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editoria

Il sito di e-commerce Amazon
Arrivato in Italia da soli 8 mesi, già gli hanno messo i bastoni tra le ruote. Stiamo parlando di Amazon, il sito di e-commerce specializzato in prodotti editoriali, musicali e film (2 milioni di libri in catalogo, 450 mila cd e 120 mila dvd). E talmente efficiente da applicare sul prezzo sconti anche del 40%. Troppo. Tanto che se n’è accorto anche il Parlamento, sollecitato dalle lobby dei piccoli librai. Continua

Credits: ShironekoEuro, Flickr
Contenuti gratuiti o a pagamento? Da mesi le testate giornalistiche di tutto il mondo si chiedono se sia opportuno continuare a distribuire in rete e a costo zero notizie e approfondimenti o se sia giunta l’ora di cambiare rotta. Continua

L’editoria esce da un 2008 “difficilissimo”, ma il 2009 potrebbe rivelarsi peggiore, se non saranno adottate “misure prioritarie e urgenti di rilancio del settore”: nell’attuale contesto, infatti, “le imprese non possono sopravvivere”, “né essere pronte a riprendere a pieno regime l’attività quando si avvierà la ripresa”. è l’appello lanciato dal presidente della Federazione italiana editori giornali (Fieg), Carlo Malinconico, a Governo e Parlamento.
L’occasione è stata l’assemblea annuale della Fieg, alla presenza, tra gli altri, dei sottosegretari alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e Paolo Bonaiuti e del nuovo capo del Dipartimento editoria Elisa Grande. Per il governo, “la partita più urgente è la difesa dei posti di lavoro”, ha commentato Bonaiuti, annunciando che a breve sarà aperto il tavolo, con la collaborazione del ministro del Welfare Maurizio Sacconi, per destinare i fondi per i prepensionamenti, per i quali però “lo stanziamento di 20 milioni rappresenta un limite insuperabile”.
In prospettiva, verranno poi gli Stati generali del settore e “una legge di sistema condivisa”.
Nella ricetta anticrisi degli editori, ha spiegato Malinconico, prioritari sono “gli interventi per rendere effettivo il quadro degli ammortizzatori sociali” anche “in situazioni di crisi prospettica”. Ma servono anche “misure di carattere anticongiunturale, ha aggiunto il presidente della Fieg, da disporre in via d’urgenza e per “almeno due anni”, tempo utile a superare l’emergenza.
In testa alle richieste della Fieg, “la reintroduzione del credito d’imposta per l’acquisto (o il consumo) della carta”.
Poi “la previsione, sulla scorta dell’esperienza di alcuni Paesi europei, di un’ulteriore riduzione dell’aliquota agevolata per l’Iva per il comparto dell’editoria”; “la detassazione degli utili reinvestiti in misura incrementale rispetto all’anno precedente in campagne pubblicitarie e in iniziative di promozione della lettura”; “l’esclusione del costo del lavoro giornalistico dal calcolo della base imponibile ai fini Irap”; “un compiuto sistema di responsabilità e sanzioni per assicurare il rispetto delle disposizioni in materia di pubblicità istituzionale sulla carta stampata, disposizioni secondo cui il 60% (fino al 2012, il 50% dal 2013) della spesa per acquisti di spazi pubblicitari deve essere destinata alla stampa”. Tali misure, ha detto Malinconico, potrebbero essere in gran parte finanziate con i risparmi ottenuti anticipando la norma del nuovo regolamento per l’editoria secondo la quale il debito di Palazzo Chigi nei confronti di Poste per le tariffe di abbonamento postale va rapportato “a condizioni di mercato”.
In vista degli Stati generali dell’editoria, attesi con favore dalla Fieg come iniziativa utile per “formare un panorama completo per il legislatore” e quindi come primo passo verso una “riforma di sistema”, Malinconico ha anche suggerito misure complementari per il sostegno e il rilancio delle imprese editoriali. Tra queste, la creazione di un fondo per la nuova occupazione, la formazione e la multimedialità; forme di sostegno alla modernizzazione della rete delle edicole e della distribuzione dei giornali; il riconoscimento economico dello sfruttamento dei contenuti giornalistici nelle rassegne stampa; il finanziamento di una campagna nazionale per la promozione della lettura con la previsione di una settimana dedicata a tale obiettivo. Proposta, quest’ultima, alla quale il governo sta già lavorando, ha ribadito Bonaiuti.
