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Bankitalia: nuovo record per il debito pubblico. Entrate del fisco: -4,8%

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Nuova impennata a marzo del debito pubblico. Secondo i dati provvisori diffusi dalla Banca d’Italia nel Supplemento al Bollettino Statistico di finanza pubblica, a marzo il debito è cresciuto a 1.741 miliardi dai 1.707 miliardi registrati a febbraio. Il dato di marzo rappresenta il record assoluto.
Più in dettaglio, per quanto riguarda i Comuni, a marzo il debito si è attestato a 47,282 miliardi di euro, in calo rispetto ai 48,183 di febbraio. A marzo 2008 il debito era invece a 47,374 miliardi. Le Regioni (più le Province autonome) hanno visto il loro debito a marzo a quota 43,068 miliardi stabile rispetto ai 43,026 miliardi di febbraio e in lieve aumento rispetto a marzo 2008 (42,445 miliardi). Infine le Province: sempre a marzo hanno registrato un debito di 8,961 miliardi contro i 9,219 del mese precedente e gli 8,867 di marzo 2008. Complessivamente dunque il debito delle amministrazioni locali (compresa la voce ‘altri entì che, sempre a marzo, segna un debito di 9,3 miliardi) cala da 109,024 miliardi di febbraio a 108,645 miliardi (109,585 a marzo 2008).
Notizie altrettanto preoccupanti arrivano sul fronte delle entrate tributarie: si sono attestate, tra gennaio e marzo 2009, a 81,016 miliardi, ovvero circa 4 miliardi in meno rispetto agli 85,075 dei primi tre mesi del 2008. Il calo percentuale è del 4,8%. Il dato è oltretutto calcolato al netto dei fondi speciali per della riscossione, cioè importi già incassati ma non ancora suddivisi tra tasse e contributi, che mostrano un leggero scostamento tra i due trimestri considerati e che potrebbero far peggiorare, anche se di poco, il risultato definitivo. Un dato peraltro in linea con quello del dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia che lunedì scorso ha comunicato a sua volta che nel periodo gennaio-marzo 2009 le entrate erariali, al lordo delle una tantum, sono risultate inferiori di 4.068 milioni di euro (-4,6%).
In questo quadro unico dato positivo arriva dalle amministrazioni locali che appaiono più virtuose riuscendo in qualche caso a contrarre il proprio debito anche se il dato riguarda solo i primi tre mesi e non tutto l’anno: per quanto riguarda i Comuni, a marzo il debito si è attestato a 47,282 miliardi (48,183 a febbraio). Per le Regioni (più le Province autonome) il debito a marzo si è fermato a 43,068 miliardi stabile rispetto ai 43,026 miliardi di febbraio. Infine le Province: sempre a marzo debito a quota 8,961 miliardi contro i 9,219 del mese precedente. Complessivamente dunque il debito delle amministrazioni locali (compresa la voce ‘altri entì che, sempre a marzo, segna un debito di 9,3 miliardi) cala da 109,024 miliardi di febbraio a 108,645 miliardi (109,585 a marzo 2008).

