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Credits: LaPresse
La Cina è sotto pressione. Ha problemi economici legati alla crisi finanziaria internazionale, ha problemi sociali che sono tornati alla ribalta proprio in questi giorni con le manifestazioni di protesta organizzate dagli operai, ha problemi di tipo ambientale e anche questioni politiche rimaste in sospeso che creano tensioni a Pechino. Ed è proprio in questo contesto che va inquadrata la scelta della Repubblica popolare di aprire all’Occidente promettendo, dopo due anni di pressioni, di rendere la valuta nazionale più flessibile. Continua
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La crisi si paga.
La General Motors perde lo scettro di prima casa automobilistica al mondo. Il colosso di Detroit, secondo gli ultimi dati diffusi, ha venduto lo scorso anno 8,35 milioni di veicoli, in calo dell’11% rispetto all’anno precedente e posizionandosi, così, alle spalle della giapponese Toyota che, nello stesso anno e stando alle cifre fornite nelle scorse settimane, ha venduto invece ben 8,9 milioni di veicoli.
Il colosso di Detroit ha dichiarato che il calo delle immatricolazioni è il triste risultato delle “pressioni economiche mondiali, legate in particolare a restrizioni del credito, al calo dei prezzi delle materie prime e all’assenza di crescita”.
L’aumento delle vendite registrato nell’area del Pacifico asiatico, America Latina e Africa (+3%) non è riuscito a compensare la flessione del 21% negli Usa, unita al calo del 7% registrato in Europa.
Il sorpasso comunque era vicino. Un primo tentativo c’era già stato. E Gm era riuscita a mantenere la corona di numero uno mondiale per vendite nel 2007, anche se per poco rispetto a Toyota. L’aveva però già persa nei confronti della rivale giapponese nella prima metà 2008.
Inoltre il costruttore nipponico aveva già soffiato il primo posto a General Motors a livello di produzione mondiale nel 2007, quando aveva registrato un output di 9.497.754 unità (+5,3% sul 2006) rispetto ai 9,284 milioni della casa americana.
Nonostante il podio conquistato, anche Toyota sta attraversando un momento difficile. Le vendite mondiali sono terminate in calo l’anno scorso (-4%), con una flessione pari al 4% in Giappone e al 5% al di fuori del Paese del Sol Levante. Ma il tracollo delle case di Detroit è stato molto più evidente.
General Motors ha anche reso noto di aver mandato a casa 1.633 addetti a tempo determinato in Brasile prima della scadenza del contratto a causa delle sfavorevoli prospettive delle vendite nella prima metà 2009. E ha detto di non aver licenziato nessun dipendente a tempo indeterminato. La crisi del mercato dell’auto ha portato nelle strade di San Paolo più di 12mila dimostranti.
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La Toyota Motor Corporation, una delle più note case automobilistiche giapponesi, ha deciso di sospendere la produzione per due settimane tra gennaio e marzo nei dodici stabilimenti del Paese.
Solo una volta in passato i manager del gruppo avevano optato per una manovra simile. Era il 1993, e la domanda di automobili era crollata a seguito di un forte apprezzamento della valuta nazionale che aveva reso le importazioni dall’estero poco convenienti e il costo delle vetture per i giapponesi a dir poco proibitivo. Tuttavia, allora la produzione si fermò solo per 24 ore. Ecco perchè i quindici giorni annunciati oggi da Toyota appaiono una misura senza precedenti.
Il primo stop, di tre giorni, sarà a gennaio. Ne seguiranno un secondo a febbraio (sei giorni) e l’ultimo a marzo (cinque giorni). L’obiettivo è quello di riuscire a smaltire almeno in parte le vetture rimaste invendute per un nuovo calo della domanda, interna e internazionale.
La crisi economica ha picchiato duro sull’industria automobilistica giapponese. Le vendite Toyota negli Stati Uniti, mercato cui la casa nipponica destina il 40% della propria produzione, sono crollate del 37% rispetto al 2007. Una performance peggiore rispetto a quella dei concorrenti di Ford e General Motors, ma migliore di Chrysler (-53%) e Hunday (-48%).
