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Nucleare: mappa delle centrali pronta entro primavera. E su internet scatta il “toto” sito

Visita del Ministro Scajola (al centro), Fulvio Conti, Pierre Gadonneix, Umberto Quadrino alla Centrale nucleare di Flamanville (Francia)

Visita del Ministro Scajola (al centro), Fulvio Conti, Pierre Gadonneix, Umberto Quadrino alla Centrale nucleare di Flamanville (Francia)

L’Italia spinge l’acceleratore per il ritorno al nucleare. L’attesa mappa dei siti, dove verranno realizzate le nuove centrali entro il 2020 (si parla di tre - quattro impianti), sarà pronta entro primavera. Lo annuncia Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo Economico, durante la trasmissione la Telefonata di Canale 5.
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L’energia verde vira a Sud. Vento elettrico in Calabria

Un parco eolico

Nata da appena 4 mesi, è già la più grande. Uscita a dicembre da una costola dell’Enel, la società Green Power è la prima al mondo nel settore delle energie rinnovabili con 17 miliardi di chilowattora prodotti ogni anno. Primato ottenuto grazie soprattutto alla doppia dote della geotermia (700 megawatt installati) e dell’idroelettrico (1.500 megawatt) ricevuta dalla casa madre. Ma grazie non solo a quella.
Prima di diventare una società a tutti gli effetti, la Green Power si è irrobustita come divisione dell’Enel puntando anche sulle altre fonti pulite, come eolico e solare, in tempi in cui l’elettricità verde non andava di moda, il settore delle rinnovabili veniva guardato dagli addetti ai lavori con sufficienza e la rivoluzione ambientalista di Barack Obama era di là da venire. Grazie alla scelta anticipatrice dell’azienda guidata da Fulvio Conti, ora l’Enel Green Power è presente in mezzo mondo, dagli Stati Uniti al Canada, e poi in Messico, Guatemala, Costa Rica, Salvador, Panama, Cile e Brasile. In Europa: Spagna, Francia, Grecia, Bulgaria, Romania.

Nel complesso la neonata società guidata da Francesco Starace gestisce 4.500 megawatt installati, di cui 2.500 in Italia, livelli di potenza di tutto rispetto relativamente alle energie rinnovabili, e ha un programma per la costruzione di impianti per altri 16 mila megawatt. Tutto ciò la rende assai robusta: per il 30 per cento del capitale messo in vendita chiede agli investitori istituzionali 3 miliardi di euro.
Secondo Starace, l’Enel Green Power ha i numeri per conservare non solo la leadership, ma per accentuarla. Prima di tutto perché opera in un mercato in forte crescita. Secondo le previsioni più accreditate, la capacità di energia elettrica installata con energie pulite passerà a livello mondiale da 1.054 gigawatt del 2006 a 2.400 del 2030, con incrementi più accentuati nel solare e nell’eolico. E poi l’Enel Green Power è destinata a primeggiare perché, a differenza di molte altre società del ramo, come quelle tedesche, che sono tante ma di dimensioni modeste, è collegata a una grande azienda elettrica e quindi in condizione di mettere nel piatto le risorse necessarie per investimenti di rilievo.

Il progetto più ravvicinato a cui sta lavorando in questo momento riguarda la Calabria. Un parco eolico sulla Sila con circa 150 pale per una capacità installata totale nel giro di 3 anni di circa 300 megawatt. Sempre che i piani vadano avanti spediti e nessuno si metta di traverso.
Per evitare lungaggini e incidenti di percorso l’Enel Green Power ha già concordato con molti enti locali della zona una serie di compensazioni, sorta di canoni e royalty sull’elettricità prodotta.
Nella regione meridionale la società dell’Enel opera d’intesa con un altro gigante energetico, i giapponesi dell’Eurus, una joint- venture che mette insieme due realtà di primo piano a livello mondiale: la Toyota, azienda famosa per le auto, e la Tepco, la massima società elettrica del Giappone e tra le più grandi del mondo che serve, tra l’altro, la città di Tokyo.
Da un anno i giapponesi stanno studiando il territorio della Sila per verificare se è adatto per la produzione su larga scala di elettricità con il vento. Fugato ogni dubbio, si sono rivolti all’Enel Green Power e insieme investiranno 400 milioni di euro.