Guerra all’evasione: nel 2008 le entrate hanno fatto boom

Agenzia delle entrate

Quasi 7 miliardi di euro strappati agli evasori, nel 2008: pari all’8% in più rispetto al 2007.
Sono risultati record per la lotta all’evasione nello scorso anno. Come ha spiegato il direttore dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera, la riscossione legata “alla complessiva attività di contrasto degli inadempimenti dei contribuenti è stata pari a 6,9 miliardi di euro, l’8% in più rispetto al 2007″.
I 6,9 miliardi riscossi nel 2008, ha detto Befera, si compongono di 3,3 miliardi derivanti dai ruoli (+3,3%) e 3,6 miliardi provenienti dai versamenti diretti (+13%). L’attività di accertamento in senso stretto ha portato invece nelle casse dell’Erario 3,7 miliardi, il 28% in più rispetto al 2007 (anno in cui il riscosso è stato pari a 2,9 miliardi). Gli accertamenti su imposte dirette, Iva e Irap - ha spiegato poi il direttore vicario dell’Agenzia delle entrate, Marco Di Capua - sono stati 645mila, in crescita del 29% rispetto all’anno precedente, in cui sono stati poco meno di 500mila. Un dato “ancora più positivo” se si guarda alla maggiore imposta accertata, che nel 2008 ha raggiunto quota 20,3 miliardi (+40% sul 2007).
La riscossione conseguita nel 2008 grazie alla lotta all’evasione fiscale “è un risultato record mai conseguito” ha spiegato Befera sottolineando che “dire che è rallentata la lotta all’evasione fiscale è un’informazione errata, che può indurre in un convincimento sbagliato, ovvero che si può evadere”. Befera ha aggiunto che “nei giorni passati si è parlato molto di evasione. Noi invece abbiamo deciso di far parlare i numeri, facendo così chiarezza”. Il direttore dell’Agenzia ha anche rilevato che il “risultato record” raggiunto nel 2008 “è tanto più rilevante se si considera che è stato conseguito in un anno di passaggio, in cui c’è stato sia un avvicendamento al vertice dell’Agenzia sia una profonda riorganizzazione della stessa”.
Ottenuto il record nel 2008, l’Agenzia, promette Befera, non si fermerà: nel 2009 l’amministrazione fiscale conta di portare nelle casse dell’erario, come risultato della lotta all’evasione, 7,2 miliardi di euro: “Nel 2009 vogliamo conseguire risultati ancora più ‘record’, rispetto a quelli del 2008. Sarà un contributo forte per il mantenimento dei conti pubblici e per la lotta alla concorrenza sleale. Se il contrasto all’evasione” ha aggiunto Befera “è sicuramente importante nei momenti di crescita economica, diventa ancora più determinante nei momenti di crisi, come quello attuale, quando la concorrenza sleale rischia di essere un fattore che taglia fuori dal mercato le imprese sane”.

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Evasione: così 2 miliardi usciranno dall’ombra

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Otto pagine, 12 articoli, un allegato tecnico, qualche tabella e un titolo anodino: “Convenzione tra Istituto nazionale della previdenza sociale e Agenzia delle entrate”. Un atto di routine o poco più, a prima vista, redatto su carta dalla grammatura spessa, uno dei tanti documenti della sterminata produzione burocratica statale destinato ad un oblio precoce. Il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, e il direttore delle Entrate, Attilio Befera, che venerdì 12 dicembre l’hanno firmato all’ottavo piano della sede degli uffici fiscali in via Cristoforo Colombo a Roma, assicurano invece che quelle paginette dall’aspetto così dimesso sono l’inizio di una nuova concreta stagione della lotta all’evasione.
E siccome Inps ed Entrate fanno affluire ogni anno nelle casse dello Stato un fiume di circa 620 miliardi di euro tra gettito erariale e contributivo (cioè qualcosa come più di un terzo del prodotto interno lordo dell’Italia), se insieme si spendono in un’affermazione così pesante ed impegnativa, forse è opportuno prenderli sul serio.

“I risultati ci saranno, a questo punto non possono non esserci” assicurano convinti parlando con Panorama. La convenzione sembra la scoperta dell’acqua calda dal momento che sancisce una novità talmente semplice da rasentare la banalità: d’ora in avanti i due uffici statali si scambiano in maniera coordinata, continuativa ed organizzata le informazioni delle rispettive banche dati. In pratica Inps ed Entrate a cui si affianca Equitalia, la società della riscossione tributaria, finalmente decidono di parlarsi e di fare fronte comune contro gli evasori. Detto in modo un po’ scontato, diventano il Grande Fratello antievasione d’Italia. Vista da questa angolazione la novità può risultare davvero dirompente.
Nei database dei due enti ci sono i profili di milioni di soggetti, persone fisiche ed imprese, miliardi di dati su redditi, dichiarazioni fiscali, contratti di appalto, risultati di accertamenti e verifiche, codici di conti correnti, presenze di collaboratori domestici, patrimonio, case, terreni, auto, imbarcazioni, partite iva, vita delle imprese, passaggi di proprietà, numero di dipendenti, contributi versati. Un bendiddio di notizie da mandare in sollucchero qualsiasi centrale di intelligence del mondo, un tesoro di informazioni che se ben raffrontate ed incrociate possono davvero far male agli evasori.