L’editoria, ha detto in conclusione Malinconico, va “stimolata e incoraggiata, se del caso richiamata a compiere scelte severe”. In primo luogo “per la valenza economica che essa ha su tutta la filiera, dalla produzione della carta, alla pubblicità e alla distribuzione. Ma anche perchè è elemento costitutivo dell’industria culturale del Paese e della stessa identità nazionale e, per di più, strumento insostituibile del principio costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero. Questo diritto fondamentale - ha sottolineato - ‘camminà sulle gambe dell’impresa editoriale e ne segue le sorti”.
I giornali non moriranno, ma il futuro è in rete. Parola di Arianna Huffington, che da quattro anni con il suo giornale ha sconvolto il panorama editoriale statunitense. L’Huffington Post, nello scorso novembre ha raccolto donazioni e finanziamenti per oltre 15 milioni di dollari senza contare i guadagni provenienti dalla pubblicità, che continuano a crescere inesorabilmente. La stessa cosa vale per i lettori, aumentati del 400 per cento nell’ultimo anno. Insomma, quello che si dice un’impresa editoriale solida e in salute. Con un piccolo, non trascurabile dettaglio: l’Huffington Post è un giornale online. Intervenendo qualche giorno fa a Roma durante il summit sull’informazione e la comunicazione organizzato dall’Upa, l’Unione pubblicità associati, la Huffington, il cui blog è stato incoronato lo scorso anno il più potente del mondo, ha avuto modo di dire la sua riguardo la crisi che sta attraversando globalmente il mondo dell’informazione tradizionale. “Il giornalismo su carta non scomparirà del tutto. Serve per l’approfondimento, è comodo e regala anche una sensazione romantica. È chiaro però: le notizie sono online. Ecco perché la tecnologia è così importante per l’informazione”, sottolinea la potente editrice. “Sponsorizzare testate online o blog come il mio ha costi inferiori rispetto alla carta stampata. Per esempio, in questo periodo, abbiamo la pubblicità della Toyota. Durante la crisi, il settore online rappresenta un’enorme possibilità per le imprese che vogliono continuare a presidiare il mercato”.
La storia di Arianna Huffington non è un fenomeno isolato. Negli Stati Uniti esistono diversi altri siti di news che non sono stati sfiorati dalla crisi e che hanno conosciuto negli ultimi anni percentuali di crescita e guadagni senza precedenti. E tutto questo mentre l’editoria tradizionale è in una fase di grande contrazione. Al punto che ieri il Financial Times apriva con un’articolata inchiesta sulla crisi dei quotidiani e dei periodici con un necrologio che, tradotto, suonava più o meno così: “Dopo una lunga battaglia con pubblicità in declino, età anagrafica dei lettori troppo avanzata, concorrenza di internet, sconsiderati livelli di indebitamento, costi inflessibili, ambizioni esagerate e crisi di nervi, l’industria dei giornali è passata a miglior vita”. Negli Stati Uniti i grandi giornali vanno in bancarotta uno dopo l’altro; tutti perdono copie e profitti e cercano di sopravvivere riducendo le spese e puntando su internet.
Ma è proprio vero che il quotidiano è morto, come suggerisce il Financial Times? Il New York Times ha venduto la nuova sede, disegnata da Renzo Piano, per pagare i debiti; il Philadelphia Enquirer, 180 anni di vita, è fallito; il Los Angeles Times ha ridotto i giornalisti da 1.300 a 700. E nel vecchio continente la musica non è diversa. Il paradosso, osserva Timothy Egan, esperto di media dell’Herald Tribune (l’edizione internazionale del New York Times), è che la crisi dei giornali arriva mentre la loro audience globale sta crescendo più velocemente che mai grazie alle edizioni online, che tuttavia nella maggior parte dei casi sono gratuite e generano entrate pubblicitarie ancora troppo basse. I siti dei quotidiani americani hanno attirato nell’ultimo trimestre del 2008 quasi 70 milioni di visitatori (+12 per cento sull’anno precedente) e il 40 per cento di coloro che navigano su internet si trovano sul sito di un giornale. In Europa, la tendenza è simile, ma la scelta di fornire contenuti gratuiti appare una strada non praticabile in futuro. Ecco allora che si fanno avanti ipotesi di “micro abbonamenti”: si paga pochi centesimi per avere anche un solo articolo sul proprio telefonino. Idea alla base di “MeeHive”, il quotidiano fai da te che si può leggere sul sito internet, ma anche sull’iPhone attraverso Twitter. Il principio di MeeHive (ancora allo stato Beta, cioè sperimentale) è molto semplice: dopo essersi iscritto alla comunità virtuale il lettore-redattore capo decide il suo settore di interesse e MeeHive gli propone una home page costruita su misura che viene aggiornata di continuo. Il tutto a cifre assolutamente competitive.