Energia pulita: la via italiana alla Green economy

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Enel e consumatori, c’è l’accordo: via alle conciliazioni

Traliccio di alta tensione

Può nascere tutto da una bolletta inverosimile, o gonfiata per errore. Da un contatore malfunzionante. O da un pagamento ritardato da parte dell’utente. Le controversie tra società elettriche e singoli utenti sono qualcosa di lungo e logorante, e finiscono davanti al giudice ordinario. Ma oggi per i clienti Enel c’è una possibilità in più. La società guidata da Fulvio Conti ha raggiunto un accordo con le associazioni dei consumatori riunite nel Cncu (Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti). Parte da oggi su tutto il territorio nazionale la procedura di conciliazione paritetica su base volontaria delle controversie. Per tutti i 20 milioni di clienti dell’ex monopolio di Stato sarà possibile accelerare i tempi e azzerare i costi per risolvere eventuali controversie grazie a una pratica extragiudiziale semplice ed eseguibile on line: la conciliazione. Per controversie relative a fatturati con importi anomali ed elevati rispetto alla media, alla ricostruzione dei consumi per il malfunzionamento del contatore e a sospensione della fornitura o riduzione di potenza per morosità, da oggi l’utente potrà contattare una delle associazioni. Quindi verrà nominato un conciliatore da Enel e uno dall’associazione per affrontare il caso e individuare una soluzione che l’utente, se soddisfatto, potrà accettare firmando un verbale di accordo.
Tutta la procedura potrà avvenire on-line. Il presidente dell’Autorità per l’Energia Alessandro Ortis, rimarcando l’importanza dell’intesa, ha spiegato come “nel 2007 ci sono stati 114 mila rimborsi automatici pari a 7,2 milioni di euro. Di questi 3 milioni sono andati a indennizzi nel settore gas mentre 4,2 milioni per l’elettrico. Il direttore della divisione mercato di Enel, Francesco Starace ha aggiunto che “Enel è il primo operatore europeo a mettere in atto un’operazione di questo tipo su così vasta scala”. Mentre per le associazioni dei consumatori ha commentato il segretario generale dell’ Adiconsum Paolo Landi: ”Meglio un accordo sottoscritto direttamente con le aziende, piuttosto che con associazioni di aziende, visto come sono stati deludenti i risultati degli accordi raggiunti con l’Ania nel campo assicurativo”.

Il VIDEO servizio:

Nucleare: quello italiano funzionerà così

La centrale nucleare di Flamalville

di Roberto Seghetti

La ripresa del programma nucleare è l’ultima sfida lanciata dal governo Berlusconi per testimoniare la volontà di rompere con il passato delle indecisioni e dei tentennamenti. Come per il pacchetto sicurezza, il decreto sui rifiuti a Napoli o il taglio dell’Ici, l’annuncio sul nucleare del ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola ha infatti avuto come obiettivo anche quello di far vedere agli italiani che il nuovo esecutivo è capace di decidere e di trasformare le scelte in iniziative concrete. Non importa se il tema è spinoso, come nel caso dell’energia atomica.
Dopo il referendum del 1987, per 21 anni il nucleare è stato un tabù. Ancora lo scorso anno, per esempio, la maggioranza dei cittadini risultava contraria. Adesso, però, qualcosa è cambiato (riquadro in basso a destra). L’impennata dei prezzi del petrolio, i progressi della tecnologia, l’avallo della Confindustria e la spinta delle imprese energetiche italiane hanno riaperto il dibattito.
Certo, le resistenze ci sono ancora. Il ministro ombra del Pd, Pierluigi Bersani, dubita che sia giusto partire con la tecnologia attuale, dato che se ne stanno preparando di più sicure. Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, ha addirittura minacciato un referendum, se la scelta si farà senza aspettare i nuovi tipi di impianto. Ma è chiaro che ormai il problema non è più il se. Piuttosto sono in gioco il come e il quando. Ed è proprio su questi punti che il governo ha deciso di lanciare la sfida.
Le norme. Il referendum del 1987 non impedisce che si riprenda un programma nucleare. Ma dopo tanto tempo servono nuove regole. Il governo (vedere l’intervista a Scajola a pagina 50) formerà una commissione di esperti e pensa di varare una legge delega su tutti i punti che vanno chiariti: dalla scelta della tecnologia all’individuazione dei siti, fino ai poteri di controllo, oggi in capo all’agenzia per l’ambiente.
La tecnologia. Il consenso nei confronti delle centrali di terza generazione (vedere il riquadro qui sopra) è molto ampio. La scelta è appoggiata dalla maggioranza di governo e dall’Udc. Al di fuori del Parlamento, sono a favore anche le aziende energetiche italiane e la Confindustria. “Dobbiamo scegliere la terza generazione” conferma a Panorama il vicepresidente dell’organizzazione, Antonio Costato, che giovedì 29 ha presentato il manifesto per l’energia degli imprenditori.
Dal punto di vista operativo ciò significa la scelta o del modello Epr (European pressurized reactor), lo stesso tipo di centrali di terza generazione che si stanno costruendo a Flamalville, in Francia (entrerà in funzione nel 2012), con l’intervento operativo dell’Enel a fianco del colosso francese Edf, e a Olkiluoto, in Finlandia; oppure la scelta del sistema Ap 1.000, l’impianto realizzato dalla Westinghouse con il contributo della Ansaldo nucleare.
Importante, secondo gli esperti, è che si scelga una tecnologia per l’insieme del programma e che tutto il processo, dalle turbine ai bulloni, sia garantito.
Dice a Panorama a titolo di esempio Giuseppe Zampini, amministratore delegato dell’Ansaldo energia: “Una centrale ha qualche migliaio di valvole. Anche queste devono essere prodotti di alta qualità, controllati, sicuri”.
Il Pd, l’Idv e la sinistra e i verdi, così come il Nobel Carlo Rubbia, preferirebbero attendere che vedesse la luce il reattore di quarta generazione. In questo caso bisognerebbe aspettare i prossimi decenni, anche se Luciano Cinotti, uno dei più noti ingegneri nucleari italiani, afferma che i tempi potrebbero essere più brevi, come mostra l’accordo tra la società milanese Del Fungo Giera Energia, per la quale lavora Cinotti e che detiene alcuni nuovi brevetti, e l’agenzia russa per l’energia atomica.
Quante centrali e dove? La scelta più difficile riguarda l’individuazione dei siti. L’obiettivo del governo è di coprire con il nucleare italiano almeno il 25 per cento del fabbrisogno di energia. Ciò significa quattro o cinque centrali da 1.600 megawatt (costo: 3 miliardi di euro l’una). Di conseguenza, anche i siti da individuare sono quattro o cinque. Quali?
Quattro possibili aree ospitano le centrali esistenti e in via di smantellamento, a Trino Vercellese, Caorso, Latina, Garigliano. Prima del referendum erano stati individuati altri siti (vedere la cartina nella pagina a sinistra). Ma sono passati più di due decenni. Come dire: bisognerà rivedere tutto e nulla sarà facile. Molti governatori regionali, come Nichi Vendola della Puglia, hanno già messo le mani avanti. L’unico che ha preannunciato un sì, nel caso in cui si trovasse un sito adatto in Veneto, è stato Giancarlo Galan.
Per lo stoccaggio temporaneo delle scorie vale lo stesso discorso. La Sogin, società che ha il compito di smantellare le centrali esistenti, ha già avviato il lavoro, affrontando ostacoli e mille polemiche. Ma ancora non c’è una decisione definitiva.
Chi ci metterà i soldi. Le imprese energetiche italiane (e non solo) considerano un’occasione d’oro la possibilità di investire, costruire e gestire le centrali. Se è vero infatti che il nucleare è stato fermo in Italia, è altrettanto vero che l’Enel ha costruito e gestisce centrali in Slovacchia e in Spagna, mentre in Francia partecipa con il 12,5 per cento al progetto della Edf. La stessa Edf è azionista della Edison. L’Ansaldo energia (che presto dovrebbe essere quotata) ha costruito centrali in Romania, collabora con la Westinghouse e partecipa alla costruzione delle nuove centrali Ap 1.000. La A2A, grande utility milanese e bresciana, ha dato mandato alle università di studiare un piano. La Sogin smaltisce le scorie e smantella le vecchie centrali. L’Enea studia la fusione nucleare in un progetto europeo. Techint e Ansaldo Camozzi producono parti di centrali. La Del Fungo Giera Energia progetta.
Senza contare che potrebbero essere interessate le imprese energivore. Dice a Panorama l’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti: “Penso che potremmo unire le forze di produttori, impiantisti e consumatori, come già sperimentato in Finlandia, con un modello consortile. Potremo anche fare da soli, sul modello dell’Epr in Francia. Unendo le forze anche in Italia possiamo sostenere un grande progetto”.