Finora quei dati sono stati in sonno, utilizzati poco e male. L’Inps aveva le sue schede raccolte ed elaborate fin dai tempi in cui presidente era Gianni Billia, e se le teneva strette. L’Agenzia idem. Stessa solfa per le ispezioni, 150 mila circa quelle dell’Inps, 115 mila delle Entrate. Finora ognuno lavorava per sé e le informazioni raccolte con fatica sul campo e con costi spesso notevoli restavano rigorosamente separate, quasi mai tempestivamente incrociate. Ora anche il lavoro degli ispettori è concordato e diventa patrimonio comune.
“Eliminiamo le duplicazioni, recuperiamo efficienza e con le stesse forze in pratica raddoppiamo da un giorno all’altro l’attività ispettiva e quindi creiamo i presupposti per incrementi di gettito contributivo e fiscale. Sarebbe inesatto ed ingeneroso affermare che finora la collaborazione tra i due enti fosse del tutto assente; ce n’era pochina e il sistema funzionicchiava”, sintentizzano Befera e Mastrapasqua.
In passato Inps ed Entrate per passarsi le informazioni dovevano infilarsi nel labirinto degli uffici e sottomettersi alla trafila dei timbri: domanda formale redatta spesso non per via informatica, ma su carta, inoltro della pratica all’altro ufficio che se ne aveva voglia la prendeva in considerazione, altrimenti la metteva nel mucchio, risposta se e quando c’era il tempo e via sonnecchiando.
Lo scambio di notizie, che era l’eccezione, ora diventa la regola. La novità sembra piacere anche ad altri pezzi della macchina statale. Per esempio i dirigenti dell’Inail hanno già fatto informalmente sapere che vorrebbero essere della partita e non è affatto escluso che possano diventare in tempi brevi il terzo soggetto dell’accordo. Ed anche questo è un fatto dirompente per la sonnacchiosa macchina statale se si considera che finora Inps ed Inail, due enti se non proprio fratelli quanto meno parenti stretti, si sono di fatto quasi ignorati, come se appartenessero a due galassie diverse.

La manovra economica d’estate del governo ha messo le basi perché l’andazzo finisse. Uno degli articoli prevedeva espressamente che Inps ed Agenzia delle entrate collaborassero nella lotta all’evasione a partire dalla condivisione dei database. La firma della convenzione del 12 dicembre è il passaggio formale che suggella la decisione politica voluta soprattutto dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e da quello del Welfare, Maurizio Sacconi. Nei prossimi mesi vedremo se e quanto la scelta effettuata darà davvero i risultati sperati assestando un colpo all’evasione fiscale e contributiva, un moloch di almeno 100 miliardi di euro all’anno finora solo scalfito dall’azione di contrasto.
Le previsioni di Befera e Mastrapasqua sono improntate a prudenza, ma incoraggianti. Befera ritiene che nel 2009 grazie anche alla convenzione con l’Inps “il gettito derivante dall’azione di controllo possa aumentare di 1,1 miliardi di euro”. Mastrapasqua prevede di far emergere dal nero tra 80 e 100 mila lavoratori all’anno, un recupero di mezzo miliardo di euro di contributi evasi più altri 400 milioni circa dai titolari di partite Iva.

Entrate boom: casse più gonfie per l’Erario

Una busta paga

Entrate fiscali a gonfie vele nei primi cinque mesi dell’anno. Le casse dell’erario hanno registrato un incremento di 4,6 miliardi di gettito tra gennaio e maggio, il 3,3% in più dello stesso periodo del 2007. Complessivamente le entrate si sono attestate a quota 143,8 miliardi di euro, con una forte crescita dell’Irpef (+5,2 miliardi, +8,9%) e, in termini percentuali, dell’Ires (+474 milioni, +29,1%). Le tabelle del gettito, elaborate nel bollettino delle entrate tributarie del Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia e delle Finanze (qui il .pdf) indicano un rallentamento del flusso delle entrate. Il gettito di maggio è cresciuto dell’1,1% ma meno di quanto non avesse fatto nei primi tre mesi dell’anno. L’incremento in valore assoluto, che a maggio è stato di 312 milioni, viene dopo un calo di 53 milioni segnato ad aprile, ma anche dopo i maggiori incassi segnati periodo gennaio-marzo. Dall’inizio dell’anno, mese dopo mese, l’erario aveva visto affluire in cassa 1,4 miliardi in più a gennaio, 2,3 miliardi in più a febbraio e quindi 679 milioni in più a marzo.

