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donne

La disoccupazione non è femmina: maschi e immigrati i più colpiti

Manifestazione di disoccupati a Napoli - Lapresse

Manifestazione di disoccupati a Napoli - Lapresse

Donne più resistenti, stranieri i più colpiti. Il momento negativo del mercato del lavoro non ha coinvolto tutti nello stesso modo. La disoccupazione è cresciuta nel 2009 superando l’8,5%, tornando ai livelli del 2004. Sono più di due milioni, dalle ultime rilevazioni, le persone in cerca di lavoro. Continua

Italiani più ricchi? Grazie alle casalinghe, il Pil non c’entra

Panni stesi nei vicoli di Forcella a Napoli (Ansa)

Panni stesi nei vicoli di Forcella a Napoli (Ansa)

Gli italiani sono più ricchi di quello che sembrano nelle statistiche ufficiali. Il merito, secondo gli economisti Alberto Alesina e Andrea Ichino, è delle casalinghe. Meglio, del lavoro fatto in casa. Detto altrimenti, gli italiani producono ogni giorno circa 51,8 euro per la famiglia, lavando i piatti, cucinando, pulendo casa, portando i figli a scuola e badando ai genitori anziani; una cifra superiore a quanto producono in media per il mercato, ossia 42,6 euro al giorno. Continua

70 donne per la rinata Moto Morini

Maurizio Morini

di AngeloPergolini

Fra la via Emilia e il West, dove si dipanano le storie cantate da Francesco Guccini, di cose strane ne capitano, eccome. Ma che un defunto ultrasettantenne resuscitasse un decennio dopo le commosse esequie, beh questo non s’era ancora visto. E invece è accaduto a Casalecchio di Reno, un paesone alle porte di Bologna.

Certo, il redivivo in questione è un po’ particolare, perché ha due ruote al posto dei piedi e un nome alquanto singolare: Corsaro.
Negli anni Sessanta e Settanta era un mito motociclistico. Insieme a suo fratello minorenne detto Corsarino. Erano i modelli di punta della Moto Morini che all’epoca era arrivata a vendere 120-130 mila motociclette l’anno. Poi il declino, le difficoltà e infine la cessione dell’azienda alla Ducati di Borgo Panigale.
La moto dalla doppia emme vivacchiò ancora per una manciata d’anni. Fino a che scoccò l’ora dello stop. La fabbrica venne chiusa, il celebre marchio finì in un cassetto. Fine della storia. Capita spesso. Quel che non capita quasi mai, invece, è che la storia ricominci da capo.
A farla ripartire è stato un gioviale signore di 52 anni, casalecchiese doc e amante della buona tavola, che di nome fa Maurizio Morini ed è il nipote di Alfonso Morini, fondatore della società nel lontano 1936. E che al solo sentir parlare di impresa morta si agita come un tarantolato, toccando tutti gli oggetti di metallo disposti sul tavolo (e altro) spiegando: “Sono scaramantico, diciamo che l’azienda era addormentata”.

Morta o dormiente che fosse, Morini ha rilevato l’antico marchio dalla Ducati, “sborsando una bella cifra” racconta. Quanto? “Quasi mezzo milione di euro”. E a quel punto si è accorto di essersi ficcato in una faccenda terribilmente complicata.
Morini ha passato tutta la vita nella società fondata dal padre, che da decenni fabbrica motori per conto terzi. La meccanica è il suo pane. “Ma costruire una motocicletta è una cosa ben diversa” riconosce. Non basta un buon motore: ci sono la ciclistica, l’elettronica e un’infinità di altre cose di cui tenere conto. Per farla breve, nell’arco di due anni Morini riesce nell’impresa. E il Corsaro, una poderosa “naked” di cilindrata 1.200, è tornato a rombare in sei differenti versioni. “Ma sapesse quanti soldi ci è costato…”. Già pentito? “Proprio per niente” dice Morini.
La Moto Morini ha oggi 70 dipendenti e dell’assemblaggio delle moto si occupano solo donne perché “sono più precise degli uomini, e se poi sono anche giovani e carine, meglio”. Lo scorso anno ha fatturato 13 milioni, “ma abbiamo chiuso i conti in rosso e così sarà anche nel 2009. Punto a raggiungere il pareggio l’anno prossimo. Per ora dobbiamo fare ancora investimenti”.
Previsioni per l’anno in corso? “Nei primi quattro mesi le vendite sono cresciute del 31 per cento. Siamo un prodotto di nicchia e la crisi non la sentiamo. Esportiamo il 70 per cento della produzione, abbiamo venduto il Corsaro anche in Australia e in Nuova Zelanda”.
Un bel successo del made in Italy…”Ma quale made in Italy, made in Emilia!”.