E se internet crescesse proprio grazie alla crisi? Ne sono convinti molti analisti. “C’è uno spostamento importante della comunicazione su internet. La rete permette un dialogo con il consumatore veloce e utile e renderà il messaggio pubblicitario più scientifico e credibile”, dice Manuel Andrès, presidente di Nestle Italia a cui fa eco Vittorio Lorenzoni, country manager della Trade Doubler Italia. “Il 2009 sembra raccogliere quanto lasciato dal vecchio anno anche nel campo della pubblicità. La perdita di fiducia nei media tradizionali è già un dato di fatto ed è probabile che i brand continuino a migrare parte delle loro campagne online o a spostare interamente la loro spesa sui media digitali”, scrive in un editoriale pubblicato nell’ultimo numero de “Il Corriere delle Comunicazioni”.
Non a caso, uno che di carta stampa se ne intende, Marco Benedetto, ex amministratore delegato del gruppo L’Espresso, ha annunciato la nascita di “Blitz”, non un vero e proprio giornale ma un aggregatore di notizie online con rimandi ai vari blog e commenti originali. Costerà 100 mila euro all’anno con una redazione costituita da studenti, precari e disoccupati.
I clienti, insomma, scommetteranno sull’online, ma non saranno altrettanto disponibili a farsi carico di eventuali insolvenze da parte dei loro partner. Aziende editoriali di grandi dimensioni e riconosciute rappresentano un terreno sicuro e molto conteso e saranno quelle che alla fine, secondo Lorenzoni, risulteranno vincenti in questo nuovo anno. Le crisi economiche non sono come i temporali. L’alternativa all’innovazione è trattenere il respiro, tirare la cinghia e aspettare che la crisi passi. Di fatto, si tratta di una condanna a morte: senza un cambiamento coraggioso e tempestivo verso nuove realtà, soprattutto digitali, quel giorno sarà troppo tardi.
“Domani uscirà l’ultimo numero del Rocky Mountain News”. Così, con una notizia stringata (ironicamente annunciata come “esclusiva”) l’edizione online del più antico quotidiano del Colorado annuncia la fine delle pubblicazioni. La crisi economica miete vittime anche nell’editoria. E in Usa sono molte le testate a tremare. Se il “New York Times” ha dovuto ipotecare la propria sede, il grattacielo disegnato da Renzo Piano nel cuore di Manhattan, ci si può immaginare come stiano i giornali meno prestigiosi.
Come il “Rocky Mountain”, meno famoso ma ugualmente storico: il giornale più antico del Colorado, uno dei due principali della città di Denver, quattro volte insignito del premio Pulitzer. La notizia, riporta l’articolo, è stata annunciata allo staff da Rick Bohene, il Ceo della sua casa editrice E.W. Scripps, ponendo fine a tre mesi di illazioni sul futuro della testata. Bohene ha detto che il giornale è vittima di una terribile economia e di una rivoluzione nell’industria giornalistica. ‘Denver non ce la più a sostenere due giornali’, ha detto Bohene ai dipendenti alcuni dei quali sono scoppiati in lacrime”, si legge nel numero di oggi, il penultimo della testata.
