack Obama, che ha già salvato la società del fallimento per due volte, e prevede per il quarto trimestre 2008 un inaudito rosso da 60 miliardi di dollari a causa di svalutazioni di asset. Lo rivelano fonti vicine al gruppo.
Se i dati ufficiali confermassero l’indiscrezione, ci si troverebbe di fronte alla più grande perdita mai registrata da una società in un bilancio trimestrale, record attualmente detenuto da Time Warner, che nel 2002 perse 54 miliardi di dollari in tre mesi. Aig nel terzo trimestre aveva perso 24,5 miliardi di dollari, spingendo il governo Usa ad alzare a 150 miliardi i fondi messi sul tavolo per salvarla. Secondo la fonte, la situazione è ancora fluida e non è ancora chiaro dove porteranno le trattative con il governo. Secondo Bloomberg, la società potrebbe chiedere di trasformare in azioni ordinarie le azioni privilegiate detenute dal governo.
Intanto, sempre secondo l’agenzia Bloomberg, Aig ha ricevuto due distinte offerte di acquisto da Metlife e da Axa, interessate a rilevare le attività del ramo vita sparse in oltre 50 Paesi. Metlife, stando alle indiscrezioni, avrebbe avanzato una offerta preliminare da 11,2 miliardi di dollari per la divisione American Life Insurance, prezzo che però potrebbe scendere a otto miliardi per via del deterioramento degli asset. Per l’offerta rivale di Axa non viene indicata la cifra, ma viene precisato che non comprenderebbe le attività presenti in Giappone, il maggior mercato di Alico, la controllata di Aig che vanta ancora un buono stato di salute. Aig è costretta ad abbandonare numerose attività per ripagare parte dei 150 miliardi di dollari di aiuti ottenuti dal governo americano: finora, calcola l’agenzia Bloomberg, ha siglato accordi che le consentiranno di raccogliere oltre 2,3 miliardi di dollari con la vendita di alcune divisioni e asset e sta cercando di cedere due terzi del totale delle proprie attività.

Il VIDEO servizio:

Usa, azzerato il costo del denaro: tagliato allo 0-0,25%

euro sfonda quota 1,43 dollari e fa tremare le aziende

Non costa niente. O quasi.
La Federal Reserve americana ha abbassato il costo del denaro a un livello senza precedenti: tra 0 e 0,25%. Sono i minimi di sempre, non si tratta di un livello fisso, ma flessibile: una forchetta compresa fra lo 0% e lo 0,25%, a seconda delle necessità che si presenteranno.

L’annuncio della Fed ha immediatamente fatto scattare verso l’alto i listini di Wall Street, dove il Dow Jones subito dopo la notizia ha toccato un +2%, per poi chiudere a +4,31. Ha reagito invece male il dollaro, sceso dell’1,5% nei confronti dell’euro, con il quale a ridosso del taglio dei tassi veniva scambiato a 1,389.
Ora con l’intervento della banca centrale americana, i tassi di interesse statunitensi sono scesi al livello più basso del mondo. Non solo per quanto riguarda la possibilità di ottenere finanziamenti senza alcun interesse. Anche l’ipotesi più onerosa applicabile della forchetta, cioè lo 0,25%, è equivalente infatti ai saggi applicati a Singapore, fino a oggi i più bassi in assoluto.

La scelta della Fed, presa all’unanimità, è senza precedenti non solo per l’entità del taglio, ma anche perché si è optato per una soluzione più articolata. La banca centrale ha chiarito che il livello in pratica azzerato del costo del denaro continuerà a sussistere per “qualche tempo” in considerazione della gravità della situazione dell’economia. Negli ultimi 14 mesi la Fed ha operato ben nove tagli del costo del denaro, a cominciare dal settembre dello scorso anno, quando i Fed Funds si trovavano al 5,25%. La Fed ha aggiunto anche che continuerà a sostenere i mercati finanziari attraverso il riacquisto di emissioni in grande quantità, riferite sia al debito delle agenzie governative che operano nel settore immobiliare che più in generale a securities ancorate a questo stesso comparto.

Il VIDEO servizio:

Crolla il prezzo del petrolio. Ma la benzina resta stabile

Benzinai

Un effetto positivo della crisi internazionale è la diminuzione dle prezzo del petrolio. Oggi il barile è sceso sotto la quota di 80 dollari al barile, il minimo dall’inizio dell’anno dopo che in estate il greggio aveva sfiorato i 160 dollari al barile. A New York il petrolio segna 79,68 dollari al barile, in calo di 6,91 dollari rispetto alla chiusura di ieri. Il greggio scende così sotto quota 80 dollari, dopo aver toccato nella seduta di ieri il minimo negli ultimi dodici mesi di contrattazioni attorno agli 85 dollari. A Inizio luglio il barile di West Texas Intermediate, il riferimento del mercato usa, aveva oltrepassato i 147 dollari.
Le quotazioni internazionali del petrolio sono scese oggi sotto quota 80 dollari al barile, tuttavia, spiega il Codacons, in una nota, “alla pompa, come ormai ci hanno abituato le compagnie petrolifere, non si stanno verificando adeguate riduzioni dei prezzi di benzina e gasolio. Il prezzo medio della benzina su tutto il territorio nazionale - sottolinea l’associazione - è ancora oggi al di sopra di 1,4 euro al litro, tranne qualche rara eccezione (ieri Agip e Erg hanno annunciato lievi riduzioni dei listini). In realtà - prosegue la nota - presso i distributori i carburanti dovrebbero costare oggi 7/8 centesimi di euro al litro in meno, se si considera che a parità di quotazioni del petrolio, il 20 settembre 2007 un litro di verde costava 1,329 euro/litro”. Questo significa, conclude il Codacons, “che oggi un automobilista paga ingiustamente per un pieno tra i 3,5 e i 4 euro in più, ossia tra gli 84 e i 96 euro in più su base annua”.

Il secondo senso: speranze

“Giudizio fortemente positivo”
(comunicato emesso al termine del G7 a proposito del piano straordinario Usa da 700 miliardi di dollari stanziati per arginare la crisi dei mercati finanziari)
Voleva dire:
“Speriamo che bastino”.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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