Scajola, piano d’azione nucleare: “Entro 5 anni la prima centrale”

Centrale nucleare a Cattenom, Francia
“Entro questa legislatura porremo la prima pietra per la costruzione nel nostro Paese di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione”. Lo ha annunciato il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, intervenendo all’assemblea di Confindustria. “Non è più eludibile un piano di azione per il ritorno al nucleare” ha aggiunto. “È un solenne impegno assunto da Berlusconi, con la fiducia, che onoreremo con convinzione”.
“Solo gli impianti nucleari” ha detto il ministro “consentono di produrre energia su larga scala, in modo sicuro, a costi competitivi e nel rispetto dell’ambiente. Onoreremo questo impegno con convinzione e determinazione”. Il ministro ha anche messo in luce la necessità di definire “una strategia energetica nazionale contenente priorità, indirizzi e strumenti di attuazione per il breve e il lungo periodo” e che sarà sottoposta a pubblica consultazione attraverso una Conferenza nazionale per l’energia e l’ambiente”.
Scajola ha ribadito la necessità di “ricostruire competenze e istituzioni di presidio, formando la necessaria filiera imprenditoriale e tecnica e prevedendo soluzioni credibili per i rifiuti radioattivi”.Parlando più in generale di energia, Scajola ha ricordato che “l’obiettivo della crescita non può essere conseguito senza affrontare con estrema risolutezza e senso di responsabilità” la questione, anche alla luce della “particolare vulnerabilità dell’Italia”.
Il Paese ha bisogno di energia “a costi competitivi, in quantità adeguate e in condizioni certe: la bolletta energetica pesa per 60 miliardi di euro e rende negativa la nostra bilancia commerciale”.Il ministro ha spiegato che “bisogna agire con forza lungo tre direttrici: diversificazione, infrastrutture e internazionalizzazione”. Per raggiungere gli obiettivi e “rilanciare gli investimenti semplificheremo gli iter autorizzativi, promuoveremo il dialogo con il territorio, premiando con incentivi e iniziative di sviluppo le popolazioni interessate ai nuovi insediamenti”.
E in questa azione, sarà consentita anche la possibilità di “estendere l’uso dei termovalorizzatori per la produzione di energia, ottimizzando il ciclo dei rifiuti“. “Ereditiamo inefficienze e ritardi, accumulati negli ultimi 20 anni dall’ultimo piano energetico nazionale: è ora di voltare pagina”, ha proseguito annunciando una “strategia energetica nazionale” che “sarà sottoposta a pubblica consultazione e dibattito attraverso una Conferenza nazionale per l’energia e l’ambiente”.
L’annuncio del ministro ha suscitato subito reazioni contrastanti. Tra gli entusiasti, l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti, che ha dato subito la disponibilità della sua azienda a fare la sua parte. “Siamo pronti ed effettivamente la durata della legislatura, pari a cinque anni, può essere un percorso realizzabile”, ha spiegato. Di segno opposto il commento di Ermete Realacci, ministro ombra dell’Ambiente. “Non si può tornare al nucleare - ha sostenuto - perché è una scelta costosa e ideologica. È come l’articolo 18, e sappiamo com’è finita quella battaglia”.
“Il nucleare è una scelta sbagliata perché è antieconomica, vecchia e pericolosa”, ha dichiarato Angelo Bonelli, esponente dei Verdi che ha aggiunto: “L’energia atomica da fissione non ha risolto i gravissimi problemi delle scorie radioattive e dei costi enormi. Questi problemi hanno già portato importanti paesi europei come Svezia, Germania e Olanda ad uscire dal nucleare e a puntare con forza su energie pulite, rinnovabili e sicure”.

