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Endesa

Il premier, Silvio Berlusconi, durante la IV Conferenza Italia - America Latina
Non solo Russia ed Estremo Oriente. Il nuovo Eldorado per le imprese italiane potrebbe essere l’America Latina. “Una nuova Cina, più simile a noi“, per dirla con le parole del viceministro allo Sviluppo economico, Adolfo Urso.
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Non c’è pace per il numero uno di Enel, Fulvio Conti. Risolto finalmente il nodo francese con la firma per lo sbarco nel nucleare francese con una quota del 12,5% nel reattore di nuova generazione Epr, torna a farsi caldo il fronte spagnolo.
La partita per il controllo di Endesa, come noto, si è conclusa con successo. Invece non tutto starebbe andando per il verso giusto nei rapporti con il partner Acciona con cui è stata lanciata l’Opa da 40,16 euro per azione su Endesa e con il quale Enel condivide il controllo dell’utility di Madrid.
Dopo un tentativo di riconciliazione, la situazione sarebbe di nuovo precipitata tanto che l’amministratore delegato di Endesa, Rafael Miranda, che era alla guida di Endesa anche prima dell’Opa italo-spagnola e che Enel ha riconfermato sacrificando un uomo di sua fiducia, sarebbe a una passo dal presentare le dimissioni. Almeno secondo quando si apprende da fonti vicine al manager spagnolo.
Il motivo? I continui dissidi tra Enel e Acciona e il fatto che José Manuel Entrecanales, attuale presidente di Endesa nonché principale azionista di Acciona, starebbe operando in maniera indipendente senza coinvolgere più di tanto lo stesso Miranda i rappresentanti di Enel in cda. Il tutto assume un significato diverso se si considera che Acciona controlla appena il 25,01% di Endesa mentre a Conti fa capo addirittura il 67,05%. Le partite aperte sono tante.
A cominciare dal piano industriale di Endesa che il mercato si aspetta per inizio 2008, dagli asset da cedere alla tedesca E.on, fino alle nomine di primavera. Sarebbe rimasta al palo anche la costituzione della newco tra Enel e Acciona nella quale apportare le azioni per il controllo congiunto di Endesa fino a una quota del 50,02%.
È difficile che si prendano tutte queste decisioni senza che tra i due soci ci sia uguaglianza di vedute. Anche perché i due gruppi sono legati almeno fino al 2010, dopo di che Acciona potrà decidere di vendere tutto all’Enel. Che la gestione di Endesa potesse riservare brutte sorprese si era capito anche dal prospetto informativo per il nuovo bond Enel nella parte in cui si specifica che “nonostante il comune impegno a creare una struttura di governance bilanciata, Enel e Acciona potrebbero non raggiungere un accordo sulla gestione di Endesa, a causa, tra le altre cose, di differenti strategie perseguite o di interessi di business congliggenti. Non vi è garanzia che i problemi possano essere positivamente risolti o che la gestione congiunta di Endesa apporti i benefici attesi dall’acquisizione”.
C’è chi dice che la questione sia già in mano agli avvocati per capire se c’è modo di rivedere gli accordi. Conti, dopo avere messo le mani sull’Epr francese, non vuole correre il rischio di vedersi sfilare le centrali nucleari che fanno capo a Endesa visto che in Italia la partita sull’energia atomica non è destinata a riaprirsi.

È partito il conto alla rovescia: Enel sta decidendo il nuovo numero uno di Endesa, la società spagnola del settore energetico oggetto dell’offerta congiunta con Acciona. Secondo indiscrezioni dell’ultima ora, in pista per la poltrona di amministratore delegato su cui attualmente siede Rafael Miranda sarebbero rimasti in due: Andrea Brentan, attuale responsabile per le attività di business development e M&A di Enel, e Miguel Antonanzas, numero uno della controllata spagnola di Enel, Viesgo. Quest’ultima, però, è destinata a uscire dal perimetro del gruppo per essere ceduta a E.On in base agli accordi che, la scorsa primavera, hanno sancito la tregua su Endesa.
I due manager si starebbero giocando tutte le carte per conquistarsi la posizione: l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti, però, avrebbe deciso di aspettare fino all’ultimo minuto per alzare il velo su una decisione così importante che segnerà l’affermazione del gruppo italiano in Spagna insieme al partner Acciona. Il numero uno di quest’ultima, José Manuel Entrecanales, peraltro sarà il nuovo presidente di Enel-Endesa in sostituzione di Manul Pizarro. L’offerta sul gruppo spagnolo da 40,16 euro per azione è in dirittura d’arrivo (chiuderà i battenti il primo ottobre) e i segnali che stanno arrivando dalla Spagna sono incoraggianti. Molto probabilmente Enel e Acciona riusciranno a posizionarsi vicino alla quota di controllo al 100% di Endesa. Di conseguenza avranno mani libere su tutto l’organigramma del gruppo.