Il 4 dicembre Bohene aveva annunciato che Scripps stava cercando un acquirente dopo che il giornale aveva accumulato nel 2008 16 milioni di dollari di perdite. Nessuno si è fatto avanti e domani il giornale cesserà le pubblicazioni. Nei commenti all’articolo sul sito, in molti si dicono dispiaciuti, altri salutano il quotidiano “Farewell Rocky”, giurano che non compreranno mai il rivale “Denver Post” e soprattutto incoraggiano i giornalisti a scrivere ancora sul sito: “La carta ormai è andata”. La sorte del Rocky Mountain News potrebbe esser seguita presto da un’altra illustre testata: qualche giorno fa il gruppo Hearts, proprietario del San Francisco Chronicle ha minacciato la chiusura del giornale se non verranno fatti tagli immediati a tutto campo.

L’Ingegnere di Ivrea esce di scena. Almeno formalmente, perché Carlo De Benedetti si è comunque riservato il potere di nominare i direttori delle testate del gruppo Espresso, la sua grande passione. E lo ha annunciato in Borsa. In quel parterre, affollato di giornalisti che ha voluto convocare “per carineria” dopo 50 anni di onorata attività imprenditoriale, dove ha fondato il suo impero. Un impero che ha cominciato a prendere forma dopo gli anni passati in Fiat, come amministratore delegato. Esperienza al termine della quale, grazie al denaro ottenuto dalla cessione delle sue azioni del Lingotto, De Benedetti ha rilevato le Compagnie industriali riunite (CIR), prima di entrare in Olivetti.
Convinto sostenitore del Pd (gira la battuta che abbia la tessera numero uno del partito veltroniano), l’ingegnere controlla(va) una “galassia” che spazia in diversi settori dell’industria, dei media e dell’energia e vede al suo vertice la Cofide, Compagnia Finanziaria De Benedetti, costituita dalla famiglia De Benedetti nel 1976 e quotata alla Borsa Valori di Milano dal 1985. La Cofide, controllata per il 45,7% dalla società accomandita Carlo De Benedetti & figli e partecipata da diversi fondi istituzionali, tra cui uno della famiglia spagnola Entrecanales (è il partner di Enel in Endesa) controlla Cir per il 50,4% e così un gruppo industriale di oltre 11mila dipendenti.
Il comparto media fa capo al Gruppo Editoriale L’Espresso, i cui dipendenti sono circa 3.000. Edita il quotidiano La Repubblica e 15 giornali locali più un bisettimanale, il settimanale L’Espresso e diversi mensili. Il gruppo possiede inoltre tre radio, fra cui Radio Deejay, e televisioni come All Music e Deejaytv oltre ad attività nel campo della pubblicità, della formazione e internet (Kataweb). Nel 2007 il fatturato è stato di 1,09 miliardi di euro.
L’energia è terreno di Sorgenia, costituita nel 1999 da un’alleanza fra Cir e la società austriaca Verbund. È il primo operatore del mercato italiano dell’energia elettrica e del gas naturale fra quelli nati dopo la liberalizzazione. Il gruppo Sorgenia ha chiuso il 2007 con un fatturato di circa 1,9 miliardi e un utile netto di 65,2 milioni.
Altro pilastro è Sogefi. Fondata 25 anni fa dallo stesso Ingegnere, e da lui ininterrottamente presieduta con un fatturato annuo di 1 miliardo di Euro e 6.200 dipendenti, è uno dei maggiori gruppi internazionali operanti sulla scena mondiale nei componenti autoveicolistici. Il core business si concentra su due settori di attività: i filtri e i componenti elastici per le sospensioni. Dal 19 aprile 2005 Rodolfo De Benedetti ne ha assunto la carica di Presidente, mentre Carlo De Benedetti è stato nominato presidente onorario.
Il passo indietro dell’Ingegnere non mette però in discussione la proprietà della società che edita La Repubblica: “Almeno fino a quando sono vivo io” il gruppo L’ Espresso non sarà venduto, ha detto il numero uno torinese. Escludendo anche “la necessità” di togliere il titolo dalla Borsa.
“Una decisione serena” ha spiegato De Benedetti “perché mi sono assicurato il ricambio del management dove serviva e la continuità dove esisteva”. Pertanto “dopo le assemblee (previste in primavera, ndr) darò le dimissioni”. “Nella vita bisogna constatare l’esistenza dell’anagrafe”, ha proseguito motivando la sua scelta. “Quando il presidente Napolitano mi ha consegnato il distintivo del venticinquesimo anniversario della mia nomina a Cavaliere del Lavoro, ed eravamo solo in tre su venti, ho capito che nonostante la mia ottima salute il tempo era passato anche per me”.