Oggi un impercettibile indebolimento dello yen rispetto al dollaro ha portato a una rivalutazione dell’1,3% delle azioni di Toyota sulla borsa di Tokyo, ma questo riassestamento non modificherà i fatturati dell’azienda, le cui vetture sono ormai fuori mercato anche per i risparmiatori nazionali. I manager orientali hanno previsto che nel 2009 i bilanci del gruppo registreranno per la prima volta delle perdite nette, visto che anche in patria le vendite sono calate del 18% solo a Dicembre, e la media mensile del 2008 si attesta su un -7,4% rispetto all’anno precedente.
Panorama.it aveva già scritto che il 2009 per il Giappone si sarebbe aperto in un clima di forte incertezza: fiducia in calo, spese in contrazione, sviluppo che rallenta, e una banca centrale che non può tagliare un costo del denaro che è già vicino allo zero. L’annuncio di Toyota non fa che confermare aspettative poco promettenti.
Il dollaro (reduce ieri dalla peggiore discesa percentuale degli ultimi tredici anni) ha guadagnato terreno contro le principali valute negli scambi asiatici dopo la vittoria del democratico Barack Obama, primo presidente nero nella storia degli Stati Uniti. Gli acquisti sul biglietto verde sono iniziati poco dopo le prime proiezioni dei media, con gli investitori resi leggermente più speranzosi sulle prospettive degli Stati Uniti dall’alternanza alla guida della Casa Bianca. Anche in piazza Affari, come nelle altre Borse europee, prevalgono i ribassi dopo un apparente avvio positivo: dopo una serie di rialzi consecutivi (5 per Milano, 6 per gli altri listini del vecchio continente), i mercati azionari tirano il fiato, nel giorno della vittoria di Barack Obama nelle elezioni presidenziali Usa. La Borsa milanese tiene però meglio delle altre e il ribasso dell’indice, a poco piu’ di mezz’ora dall’inizio degli affari, è dello 0,72%.
Ma, in generale, la vittoria di Obama era in linea con le attese del mercato, secondo i trader, e ha un effetto in larga parte neutrale per il dollaro nel breve periodo.
Aiuta il dollaro anche la notizia che i democratici hanno conquistato la maggioranza di entrambe le Camere e quindi sono ben posizionati per implementare rapidamente gran parte dell’ambiziosa agenda del nuovo presidente. L’euro cede lo 0,6% a 1,2896 dollari mentre il biglietto verde viaggia poco mosso contro lo yen.
Il nuovo presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha proposto un pacchetto di stimolo all’economia che secondo alcuni esperti potrebbe costare fino a 190 miliardi di dollari.Gli Usa sono però alle prese, nello stesso tempo, con un deficit di bilancio record di almeno 500 miliardi di dollari.
Alcuni analisti sostengono che il passivo potrebbe arrivare il prossimo anno fino a 1.000 miliardi di dollari. Obama ha detto che avrebbe preso queste misure:
-Tassare gli utili delle compagnie petrolifere per abbassare i costi energetici dei contribuenti
- Concedere un credito di imposta da 3.000 dollari per ogni nuovo impiegato a tempo pieno assunto negli Stati Uniti nei prossimi due anni
-Permettere alle piccole imprese di accantonare fino a 250.000 dollari per le spese in nuove tecnologie e immobili fino alla fine del 2009, prorogando un provvedimento che sarebbe terminato a dicembre
- Eliminare le tasse sulle plusvalenze degli investimenti nelle piccole imprese
-Mettere immediatamente a disposizione 25 miliardi di dollari per la costruzione e la ristrutturazione di strade, ponti, scuole e altre infrastrutture
-Dare agli Stati 25 miliardi di dollari per permettere loro di affrontare il rallentamento economico senza dover alzare le tasse sugli immobili o tagliare i servizi essenziali
-Offrire garanzie sui presititi per 50 miliardi di dollari e altre misure per sostenere l’industria dell’auto e sviluppare la produzione di auto di nuova generazione a basso inquinamento.Il Congresso ha già reso disponibili 25 miliardi di dollari
-Dare il via a una moratoria di 90 giorni per i proprietari di casa che mostrano buona volontà nel pagamento delle rate dei mutui
-Estendere l’assicurazione di disoccupazione a lungo termine
-Spingere le autorità preposte a cambiare le condizioni dei mutui, rimuovere gli impedimenti legali per incoraggiare la loro rinegoziazione
-Nel più lungo termine, Obama ha parlato di una riduzione delle imposte sulle famiglie e sui lavoratori.
