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Revival nucleare: generazione N

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Chiamiamola pure generazione N. La generazione di studenti, tecnici, imprese cresciuta dopo il referendum antinucleare e che guarda con favore al ritorno delle centrali in Italia. Chi sono?

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Come funziona il nucleare della porta accanto. Così la Svizzera dà energia all’Italia

Una foto di archivio del 16 agosto 2001 di una centrale nucleare

Di Guido Fontanelli

Una folata di vento umido che lascia senza respiro. Poi, quando si è entrati, si intravedono nella penombra i profili dell’impianto avvolti da una calda nebbia. Il rumore è notevole: sotto il pavimento scorre una cascata alta 14 metri, che segue l’intero perimetro circolare della costruzione. Sopra le nostre teste una opaca luce indica che a 150 metri d’altezza, sopra questa potente sauna, c’è il cielo: ma è appena percettibile. Siamo all’interno della torre di raffreddamento della centrale nucleare di Gösgen nel nord della Svizzera. A pochi metri di distanza, avvolto da vari strati sferici di cemento, c’è il reattore.
Le misure di sicurezza illustrate a Panorama, come alle 20mila persone che ogni anno vengono a vedere l’impianto, sembrano efficaci, al punto che dopo la fine della visita non si riesce a immaginare quale incidente possa mettere in pericolo la salute dei 400 dipendenti o degli abitanti della zona. Tanto è vero che la centrale di Gösgen è a ridosso del centro abitato, al quale fornisce anche un po’ del suo vapore. Ma questo impianto nucleare, che con i suoi 1.165 megawatt soddisfa da solo il 15% del fabbisogno energetico della Svizzera (ha il secondo reattore più potente dei cinque attivi nel Paese), è anche il più vicino a Milano: dista meno di 300 chilometri dal capoluogo lombardo. E non è neppure una centrale particolarmente avanzata: il prossimo anno festeggerà i 30 anni di vita e dovrebbe continuare a lavorare per altri 30 anni.
Un po’ della sua energia finisce anche in Italia: la centrale fa parte infatti del gruppo svizzero Atel, uno dei più attivi nel nostro Paese. Il mercato italiano è anzi il primo per la società elvetica, che complessivamente ha un volume di affari di 8,4 miliardi di euro. In Italia la Atel è presente attraverso una serie di partecipazioni finanziarie: possiede il 20% della Edipower (controllata dalla Edison), il 5% della A2A e una piccola quota nella Hera (0,25%). Grazie a queste partecipazoni in aziende energetiche e al controllo diretto di sei centrali elettriche nel nostro territorio, il gruppo svizzero conta in Italia su 2mila megawatt. Complessivamente la filiale italiana Atel Energia, presieduta da Antonio Taormina, fattura 2,5 miliardi di euro, di cui 1,5 prodotti nel nostro Paese e il resto importato e venduto a clienti italiani.
I piani della società non si fermano qui, come preannuncia il managing director Piero Manzoni, 45 anni: “Dopo esserci rivolti a grandi gruppi industriali e a grossisti, ora puntiamo al mercato delle famiglie che si è aperto alla concorrenza dopo la liberalizzazione. Abbiamo già 5-6mila clienti residenziali, il nostro obiettivo è arrivare a 500mila famiglie nel giro dei prossimi anni”. L’attacco al mercato dei piccoli clienti viene effettuato attraverso il marchio Energit, una società sarda acquisita di recente. Parallelamente la Atel intende potenziare la propria produzione in Italia di 1.000 megawatt con nuove centrali. E in questa strategia conta sempre di più il settore delle energie rinnovabili: oltre ad avere due centrali idroelettriche, la Atel sta costruendo infatti due parchi eolici in Sicilia per una potenza di 200 megawatt.
È possibile che un giorno la Atel abbia un ruolo nel nucleare italiano, vista la riapertura del dibattito nel nostro Paese? Teoricamente sì, visto che la società svizzera è già presente nel settore, è partner della Edison (favorevole a un ritorno all’atomo) e ha la francese Edf, società con più centrali al mondo, tra i suoi soci con il 23%. Ma non va dimenticato che pure la Svizzera sul nucleare ha tenuto il piede sul freno: l’ultima centrale è stata costruita negli anni Ottanta.

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rossi-spalla Viviana Da Busti
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