Brunetta sfida le statali: “Basta spesa in orario di lavoro”. E in pensione più tardi

Renato Brunetta

“Protestate pure, ma è così”. Parla dinanzi a una platea composta quasi esclusivamente da donne, in un convegno sulle pari opportunità. E ancora una volta il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta scatena proteste, fischi, critiche ma non si ferma: “Io” ripete “non voglio più che le donne scappino dall’ufficio per fare la spesa, per poi tornare a casa all’una e mezza e avere difficoltà a gestire la famiglia e tutto il resto”.
Parla chiaro, come suo solito, il ministro: “Il lavoro pubblico è stato usato per tanto tempo come un ammortizzatore sociale, soprattutto da parte delle donne che uscivano a fare la spesa in orario di lavoro”.
E a quel punto dalla platea si sono alzate forti le contestazioni da parte del pubblico femminile presente: “Ci sono tante donne nella scuola e nella pubblica amministrazione perché vinciamo i concorsi e siamo più brave degli uomini”. Pronta la replica del ministro: “Se si vincono tanti concorsi come mai sono così poche le donne ai vertici della carriera?”.
Domanda retorica, alla quale Secondo Brunetta la vera parita’ e l’innalzamento dell’eta’ pensionabile delle donne vanno di pari passo, perche’ “per la parita’ occorrono soldi”.
Brunetta ha osservato che e’ necessario “rompere l’equilibrio attuale, per cui le donne vanno in pensione prima degli uomini come compensazione della mancata carriera e dei carichi familiari”.

Ma le dichiarazioni di Brunetta hanno provocato la reazione del ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna presente in sala, che non ha direttamente risposto al collega, ma rivolta alle donne in platea ha detto: “Non fatevi scoraggiare. Non cadiamo nelle facili provocazioni”. Per poi aggiungere, in contrasto con Brunetta che aveva parlato di “chiacchiere sulla parità”, che “i gap esistono, non sono chiacchiere, soprattutto nel mondo del lavoro”.
Poi però la Carfagna ha tenuto, con una nota, a smorzare i toni: “Nessuna polemica con il ministro Renato Brunetta. Siamo entrambi d’accordo sul fatto che esista un gap tra uomo e donna nel mondo del lavoro, ma che, allo stesso tempo, lo scopo dell’attività del nostro governo deve essere quello di eliminare sprechi e inefficienze nella pubblica amministrazione”. Ovviamente: “Chi va a fare la spesa durante l’orario di lavoro commette una truffa e va censurato” precisa la Carfagna “ciò non toglie che in Italia vi siano milioni di donne che lavorano seriamente, si distinguono per la loro professionalità, e che vadano aiutate a conciliare meglio i tempi di lavoro e di cura familiare”. “Per questa ragione” aggiunge “il mio ministero, insieme con quello del Welfare, sta per far approvare misure di conciliazione”.

Anche il tema delle pensioni al femminile torna di nuovo d’attualità. Entro l’estate la sentenza dell’Unione europea sull’aumento dell’età pensionabile per le statali “dovrà essere rispettata” ha aggiunto Brunetta sottolineando che “dopo si aprirà il dibattito sul resto del sistema”. Successivamente quindi potrebbe cominciare la discussione su una possibile armonizzazione del settore pubblico con quello privato, elevando anche in quest’ultimo l’età delle donne lavoratrici. Brunetta ha affermato comunque di non essere sicuro “di avere la maggioranza nel resto del governo e nel resto del paese”. Il ministro della Funzione Pubblica ha infine affermato che tra le ipotesi c’è quella di una convergenza tra età pensionabile degli uomini e delle donne da realizzare “nell’arco di un decennio”. La convinzione del ministro è che “tutti i risparmi che si ricaveranno da questa convergenza dovranno essere investiti a favore del ruolo della donna, all’interno del suo ciclo di vita nel mondo del lavoro, del welfare e della famiglia”.