La situazione sarà comunque più chiara già in occasione dell’assemblea del gruppo spagnolo che si svolgerà a Madrid il 25 settembre: in questa occasione i soci saranno chiamati a modificare lo statuto di Endesa, che al momento limita i diritti di voto al 10% e impedisce a società concorrenti presenti nel capitale (ed è il caso di Enel) di avere propri rappresentanti in consiglio. Se gli azionisti approveranno le modifiche statutarie, allora non ci sarà più alcun impedimento per Enel ad iniziare le grandi manovre per prendere in mano la gestione di Endesa. Anche se, secondo rumors rimbalzati da Madrid, Conti non avrebbe intenzione di entrare con il piede pesante in Endesa. Per cui non è escluso che la maggior parte degli attuali manager di primissimo livello possano restare al loro posto. Una cosa è certa. L’operazione spagnola, anche se i dati ufficiali si conosceranno soli ai primi di ottobre, è destinata ad andare a buon fine e il gruppo di Fulvio Conti si posiziona molto più vicino ai leader mondiali del calibro dei francesi di Edf. Sarà a tutti gli effetti una multinazionale con i megawatt all’estero che supereranno quelli in Italia, 50mila contro 42mila. I clienti stranieri diventano 25 milioni contro i 32 milioni.
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Dopo l’Eni anche l’Enel si fa il suo rigassificatore. Sarà un impianto gigantesco, più che doppio rispetto a quello ormai vecchiotto del gruppo petrolifero a Panigaglia, nel golfo di La Spezia. Il terminale della società elettrica sarà costruito a Porto Empedocle, nella Sicilia meridionale, e avrà una capacità di 8 miliardi di metri cubi all’anno, equivalente a circa un decimo di tutto il consumo nazionale di gas.
Per costruirlo saranno necessari 42 mesi, quindi entro il 2011 l’Enel dovrebbe essere in grado di entrare dalla porta principale nel business del gas, a meno che qualche ostacolo burocratico o qualche protesta ambientalista non fermi il progetto.
A differenza di quel che è successo a Brindisi, dove la costruzione del terminale della British gas è bloccata a causa delle inchieste giudiziarie e delle polemiche, e a differenza di altri impianti come quelli veneti o toscani, fortemente osteggiati da una parte rilevante della popolazione locale, finora a Porto Empedocle l’idea del rigassificatore non ha provocato reazioni negative tra i cittadini. Il progetto ha già avuto il parere positivo di valutazione di impatto ambientale dal ministero dell’Ambiente per quanto riguarda le opere a terra, mentre la Regione Siciliana si è sempre dichiarata favorevole all’impianto.
L’idea del terminale è stata sostenuta in prima battuta dalla società Nuove energie, creata dalla Siderurgica investimenti, gruppo costituito da alcuni imprenditori bresciani del tondino che hanno fabbriche anche in Sicilia. L’Enel ha rilevato il progetto acquistando il 90 per cento della Nuove energie, mentre gli imprenditori siderurgici si sono riservati il diritto di utilizzare una parte del gas per i loro stabilimenti.
In base a un contratto valido fino al 2021 e firmato quando il governo italiano pensava di poter costruire un rigassificatore a Montalto di Castro nell’Alto Lazio, da dieci anni l’Enel importa dalla Nigeria 5,5 miliardi di metri cubi di gas liquido che poi, però, deve rigassificare addirittura in Bretagna, a Montoir, con costi decisamente superiori a quelli normali di mercato.
L’impianto di Porto Empedocle sarà rifornito proprio con il gas nigeriano e dovrebbe consentire all’Italia di allentare un po’ la dipendenza dalle poche fonti di approvvigionamento, oggi concentrate nelle mani di Russia, Algeria e in misura minore di Paesi Bassi e Norvegia. Il gruppo elettrico guidato da Fulvio Conti sta già trattando con alcuni paesi dell’Africa del Nord forniture aggiuntive a quelle nigeriane.
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Mentre l’Italia fa i conti con la minaccia black out per la mancanza di nuovi investimenti nella rete elettrica, entra nel vivo l’Opa da oltre 40 miliardi di Enel in Spagna.