Sono state soprattutto le imposte sui redditi - e l’Irpef in particolare - ad alimentare i flussi tributari mentre praticamente “congelate” sono risultate le imposte indirette. Al totale di 143.802 milioni si arriva infatti grazie al gettito di 71.454 milioni delle imposte dirette (+4.672 milioni, pari a +7,0%) e di 72.348 milioni (-64 milioni, pari a -0,1%) delle indirette. All’ Irpef è dovuto gran parte dell’aumento degli incassi: tra gennaio-maggio ha fruttato 63.029 milioni (+5.170 milioni, pari a +8,9%). In crescita sono risultate sia le ritenute sugli stipendi del settore pubblico (a 25.160 milioni; +1.597 milioni, pari a +6,8%) sia quelle sui dipendenti del settore privato (a 31.481 milioni ; +3.156 milioni, pari a +11,1%), sia i versamenti dei lavoratori autonomi (a 6.014 milioni; +406 milioni, pari a +7,2%). A questo vanno aggiunti gli importi, non ancora significativi, dell’autotassazione. L’Ires, l’imposta sulle società, ha invece garantito un gettito di 2.104 milioni (+474 milioni, pari a +29,1%): 501 milioni (+29,8%) dai versamenti a saldo; 1.603 milioni (+28,9%) dagli acconti. Calano invece le imposte sulle ritenute degli interessi bancari e sui redditi da capitale: il gettito, pari a 3.936 milioni, mostra un calo di 164 milioni, pari a -4,0%. Di particolare interesse l’andamento dell’Iva, che “registra” il rallentamento della congiuntura.

L’imposta sul valore aggiunto ha registrato 820 milioni in più di importi versati (+1,9%). Ma la performance è dovuta solo alla tassa applicata sulle importazioni (che vale 6.470 milioni e segna un progresso del +13,7%) mentre invece sono praticamente bloccati gli incassi legati agli scambi interni: in cinque mesi hanno fruttato 37.434 milioni, con un incremento di soli 38 milioni (+0,1%). Mentre i prezzi dei carburanti e quello del petrolio sono alle stelle, cala invece l’incasso dell’imposta di fabbricazione sugli oli minerali (gettito di 7.878 milioni; -121 milioni, pari a -1,5%) e quello dell’imposta di consumo sul gas metano (gettito 817 milioni; -820 milioni, pari a -50,1%), anche per “una riduzione dei consumi per uso civile”. L’imposta di registro, infine, ha generato entrate per 2.333 milioni (-121 milioni, pari a -4,9%), l’imposta di bollo per 1.604 milioni (+10 milioni, pari a +0,6%). Non si ferma invece l’incasso dovuto al consumo dei tabacchi: il gettito prodotto è stato pari a 4.124 milioni, con un incremento del 2,1% (+84 milioni). Non aiutano l’erario, invece, gli incassi collegati con giochi e lotterie: il gettito si è fermato a 4.876 milioni in calo di 312 milioni, -6,0%.

Tasche vuote: gli italiani in crisi vanno a caccia di soldi

soldi con il rastrello

di Raffaella Galvani e Donatella Marino

Cinquecento euro netti in più al mese: per combattere efficacemente il caro vita gli italiani dichiarano di aver bisogno in media di questa cifra. Ma non si limitano a dichiararlo. Dalle parole il 44 per cento di loro è già passato ai fatti: e si è attivato per aumentare le entrate, a colpi di straordinario e secondo lavoro. Strade che vengono battute rispettivamente dal 52,8 e dal 45,6 per cento di quanti si sono messi all’opera per “arrotondare”. Pari, su base nazionale, al 23 e al 20 per cento. Lo rivela un’indagine svolta via internet tra il 22 gennaio e il 1° febbraio 2008 dalla Interactive market research, società leader in Italia nelle ricerche di mercato sul web, e che attraverso 1.000 interviste consente di radiografare i comportamenti di un campione rappresentativo di oltre 49 milioni di italiani dai 18 anni in su, segmentati per sesso, fascia di età, area geografica e reddito netto mensile della famiglia (da meno di 1.000 euro a oltre 4 mila). Il risultato? “Emerge un paese che, anche a livello di reddito medio-alto, ha deciso di muoversi per conto proprio, stanco di aspettare interventi spesso promessi ma finora mai davvero arrivati sul fronte dei prezzi, delle tasse o degli stipendi, tali da consentire il recupero dei pesanti tagli della capacità di spesa riconosciuti ormai da tutti” dice Bruno Lagomarsino, direttore di ricerca della Interactive market research. Come risulta dal grafico pubblicato a pagina 127, il 9,7 per cento dichiara di essere molto impegnato a far aumentare le proprie entrate e ben il 34,2 di esserlo abbastanza.
Un attivismo che a volte sfiora la temerarietà, visto che non manca neppure chi si lancia in scelte al limite del ragionevole. Ben il 26,2 per cento del campione di riferimento infatti nel tentativo di far quadrare il bilancio familiare si affida a lotterie e scommesse. Di certo, se il bisogno di far entrare più quattrini nelle smagrite casse familiari viene sentito da tutti, la cifra che si punta a raggranellare varia a seconda del reddito di partenza. “A ritenere necessarie integrazioni più pesanti in proporzione alle entrate sono soprattutto i percettori di redditi medio-bassi, che in alcuni casi arrivano a ipotizzare anche 800 euro contro una media generale del campione di 500 euro netti ” precisa Lagomarsino. “Al contrario si resta su una richiesta media di 700 euro da parte di chi ha redditi mensili oltre i 3 mila euro. Solo il 15 per cento degli intervistati, come emerge dal grafico pubblicato a pagina 124, dichiara di avere bisogno di oltre 1.000 euro, ma esiste anche una piccola quota (11 per cento circa) che si accontenterebbe di 200 euro.
Non è solo il reddito a determinare le scelte dell’italiano a caccia di fondi aggiuntivi per superare lo scoglio della quarta settimana, che secondo attenti osservatori è ormai molto vicino alla terza. Il lavoro straordinario per esempio è maggiormente praticato dalle fasce d’età più giovani (18- 24 e 34-44 anni) e da chi ha un contratto di lavoro a tempo determinato: in tutti questi casi si supera il 60 per cento. “È probabile che i più giovani, con meno impegni di famiglia, siano quelli più disponibili a prolungare il tempo dedicato alla fabbrica o all’ufficio” spiegano alla Interactive market research “ma non è escluso che a dissuadere le persone più mature, e quindi con redditi più elevati, giochi il fattore tasse”. Se infatti il reddito da straordinari fa scattare l’aliquota marginale, l’aumento atteso finisce per essere falcidiato dal fisco. Una beffa, a cui dovrebbero porre rimedio i provvedimenti allo studio del governo.
Grafico carovita
Quanto pesa il carovita: agli italiani mancano 500 euro netti al mese. Alcuni ne chiedono tra 500 e 1000