Alle lavoratrici europee meno soldi e pensioni inferiori

Pensione dell'Inps

Mentre ferve il dibattito sull’età da pensione per le donne (statali), si scopre che in Europa guadagnano in media il 17,4% in meno rispetto agli uomini, e hanno pensioni inferiori. Questi i dati della tavola rotonda “Donne contro i razzismi e le discriminazioni”, organizzata dall’Inca Cgil, in corso a Roma.
E proprio contro le disparità retributive fra uomini e donne, in occasione dell’8 marzo, sul tema “stesso guadagno per un lavoro dello stesso valore” la Commissione europea ha lanciato una campagna in tutta la Ue.
In Europa, sono diminuiti i casi di discriminazione diretta, come le differenze salariali tra uomini e donne che svolgono esattamente lo stesso lavoro, ma resta una disparità retributiva che riflette discriminazioni e disuguaglianze nel mercato del lavoro.
E la disparità salariale, riducendo reddito e pensioni durante la vita attiva delle donne, causa povertà in età avanzata: il 21% delle donne di oltre 65 anni d’età rischia la povertà, contro il 16% degli uomini.
Le donne lavorano a orario ridotto più spesso degli uomini (31,2%, contro 7,7% per gli uomini) e predominano in settori in cui i salari sono inferiori (oltre il 40% delle donne lavora nella sanità, nell’istruzione e nella pubblica amministrazione, valore doppio degli uomini). Le donne rappresentano però il 59% di tutti i nuovi laureati.
L’Italia si caratterizza per l’assenza di forme strutturate di welfare familiare e per una spesa sociale complessivamente più bassa degli altri Stati europei, con scarse risorse destinate al sostegno delle famiglie.

Pensione a 65 anni? L’altolà di Bossi: “Decidano le donne”

Un modulo della pensione

Chi meglio delle donne protagoniste, fa intendere Umberto Bossi, per decidere se sia giusto o meno che vadano in pensione (nel 2018) a 65 anni.
Insomma, l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego, al leader del Carroccio non va giù. “Devono essere le donne a scegliere”. Ha tagliato corto così il ministro per le Riforme commentando la proposta caldeggiata (anzi, quasi imposta) dall’Europa. Sull’emendamento alla legge comunitaria, che potrebbe essere presentato dalla senatrice Cinzia Bonfrisco (Pdl), Bossi dice: “Vedremo”. E poi chiosa con una battuta fra il serio e il faceto: “In Aula ci azzufferemo”. Poi si corregge: “Discuteremo”. Bossi ha parlato delle pensioni nel pubblico impiego a margine dei lavori in Senato sulle quote latte, rimarcando che la Lega in questa materia “è per la libera scelta delle donne”. Ci possono essere donne che vogliono andare in pensione dopo, ha spiegato, ma la scelta deve essere la loro.
A dare man forte al leader della Lega anche la fedelissima Rosi Mauro che aggiunge: “Vada l’Europa in pensione a 65 anni. Non ci piacciono le imposizioni di stampo europeo, che poco conoscono la realtà del nostro Paese”. E Rosi Mauro ribadisce che se verrà presentato all’Aula del Senato un emendamento della maggioranza alla Comunitaria, per innalzare la pensione delle donne nel pubblico impiego, rispondendo al richiamo dell’Europa, “ci sarà da discutere”.
Cerca di smorzare i toni il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, che intervenendo a Radio 24, si è detto “contrarissimo all’equiparazione del trattamento pensionistico di uomini e donne nel settore privato. Le donne vanno quasi sempre in pensione di vecchiaia, non contributiva come gli uomini, e se facessimo l’equiparazione l’effetto paradossale sarebbe che le donne andrebbero in pensione più tardi degli uomini”.

Nel 2018 per le statali l’età pensionabile toccherà quota 65

Corteo nazionale contro il precariato

Scalino dopo scalino, a partire dal 2010, fino ad arrivare a quota 65 anni nel 2018. Questo l’aumento graduale dell’età pensionabile delle donne, previsto dalla bozza proposta del governo che è stata inviata alla Commissione europea per l’esame e che punta ad innalzare l’età pensionabile per le donne nella pubblica amministrazione di un anno per ogni biennio per parificarla così a quella degli uomini.
La misura sarà inserita in un emendamento, a firma della senatrice Cinzia Bonfrisco (Pdl), al disegno di legge Comunitaria in Aula al Senato. Il testo della bozza della proposta si compone di un solo articolo - dal titolo “Elevazione dell’età pensionabile per le dipendenti pubbliche”.
La Comunitaria approderà in Aula tra martedì 10 e mercoledì 11 della prossima settimana. La proposta, dice Bonfrisco, “contiene un’ampia delega” all’esecutivo per “mettere l’Italia al riparo da un processo di infrazione comunitaria e risolve il problema nella direzione auspicata anche dall’opposizione. Su questo punto c’è l’adesione ampia da parte di tutto il governo e dei ministri competenti”.