Nel mirino dell’amministratore delegato del colosso italiano, Fulvio Conti, e del suo partner spagnolo, Acciona, è finita Endesa, una delle maggiori società energetiche iberiche che ha in portafoglio, tra l’altro, importanti partecipazioni in tutte le centrali nucleari del paese. La Commissione nazionale per l’Energia spagnola ha dato il via libera all’offerta di Enel e di Acciona. E il sì è venuto anche dalla Ue: dopo aver esaminato l’operazione, la Commissione ha infatti concluso che la transazione proposta “non ostacolerà in maniera significativa l’effettiva concorrenza nello Spazio economico europeo”.
L’autorizzazione della Cne è però subordinata a 12 condizioni e, tra queste il fatto, che i due gruppi tengano costantemente informato il governo Zapatero su tutte le decisioni strategiche che saranno adottate nel tempo, che il marchio Endesa non venga soppresso e che nella scelta delle fonti di approvvigionamento si prediliga la Spagna. La decisione ha però spaccato in due i componenti dell’Authority energia. I cinque membri del board vicini al governo Zapatero, compreso il presidente Maria Teresa Costa, hanno approvato l’operazione. Altri quattro, collegati al partito popolare, hanno votato contro. L’ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse stato bisogno, che lo sbarco dell’Enel in Spagna ha avuto fin dal primo momento l’appoggio del governo Zapatero mentre è stato ostacolato in ogni modo dall’opposizione.
Per il lancio dell’offerta manca ora l’ultimo passaggio. Il verdetto della Cnmw, la Consob spagnola. Per la fine di luglio l’autorizzazione dovrebbe essere sul tavolo di Conti che punta a chiudere l’offerta per il controllo di Endesa entro settembre. L’operazione coinvolge direttamente la tedesca E.On. Quest’ultima aveva lanciato a sua volta un’Opa su Endesa all’inizio dell’anno, per poi ritirarla quando si è affacciata all’orizzonte Enel.
In cambio avrà da Conti asset molto importanti in Spagna, in Francia e il controllo di Endesa Italia. Il nostro paese avrà un nuovo operatore elettrico mentre il sistema si trova a fare i conti con la possibilità che Terna e Enel Distribuzione possano interrompere da un momento all’altro l’erogazione di energia perché non riescono a fronteggiare l’aumento dei consumi per il grande caldo.

Enel diventa un player internazionale temuto. Dopo aver strappato dalla bocca del colosso tedesco E.On la spagnola Endesa, oggi ha segnato un secco 2:0 sulla Germania. Il gruppo elettrico italiano ha vinto l’asta per una quota del 25,03% della russa Ogk-5. E intanto ha presentato un’offerta per acquisire fino al 49% della centrale nucleare di Belene, in Bulgaria, che sarà costruita nei prossimi anni dai russi e avrà una potenza di 2.000 Megawatt.
Ma Enel non si ferma qui: Stepan Zvegintsev, capo della sede di Mosca del gruppo italiano, ha dichiarato che la società intende aumentare ulteriormente la propria partecipazione nella azienda elettrica russa.
L’Enel ha superato, oltre a E.On, due “pezzi grossi” russi come il gigante dell’alluminio RusAl e il primo produttore indipendente russo di gas Novatek. L’azienda italiana è partita con un’offerta da 24.658 milioni di rubli (circa 707 milioni di euro), ed è andata avanti con rilanci da 200 milioni di rubli, fino a che non ha battuto l’ultimo prezzo: 39,2 miliardi di rubli, l’equivalente di 1,121 miliardi di euro.
Novatek si è arresa subito, dopo il primo rialzo, E.On si è ritirata quando l’offerta ha raggiunto i 34 miliardi di rubli, ma RusAl, data per favorita dalla stampa russa, si è arresa solo dopo l’ultimo rilancio. Il prezzo dell’Enel è del 59% più alto di quello fissato in partenza e del 15 % più alto rispetto alle quotazioni del mercato.
La Ogk-5 è una della sei “Generation Company” (anche detto genko, ovvero le aziende che producono energia) nate dal frazionamento del gruppo Rao-Ues nelle quali sono state raggruppate più di 400 centrali termiche e idroelettriche russe per essere privatizzate. Ogk-5 comprende 4 centrali (3 alimentate a gas e una a carbone), per una produzione complessiva di 8.672 megawatt.
Per i russi la vendita del 25% dell’Ogk-5 è un “successo”, da reinvestire nella riorganizzazione della holding Rao-Ues, come dichiarato dal direttore finanziario Sergey Dubinin (nella foto con Fulvio Conti), che ha ricordato anche come l’alleanza con il gruppo italiano non sia che il primo passo, anzi: “In Ogk-5, Enel sarà un azionista strategico, a fianco dello stato”. Secondo i suoi calcoli, il prezzo pagato corrisponde a quasi 700 dollari per un Kilowatt, un valore più alto del prezzo di mercato di altre compagnie (Ogk-2 è stata valutata a 439 dollari per KW, Ogk-6 a 422 dollari). “Abbiamo battuto ogni record”, ammette con soddisfazione Dubinin.