Il secondo lavoro (la ricerca non lo precisa, ma è possibile-probabile che sia in nero) va invece forte in particolare nel Nord-Est e nel Sud, mentre appare poco praticato al Nord-Ovest. “Questi dati vanno ricollegati alla struttura economico-produttiva e al tessuto industriale dell’area ” sostiene Lagomarsino. “Infatti nel Nord-Est, oltre a un’etica del lavoro molto radicata, ci sono tante piccole aziende dove è facile proporsi per esempio quando si smonta da un primo turno, mentre al Sud ci sono tipologie di lavoro, penso alla pubblica amministrazione, che consentono di affiancare più impieghi”. Là dove straordinari e doppio lavoro non bastano o non sono disponibili, non resta che battere la strada dell’indebitamento. “Quasi un italiano su due dichiara di avere in corso un prestito personale” precisa Lagomarsino.
I canali preferiti sono le finanziarie (22,4 per cento) e le banche (22), ma sta crescendo anche l’uso a fini di finanziamento delle carte cosiddette revolving (13), spinte di recente dalla grande distribuzione, mentre restano in coda (3,8 per cento) parenti e amici. Ormai, anche se il modello americano è lontano e il 43,1 per cento del campione si indebita solo per un bene importante (per esempio l’auto, che resta l’oggetto più pagato a rate), un italiano su tre ammette di avere in corso prestiti per più beni, dai mobili al computer e persino per il mutuo della casa. E il 41 per cento dichiara di “conoscere qualcuno che ha dovuto contrarre debiti per beni o servizi di prima necessità, come le spese mediche”. “In parallelo con la ricerca di entrate aggiuntive, sul fronte delle uscite la caccia all’occasione sta diventando uno stile di vita, anche a livelli di reddito medio- 127 alti” conclude Lagomarsino. Il 68 per cento degli intervistati dichiara di essere impegnato in un taglio delle spese. Così aumentano le famiglie che comprano con le offerte promozionali (75,2 per cento) e in saldo (66,8). O che frequentano ipermercati e centri commerciali (67,3 per cento) e hard discount (50,9) per l’acquisto di alimentari o generi di largo consumo, quando non si rivolgono direttamente al produttore (11,2). Di certo, se le famiglie italiane si danno da fare, il messaggio che siamo arrivati vicino a un punto critico è giunto chiaro anche agli operatori più vicini ai consumatori.
Sondaggio carovita

La prova? Mentre le grandi catene della Federdistribuzione (13 mila punti vendita) si sono impegnate da maggio fino a dicembre 2008 a inserire sempre, in ogni loro promozione con sconti tra il 10 e il 40 per cento, almeno una referenza tra le categorie di prodotto più colpite dal rialzo dei prezzi, anche chi opera nella distribuzione low cost ha deciso di fare di più. La Lidl Italia, 500 punti vendita, dal 18 maggio parte con una campagna tv per lanciare il taglio fino al 24 per cento dei prezzi di circa 100 prodotti, tra cui il burro pastorizzato, il grana padano, la fesa di tacchino, la mozzarella e le patate fritte. Basterà ad alleviare i problemi dei clienti in crisi da reddito?