Rublo schiaccia dollaro. Ma stavolta ridono gli yankee. Secondo la classifica annuale dell’istituto di ricerca Mercer la città dove il costo della vita è più caro nel mondo è Mosca. Mentre New York, da sempre ai vertici, scende fino al 22esimo posto a causa del le posizioni perde dal biglietto verde contro le altre monete. Nella classifica dietro alla capitale russa si piazzano Tokyo e Londra. Per le italiane Milano arriva al decimo posto (e non è una buona notizia), mentre Roma si attesta al sedicesimo.
È il modificato rapporto di forze tra euro e dollaro a regalare una situazione impensabile sino a pochi anni fa. New York figura solo al 22esimo posto ed è l’unica città americana nell’elenco delle cinquanta città più care al mondo. Rispetto all’anno scorso non sono molte le novità in testa alla classifica. Mosca si conferma al primo posto mentre Tokyo passa dalla quarta alla seconda posizione, scalzando Londra.
Clamorosa l’avanzata di Oslo che sale dal decimo al quarto posto. In lieve aumento il costo della vita anche per le italiane, con Milano che sale dall’undicesimo al decimo posto, e Roma dal diciottesimo al sedicesimo. Stanno poi, lentamente, scalando l’elenco delle città più care anche altre località dell’Europa Orientale (Riga, in Lettonia, al 46° posto rispetto al 72° di un anno fa), di Brasile e India. Tutte le città indiane sono infatti salite nella classifica con Nuova Delhi che è passata dal 68° al 55° posto.
Al contrario alcune città, come Stoccolma (31° posto dal 23° del 2007) e soprattutto New York (22° posto, è scesa di ben sette posizioni in un anno), sono a sorpresa più ‘abbordabili’ rispetto ad alcuni centri del Vecchio Continente, come Milano che è salita di una posizione al decimo posto e Roma (16°) in aumento di due posizioni.
Lo studio realizzato copre 143 città in tutti continenti e mette a confronto il costo di oltre 200 articoli di consumo comune in ogni località, compresi alloggi, trasporti, cibo, abbigliamento e prodotti per il tempo libero ed è usato da società e governi per determinare le indennità dei loro dipendenti all’estero. E così il Vecchio Continente, complice il rafforzamento dell’euro nei confronti degli altri valute straniere, a dominare la classifica insieme alle città orientali.
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Il Brasile, il gigante del Sud America, si sta svegliando. Lo riconoscono gli esperti di economia internazionale. E ne parlano i più importanti media internazionali. Ma cosa c’è dietro questo miracolo? Dal punto di vista economico un mix dosato di politiche monetarie restrittive e politiche fiscali volte all’inclusione sociale delle classi più povere, tradizionalmente escluse dal circuito dei consumi e dell’accesso al credito. Il risultato è che oggi in Brasile l’inflazione è al 4% annuale e, soprattutto, sotto controllo.