Pone dubbi su tempi e risorse, invece, Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente: “Prima di sbandierare atomi a destra e a manca l’esecutivo dovrebbe chiarire alcuni piccoli particolari. Prima di tutto: dove pensa di recuperare i soldi per realizzare gli impianti?”. Inoltre ci sono, continua Dezza: “Altri aspetti non secondari da chiarire: quelli che riguardano la ‘generazione’ dei reattori. Dire nuova generazione lascia intendere che si sta parlando della quarta generazione, che è però ancora in una fase embrionale: se tutto va bene impianti di questo tipo saranno disponibili tra 20-25 anni. Se davvero Scajola vuole una prima pietra entro i prossimi cinque anni allora sta parlando della terza generazione, quella che non ha fatto passi avanti in termini di sicurezza e che oggi l’Europa sta generalmente smantellando”.
E a proposito dell’Europa, va segnalato che il 35% dell’energia elettrica consumata è di fonte nucleare: nel vecchio continente sono accese quasi 200 centrali nucleari, 59 delle quali nella sola Francia (paese a noi confinante), per una potenza di quasi 170 mila mw. E, a breve, entreranno in funzione altri 13 impianti, per ulteriori 11.800 mw. Un parco centrali, quello europeo fotografato dagli ultimi dati disponibili - relativi all’aprile scorso - dell’European Nuclear Society che vede i nostri cugini e vicini Francesi al top della produzione nucleare: oltralpe quasi l’80% del fabbisogno eletrico del paese (il 78,5% per l’esattezza) arriva dall’atomo. Parigi batte anche la Federazione Russa che ha 31 impianti per 21.700 mw installati e sta realizzando altre 7 unità per altri 4.700 mw.
Forte è poi la presenza del nucleare anche in Germania dove sono attivi 17 impianti per una potenza di oltre 20 mila mw così come nel nel Regno Unito dove se ne contano 19 (10.200 mw).

Il VIDEO servizio:

Affaire Alitalia: tra Roma e Parigi spunta l’Airbus

Il muso di un Airbus A380, il più grande aereo passeggeri del mondo
L’Alitalia? È solo la fetta più piccola e meno ghiotta di una torta enorme, quella sì appetibile, a base di business e potere strategico. Una torta europea, anzi mondiale, che il presidente francese Nicolas Sarkozy ha proposto al governo italiano e che spazia dal nucleare alla difesa, dalle infrastrutture ai cantieri, fino al mercato aeronautico. Coinvolti, da parte italiana, Enel, Eni, Finmeccanica, Fincantieri e, a livello mondiale, colossi come la Boeing e l’Airbus: rispetto ai quali la compagnia aerea fa quasi la comparsa.
È il retroscena dell’affaire Alitalia così come Panorama l’ha appreso da fonti riservate. La svolta risale al vertice italo-francese di Nizza del 30 novembre 2007. Un Prodi ancora convinto di restare in sella si presenta all’incontro con Sarkozy con un dossier Alitalia sul quale, nel governo, le idee sono tutt’altro che chiare. Parte dei Ds (Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani) simpatizzano per l’AirOne, Francesco Rutelli parla di acquirenti in Oriente, lo stesso Prodi ha tentato sondaggi in direzione Lufthansa, via Angela Merkel. Ma tutto questo viene travolto dall’attivismo di Sarkozy, “che” ricorda un diplomatico “spiazza il premier italiano”.
Il summit è preceduto da un accordo tra l’Edf (l’ente di stato francese per l’energia) e l’Enel: prevede l’ingresso italiano con il 12,5 per cento nel futuro impianto di Flamanville destinato al nucleare di terza generazione. E Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel, è alle stelle: oltre alla quota, strategica per le intese sul nucleare che la Francia vuol proporre a mezza Europa (a fine marzo Sarkozy ha siglato un accordo con il governo inglese), si garantisce la partecipazione alle nuove centrali a ciclo combinato e un ricco contratto di fornitura.
“A Nizza l’Enel appariva una sorta di garante a tutto campo dei francesi” racconta uno dei presenti. Circostanze che non sfuggono all’occhio sospettoso dell’Eni, che ha il suo business nel petrolio e nel gas e le alleanze in tutt’altre parti del mondo, Stati Uniti e Russia in testa.
Torniamo a Sarkozy. Con questo biglietto da visita propone a Prodi una serie di intese: tra l’altro con la Fincantieri (l’azienda italiana è leader europeo ma sottocapitalizzata, la Francia è disposta a investirvi soldi per contrastare la concorrenza coreana, un business da 25 miliardi di dollari) e la Finmeccanica (partnership nei sistemi di difesa subacquei). Sarkò è anche disposto a chiudere un occhio sui ritardi dell’alta velocità ferroviaria in Val di Susa. Ma apre il fascicolo Alitalia, del quale ai francesi interessano solo due aspetti: il mercato, il quarto d’Europa per numero di passeggeri, e gli scenari che l’acquisto da parte dell’Air France-Klm schiude per l’Eads, il consorzio controllato da Parigi e Berlino che produce gli Airbus. Basta guardare alla flotta Alitalia: il lungo raggio è composto da 10 B777, 14 B767 e 5 Md11 Cargo, tutti della Boeing-McDonnell, la rivale planetaria dell’Airbus. E anche sul medio raggio spiccano 75 Md80. Età media oltre 12 anni, tra le più vecchie d’Europa. Logico che il piano di Jean-Cyril Spinetta, numero uno dell’Air France, intenda sostituire i tre quarti degli aerei.
Con che cosa? Sul medio e lungo raggio l’Airbus schiererà i nuovi A350 e l’A380 dopo un lancio travagliato e costoso. Si tratta delle armi destinate alla guerra globale con la Boeing, che vanta soprattutto il nuovo B787 Dreamliner, aereo a basso consumo in gran parte in fibra di carbonio. Una partita che entro il 2026 porterà a consegnare in tutto il mondo 29 mila nuovi aerei commerciali per rinnovare un parco di 36 mila apparecchi. Tradotto in soldi, 3 mila miliardi di dollari. “Nessun ordine, per mancanza di fondi, viene ormai dall’Alitalia” spiegano alla Boeing. Eppure, il mercato italiano è stimato dall’Airbus in 34 miliardi di dollari nei prossimi 20 anni: 379 aerei di cui 71 a lungo raggio. Per la Boeing vale anche di più: 40 miliardi di dollari e 400-500 aerei.
A livello mondiale l’Airbus nel 2007 vanta 1.215 ordini contro i 1.341 degli americani. Ma la sua holding, l’Eads, è alle prese con problemi finanziari e decisionali. I motivi: la composizione pubblico-privata del nucleo di controllo francotedesco, con il 22,5 per cento francese suddiviso tra stato (15 per cento) e gruppo Lagardère (7,5), e il 22,5 tedesco ripartito all’inverso, il 15 alla Daimler e il 7,5 ai Länder. E poi le fabbriche Airbus, ubicate nell’area dell’euro, che producono a costi proibitivi rispetto ai rivali Usa. Cosa che nel 2007 ha generato un deficit di 450 milioni di euro, contro un utile record della Boeing di 4,1 miliardi di dollari. E portato alla chiusura di tre stabilimenti in Germania e uno in Gran Bretagna.