Salari: la strategia dei sindacati sul calo delle tasse. Ma TPS tentenna

I segretari sindacali confederali (da sin.) Guglielmo Epifani (Cgil), Luigi Angeletti (Uil) e Raffaele Bonanni (Cisl)
La detassazione e la decontribuzione degli aumenti contrattuali, la reintroduzione della detrazione Irpef sui costi di produzione, l’aumento dal 12,5 al 20% del prelievo sulle rendite finanziarie. Poi, ad agenda costruita, un intervento strutturale di tagli delle aliquote Irpef, a partire da un passaggio dal 23 al 20% per quella più bassa, cioè quella fino a 15 mila euro. Dovrebbero essere queste le misure più immediate di sostegno al reddito da lavoro dipendente che il governo potrebbe mettere sul tavolo domani nell’incontro con i leader di Cgil, Cisl e Uil.
Dimostrando così la volontà di intraprendere la strada del rilancio del potere d’acquisto dei salari, senza pericolose fughe in avanti prima di aver esaminato l’andamento delle entrate di cassa e le eventuali ripercussioni negative sulla crescita (e quindi sul deficit) su cui aleggiano le ombre del prezzo del petrolio alle stelle e di un rischio-recessione americana.

Alla vigilia di un incontro che, per quanto definito “informale”, rappresenta un vero e proprio giro di boa per l’esecutivo, sia sul fronte sociale che in funzione degli equilibri all’interno della maggioranza, le posizioni dei sindacati e del ministero dell’Economia però, restano immutate.

Se infatti le organizzazioni dei lavoratori continuano a chiedere risposte subito e concrete (anche oggi il leader della Cisl Raffaele Bonanni ha chiesto un intervento fiscale sugli stipendi, se no sarà sciopero generale), in via XX Settembre, nonostante i tecnici lavorino su un ampio ventaglio di ipotesi, il freno resta tirato: la Trimestrale di marzo rimane un riferimento imprescindibile per allentare ulteriormente i cordoni della borsa, così come bisognerà verificare se le stime di crescita, fissate all’1,6%, potranno essere confermate o se, causa un loro ribasso, avranno ripercussioni sul rapporto deficit-Pil e quindi sull’intrapresa opera di risanamento.

Il budget disponibile per il sostegno ai redditi dei lavoratori dipendenti, dunque, rimbalza ancora fra le cifre circolate in questi giorni: 6-8 miliardi di euro, reperibili dalle voci extragettito, risanamento appunto e l’innalzamento della tassazione sulle rendite finanziarie, una misura che varrebbe dai 2 ai 3 miliardi e che - come sottolineato dal sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi - potrebbe essere adottata rapidamente riportando in commissione Finanze della Camera il disegno di legge fiscale, all’esame dell’Aula.

Al vaglio, sempre in queste ore, la possibile modulazione della cosiddetta “dote fiscale” per i figli, attraverso la riunione delle detrazioni Irpef per i carichi familiari e gli assegni familiari. Per la detassazione e la decontribuzione degli aumenti contrattuali, sono poi già disponibili le risorse previste dal Protocollo Welfare. E cioè 650 milioni previsti dal Fondo per il finanziamento degli sgravi contributivi per incentivare la contrattazione di secondo livello e i 150 per la loro deducibilità fiscale.

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Fisco a gonfie vele: nei primi dieci mesi del 2007 salgono del 7,9%