A differenza di quanto accade, invece, in alcuni paesi vicini quali Argentina e Venezuela, dove l’incremento dei prezzi sembra non avere freno. A Caracas è oltre il 30% e intorno al 15% a Buenos Aires, senza contare che le associazioni di consumatori e molti analisti argentini contestano questi dati perché ritengono che l’inflazione reale sia almeno doppia. Se a tutto questo si aggiunge che la valuta locale del Brasile, il real, si è valorizzata nei confronti dell’euro di oltre il 50% negli ultimi 5 anni e del 111% verso il dollaro Usa nello stesso periodo, ben si capisce come la Bovespa, la borsa valori brasiliana, sia passata dai 43mila punti del marzo 2007 agli oltre 70mila punti di oggi. Una performance senza paragoni per il Sudamerica, spiegata anche dall’incremento quantitativo e qualitativo degli investitori stranieri nel mercato azionario verde-oro.
Raddoppiati gli investimenti esteri. Che non si tratti solo di speculazione, infatti, come potrebbero pensare alcuni, lo dimostrano proprio gli investimenti esteri diretti, raddoppiati negli ultimi due anni, le esportazioni in crescita anche in settori ad alto valore aggiunto come la produzione di aerei.
Per non parlare poi della nascita di una nuova classe media etichettata come classe C, che secondo le statistiche Ibge, (Istituto brasiliano di geografia e statistica, l’Istat locale), da un mese è diventata a livello numerico la più importante.
Ma il salto più straordinario che il Brasile ha compiuto in questi ultimi mesi sorprendendo l’economia mondiale è forse il passaggio da paese debitore a creditore. Secondo i dati resi noti dalla Banca Centrale a fine febbraio, il gigante sudamericano ha infatti nei suoi forzieri riserve in valuta straniera pari a 190 miliardi di dollari, mentre il totale dei debiti verso l’estero, per il settore privato e per quello pubblico, ammonta a 183 miliardi di dollari. “Una seconda dichiarazione di indipendenza” ha commentato soddisfatto il presidente Luiz Ignácio Lula da Silva. Che confida adesso fiducioso nel futuro, soprattutto dopo che Standard & Poor’s ha promosso il Brasile tra i paesi con “investment grade”.

Giornata all’insegna del record per l’euro, che è salito fino ad un massimo di 1,5967 dollari, a un passo da 1,60, il punto più alto mai raggiunto dalla nostra moneta. Il rialzo è stato determinato dal fatto che a marzo l’inflazione nell’ Eurozona è arrivata ai massimi da 16 L’impennata della moneta è legata all crescita dell’inflazione in Europa. Nel mese di marzo, secondo i dati pubblicati oggi da Eurostat, l’indice dei prezzi al consumo è salito infatti nell’area euro del 3,6%, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, e del 3,8% nell’insieme dell’UE, con un incremento di 3 decimi di punto rispetto al 3,3 ed al 3,5 del mese di febbraio.
L’Italia si colloca nella media dell’area euro con un 3,6%.
Nello stesso mese dell’anno precedente, l’inflazione era rispettivamente all’1,9 ed al 2,3%. Gli aumenti piu’ forti riguardano ancora una volta l’energia, (11,2% nell’area euro su base annua), seguita dai prodotti alimentari (6,2%) e dai trasporti (5,6%). anni.
“Il dato di oggi sull’inflazione ci preoccupa e non ci soddisfa per niente”: ha detto Amelia Torres, portavoce del commissario Ue agli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia.
La spiegazione di questo dato, ha sottolineato la portavoce, ‘’sta ancora una volta nell’elevato livello raggiunto dai prezzi energetici e da quelli dei prodotti alimentari. Non ci fa piacere dirlo - ha aggiunto - ma questi aumenti non si dovranno ripercuotere su altri fattori, come un incremento ingiustificato dei salari, per evitare spirali inflazionistiche che non andrebbero a vantaggio di nessuno e che rappresenterebbero il peggior risultato possibile”. Anche Silvio Berlusconi è intervenuto sul tema: ”Credo che per la Bce serva un ampliamento delle funzioni, con decisione corale, al di là della funzione di controllo dell’inflazione”.
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