Ma per il mercato europeo, il prezzo non è affatto alto, quindi è soddisfatto anche l’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti: «Con l’acquisizione di Ogk-5 abbiamo coronato la nostra strategia che mira a sviluppare una presenza forte, integrata e ben bilanciata nel settore dell’energia in Russia - un successo che viene dopo l’acquisizione ad aprile di importanti riserve di gas nella penisola di Yamal”. Oggi, prosegue Conti, “è un gran giorno per le buone relazioni tra Italia e Russia: per la prima volta una società italiana fa il suo ingresso come partner strategico in una delle principali società di produzione di energia elettrica della Russia».
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Telecom, Enel, Alitalia. Tre nomi che tutti gli italiani conoscono non tanto per le cronache finanziarie quanto perché hanno a che fare - direttamente o indirettamente - con il canone e con le bollette Telecom, con le fatture dell’Enel, con i biglietti ed i (dis)servizi Alitalia. Da ieri queste tre aziende sono entrate nel vortice delle cronache finanzarie internazionali, con un singolare intreccio di destini.
La Telecom di Marco Tronchetti Provera potrebbe finire in mani americane-messicane, l’Alitalia ha tre pretendenti (russi, anglosassoni e italiani), l’Enel è l’unica che non è preda ma predatore: sta comprando il gruppo energetico spagnolo Endesa.
Panorama.it ha raccontato i retroscena finanziari della vicenda Telecom ipotizzando anche un possibile bluff di Tronchetti per fare uscire allo scoperto le banche e qualche partner italiano, in modo da mantenere la bandiera tricolore sull’azienda. Ed è questa la direzione verso la quale spingono i politici, il governo e il centrosinistra. Per preservare l’italianità di Telecom, le banche - in particolare Intesa San Paolo e Mediobanca che hanno un diritto di prelazione - dovrebbero offrire un po’ più rispetto all’americana At&t ed alla messicana America Movil: 2,82 euro ad azione oltre al prossimo dividendo: si va oltre i 2,9 euro ad azione, che per il 66% del capitale di Olimpia (holding di controllo di Telecom), e con il ripianamento dei debiti, equivale ad una somma complessiva di circa 5 miliardi di euro.
Ci riusciranno, considerando che prezzi assai inferiori hanno già messo in fuga altre cordate tricolori? Certo, una mano può darla il governo nazionalizzando (a caro prezzo) la rete di base telefonica. Ma ne vale la pena? Qual è l’interesse nazionale visto dalla parte dei consumatori e dei contribuenti?
Se le banche immobilizzano ingenti capitali nella Telecom, non solo per l’acquisto ma soprattutto per i massicci investimenti di cui il gruppo ha bisogno, questi soldi dovranno rientrare da qualche altra parte. In passato le banche che hanno aiutato le industrie in difficoltà, come la Fiat, si sono - diciamo - rifatte a danno della clientela spicciola.
Tanto erano agevolati i crediti concessi alle grandi imprese, tanto onerosi quelli ai piccoli imprenditori e le commissioni praticate al pubblico. E, miracolo, quando le banche hanno iniziato a defilarsi dalla casa del Lingotto è spuntato un manager come Sergio Marchionne che ha resuscitato l’azienda.
Anche l’Alitalia si avvia ad ammainare la bandiera tricolore, a meno che non la compri l’Air One di Carlo Toto; ma è noto che dietro l’Air One c’è la Lufthansa. Qui si versano meno lacrime: l’importante, si dice, è che la compagnia funzioni, non sprema più soldi allo Stato né quattrini e arrabbiature ai clienti.
L’Enel è un caso opposto. Di successo, visto che ha comprato uno dei gruppi più avanzato d’Europa. Ha potuto farlo grazie ad un bilancio florido ed un management adeguato. Ma forse non è del tutto estraneo il fatto che l’Enel agisca ancora in semi-monopolio e che le tariffe elettriche italiane siano le più alte d’Europa. Comunque la Spagna non ha fatto le barricate per difendere la ibericità di Endesa, eppure le banche spagnole sono ben più potenti e liquide delle nostre. Viceversa, Telecom e Alitalia non hanno retto alla concorrenza.
Insomma: questi tre casi hanno molto a che fare con le nostre tasche, e pongono a tutti, non solo ai politici, un problema: quando, dove e soprattutto a che prezzo vale la pena di difendere l’italianità delle grandi aziende di servizi, che presidiano settori certo strategici, ma che emettono fatture e bollette, e pure pesanti.