In netto aumento le entrate erariali: nei primi dieci mesi, sono state maggiori - rispetto allo stesso periodo del 2006 - per 22,8 miliardi con una crescita percentuale del 7,9% al netto delle una tantum. Al lordo delle una tantum, l’incremento è stato invece di 18,1 miliardi (+6,1%).
Lo rileva il consueto bollettino statistico del Ministero dell’Economia e delle Finanze in merito all’andamento delle entrate. Nel solo mese di ottobre, invece, le entrate totali, al lordo delle una tantum, sono state 30,4 miliardi con un aumento di 2,3 mld (+8,4%) rispetto allo stesso mese del 2006.
Al netto delle una tantum, che ammontano a 8 milioni, le entrate hanno invece fatto registrare un aumento di 2,4 miliardi pari al +8,9%.
Il gettito Ire è stato di 12 miliardi (+810 mln, pari al 7,2%); particolarmente rilevante è l’aumento del gettito Ires che è stato di 1,6 mld (+426 mln, pari al +35,9% su base annua).
Le entrate Iva sono state pari invece a 8,4 mld (+364 mln pari al +4,5% annuo): in particolare 7 miliardi (+288 mln, pari al +4,2%) derivano dalla tassazione degli scambi interni e 1,3 mld (+76 mln, pari al 6,1%) dalla tassazione sulle importazioni.

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Cento miliardi l’anno di evasione. Visco: ne abbiamo recuperati 23

Vincenzo Visco, diessino, viceminsitro dell'Economia
“Brucia” oltre 100 miliardi di imposte l’anno e senza differenze, per una volta, tra nord e sud. Al centro dell’indagine del vice ministro dell’Economia Vincenzo Visco, contenuta in un rapporto (qui il documento in .pdf) inviato in Parlamento dal ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, l’evasione fiscale.
Che da molti anni in Italia ha livelli elevati (di ben quattro volte) rispetto a quelli dei paesi europei e delle maggiori economie avanzate. In termini di gettito, si tratta di almeno 7 punti percentuali di Pil di entrate mancate.
Il cambio di politica tributaria sta però, continua il documento di Visco, portando i suoi frutti e “tra il 2006 e il 2007 sono stati recuperati al fisco circa 23 miliardi di euro di maggiori entrate precedentemente non pagate e in parte legate ad un miglioramento dell’adesione tributaria dei cittadini”. L’importo del recupero di base imponibile fiscale può essere considerato considerato “acquisito” in modo “non temporaneo”, si legge ancora nella relazione “I risultati della lotta all’evasione fiscale”. I risultati ottenuti dal governo hanno cominciato a intaccare in modo serio questa realtà che, però resta di dimensioni ancora eclatanti.
Una volta tanto, si diceva, non ci sono differenze tra Nord e Sud, sul fronte dell’evasione: “i dati dell’evaso Irap sono, in termini assoluti, simili in Campania e in Lombardia, in Veneto e in Puglia, per le città come Napoli e Torino”, attesta la relazione di Visco.
Vero che, ammette il rapporto del vice ministro, l’evasione risulta maggiore in alcune regioni del Sud del Paese, se la si guarda in termini relativi, ma evidenzia subito che “a livello provinciale tanto nel Nord come nel Sud d’Italia ci sono province in cui la base imponibile evasa supera addirittura la base imponibile dichiarata”.
Tra le tipologie di contribuente, invece, il rapporto evidenzia che “l’evasione coinvolge sia le grandi sia le piccole imprese, sebbene risulti più diffusa tra queste ultime”. Così, se in termini assoluti risulta più alta nelle grandi imprese a causa della loro dimensione, le Pmi “occultano al fisco quasi il 55% in più della base imponibile di quanto facciano le imprese di maggiori dimensioni”.

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I capitoli della Finanziaria 2008: poco per tutti, tutti scontenti

Il premier Romano Prodi, durante un convegno a Trento
È una Finanziaria del valore di 10 miliardi e 670 milioni di euro quella preparata dal ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa che Panorama.it ha potuto avere e che il Consiglio dei ministri oggi si appresta a discutere e valutare.
Una manovra che, almeno nelle intenzioni del responsabile del dicastero economico, rispetta le premesse di leggerezza contabile. Ora si tratta di vedere come uscirà dall’esame collegiale del governo considerato che restano assai distanti le posizioni delle varie componenti della maggioranza e dei singoli ministri.
Ai 10 miliardi e 670 milioni si arriva attraverso un incremento delle entrate di oltre 6 miliardi e una riduzione delle spese di 4 miliardi e 620 milioni. Per quanto riguarda le entrate ben 4 miliardi e mezzo sono previsti come effetto della congiuntura economica favorevole (maggior gettito tendenziale). Un altro miliardo e passa da un ulteriore maggior gettito e 350 milioni di maggiori contributi sociali. Sul versante della riduzione delle spese una buona quota di risparmi è ottenuta attraverso una semplice razionalizzazione delle spese di manutenzione ordinaria mentre un miliardo e mezzo si prevede che possa essere ottenuto attraverso una mera operazione contabile di modifica dei termini di conservazione dei residui finanziari.
L’utilizzazione dei 10 miliardi e 670 milioni si concentra su 5 voci: fiscalità, pubblico impiego, welfare e lavoro, università e una sfarinata di impieghi contabilizzati sotto la voce “altro”.
Per quanto riguarda il fisco l’attenzione maggiore è dedicata alla casa con agevolazioni di circa 2 miliardi. Al pubblico impiego vengono destinati 1 miliardo e 859 milioni: 1 miliardo e 650 per l’aumento medio di 101 euro al mese in busta paga ai dipendenti statali. Più altri 100 milioni circa per i professori e altri 100 per poliziotti, carabinieri e Guardia di Finanza. Al capitolo welfare vanno circa 2 miliardi di cui la metà in seguito all’accordo di luglio con i sindacati. Trecento milioni vengono stanziati per l’Università.
Sotto le generica voce “altro” sono raggruppate una ventina di voci per un totale di oltre 2 miliardi di spese. Tra le voci più significative quella per il terremoto dell’Umbria e delle Marche (100 milioni), per l’editoria (50 milioni), per il rispetto del protocollo di Kyoto (altri 50 milioni) e per il cinema (ulteriori 50 milioni).