L’Italia infatti, alcuni mesi fa, era stata oggeto di un intervento della Corte di giustizia (qui il testo del novembre scorso) che chiedeva di non fare discriminazioni tra uomini e donne e di innalzare l’età pensionabile di queste ultime, che oggi invece di avere un vantaggio ne hanno uno svantaggio in quanto costrette ad andare in pensione prima. L’avvocato dello Stato aveva argomentato che le donne in Italia sono discriminate nel mondo del lavoro, e che la facoltà di andare in pensione a 60 anni (potendo però continuare a lavorare fino a 65, come gli uomini) costituisce una parziale compensazione. L’Italia, come ha più volte rilevato il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, deve ora adeguarsi alla sentenza, per evitare sanzioni da parte di Bruxelles.

Si è arrivati quindi a questa bozza che il governo ha inviato alla Commissione Ue.
L’articolo sostituisce, dal 2010, quanto previsto dalla legge 335 dell’8 agosto 1995 (articolo 2, comma 21). Il testo prevede che “a decorrere dal primo gennaio 2010 per le lavoratrici iscritte alle forme esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, il requisito di età per il conseguimento del trattamento pensionistico di vecchiaia (…) e il requisito anagrafico (…) sono incrementati di un anno”.
L’articolo prevede poi un ulteriore incremento. “Tale età” prosegue il testo “è ulteriormente incrementata di un anno, a decorrere dal primo gennaio 2012, nonchè di un ulteriore anno per ogni biennio successivo fino al raggiungimento dell’età di 65 anni”.
La norma prevede comunque che “restano ferme la disciplina vigente in materia di decorrenza del trattamento pensionistico e le disposizioni vigenti relative a specifici ordinamenti che prevedono requisiti anagrafici più elevati, nonchè le disposizioni di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 30 aprile 1997, n.165″. “Le lavoratrici di cui al presente comma” prevede inoltre l’articolo “che abbiano maturato entro il 31 dicembre 2009 i requisiti di età e di anzianità contributiva previsti dalla normativa vigente prima della entrata in vigore della presente disposizione ai fini del diritto all’accesso al trattamento pensionistico di vecchiaia conseguono il diritto alla prestazione pensionistica secondo la predetta normativa e possono chiedere all’ente di appartenenza la certificazione di tale diritto”.

La riforma del governo, per la Cgil, è “un inaccettabile accanimento contro le donne nascosto dietro l’ipocrisia della cosiddetta gradualità”. La segretaria confederale Morena Piccinini ribadisce l’attacco di qualche settimana fa: “È veramente assurdo e paradossale” aggiunge “pensare ad un aumento dell’età pensionabile delle donne in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo. Prima di pensare ad una parificazione sarebbe invece giusto parificare altre questioni, a partire dall’occupazione, dalle retribuzioni, dal lavoro”.

Anche la Cisl alza un muro: “Non siamo d’accordo per ragioni di metodo e di merito. Per la Cisl” sottolinea in una nota il segretario Raffaele Bonanni “è inammissibile che su un tema delicato come quello delle pensioni, il governo abbia deciso unilateralmente, senza aprire un confronto con il sindacato, come si è sempre fatto per tutti gli interventi sulla previdenza”. Quanto al merito, prosegue il leader della Cisl, “si tratta di una decisione sbagliata che ci riporta indietro negli anni, introducendo criteri di accesso differenziati alla pensione di vecchiaia per le lavoratrici pubbliche rispetto a quelle private. Il Governo può contrastare la sentenza della Corte di Giustizia europea facendo presente che il regime pensionistico pubblico non è un regime professionale distinto da quello legale generale. Semmai, nel futuro, il problema” rileva Bonanni “potrebbe essere risolto reintroducendo meccanismi più flessibili di accesso al pensionamento, superando la distinzione fra pensione di anzianità e di vecchiaia, cosa che era già stata fatta con la legge Dini”.
Più possibilista la Uil, che si è detta pronta a iniziare una discussione con il governo - che per inciso fino ad ora non c’è stata - per affrontare i problemi aperti dalla sentenza della corte di giustizia europea sull’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego”, ha sostenuto il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti.
Di fronte a così alto polverone, il Governo nega di aver già deciso senza ascoltare i sindacati. Per il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi: “Mi dispiace che si sia fatto tanto rumore per nulla. Da tempo è nota la sentenza della Corte di giustizia europea, che ci impone di definire un percorso di omologazione dei requisiti per l’età pensionabile di vecchiaia tra uomini e donne nel pubblico impiego. Non è stato deciso nulla ci sono solo contatti con la commissione europea per vedere quale può essere lo spazio di decisione”. Sacconi ha quindi ribadito che la sentenza “è limitata al pubblico impiego” e che c’è “il vincolo della sentenza stessa a fare qualcosa prima che scattino le infrazioni”.

Il VIDEO servizio:


richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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