La decisione di scendere dal palcoscenico del capitalismo e della finanza italiana - su cui è stato protagonista per mezzo secolo - è stata annunciata alla stampa nella sede di Piazza Affari in presenza della moglie Silvia Monti e dei figli Marco, Edoardo e Rodolfo, accompagnato dalla moglie Emanuelle De Guillepin.
La galassia De Benedetti volterà ufficialmente pagina in occasione dell’approvazione dei bilanci, mentre per giovedì prossimo sono convocati i rispettivi consigli d’amministrazione di Cir e Cofide per la nomina dei nuovi presidenti che “saranno istituzionali e non operativi”.
Tra le cariche che l’industriale manterrà ci sono invece la presidenza della Fondazione De Benedetti e la carica di consigliere della Compagnie Finanziere Edmond de Rothschild a Parigi a titolo di “una confermata amicizia”.
Nel corso della conferenza stampa il numero uno ha poi spiegato che sulla sua decisione non ha pesato la morte del socio e amico Carlo Caracciolo. Infine, a riprova che l’età è stato il perno della sua decisione De Bendetti ha promesso di introdurre nello statuto societario “un limite di età”.
Il quotidiano Finanza e mercati dovrà aspettare ancora 11 giorni per conoscere il suo destino. Il 12 dicembre, infatti, si terrà l’assemblea dei soci della casa editrice, Editori PerlaFinanza, che dovrà decidere tra due alternative: la ricapitalizzazione o la messa in liquidazione. La decisione di convocare i soci è stata presa dal consiglio d’amministrazione di PerlaFinanza che si è riunito giovedì 27 novembre e che non ha potuto fare altro che prendere atto della crisi in cui versa da tempo il quotidiano. Per uscirne l’unica soluzione individuata è stata quella di proporre ai soci un aumento di capitale pari a 6 milioni di euro, ritenuti indispensabili per proseguire le pubblicazioni. L’aumento di capitale è in opzione agli attuali azionisti ma è stata lasciata aperta la possibilità che investitori terzi possano partecipare, nel caso in cui non venisse sottoscritto per intero. L’alternativa, esplicitata nell’avviso di convocazione, è la messa in liquidazione della società e la chiusura della testata.
Tra i soci della casa editrice il più noto è senz’altro Danilo Coppola; l’immobiliarista romano, agli arresti domiciliari per bancarotta fraudolenta, ha infatti il 34,5 per cento della società attraverso la finanziaria Tikal spa il cui liquidatore, Italo Prario, è anche l’amministratore delegato della casa editrice PerlaFinanza. Coppola ha poi sottoscritto un patto di sindacato con un altro azionista, Silvano Boroli che, attraverso la sua B.Holding controlla il 15,54 per cento. I due possono contare sulla maggioranza assoluta del capitale e cioè sul 50,04 per cento. Sta, quindi, innanzitutto sulle loro spalle la responsabilità del destino del giornale che ha una particolarità molto rilevante che ha sempre suscitato lo sconcerto tra gli addetti ai lavori. Nell’elenco dei soci figurano, infatti, due finanziarie che sono riconducibili al direttore di un quotidiano concorrente, ovvero Osvaldo De Paolini, in arbitrato con la società, direttore di Mf. La Finzeta (posseduta dalla moglie e della figlia) e la Finpress (posseduta dalla moglie e da lui stesso) controllano, infatti, il 45,56 per cento della società PerlaFinanza che lo stesso De Paolini contribuì a fondare. Gli altri soci sono i giornalisti Eraldo Gaffino, con il 2,17, Guido Rivolta, con l’1,08, e Ugo Bertone, con l’1,08. Quest’ultimo ha anche recentemente assunto la carica di direttore del quotidiano dopo che Rivolta ha rassegnato le dimissioni da tutte le cariche per tornare ad essere l’uomo comunicazione del ministro dell’Economia Giulio Tremonti con il quale aveva già lavorato nel 1994 e nel 2001. Rivolta avrà così anche più tempo per dedicarsi all’incarico che ha assunto il primo agosto di quest’anno quando è stato nominato consigliere d’amministrazione di Telespazio, società del gruppo Finmeccanica.