Sorpresa: il tesoretto raddoppia. Ed è guerra tra Visco e TPS.

[i](Credits: [url=http://uberg.ods.org/]Gianfranco Uber[/url])[/i]
Strano: spunta un nuovo tesoretto. Si tratta di 7-8 miliardi dei quali, però, non è ancora certa la paternità. Potrebbe essere un semplice artificio contabile: il Pil nel 2007 crescerà meno del previsto (1,8 anziché 2%), ma il deficit resterà invariato in rapporto al Pil. questo provocherebbe un introito extra nei conti pubblici.

Più probabile che si tratti ancora della lunga scia del gettito fiscale. Ai 4 miliardi già maturati a agosto se ne aggiungerebbero altri 3-4 tra tasse e contributi da qui a fine anno. Non solo. Mentre la gran parte dei dipendenti ha lasciato il proprio Tfr in azienda, e le aziende lo hanno dirottato all’Inps, il governo non ha ancora impiegato questa somma, che avrebbe dovuto alimentare gli investimenti in infrastrutture.

Che fare del nuovo tesoretto? La cifra dovrebbe garantire una Finanziaria indolore, ma soprattutto, per il centrosinistra, con un certo appeal elettorale. E, particolare non irrilevante, in grado di accontentare sia i moderati sia i radicali dell’Unione. Per questo Vincenzo Visco, il viceministro che finora ha fatto il lavoro sporco dell’inasprimento fiscale, è ora il più deciso a concedere alleggerimenti d’imposta: Ici, agevolazioni per le aziende, facilitazioni per le microimprese, bonus per le famiglie numerose che sostituirebbe gli assegni familiari.

Visco si scontra con Tommaso Padoa-Schioppa. Il dissapore con il ministro dell’Economia, benché mascherato dal garbo reciproco, è sempre più forte nella sostanza. TPS è cauto nell’utilizzo di queste nuove risorse: per prima cosa perché non è convinto che si tratti di entrate strutturali, cioè permanenti.

Inoltre teme l’assalto alla diligenza dei ministri, che al di là dei buoni propositi non vogliono affatto tagliare le spese. Infine perché vede avvicinarsi le nubi nere di una recessione mondiale, magari breve, in arrivo dagli Usa. Una frenata che nasce dalla crisi del settore immobiliare americano e che rischia di coinvolgere le banche europee che hanno speculato sui mutui ad alto rischio, ma che soprattutto potrebbe produrre una mancanza di liquidità sui mercati.

Non è un problema solo italiano, come dimostra l’attuale difformità di strategie tra Federal reserve e Bce: la prima riduce i tassi d’interesse, la seconda li ha semplicemente tenuti fermi, in attesa di nuovi aumenti. Lo scontro si riproduce a livello di governi, con il presidente francese Nicolas Sarkozy che attacca la linea della Bce. Insomma, Padoa-Schioppa preferirebbe, del tesoretto, metterne da parte almeno la metà per ridurre il debito pubblico in attesa che il quadro si chiarisca. Visco, che è un tecnico ma soprattutto un uomo di partito, avverte l’urgenza di riconquistare al governo un po’ di consensi. Le elezioni, che siano nel 2008 o nel 2009, si avvicinano, e questo preoccupa molto più Visco che Padoa-Schioppa.

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