Malpensa, si smantellano i banchi Alitalia

Sarkozy, che di Arnaud Lagardère si è definito “un fratello”, ha convinto l’industriale a spostarsi alla copresidenza dell’Eads, installando alla guida operativa Louis Gallois, ex numero uno delle ferrovie, e cedendo la carica di amministratore delegato dell’Airbus al tedesco Tom Enders. “Sarkò” dice un esperto di questioni strategiche “fa lobbying a tutto campo per l’Airbus, il che può essere anche motivo di alcune scelte di politica internazionale, per esempio un maggior decisionismo militare. Ed è anche il caso dell’Alitalia”.
Chi osserva attentamente la vicenda è la Finmeccanica. L’azienda presieduta da Pier Francesco Guarguaglini, pur avendo accordi anche con gli europei (con Eads-Northrop Grumman concorre a una commessa Usa di elicotteri da soccorso), è un partner strategico degli americani: è impegnata nello sviluppo europeo dell’F35, caccia multiruolo della Lockheed Martin, mentre la Boeing le garantisce la costruzione del 26 per cento della fusoliera, la parte più evoluta e soggetta alle restrizioni sulla cessione di tecnologia. Tra il 2001 e il 2006 anche il centrodestra aveva fatto una scelta di campo a favore dell’industria Usa, provocando le ire francesi. Con Prodi a Palazzo Chigi ci sono state varie trattative tra Eads e Finmeccanica, finora vane: ultimo nulla di fatto a metà marzo. Ecco perché l’intero fronte del business vicino agli americani, dall’Eni in giù, è curioso di capire a chi finirà l’Alitalia; e con quali clausole riservate.
Qualcuno osserva pure che il governo non ha più informato il cosiddetto comitato strategico, un organismo semisegreto con ministri, manager e militari che valuta le privatizzazioni nei settori sensibili per l’interesse nazionale. Fu fatto (e lo Stato si tenne la golden share) per la Telecom. Forse oggi gli aerei da noi contano meno di internet e dei telefonini.


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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